La Piccola Biblioteca di Ubitennis: altri mondi, Kareem Abdul-Jabbar

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis: altri mondi, Kareem Abdul-Jabbar

Si scrive Kareem Abdul-Jabbar e si legge Ganciocielo. Recensiamo per voi la strana biografia di uno dei più grandi. Basket, filosofia e chimica umana

Pubblicato

il

Kareem Abdul-Jabbar, Coach Wooden and me, ADD editore, Torino, 2017

C’è una striscia dei “Peanuts” di Charles M. Schultz in cui Sally, la sorella minore di Charlie Brown, dice alla sua maestra: “Dovevo consegnare un tema di duemila parole, ma ho letto da qualche parte che un’immagine vale mille parole: ecco qua due disegni”. Le foto in prima e quarta di copertina di parole ne valgono milioni. Una è del 1966, presa al Pauley Pavillon, la casa degli UCLA Bruins di Basket. Il giovane centro della squadra – palla a spicchi sotto il braccio – ascolta intento il suo coach che sotto di lui a braccia allargate illustra un movimento. L’altra è di quarant’anni dopo, a colori, stesso posto. Ora i due sono più curvi, camminano e il ragazzo di allora – occhiali da vista appesi al collo – tiene per mano il suo allenatore mentre escono lentamente dal campo. Il loro campo. Chi sono? Kareem Abdul Jabbar, nato Lewis Alcindor a New York nel 1947, fra i più grandi pivot della storia, sei anelli di campione NBA, il primo con Milwaukee e gli altri con i Lakers di Magic Johnson. John Wooden, il mago di Westwood, insegnante di letteratura diventato allenatore di basket. Dieci titoli NCAA con i Bruins di cui sette consecutivi, morto nel 2010 alle soglie del secolo di vita.

Embed from Getty Images

 

Kareem è ora un intellettuale rispettato. Laureato in storia, scrive libri e articoli per il Washington Post – quello del Watergate – e il New York Times. Nel 2016 Barack Obama lo ha insignito, insieme ad altri fra cui Robert Redford, De Niro e Bruce Springsteen, della Presidential Medal of Freedom. Si tratta del più alto onore civile della nazione, conferitogli per il suo impegno sociale e civile nell’integrazione delle minoranze. Potrebbe essere il solito libro di memorie sportive ma non è così. Nonostante si potessero facilmente scrivere migliaia di pagine sui successi di questi due uomini, non scoverete una briciola di autocompiacimento nelle duecentoquarantasei che compongono il libro. Vi ritroverete invece gli occhi velati di lacrime al termine della storia profonda, ricca di umorismo, sorprendente, improbabile della vera amicizia, nata in uno dei periodi più travagliati nella storia degli Stati Uniti – quello della lotta per i diritti civili, di Rosa Parks, dell’assassinio di Martin Luther King del pugno guantato di Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi messicane – fra due uomini che più diversi non avrebbero potuto essere. Un nero di New York e un bianco dell’indiana, separati da 37 anni di età e quasi mezzo metro di altezza. Fu vera amicizia? Sì.

È il viaggio di un granellino di sabbia che diventa perla. Il granellino è un ventenne di due metri e diciotto centimetri che dopo aver sbriciolato ogni record statistico a livello di scuola superiore siede speranzoso sulle gradinate insieme ai suoi compagni in attesa delle prime parole del coach. L’ostrica che lo proteggerà per una vita intera è un uomo con gli occhiali dalla montatura pesante e la scriminatura fra i capelli tirata con il righello, che li guarda in silenzio. Finché poi dice: “Buon pomeriggio signori, oggi impareremo come metterci le scarpe da ginnastica e le calze in modo corretto”. Costernazione. E poco dopo: “Io adoro vincere, ma vincere non è il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è lavorare duro. Non sperate mai, la speranza è per la gente non preparata” Sgomento. Questo era coach Wooden, attenzione ai particolari, abnegazione, integrità.

Nonostante i primi dubbi Kareem non si pentirà mai della sua traversata di 4.500 chilometri verso il sole della California. Anche il rapporto che li legherà per sempre è stato un lungo cammino, durante il quale non lasciarono mai che le reciproche differenze culturali, razziali e religiose diventassero ostacoli. Si presero per mano come in quella bellissima foto e se le lasciarono dietro. Kareem racconta la storia di come un uomo bianco del Midwest, cresciuto in una fattoria senza acqua corrente, abituato a combattere quei rigidi inverni con mattoni scaldati nella stufa, sia diventato un secondo padre per lui. Una vicenda ricca di insegnamenti senza tempo sulla sincerità, il rispetto della parola data e del prossimo, l’importanza di andare avanti sempre. C’era qualcosa nel suo atteggiamento – scrive Kareem – una comprensione paziente che mi fece capire che quel che più gli interessava era insegnarmi ad abituarmi alla delusione, a resistere. Il coach mi insegnò le tecniche per affinare il gancio e trasformarlo nel mitico tiro che mi ha aiutato a vincere numerosi campionati… Ma la sua vera lezione sulla perseveranza e la necessità di adattarsi alle difficoltà mi è stata d’aiuto nella vita al di fuori del campo da basket”.

Embed from Getty Images

Una comprensione paziente, un rispetto che Wooden mostra soprattutto quando Lewis Alcindor decide di convertirsi all’Islam ( “… non sapevo come affrontare l’argomento con i compagni. ‘Hey ragazzi, andiamo in campo e polverizziamo quegli idioti. E, a proposito, sono diventato musulmano. FORZA BRUINS!’ ) diventando Kareem Abdul Jabbar, generoso servo di Dio. Nulla rappresenta meglio la filosofia di vita del coach di una poesia anonima, divenuta uno spot della Gatorade, che Wooden preferiva a tutte le altre. Eccola:

Nella vita devo stare attento / un piccoletto mi sta seguendo
So che non oso uscir di carreggiata / per timore che anche lui faccia qualche bravata
Pensa che io sia sempre giusto e buono / crede a ogni mia frase, a ogni mio suono
Mostrare il mio peggio non intendo / a questo piccoletto che mi sta seguendo.
Devo essere cauto mentre consumo le suole / sulla neve d’inverno e d’estate al sole.
Perché per gli anni a venire sto formando / questo piccoletto che mi sta seguendo”.

Uno di quei piccoletti è stato lui.

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

Continua a leggere
Commenti

Libreria

La Piccola Biblioteca. Tennis, la nuova scienza della preparazione fisica

Un vero e proprio manuale della preparazione fisica, in cui Salvatore Buzzelli e Marco Mazzilli illustrano l’innovativo Metodo COordinabolico, metodologia di allenamento che considera gli aspetti percettivo-cognitivi in virtù dell’importanza dell’attenzione nella prestazione degli sport di situazione come il tennis

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Buzzelli S., Mazzilli M., Tennis. La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®, Giacomo Catalani Editore

La rubrica si occupa stavolta di un libro destinato principalmente ad addetti ai lavori, in primis preparatori fisici, allenatori ed atleti. Si tratta del volume “Tennis – La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®”, scritto a quattro mani da Salvatore Buzzelli ed il suo allievo Marco Mazzilli, e pubblicato il 24 ottobre scorso Giacomo Catalani editore, per il quale la definizione più appropriata è sicuramente quella di manuale, per il modo ampio ed esauriente con il quale viene trattato l’argomento della preparazione fisica nel tennis (e non solo nel tennis, come vedremo nel seguito).

Innanzitutto qualche informazione sui due autori. Salvatore Buzzelli è uno dei massimi esperti nella metodologia dell’allenamento, ricercatore e preparatore fisico. Nel corso del suo lungo percorso professionale ha collaborato con scienziati di fama mondiale come Kenneth Cooper (il pioniere dell’aerobica e inventore del famoso test sulla resistenza aerobica che prende il suo nome) e il compianto Carmelo Bosco (uno dei più grandi ricercatori italiani nella scienza dello sport, ideatore dell’omonimo test per identificare i parametri che influenzano la forza degli arti inferiori, anche attraverso l’utilizzo della pedana a conduttanza da lui introdotta). Ha anche allenato diversi tennisti professionisti, tra i quali spiccano Omar Camporese (ex n. 18 ATP), Massimiliano Narducci (ex n. 77 ATP) e l’attuale capitano di Fed Cup Tathiana Garbin (ex n. 22 WTA).

Marco Mazzilli, allenatore e preparatore fisico professionista di tennis, dopo la Laurea in Scienze Motorie presso l’Università di Foggia (con una tesi proprio sul Metodo COordinabolico) si iscrisse al Corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell’Attività Sportiva dell’Università di Bologna proprio poter seguire da vicino il lavoro di Buzzelli. Con il quale, dopo la laurea con una tesi sperimentale sugli effetti del Metodo COordinabolico sul Costo Energetico dell’Attenzione, ha continuato a collaborare per diversi progetti e ricerche, tra cui quella sperimentale longitudinale sugli effetti del Metodo COordinabolico (neologismo creato dall’integrazione di alcune sillabe dei termini con cui si definiscono le abilità e le capacità coinvolte nelle esercitazioni: cognitive, condizionali, coordinative e metaboliche).

Da sinistra, Salvatore Buzzelli, Tathiana Garbin e il coach Francesco Palpacelli dopo la vittoria della tennista mestrina al torneo ITF di Cuneo nel 2008

Il libro inizia con un capitolo dedicato alle basi scientifiche su cui poggia il Metodo COordinabolico e quindi all’analisi dei concetti che hanno portato alla definizione del metodo stesso. Partendo infatti dall’osservazione che i processi che l’atleta deve affrontare in ogni momento della partita, in cui ogni azione è sempre frutto di scelte collegate alla situazione e bisogna muoversi in base a quello che si percepisce, risultava fondamentale avvalersi di un metodo di allenamento che considerasse gli aspetti percettivo-cognitivi, rispecchiando lo stesso schema di processo che avviene durante la prestazione, così da allenare l’atleta dello sport di situazione in modo più funzionale, abituandolo all’utilizzo di cervello e corpo insieme in ogni esercitazione.

Credo, e i risultati me lo confermano, che potrebbe essere la chiave di volta dell’allenamento del tennis in particolare. Si tratta di un metodo esaustivo per tutto quello che serve ad un tennista. L’idea di porre lo sviluppo di tutte le qualità motorie sotto egida attentiva ne costituiscono la particolarità mai evidenziata prima” ci ha detto al riguardo Buzzelli, rispondendo ad alcune domande che gli abbiamo fatto ad integrazione della recensione. Si prosegue con un capitolo dedicato allo strumento cardine del Metodo COordinabolico, il SensoBuzz. Realizzato dallo stesso Salvatore Buzzelli (ed argomento del suo primo libro), si tratta di uno strumento elettronico esaustivo per l’allenamento e la valutazione funzionale da campo che supporta la scelta metodologica dell’allenatore, che a sua discrezione imposta l’allenamento sulla base delle necessità (del singolo atleta o del gruppo di atleti) e degli obiettivi (rapidità, velocità, resistenza, ecc.). Da segnalare al riguardo, come riportato nel libro, che di recente è stata sviluppata la app “SensoBuzz Metodo COordinabolico”, per semplificare l’utilizzo strumentale ed ampliare il numero di utilizzatori del metodo.

 

Si arriva poi, nel terzo capitolo, alla descrizione vera e propria del metodo, il cui sviluppo è partito da una riflessione sull’affermazione, condivisa dalla maggioranza degli addetti ai lavori, di come il risultato agonistico nel tennis sia determinato dal 50% dalla “testa” (intesa come qualità mentali), il 40% dal “fisico” (inteso come preparazione atletica), il 10% dalla “tecnica”. E dall’osservazione che invece nell’allenamento tali proporzioni non venivano del tutto rispettate, con sessioni incentrate per ore su tecnica e palleggi. E che quindi era necessario definire un metodo di allenamento funzionale che fosse strutturato mirando al miglioramento delle varie qualità fisiche, ma sotto l’aspetto attentivo.
In questo contesto risulta interessante, e chi scrive lo evidenzia anche in qualità di mental coach (“Sicuramente il metodo può essere di aiuto ai mental coach, per mettere in atto allenamenti mentali tra i più disparati, che tengano anche conto di aspetti emozionali o comportamentali”), il concetto del “Costo Energetico dell’Attenzione” di cui Buzzelli aveva già parlato in un suo articolo su Ubitennis.

Le ricerche condotte dai due autori in questi anni hanno infatti evidenziato come l’acuità attentiva sottragga energia metabolica per la prestazione, dimostrando appunto come esista un “Costo Energetico dell’Attenzione”, ovvero un costo energetico legato alla difficoltà imposta di dover prestare la massima attenzione nelle esercitazioni. E che attraverso le esercitazioni svolte con questo metodo di allenamento viene progressivamente ridotto, via via che gli automatismi nervosi prendono il sopravvento, diminuendo di conseguenza il differenziale energetico tra il potenziale soggettivo e l’effettiva resa agonistica in campo.

Questi due capitoli sono inoltre interessanti perché raccontano – anche con il contributo di diversi aneddoti – la storia del Metodo Coordinabolico ed il percorso che ha portato alla realizzazione di questo libro. Un percorso iniziato da Buzzelli più di trent’anni fa, fatto di successi e riconoscimenti ma anche di delusioni: Sembrava che l’ambiente cui l’ho proposto fosse o troppo arretrato o troppo empirico. Marco ha stimolato in me – deluso dalle molte credenze metodologiche obsolete ed inefficaci che continuavano a venir utilizzate nel tennis – la voglia di riprovare a ripresentare cose che già propongo da molti anni. Forse perché attualmente i tempi sono maturi. Tieni presente che da quando ho cominciato a mostrare le mie cose su Internet nel 2007, poco a poco in tanti hanno preso spunti e proposto secondo il loro punto di vista. Peccato che non esista qualcuno che si sia preso la briga di esporre come usare metodologicamente quel sistema. Il mio primo libro è del 2012. Prima il nulla!”.

Da sinistra, Marco Mazzilli e Salvatore Buzzelli, i due autori

Nei capitoli successivi si illustrano in modo dettagliato le basi teoriche generali della preparazione atletica ottimale e della programmazione dell’allenamento, per entrare poi nello specifico nella programmazione dell’allenamento per il tennis. Negli ultimi due capitoli, 6 e 7, gli autori propongono una serie di test motori per supportare la valutazione funzionale del tennista e numerose esercitazioni pratiche per la preparazione atletica ottimale del tennista con l’applicazione del Metodo Coordinabolico. Si tratta di proposte che hanno come finalità la presentazione del funzionamento del metodo nell’allenamento delle varie capacità e di delineare le componenti importanti della preparazione atletica di un tennista, per poi lasciare completa libertà al preparatore di sviluppare i propri esercizi sulla base delle proprie competenze (e della propria creatività).

Ma il libro, e soprattutto il metodo, non sono destinati solo agli addetti ai lavori del tennis, come ci ha spiegato lo stesso Buzzelli: “Il libro, essendo anche abbastanza tecnico, è rivolto a tutti gli operatori che si occupano di sport di situazione. Operando, Mazzilli ed io, soprattutto nel tennis, l’abbiamo proposto nel tennis ma il Metodo COordinabolico è adattabile a tutti quegli sport in cui è richiesta una risposta motoria a sollecitazioni sensoriali diverse. Viene utilizzato infatti anche nella scherma, nel pugilato, nel taekwondo, nel karate, nell’allenamento dei portieri di calcio, ecc… Questi tipo di conoscenze sono utili anche nella psicologia cognitiva e nella ginnastica mentale degli anziani. E anche nella riabilitazione”.

Una lettura impegnativa – 372 pagine, corredate da fotografie, tabelle ed immagini – quella dell’opera, chiara e completa, di Buzzelli e Mazzilli. Nel quale l’argomento dell’allenamento “COordinabolico”, come evidenzia nella sua prefazione Giorgio D’Urbano (lo storico preparatore fisico di Alberto Tomba, ex C.T. della nazionale di sci), viene trattato in modo esaustivo ed affascinante. Una lettura quindi assolutamente da consigliare a tutti gli addetti ai lavori ai quali è destinata, ovvero “a tutti i preparatori fisici, agli allenatori e agli atleti che desiderano massimizzare le performance sul campo e vincere”.

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca. Gianni Clerici: dall’arte del tennis al tennis nell’arte

Sei anni fa abbiamo inaugurato questa rubrica recensendo “500 anni di tennis”, la bibbia laica del tennis. Il libro che ogni appassionato dovrebbe avere, o almeno fare finta di avere letto. Oggi chiudiamo virtualmente il lungo cerchio con “Il tennis nell’arte”, l’ultimo lavoro di Gianni Clerici, il nostro piccolo Omero del tennis

Pubblicato

il

Gianni Clerici, bacheca delle balette (2014)

Clerici G. (con Naldi M.), Il tennis nell’arte, Mondadori, 2018

Se mi telefonasse il presidente della svizzera e mi proponesse uno scambio alla pari “vi diamo Federer e ci prendiamo Clerici” rifiuterei secco. Se sul fronte del tennis giocato la questione GOAT è ancora (forse) aperta, su quello raccontato no. Clerici ha avuto l’incredibile privilegio di spalancare le porte del passato remoto a uno sport irreversibilmente proiettato nel futuro e dalla memoria paradossalmente ogni giorno più corta. E poi, direi al presidente, il cantore è sempre superiore al guerriero e alla battaglia. Senza Omero non sapremmo nulla di Achille ed Ettore.

Senza Clerici poco sapremmo della Divina Lenglen e nulla ma proprio nulla sulla questione che nello splendido dipinto “Re Davide consegna la lettera a Uria” (Lucas Gassel, tra il 1500 e il 1530), accanto alla rappresentazione evocata dal titolo, viene raffigurato l’antenato di un campo e di una partita di tennis. Stesso scenario presente nel capolavoro di Giambattista Tiepolo (“La Morte di Giacinto”, 1752-53) dove accanto al corpo morente di Giacinto compare in bella vista una racchetta con “le corde perfettamente tese, il manico di legno fasciato da un telo azzurro e bianco”.

Per il mondo del tennis una specie di elettrochoc retroattivo che riscrive la vulgata contemporanea sulla datazione centenaria e anglosassone delle origini del tennis. Per Clerici il big bang della lunga ricerca che ha portato il nostro scriba alla realizzazione di “500 anni di Tennis”, il suo libro più famoso e temo la sua prigione dal punto di vista squisitamente letterario. Perché Clerici non andrebbe schiacciato solo sul cosa scrive ma bisognerebbe aprire una riflessione sul come lo scrive. Oltre ad aver alzato su Repubblica la cronaca tennistica a piccolo genere letterario, i suoi libri sono caratterizzati da una prosa delicata e sorprendentemente sintetica in grado di catturare in poche righe i luoghi e le persone incontrate sempre strette tra destino e fatalismo.

Una prosa che definirei acquarellistica dove italiano e dialetto non vanno mai in conflitto ma si nutrono a vicenda. Leggendo Clerici ho sempre la sensazione che pensi in dialetto (credo che la sintesi e il ritmo vengano da là), scriva in italiano e si rivolga a un orizzonte che per semplificazione direi anglosassone. Insomma un curiosissimo e non replicabile caso di provincialismo cosmopolita d’alta classe nutrito di gratitudine, grazia e spaesamento. Libri facilissimi da leggere e impossibili da collocare.

Non fa eccezione l’ultimo libro di Clerici “Il Tennis nell’arte”, un viaggio, credo mai tentato da nessuno, che riunisce in un unico volume i più importanti quadri (e sculture) a tema tennistico. Ogni capitolo un quadro. Ogni quadro un aneddoto. Ogni aneddoto una storia. Ogni storia un acquarello in prosa che racconta l’incontro tra il quadro e lo scriba. Se “500 anni di tennis” è una bibbia laica, “Il Tennis nell’arte” è il suo bignami visivo, la sua bussola segreta. Un museo cartaceo cucito insieme da passione e una grande intuizione che fa di Clerici il curatore virtuale di una mostra mai vista e che non si vedrà mai se non nel libro in questione.

Ne “Il tennis nell’arte” ci si può confrontare, anche grazie ad un’edizione curatissima con l’aggiunta delle preziose schede critiche di Milena Nardi, con l’incredibile potenza dell’arte in grado di incorporare dentro una cornice una miniera di informazioni e implicazioni in cui chi guarda, come ci ha spiegato Umberto Eco, non è certo la sua componente passiva. E così accanto alle prove di quanto il tennis, ma direi il gioco come componente fondamentale dell’essere umano per dirla alla Caillois, abbia attraversato sottotraccia la Storia europea – Caravaggio fu coinvolto in un omicidio a causa di screzi per un “giuoco di racchetta”, Carlo IX (Re di Francia) fu immortalato da bimbo con una racchetta in mano e addirittura la rivoluzione francese nacque dentro lo stadio della pallacorda – troviamo il contrappunto microstorico e aneddotico costituito dagli incontri tra lo scriba e quelle opere, alcune confluite in un acquisto e tutte restituite al lettore attraverso uno sguardo estremamente colto ma mai e poi mai accademico.

Credo che sia questo il valore aggiunto del libro e forse la sintesi dell’asimmetrico successo di Clerici. In un paese mai veramente uscito dai recinti del medioevo è quasi intollerabile accettare un dottor divago, amateur nell’animo, che entra come un bisturi in campi pensati e difesi da specialisti. Chiudere la carriera bibliografica di Clerici (24 libri) dentro la categoria “quello del tennis” è decisamente riduttivo. “Gesti Bianchi” (prossimamente) è un romanzo tout court che per atmosfere e passo dovrebbe stare accanto al grande Gatsby, “500 anni di Tennis” e “Divina” sono veri saggi di storia impreziositi dal posizionamento dell’autore, “Erba rossa” è un diario di viaggio trasformatosi in un acutissimo documento narrativo sulla transazione postcomunista dell’Est Europa e per restare a “Il tennis nell’arte” ci troviamo davanti a un bellissimo libro d’arte spogliato da quella tombale autoreferenzialità accademica che trasforma una cosa meravigliosa in un dialogo tra iniziati.

Insomma “Il tennis nell’arte” è un formidabile saggio d’arte che invece di spiegartela ti porta a spasso nel suo incanto e, va da sé, in quello del tennis, “il Re dei giochi e il gioco dei Re”.

 

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il prisma di Roger Federer

Ritorna la piccola biblioteca di Ubitennis recensendo un nuovo episodio di quello che ormai è diventato un nuovo genere letterario: scrivere su Roger Federer

Pubblicato

il

Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

A distanza di diversi mesi dall’ultima recensione pubblicata, in off-season torna la Piccola Biblioteca di Ubitennis. Si riparte da un libro che parla del tennista che più di ogni altro ha caratterizzato la letteratura tennistica degli ultimi quindici anni: il solito Roger Federer.

Tutte le nostre recensioni

Graf S., Roger Federer. Il campione e l’uomo, tr. it. Peri F., Casagrande, 2019

 

Tra gli infiniti record di Federer ne andrebbero menzionati almeno altri due: ha reso molto più tollerabile l’omosessualità e ha generato un vero sottogenere letterario. Sul primo c’è poco da dire, siamo tutti un po’ più omosessuali (e ormai a limite della gerontofilia) quando gioca lo svizzero, il secondo invece testimonia quanto Roger sia ormai fuoriuscito dall’orbita del semplice sport per entrare in un orizzonte più ampio, del quale non si vedono ancora i confini.

Il sottogenere è stato inaugurato da David Foster Wallace e sembra aumentare ogni anno in maniera esponenziale. Uno degli ultimi capitoli è il lavoro di Graf. Lontano dalle inarrivabili tensioni letterarie di Wallace, da quelle estetiche di Baricco, dalle implicazioni filosofiche di Scala, o da quelle lisergiche\antropologiche di Zampieri, il libro di Graf ci presenta lo svizzero come un prisma. Ogni capitolo è una faccia: l’uomo, il marito, il campione, il manager, il ragazzo, la moglie, il figlio, ecc. Facce raccontate da un uomo che destinato probabilmente a una vita (professionalmente) anonima, come può essere anonima la vita di un giornalista svizzero, viene catapultato dall’avvento dell’alieno ai quattro angoli del mondo per seguire le gesta del nuovo Guglielmo Tell.

La cronaca è condita di aneddoti accessibili solo a chi si è potuto permettere il lusso di una lunga frequentazione. Se volete sapere come Roger pianifica la programmazione annuale e quella giornaliera, perché fino a 21 anni veniva eliminato ai primi turni degli Slam, quali sono i valori che la sua figura mediatica incorpora (la neutralità svizzera), il suo lavoro dentro la fondazione, la storia, il carattere (e la statura) dei suoi genitori, la personalità di Mirka, la relazione con Paganini o vedere da vicino la metamorfosi del giovane Mc Roger in Bjorn Federer è il vostro libro.

Un paio di esempi: Milano, il primo torneo vinto da Federer, i genitori fanno un viaggio di 300 kilometri per assistere alla finale. Il padre è così nervoso che dimentica le chiavi dentro la macchina e l’unica maniera per entrarci è rompere il finestrino ed è così, diciamo senza bisogno dell’aria condizionata che l’allegra famiglia ritorna con la coppa in svizzera. Oppure l’incredibile precocità a livello coordinativo di Roger, che già a 11 mesi “sapeva correre”, capacità motorie che lo spingeranno a eccellere anche nel calcio, fino al doloroso abbandono per il tennis. Insomma un libro agile e agiografico che non aggiunge nulla al mistero della drammaturgia sportiva dello svizzero ma che illumina lati poco esplorati del suo mondo e del suo intorno. Tanto Roger, poco tennis.

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement