La Piccola Biblioteca di Ubitennis: altri mondi, Kareem Abdul-Jabbar

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: altri mondi, Kareem Abdul-Jabbar

Si scrive Kareem Abdul-Jabbar e si legge Ganciocielo. Recensiamo per voi la strana biografia di uno dei più grandi. Basket, filosofia e chimica umana

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Kareem Abdul-Jabbar, Coach Wooden and me, ADD editore, Torino, 2017

C’è una striscia dei “Peanuts” di Charles M. Schultz in cui Sally, la sorella minore di Charlie Brown, dice alla sua maestra: “Dovevo consegnare un tema di duemila parole, ma ho letto da qualche parte che un’immagine vale mille parole: ecco qua due disegni”. Le foto in prima e quarta di copertina di parole ne valgono milioni. Una è del 1966, presa al Pauley Pavillon, la casa degli UCLA Bruins di Basket. Il giovane centro della squadra – palla a spicchi sotto il braccio – ascolta intento il suo coach che sotto di lui a braccia allargate illustra un movimento. L’altra è di quarant’anni dopo, a colori, stesso posto. Ora i due sono più curvi, camminano e il ragazzo di allora – occhiali da vista appesi al collo – tiene per mano il suo allenatore mentre escono lentamente dal campo. Il loro campo. Chi sono? Kareem Abdul Jabbar, nato Lewis Alcindor a New York nel 1947, fra i più grandi pivot della storia, sei anelli di campione NBA, il primo con Milwaukee e gli altri con i Lakers di Magic Johnson. John Wooden, il mago di Westwood, insegnante di letteratura diventato allenatore di basket. Dieci titoli NCAA con i Bruins di cui sette consecutivi, morto nel 2010 alle soglie del secolo di vita.

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Kareem è ora un intellettuale rispettato. Laureato in storia, scrive libri e articoli per il Washington Post – quello del Watergate – e il New York Times. Nel 2016 Barack Obama lo ha insignito, insieme ad altri fra cui Robert Redford, De Niro e Bruce Springsteen, della Presidential Medal of Freedom. Si tratta del più alto onore civile della nazione, conferitogli per il suo impegno sociale e civile nell’integrazione delle minoranze. Potrebbe essere il solito libro di memorie sportive ma non è così. Nonostante si potessero facilmente scrivere migliaia di pagine sui successi di questi due uomini, non scoverete una briciola di autocompiacimento nelle duecentoquarantasei che compongono il libro. Vi ritroverete invece gli occhi velati di lacrime al termine della storia profonda, ricca di umorismo, sorprendente, improbabile della vera amicizia, nata in uno dei periodi più travagliati nella storia degli Stati Uniti – quello della lotta per i diritti civili, di Rosa Parks, dell’assassinio di Martin Luther King del pugno guantato di Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi messicane – fra due uomini che più diversi non avrebbero potuto essere. Un nero di New York e un bianco dell’indiana, separati da 37 anni di età e quasi mezzo metro di altezza. Fu vera amicizia? Sì.

È il viaggio di un granellino di sabbia che diventa perla. Il granellino è un ventenne di due metri e diciotto centimetri che dopo aver sbriciolato ogni record statistico a livello di scuola superiore siede speranzoso sulle gradinate insieme ai suoi compagni in attesa delle prime parole del coach. L’ostrica che lo proteggerà per una vita intera è un uomo con gli occhiali dalla montatura pesante e la scriminatura fra i capelli tirata con il righello, che li guarda in silenzio. Finché poi dice: “Buon pomeriggio signori, oggi impareremo come metterci le scarpe da ginnastica e le calze in modo corretto”. Costernazione. E poco dopo: “Io adoro vincere, ma vincere non è il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è lavorare duro. Non sperate mai, la speranza è per la gente non preparata” Sgomento. Questo era coach Wooden, attenzione ai particolari, abnegazione, integrità.

Nonostante i primi dubbi Kareem non si pentirà mai della sua traversata di 4.500 chilometri verso il sole della California. Anche il rapporto che li legherà per sempre è stato un lungo cammino, durante il quale non lasciarono mai che le reciproche differenze culturali, razziali e religiose diventassero ostacoli. Si presero per mano come in quella bellissima foto e se le lasciarono dietro. Kareem racconta la storia di come un uomo bianco del Midwest, cresciuto in una fattoria senza acqua corrente, abituato a combattere quei rigidi inverni con mattoni scaldati nella stufa, sia diventato un secondo padre per lui. Una vicenda ricca di insegnamenti senza tempo sulla sincerità, il rispetto della parola data e del prossimo, l’importanza di andare avanti sempre. C’era qualcosa nel suo atteggiamento – scrive Kareem – una comprensione paziente che mi fece capire che quel che più gli interessava era insegnarmi ad abituarmi alla delusione, a resistere. Il coach mi insegnò le tecniche per affinare il gancio e trasformarlo nel mitico tiro che mi ha aiutato a vincere numerosi campionati… Ma la sua vera lezione sulla perseveranza e la necessità di adattarsi alle difficoltà mi è stata d’aiuto nella vita al di fuori del campo da basket”.

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Una comprensione paziente, un rispetto che Wooden mostra soprattutto quando Lewis Alcindor decide di convertirsi all’Islam ( “… non sapevo come affrontare l’argomento con i compagni. ‘Hey ragazzi, andiamo in campo e polverizziamo quegli idioti. E, a proposito, sono diventato musulmano. FORZA BRUINS!’ ) diventando Kareem Abdul Jabbar, generoso servo di Dio. Nulla rappresenta meglio la filosofia di vita del coach di una poesia anonima, divenuta uno spot della Gatorade, che Wooden preferiva a tutte le altre. Eccola:

Nella vita devo stare attento / un piccoletto mi sta seguendo
So che non oso uscir di carreggiata / per timore che anche lui faccia qualche bravata
Pensa che io sia sempre giusto e buono / crede a ogni mia frase, a ogni mio suono
Mostrare il mio peggio non intendo / a questo piccoletto che mi sta seguendo.
Devo essere cauto mentre consumo le suole / sulla neve d’inverno e d’estate al sole.
Perché per gli anni a venire sto formando / questo piccoletto che mi sta seguendo”.

Uno di quei piccoletti è stato lui.

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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