Tennis e mental coaching, una storia iniziata tanto tempo fa

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Tennis e mental coaching, una storia iniziata tanto tempo fa

Questo mese parliamo del mental coaching nel tennis: dalle origini, più di quarant’anni fa, che sono alla base del coaching moderno, ad oggi, con tutti i campioni più famosi che hanno lavorato sull’aspetto mentale. E c’è anche la prima “pillola” per i lettori di Ubitennis

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Nell’articolo del mese scorso avevamo raccontato cos’è il mental coaching e cosa fa un mental (o personal) coach, entrando un po’ più nello specifico nell’ambito dello sport coaching. In questa seconda parte del viaggio introduttivo nel mondo del mental coaching, parleremo ovviamente del mental coaching nel tennis, sport in cui è molto diffuso a livello professionistico.

Anzi possiamo dire che, in un certo senso, è grazie al tennis che nasce il coaching moderno. Uno dei “testi sacri” del coaching è infatti “The Inner Game of Tennis” di Tim Gallwey. Quando fu pubblicato per la prima volta, nel 1972, il libro ebbe un notevole successo dato che si trattava del primo libro in ambito sportivo che non parlava di tecnica o di preparazione fisica bensì della parte interiore del gioco, l’Inner Game appunto, degli ostacoli che ogni tennista incontra nella sua mente e di come superarli. Riferendosi al gioco del tennis, Gallewey affermava che “L’avversario nella nostra mente è molto più forte di quello dall’altra parte della rete”, definendo quindi due livelli di gioco: quello esterno, dove esiste l’avversario che si trova al di là della rete, e quello interno, dove c’è un altro avversario, spesso molto più difficile da affrontare, che si nasconde nella nostra mente. Gallwey applicò poi il metodo e gli strumenti dell’Inner Game in altri sport e successivamente anche in ambito aziendale. Nulla di sorprendente, se si pensa che le dinamiche interiori e personali che si trova ad affrontare un atleta o un allenatore sono di fatto simili a quelle di un manager o un imprenditore che gestisce un team di persone, che ha obiettivi di performance ben precisi e che ha scadenze fisse da rispettare. Molti dei concetti espressi a suo tempo da Gallway sono ancora oggi alla base del coaching sportivo (e non solo, come abbiamo appena visto).

Come detto all’inizio, il mental coaching ha ampia diffusione nel tennis professionistico. A tutti i livelli: sono molti i campioni che hanno chiesto il supporto di un mental coach. Con uno dei più famosi coach al mondo, l’americano Anthony Robbins, lavorarono Andre Agassi e Serena Williams. Ed oggi il coach della pluricampionessa Slam è Patrick Mouratoglou, soprannominato “Il mentalista” per l’attenzione alla psiche dei propri atleti, che prima di essere al fianco di Serena – che con lui in meno di 5 anni ha vinto 10 Slam, mentre ne aveva vinti 13 nei 13 anni precedenti – aveva portato Marcos Baghdatis al n. 8 del ranking ATP e Aravane Rezai nella top 20 WTA.
A proposito di Mouratoglou: alcuni lettori il mese scorso avevano chiesto alcuni titoli di libri sul coaching. Ovviamente “The Inner Game of Tennis” è un must, ma anche “Impara a vincere” del coach francese è un libro che ha dei passaggi interessanti.

 

Parlando dei grandi nomi del tennis maschile odierno, anche i Fab Four conoscono bene l’importanza del mental coaching. Andando in ordine di Major in bacheca, il diciotto volte campione Slam Roger Federer all’età di 17 anni ha lavorato con un mental coach sul suo carattere ribelle, che rischiava di fargli sprecare il suo enorme talento. Basti pensare che a Basilea, al suo primo tennis club, lo facevano spesso allenare sul campo più distante dai locali del club per non sentire le sue imprecazioni o lo allontanavano dal campo per insubordinazione. Rafa Nadal, citato spesso come esempio per l’atteggiamento mentale in campo, ha avuto in questo il supporto del suo storico coach, lo zio Toni, che sin da quando il nipote era junior ha lavorato con lui sull’aspetto mentale, affinché sviluppasse anche in questo ambito tutte le capacità necessarie per diventare un tennista di vertice. Di Novak Djokovic si sa quanto sia attento ad ogni aspetto legato alla correlazione tra corpo e mente. Ufficialmente non è stato mai confermato, ma rumors di spogliatoio sostengono che sia stato seguito da una delle maggior mental coach serbe, esperta di PNL, la dott.ssa Vesna Danilovac (che ha lavorato anche con il connazionale Viktor Troicki e con il tennista bosniaco Damir Dzumhur). Per quanto riguarda l’attuale n. 1 del mondo Andy Murray, una delle prime cose che Ivan Lendl fece nel 2012 quando divenne per la prima volta il suo allenatore, fu quella di rivolgersi ad uno specialista per migliorare la preparazione mentale del campione scozzese.

Come tutti noi sappiamo, il tennis è uno sport in cui l’aspetto mentale assume molta rilevanza, anche in considerazione delle modalità di svolgimento di una partita, con le interruzioni tra un punto ed un altro, le pause al cambio campo. Nel 2013 fu misurato agli US Open il tempo effettivo di gioco del match di secondo primo turno tra Andy Murray e Leonardo Mayer, facendo scattare il cronometro quando la pallina lasciava la mano del giocatore per il servizio e bloccandolo quando la pallina finiva in rete, faceva il secondo rimbalzo o finiva in out: i due rimasero in campo per 2 ore e 41 minuti, ma il tempo effettivo di gioco fu di 26 minuti e mezzo, il 16,4% del tempo totale. Non si tratta di un caso particolare, dato che nella stessa occasione fu misurato anche il tempo effettivo di gioco del match di doppio femminile tra Hantuchova-Hingis e le azzurre Errani-Vinci: il match durò un’ora e 26 minuti, con un tempo effettivo di 16 minuti e 50 secondi (19,6%). Insomma, a stare larghi in una partita di tennis si gioca il 20% del tempo totale, il resto sono pause. Ma se il dato è indubbiamente positivo se lo si vede dal punto di vista dello sforzo fisico, attenzione: tutto queste pause sono intervalli di tempo in cui l’atleta può pensare. Aggiungiamoci che il tennis è uno sport in cui la durata del match non è predefinita: a tutti i livelli, una partita può durare un’ora, ma anche due o tre. A livello professionistico, nei tornei del Grande Slam al meglio dei cinque set, si arriva tranquillamente a quattro o cinque ore. Senza scomodare i casi estremi tipo Isner-Mahut a Wimbledon 2010, durato 11 ore e 5 minuti. Ecco che se non si è allenati adeguatamente dal punto di vista mentale nel gestire i propri pensieri, in tutti quegli spazi “vuoti” tra un punto e l’altro nella mente del giocatore potranno fare capolino pensieri di tutti i tipi. E i pensieri genereranno emozioni. E le emozioni genereranno comportamenti. Se non si è allenati mentalmente, ecco che un situazione tattica di difficoltà, una fase del match in cui si è indietro nel punteggio, possono portare ad affollare la mente di pensieri negativi. Che a loro volta generano emozioni negative, come la rabbia, la paura, l’ansia, la rassegnazione. Ed ecco che i comportamenti seguenti – le scelte tattiche che si adotteranno, i colpi che si eseguiranno – saranno influenzati negativamente da questi pensieri e da queste emozioni.

Prendiamo il classico esempio, quello che tutti noi che giochiamo o abbiamo giocato a tennis ben conosciamo: il pensiero che si insinua nella nostra testa mentre ci stiamo accingendo a giocare un punto molto importante. Innanzitutto c’è da dire – ecco la prima “pillola” di coaching della rubrica – che corre una differenza enorme tra il dirsi “Metti la prima” piuttosto che “Non fare doppio fallo” se si è al servizio e tra “Mettila in campo” e “Non sbagliare” se invece si è alla risposta. Semplificando, la differenza è data dal fatto che la mente non riconosce a livello inconscio i comandi dati in forma negativa. Cosa significa? Che se diciamo a noi stessi di non fare una determinata cosa la mente non codifica il NON e quindi sta creando un’immagine di ciò che stiamo cercando di evitare. Un esempio? Immaginate un campo da tennis. Un campo all’aperto, in mezzo al verde, con tanti alberi attorno che in estate fanno ombra e permettono di giocarci anche nelle ore più calde. Un campo in terra rossa, ben curato, che a vederlo vien voglia di andare a prendere il borsone e fare subito un’oretta. Però NON pensate assolutamente alle panchine bianche dove di solito si appoggia il borsone. Per quanto vi siate sforzati di farlo, avete pensato almeno per un momento alle panchine, non è così? Questo perché è praticamente impossibile non farlo. Non si tratta solo di “pensare positivo”, ma di usare un linguaggio il più funzionale possibile per la nostra mente: tra il “Metti la prima” e il “Non fare doppio fallo”, anche se la sostanza del messaggio che volevamo dare a noi stessi è la stessa, la forma ne modifica l’effetto. Ed in uno sport in cui ad alto livello il 70% dei punti non supera i 4 colpi (Australian Open 2015, dati IBM) e quindi ogni giocatore effettua due colpi, e a livello più basso le percentuali non cambiano di molto, approcciare nel modo migliore dal punto di vista mentale il 50 % dei colpi che si giocheranno nel 70% dei punti capite che può fare un’enorme differenza in termini di risultato. E se quel colpo ci accingiamo a farlo in uno stato emotivo di sconforto o di paura, ecco che è quasi una conseguenza dire “Mi raccomando non sbagliare”. Il che rende lo sbaglio più probabile. E lo sconforto aumenta.

Insomma, senza un adeguato allenamento l’avversario interno di cui parlava Gallwey diventa veramente ostico da superare in certe situazioni. Ed è qui che il mental coach viene in aiuto. Nei prossimi articoli, parleremo di volta in volta degli argomenti principali su cui si lavora in una sessione di coaching in ambito sportivo: la definizione degli obiettivi, la gestione degli stati d’animo, l’utilizzo delle proprie risorse. Cominceremo dagli obiettivi: dalle caratteristiche che devono avere, da come devono venire correttamente definiti e formulati.

Nel frattempo, l’invito è quello di esercitarsi, sin dalla prossima partita di allenamento, a pensare di mettere in campo la prima di servizio e la risposta. E vedere cosa cambia… Perché qualcosa cambierà. Come dice il padre della PNL Richard Bandler, “Quando cambi come pensi, cambia come ti senti… e di conseguenza cambia quello che puoi fare”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR. 

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ATP

Il 2023 di Novak Djokovic partirà da Adelaide

Come confermato dal suo sito ufficiale, il serbo inizierà la stagione nella città natale di Darren Cahill, in preparazione per l’Australian Open

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Novak Djokovic - Bercy 2022 (foto Twitter @atptour)

Un anno fa, di questi periodi, si iniziava a vociferare sulla possibile esclusione di Novak Djokovic dall’Australian Open 2022, a causa della sua volontà di non vaccinarsi. Sappiamo la storia com’è andata, con il serbo che non ha potuto disputare il suo Slam preferito (vinto 9 volte) e ha dovuto scontare anche un periodo di detenzione. Problemi legati alla mancata vaccinazione, purtroppo per lui, Nole ne ha vissuti in abbondanza durante la stagione appena trascorsa, venendo costretto a saltare molti tornei, tra cui anche lo US Open. Ma, un paio di settimane fa, finalmente le cose sono tornate alla normalità per il n.5 del mondo: è infatti notizia recente che potrà giocare all’Australian Open 2023, tornando a Melbourne Park poco meno di due anni dopo la vittoria in finale su Daniil Medvedev.

E dovendo competere in uno Slam, Djokovic ha ben pensato di iniziare la sua stagione il prima possibile, proprio in Australia, così da riprendere confidenza con le condizioni di gioco e i campi. Per la prima volta in carriera, infatti, Nole giocherà all’Adelaide International 1, torneo di categoria 250 dal 2 all’8 gennaio (seguito da un altro torneo sugli stessi campi nella settimana successiva). Dunque inizio fulmineo di 2023 per il serbo, che troverà, nella città che ha dato i natali a Darren Cahill, l’eterno rivale di tante battaglie Andy Murray, e soprattutto il nostro Jannik Sinner, che salterà la United Cup per darci subito dentro sul circuito. In più, nella città del suo coach, con la prospettiva di affrontare anche il cannibale serbo, per iniziare col passo giusto un anno fondamentale per la sua carriera.

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Flash

Mardy Fish e Bob Bryan multati per aver incoraggiato scommesse sul tennis

I due ex tennisti statunitensi, che facevano parte del team USA nell’ultima Coppa Davis, dovranno pagare 10.000 euro e non reiterare il reato nei prossimi quattro mesi

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Mardy Fish - United States_ Raquel Alvarado / Kosmos Tennis

Mardy Fish e Bob Bryan, due ex stelle del tennis statunitense, sono stati multati dall’Agenzia Internazionale per l’Integrità del Tennis (ITIA) per aver infranto i codici riguardo le scommesse sportive. L’ITIA è un “organismo indipendente istituito dagli organi direttivi internazionali del tennis per incoraggiare, migliorare e salvaguardare l’integrità del tennis professionistico in tutto il mondo“, si legge al fondo del comunicato ufficiale, riportato integralmente di seguito.

“L’ITIA (International Tennis Integrity Agency) ha emesso delle sanzioni nei confronti di due allenatori di tennis statunitensi per aver infranto le regole di sponsorizzazione delle scommesse sul tennis. Si tratta si Bob Bryan e Mardy Fish, entrambi multati per una cifra 10.000 dollari. Ora rischiano una sospensione per quattro mesi, dopo aver riconosciuto la sponsorizzazione di un operatore di gioco d’azzardo sui social media“.

L’ITIA esordisce così riguardo i due ex giocatori coinvolti, chiamati subito a pagare 10.000 dollari di multa e a non commettere lo stesso reato nei prossimi quattro mesi, pena la sospensione.“Entrambi gli ex tennisti coinvolti hanno collaborato pienamente all’indagine ITIA e hanno subito rimosso i post in questione dai propri social. La sospensione di cui sopra non entrerà in vigore a meno che non si verifichi un’ulteriore violazione nel periodo indicato, iniziato l’11 novembre 2022 e che si protrarrà per i prossimi quattro mesi”.

 

Fish e Bryan sono stati visionati più da vicino in quanto entrambi facevano parte dello staff degli Stati Uniti per la Coppa Davis 2022 (sconfitti 2-1 dall’Italia al doppio decisivo), quindi decisamente ancora presenti attivamente nel mondo del tennis.

“Entrambi erano stati selezionati come parte del team di allenatori degli Stati Uniti per la Coppa Davis 2022, il che rende loro considerabili personaggi controllabili e soggetti, come tutti, alle regole dello sport sui rapporti con gli operatori di scommesse. Nella sezione D.1.b del programma anticorruzione del tennis 2022 si legge quanto segue:
Nessuna persona coinvolta con il tennis deve, direttamente o indirettamente, facilitare, incoraggiare e/o promuovere le scommesse sul tennis‘.
Fish e Bryan hanno anche acconsentito di lavorare al fianco dell’ITIA per promuovere, con iniziative di istruzione e prevenzione, l’importanza dell’integrità nel gioco”.

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Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

LEGGI ANCHE Coppa Davis, Scanagatta: “Ancora una volta il Canada ci rispedisce a casa. È la terza volta” [VIDEO]

Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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