Tennis e mental coaching, una storia iniziata tanto tempo fa

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Tennis e mental coaching, una storia iniziata tanto tempo fa

Questo mese parliamo del mental coaching nel tennis: dalle origini, più di quarant’anni fa, che sono alla base del coaching moderno, ad oggi, con tutti i campioni più famosi che hanno lavorato sull’aspetto mentale. E c’è anche la prima “pillola” per i lettori di Ubitennis

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Nell’articolo del mese scorso avevamo raccontato cos’è il mental coaching e cosa fa un mental (o personal) coach, entrando un po’ più nello specifico nell’ambito dello sport coaching. In questa seconda parte del viaggio introduttivo nel mondo del mental coaching, parleremo ovviamente del mental coaching nel tennis, sport in cui è molto diffuso a livello professionistico.

Anzi possiamo dire che, in un certo senso, è grazie al tennis che nasce il coaching moderno. Uno dei “testi sacri” del coaching è infatti “The Inner Game of Tennis” di Tim Gallwey. Quando fu pubblicato per la prima volta, nel 1972, il libro ebbe un notevole successo dato che si trattava del primo libro in ambito sportivo che non parlava di tecnica o di preparazione fisica bensì della parte interiore del gioco, l’Inner Game appunto, degli ostacoli che ogni tennista incontra nella sua mente e di come superarli. Riferendosi al gioco del tennis, Gallewey affermava che “L’avversario nella nostra mente è molto più forte di quello dall’altra parte della rete”, definendo quindi due livelli di gioco: quello esterno, dove esiste l’avversario che si trova al di là della rete, e quello interno, dove c’è un altro avversario, spesso molto più difficile da affrontare, che si nasconde nella nostra mente. Gallwey applicò poi il metodo e gli strumenti dell’Inner Game in altri sport e successivamente anche in ambito aziendale. Nulla di sorprendente, se si pensa che le dinamiche interiori e personali che si trova ad affrontare un atleta o un allenatore sono di fatto simili a quelle di un manager o un imprenditore che gestisce un team di persone, che ha obiettivi di performance ben precisi e che ha scadenze fisse da rispettare. Molti dei concetti espressi a suo tempo da Gallway sono ancora oggi alla base del coaching sportivo (e non solo, come abbiamo appena visto).

Come detto all’inizio, il mental coaching ha ampia diffusione nel tennis professionistico. A tutti i livelli: sono molti i campioni che hanno chiesto il supporto di un mental coach. Con uno dei più famosi coach al mondo, l’americano Anthony Robbins, lavorarono Andre Agassi e Serena Williams. Ed oggi il coach della pluricampionessa Slam è Patrick Mouratoglou, soprannominato “Il mentalista” per l’attenzione alla psiche dei propri atleti, che prima di essere al fianco di Serena – che con lui in meno di 5 anni ha vinto 10 Slam, mentre ne aveva vinti 13 nei 13 anni precedenti – aveva portato Marcos Baghdatis al n. 8 del ranking ATP e Aravane Rezai nella top 20 WTA.
A proposito di Mouratoglou: alcuni lettori il mese scorso avevano chiesto alcuni titoli di libri sul coaching. Ovviamente “The Inner Game of Tennis” è un must, ma anche “Impara a vincere” del coach francese è un libro che ha dei passaggi interessanti.

 

Parlando dei grandi nomi del tennis maschile odierno, anche i Fab Four conoscono bene l’importanza del mental coaching. Andando in ordine di Major in bacheca, il diciotto volte campione Slam Roger Federer all’età di 17 anni ha lavorato con un mental coach sul suo carattere ribelle, che rischiava di fargli sprecare il suo enorme talento. Basti pensare che a Basilea, al suo primo tennis club, lo facevano spesso allenare sul campo più distante dai locali del club per non sentire le sue imprecazioni o lo allontanavano dal campo per insubordinazione. Rafa Nadal, citato spesso come esempio per l’atteggiamento mentale in campo, ha avuto in questo il supporto del suo storico coach, lo zio Toni, che sin da quando il nipote era junior ha lavorato con lui sull’aspetto mentale, affinché sviluppasse anche in questo ambito tutte le capacità necessarie per diventare un tennista di vertice. Di Novak Djokovic si sa quanto sia attento ad ogni aspetto legato alla correlazione tra corpo e mente. Ufficialmente non è stato mai confermato, ma rumors di spogliatoio sostengono che sia stato seguito da una delle maggior mental coach serbe, esperta di PNL, la dott.ssa Vesna Danilovac (che ha lavorato anche con il connazionale Viktor Troicki e con il tennista bosniaco Damir Dzumhur). Per quanto riguarda l’attuale n. 1 del mondo Andy Murray, una delle prime cose che Ivan Lendl fece nel 2012 quando divenne per la prima volta il suo allenatore, fu quella di rivolgersi ad uno specialista per migliorare la preparazione mentale del campione scozzese.

Come tutti noi sappiamo, il tennis è uno sport in cui l’aspetto mentale assume molta rilevanza, anche in considerazione delle modalità di svolgimento di una partita, con le interruzioni tra un punto ed un altro, le pause al cambio campo. Nel 2013 fu misurato agli US Open il tempo effettivo di gioco del match di secondo primo turno tra Andy Murray e Leonardo Mayer, facendo scattare il cronometro quando la pallina lasciava la mano del giocatore per il servizio e bloccandolo quando la pallina finiva in rete, faceva il secondo rimbalzo o finiva in out: i due rimasero in campo per 2 ore e 41 minuti, ma il tempo effettivo di gioco fu di 26 minuti e mezzo, il 16,4% del tempo totale. Non si tratta di un caso particolare, dato che nella stessa occasione fu misurato anche il tempo effettivo di gioco del match di doppio femminile tra Hantuchova-Hingis e le azzurre Errani-Vinci: il match durò un’ora e 26 minuti, con un tempo effettivo di 16 minuti e 50 secondi (19,6%). Insomma, a stare larghi in una partita di tennis si gioca il 20% del tempo totale, il resto sono pause. Ma se il dato è indubbiamente positivo se lo si vede dal punto di vista dello sforzo fisico, attenzione: tutto queste pause sono intervalli di tempo in cui l’atleta può pensare. Aggiungiamoci che il tennis è uno sport in cui la durata del match non è predefinita: a tutti i livelli, una partita può durare un’ora, ma anche due o tre. A livello professionistico, nei tornei del Grande Slam al meglio dei cinque set, si arriva tranquillamente a quattro o cinque ore. Senza scomodare i casi estremi tipo Isner-Mahut a Wimbledon 2010, durato 11 ore e 5 minuti. Ecco che se non si è allenati adeguatamente dal punto di vista mentale nel gestire i propri pensieri, in tutti quegli spazi “vuoti” tra un punto e l’altro nella mente del giocatore potranno fare capolino pensieri di tutti i tipi. E i pensieri genereranno emozioni. E le emozioni genereranno comportamenti. Se non si è allenati mentalmente, ecco che un situazione tattica di difficoltà, una fase del match in cui si è indietro nel punteggio, possono portare ad affollare la mente di pensieri negativi. Che a loro volta generano emozioni negative, come la rabbia, la paura, l’ansia, la rassegnazione. Ed ecco che i comportamenti seguenti – le scelte tattiche che si adotteranno, i colpi che si eseguiranno – saranno influenzati negativamente da questi pensieri e da queste emozioni.

Prendiamo il classico esempio, quello che tutti noi che giochiamo o abbiamo giocato a tennis ben conosciamo: il pensiero che si insinua nella nostra testa mentre ci stiamo accingendo a giocare un punto molto importante. Innanzitutto c’è da dire – ecco la prima “pillola” di coaching della rubrica – che corre una differenza enorme tra il dirsi “Metti la prima” piuttosto che “Non fare doppio fallo” se si è al servizio e tra “Mettila in campo” e “Non sbagliare” se invece si è alla risposta. Semplificando, la differenza è data dal fatto che la mente non riconosce a livello inconscio i comandi dati in forma negativa. Cosa significa? Che se diciamo a noi stessi di non fare una determinata cosa la mente non codifica il NON e quindi sta creando un’immagine di ciò che stiamo cercando di evitare. Un esempio? Immaginate un campo da tennis. Un campo all’aperto, in mezzo al verde, con tanti alberi attorno che in estate fanno ombra e permettono di giocarci anche nelle ore più calde. Un campo in terra rossa, ben curato, che a vederlo vien voglia di andare a prendere il borsone e fare subito un’oretta. Però NON pensate assolutamente alle panchine bianche dove di solito si appoggia il borsone. Per quanto vi siate sforzati di farlo, avete pensato almeno per un momento alle panchine, non è così? Questo perché è praticamente impossibile non farlo. Non si tratta solo di “pensare positivo”, ma di usare un linguaggio il più funzionale possibile per la nostra mente: tra il “Metti la prima” e il “Non fare doppio fallo”, anche se la sostanza del messaggio che volevamo dare a noi stessi è la stessa, la forma ne modifica l’effetto. Ed in uno sport in cui ad alto livello il 70% dei punti non supera i 4 colpi (Australian Open 2015, dati IBM) e quindi ogni giocatore effettua due colpi, e a livello più basso le percentuali non cambiano di molto, approcciare nel modo migliore dal punto di vista mentale il 50 % dei colpi che si giocheranno nel 70% dei punti capite che può fare un’enorme differenza in termini di risultato. E se quel colpo ci accingiamo a farlo in uno stato emotivo di sconforto o di paura, ecco che è quasi una conseguenza dire “Mi raccomando non sbagliare”. Il che rende lo sbaglio più probabile. E lo sconforto aumenta.

Insomma, senza un adeguato allenamento l’avversario interno di cui parlava Gallwey diventa veramente ostico da superare in certe situazioni. Ed è qui che il mental coach viene in aiuto. Nei prossimi articoli, parleremo di volta in volta degli argomenti principali su cui si lavora in una sessione di coaching in ambito sportivo: la definizione degli obiettivi, la gestione degli stati d’animo, l’utilizzo delle proprie risorse. Cominceremo dagli obiettivi: dalle caratteristiche che devono avere, da come devono venire correttamente definiti e formulati.

Nel frattempo, l’invito è quello di esercitarsi, sin dalla prossima partita di allenamento, a pensare di mettere in campo la prima di servizio e la risposta. E vedere cosa cambia… Perché qualcosa cambierà. Come dice il padre della PNL Richard Bandler, “Quando cambi come pensi, cambia come ti senti… e di conseguenza cambia quello che puoi fare”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR. 

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“Chi l’ha visto?” La carriera interrotta di Kyle Edmund

Dopo una crescita lenta e costante il giovane britannico si era issato fino alla quattordicesima posizione del ranking. Da quel momento però è iniziato il calvario al ginocchio sinistro e, a quasi due anni dall’ultimo match, si avvicina lo spettro del ritiro

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Kyle Edmund - Battle of the Brits (via Twitter, @the_LTA)

Il protagonista di questa nuova puntata di “chi l’ha visto?” è Kyle Edmund. Il giocatore britannico dopo aver raggiunto il best ranking di numero quattordici del mondo nell’ottobre del 2018 non è riuscito a rimanere al livello dei migliori soprattutto a causa di un infortunio cronico al ginocchio sinistro che, dopo più di un anno di stop, sembra poter aver messo fine alla sua carriera. Infatti l’ultima volta che Edmund ha calcato i campi di gioco è stato nell’ottobre del 2020 quando è stato sconfitto da Jason Jung al primo turno delle qualificazioni del torneo ATP 500 di Vienna. A dire il vero i primi problemi al ginocchio sinistro erano arrivati alla fine del 2018 ma dopo due stagioni complicate, Edmund ha deciso di andare sotto i ferri per la prima volta nell’aprile del 2021. Questa prima operazione non ha dato i risultati sperati e qualche settimana fa Edmund ha dovuto ricorrere nuovamente a una piccola procedura che non gli permetterà di rientrare in tempo per Wimbledon, il torneo di casa. Il suo caso ricorda quello di Jared Donaldson: le operazioni, le lunghe pause e un rientro che almeno per l’americano si è trasformato in ritiro.

Lontano dalle luci della ribalta

Negli ultimi due anni il nome di Kyle Edmund è quindi finito nel dimenticatoio. Il ragazzo nato a Johannesburg, ma cresciuto nel piccolo villaggio di Tickton, nello Yorkshire, non ha mai avuto una personalità particolarmente intrigante e questo spiega anche perché sul suo nome vela un alone d’indifferenza generale. A dire il vero sin dall’inizio della sua carriera Edmund non ha ricevuto l’attenzione destinata alle classiche promesse. A livello giovanile infatti Edmund mostra una buona costanza raggiungendo i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam ma si toglie le maggiori soddisfazioni in doppio assieme a Frederico Ferreira Silva con il quale vince due Slam. Poco prima di compiere diciassette anni il britannico decide di trasferirsi al “Roehampton LTA National Training Center” per farsi allenare da Colin Beecher, già capitano della nazionale britannica di Fed Cup nel 2006. Edmund si allena a Roehampton durante la settimana per poi tornare a casa con la famiglia durante il weekend.

Specialista del mattone tritato

Due anni più tardi si cominciano a vedere i primi risultati. All’inizio del 2015 infatti Edmund si trova a giocare le qualificazioni dell’Australian Open da numero 194 del mondo e, per la prima volta in carriera, riesce a qualificarsi per il tabellone principale di uno Slam dove si arrende al primo turno in tre set contro Steve Johnson. Un mese più tardi si aggiudica il primo Challenger della sua carriera, a Hong Kong, senza perdere nemmeno un parziale durante tutto il torneo e sconfiggendo in finale un veterano del circuito Challenger come Tatsuma Ito. Al Roland Garros non solo riesce a passare le qualificazioni per il secondo Slam consecutivo ma battendo Stephane Robert al primo turno festeggia la prima vittoria in un tabellone principale in uno slam. La terra battuta, tradizionalmente indigesta ai britannici, esalta le caratteristiche di Edmund. Il giovane di Johannesburg è infatti uno dei pochi giocatori assieme a Khachanov e a Sock a giocare il dritto usando l’impugnatura western grazie alla quale posizionando il palmo della mano sotto la racchetta si riesce a generare un ottimo top spin. A fine 2015 arriva la prima vittoria in un Challenger su terra battuta a Buenos Aires dove sconfigge in finale in due rapidi set Carlos Berlocq, specialista del mattone tritato. Questa vittoria si rivela particolarmente dolce per Edmund dal momento che il capitano di Davis Leon Smith, impressionato dal suo livello di gioco sul rosso, decide di schierarlo come secondo singolarista alle spalle di Andy Murray per la finale che la Gran Bretagna giocherà a Gent, su terra rossa indoor, contro il Belgio. La scelta del capitano si rivela sensata dal momento che Edmund riesce a vincere i primi due parziali contro Goffin prima di crollare fisicamente al quinto set. Il 2015 è quindi un anno positivo per lui, nessun exploit particolare ma una crescita costante che gli permette di chiudere l’anno a ridosso dei primi 100.

 

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Italiani

WTA Rabat: eccezionale Trevisan! Seconda vittoria contro una Top 10, ai quarti anche Bronzetti

Martina, scatenata, tramortisce ed annichilisce una Garbine Muguruza sicuramente non brillante. L’azzurra centra il secondo quarto di finale della carriera, con lei anche Lucia che domina la francese Burel

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Martina Trevisan - US Open 2021 (photo (Pete Staples/USTA)

M. Trevisan b. [1/WC] G. Muguruza 2-6 6-4 6-1

E’ impresa azzurra sul campo centrale del Grand Prix Sar La Pricesse Lalla Meryem. Martina Trevisan centra la seconda vittoria della carriera contro una Top 10 e per la seconda volta si qualifica in un quarto di finale nel circuito maggiore. Entrambe le prime volte si erano materializzate, due anni fa, al Roland Garros; quando sorprendendo tutti raggiunse i quarti di finale battendo proprio una giocatrice classifica tra le prime dieci del mondo: l’allora n. 5 Kiki Bertens. Una prestazione eccezionale della 28enne fiorentina, che s’impone in rimonta sulla n. 10 WTA ed ex n. 1; nonché prima forza del tabellone marocchino Garbine Muguruza per 2-6 6-4 6-1 in oltre 2ore e dieci di partita. La mancina toscana ha avuto il grande merito di crederci sempre, anche quando era sotto 3-1 nel secondo set. Nella prima parte della sfida è stata brava a far valere le proprie armi migliori: grande intelligenza tattica e capacità di variare il gioco per evitare di fronteggiare la spagnola sul suo terreno preferito, quello del ritmo incessante e delle accelerazioni violente.

Poi nel terzo set ha ulteriormente cambiato marcia, perfino portandosi a casa gli scambi più duri per lei; i duelli a suon di sbracciate sulla diagonale che predilige la 28enne di Caracas, ovvero quella bimane. Chiaramente c’è stata l’enorme complicità di Garbine, ancora una volta caduta nella tensione. Non si è saputa infatti adeguare alle variazioni dell’avversaria e nei momenti decisivi si è spenta con il dritto e con la prima di servizio, inciampando in errori che una due volte campionessa Slam non dovrebbe mai commettere. D’altra parte la stagione di Muguruza, finora, è stata tutt’altro che esaltante. Non è andata oltre due quarti di finale nel 2022 (Sydney e Doha), inoltre non arriva al terzultimo atto di un torneo sul rosso da Roma 2020. Ironia della sorte, questa volta anche il Marocco gli si è rivoltato contro, visto che nel 2013 a Marrakech sempre sulla terra battuta era giunta in semifinale.

 

IL MATCH – A livello tattico, la sfida presenta fin da subito le intenzioni strategiche delle due protagoniste; da un lato Muguruza cerca di prendere più campo possibile aggredendo la risposta, in particolar modo sulla seconda di servizio di Trevisan. Dall’altro Martina prova a prendere in mano lo scambio, direzionando le sue geometrie con il dritto per far muovere la spagnola e pizzicarla negli spostamenti laterali, visto che la 28enne di Caracas può trovare fatica nel portare da una parte all’altra del campo il suo metro e 82. Dopo i primi due giochi, in cui entrambe si complicano la vita nonostante fossero 40-0 complice un doppio fallo a testa, con la differenza però che Garbine è costretta anche a fronteggiare la prima palla break del match; sul 1-1 arriva il primo strappo in favore della n. 1 del seeding. E’ la prima di servizio il tallone d’Achille, in questo avvio di gara, della 28enne toscana – solo il 45% in campo – e di conseguenza aumentando il numero delle seconde la due volte campionessa Slam può premere e mettere ulteriore pressione in ribattuta. Inoltre la n. 85 WTA commette anche il secondo doppio fallo della sua partita, facendo il gioco della sua avversaria. La quale se può giocare a braccio sciolto, diventa pericolosissima e difatti il rovescio dell’iberica inizia a viaggiare meravigliosamente, specie quello in lungolinea – la migliore esecuzione del suo bagaglio. Così viene confezionato il primo break dell’incontro, che l’ex n. 1 del mondo conferma senza problemi. Siamo 3-1, ma la nativa di Firenze continua nel suo momento no, e anche il dritto l’abbandona. Doppio strappo e 4-1.

A questo punto, Trevisan conscia di non avere più molto spazio per rientrare prova a cambiare qualcosa. E si sa, quando si affronta Muguruza e non si può disporre di una potenza nei colpi quantomeno pari alla n. 10 del ranking, l’unica strada percorribile è variare costantemente le proprie esecuzioni. Non dando ritmo alla spagnola, la si manda in confusione, e come ha sempre dimostrato nella sua carriera il suo vero limite è il farsi prendere dalla frenesia nei momenti di maggiore tensione ed incorrere in gratuiti piuttosto banali. La mancina azzurra esegue questo piano alla perfezione, alzando le traiettorie dei suoi colpi e attaccando coraggiosamente in controtempo la rete. Questo nuovo atteggiamento dell’italiana, porta i frutti sperati. L’iberica fa fatica a colpire con il suo magnifico bimane quando la palla gli si alza sopra l’altezza spalle, non riuscendo a prepararsi come dovrebbe per avere il timing corretto; perde inoltre campo e mette anche qualche seconda di troppo. Infine anche il dritto inizia a smarrirsi e il contro-break è servito. Poi però sul 4-2, con la possibilità di avvicinarsi ancora, Martina gioca un po’ troppo corto e non trovando profondità può spostare meno l’avversaria e subisce anche di più le prepotenti accelerazioni di Garbine. Inoltre Trevisan inciampa anche nel terzo doppio fallo, che permette di ristabilire un doppio break di vantaggio. Sul 5-2 la n. 10 serve per il set, ma la fiorentina non ci sta a mollare e facendo leva sulla diagonale destra s’issa sul 15-40 con il sesto vincente della sua partita. Muguruza riesce a recuperare e a guadagnarsi due set ball, ma l’ex n. 66 spinge alla grande con il diritto e li annulla. Ma sull’ennesima parità, anche la sfortuna colpisce la giocatrice del Bel Paese: due nastri beffardi consegnano il 6-2 all’allieva di Conchita Martinez. Ciò che ha fatto realmente la differenza nel parziale è stato il rendimento con il secondo servizio: 63% per la n. 1 del tabellone contro il 29% dell’azzurra.

Il servizio non gira come dovrebbe per Trevisan, e se ciò perdura le possibilità di ribaltare questo incontro per Trevisan si ridurrebbero pesantemente. L’avvio di secondo set conferma questa tendenza, doppio fallo sanguinoso e break point per l’iberica nel gioco inaugurale della frazione. Un game che purtroppo era stato aperto anche da due erroracci di rovescio. Se cala pure la solidità della toscana, i guai sarebbero veramente irrisolvibili. 1-0 e servizio Garbine, ma se c’è una cosa che questo match ci sta segnalando incessantemente è la caparbietà della 28enne mancina. La quale continua a sciorinare un grandissimo dritto, straordinario soprattutto l’inside-out dal centro, e a suon vincenti rimonta dal 30-0 e firma l’1-1. Ma un frangente di gara tranquillo, oggi, per l’italiana non esiste. Ancora break, il terzo su tre giochi nel secondo parziale. L’allieva di Conchita Martinez non riesce a trovare la continuità, alternando cose buone ad errori marchiani, ma in qualche modo rinviene dallo 0-30 e nel terzo game consecutivo ai vantaggi consolida l’allungo. Trevisan però, si dimostra veramente lodevole, appena può prende l’iniziativa con il dritto e macina sia gioco che vincenti stordenti, alcuni dritti sulle righe ed altri in cross che fanno paura. Il suo atteggiamento viene premiato, grazie ad una Muguruza in pieno harakiri: due doppi falli e una volée di rovescio spedita lunga sulla palla break. Addirittura arriva anche il sorpasso, 4-3 per l’azzurra, che cancella una chance di strappo e con un passante di rovescio vince il terzo gioco di fila. Si prosegue on-serve per due game, entrambi vinto a 0 da chi serviva. Poi, sul 5-4 in suo favore, Martina sotto 30-0 – quando ormai sembrava ben avviato il terzo turno di battuta tenuto senza concedere punti alla risposta – piazza la zampata attraverso una maggiore incisività e una migliore precisione da fondocampo, doti che ha mostrato in tutta la seconda parte del set.

Parziale decisivo, vediamo se l’inerzia che vede la spagnola soffrire i colpi arrotati e carichi di topspin della fiorentina avrà seguito. L’equilibro si rompe subito, Trevisan adesso è scatenata, in totale trance agonistica. Mostra un’eccezionale capacità difensiva, un’intelligenza tattica chirurgica; ma soprattutto ora vince anche gli scambi più duri. Quelli di pura potenza, emblematico il braccio di ferro portato a casa dalla “nostra” sulle sbracciate bimani in parallelo. La n. 10, però bisogna dire che ci mette ampiamente del suo; prima di servizio che latita ed errori a non finire. Brava comunque la n. 85, a far crescere sensibilmente la sua battuta e ad essere sempre lei a comandare, e a decidere nel bene o nel male l’esito del punto. Non si ferma più l’azzurra e con un parziale di 11 giochi a 1 annichilisce l’iberica, rifilandole un 6-1 che più tondo non si può.

Nella sessione serale è arrivata poi un’altra splendida vittoria italiana con Lucia Bronzetti che ha battuto nettamente la francese Burel con un perentorio 6-3 6-2 in appena 1h15 di gioco.

Nei quarti di finale venerdì 19:

M. Trevisan vs [7] A. Rus
[3] N. Parrazas-Diaz vs L. Bronzetti

Il tabellone completo

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ATP

Qualificazioni Roland Garros: vittorie per Giannessi, Zeppieri e Agamenone. Si fermano Giustino e Cobolli

I risultati del mattino del tabellone parigino cadetto: Giulio batte l’esperto romeno Copil e accede al match decisivo. Nulla da fare per Flavio, sconfitto in tre set

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Alessandro Giannessi è a un passo dall’entrare nel tabellone principale del Roland Garros 2022. Il ligure ha battuto per 7-5 6-2 in poco più di un’ora e mezza di gioco l’argentino Thiago Tirante, terraiolo di formazione. L’azzurro è stato bravo a portare a casa un primo set molto combattuto: decisivo il break conquistato nell’undicesimo gioco. Per Giannessi tutto più facile nel secondo set in cui Tirante ha sofferto una condizione fisica non ottimale. Buon per l’azzurro, che adesso si giocherà l’accesso al main draw contro l’austriaco Sebastian Ofner, reduce dalla convincente vittoria in due set contro l’australiano Vukic.

Non ce l’ha fatta invece Lorenzo Giustino, sconfitto per 6-4 6-1 in poco più di un’ora e mezza dal portoghese Pedro Sousa. Il campano ha vanificato un vantaggio di 3-1 nel primo set. Da quel momento in poi il tennis dell’italiano ha smesso di brillare: l’iberico ha messo a segno un tremendo parziale di undici game a due che non ha lasciato scampo a Giustino.

Si chiude l’esperienza parigina anche per Flavio Cobolli, uscito sconfitto per 6-3 3-6 6-3 contro il bulgaro Dimitar Kuzmanov, dopo due ore di grande lotta. Il giovane romano sembrava potercela fare dopo essersi aggiudicato il secondo set. Nel parziale decisivo, però, Kuzmanov non si è più voltato indietro grazie al servizio con cui ha concesso solamente le briciole all’azzurro: solo cinque i punti vinti in risposta da Cobolli. Fatale il break subito nel quarto gioco, che ha posto fine alle speranze azzurre.

 

Convincente prestazione anche per Giulio Zeppieri che ha la meglio su Marius Copil in due facili set, 6-2 6-3. Per l’azzurro, che non ha affrontato palle break, decisivi il sesto gioco del primo set e il quarto gioco del secondo dove ha strappato il servizio al romeno. Per Giulio, protagonista a Roma di una bella qualificazione al tabellone principale, c’è l’obiettivo di fare il bis cogliendo la sua prima partecipazione in uno Slam. Affronterà adesso il vincente del match tra Ramanathan e Cuenin. Infine, c’è anche la bella vittoria di Franco Agamenone in due set – 7-6 (6) 6-2 – su Alexander Muller. Il n.155 ATP, azzurro di origini argentine, attende ora uno tra Altug Celikbilek e Zdenek Kolar.

QUI IL TABELLONE DELLE QUALIFICAZIONI MASCHILI DEL ROLAND GARROS

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