ATP Finals, Torino rischia la beffa: serve l'aiuto del governo

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ATP Finals, Torino rischia la beffa: serve l’aiuto del governo

Il 15 febbraio va consegnato il dossier definitivo con le garanzie economiche. Serve una fideiussione a garanzia che FIT e istituzioni locali, da sole, non possono accollarsi. Binaghi: “Va costituita una società con la partecipazione preponderante della nuova Sport e Salute”

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ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

La questione è chiaramente diventata politica. La candidatura di Torino a ospitare le ATP Finals dal 2021 al 2025 vive giorni decisivi, perché il dossier definitivo va consegnato venerdì 15 febbraio e deve contenere le garanzie economiche a supporto della proposta. Le cinque candidate (insieme al capoluogo piemontese ci sono Manchester, Tokyo e Singapore oltre a Londra che potrebbe non passare il testimone) devono allegare – secondo quanto riportato da La Gazzetta dello Sport, nell’analisi di Riccardo Crivelli – una fideiussione da 62 milioni di euro a garanzia dei primi due anni del quinquennio. La cifra è importante e per raggiungerla serve liquidità immediata.

Va però specificato come la tassa a fondo perduto da versare all’ATP per l’intero quinquennio ammonti complessivamente a 78 milioni di euro (18 per il primo anno, 15 per i quattro successivi). I conti vanno quindi separati: l’esigenza di una cifra importante da garantire nell’immediato per la fideiussione, ma anche un investimento sui cinque anni (i 78 milioni) che potrebbe rivelarsi facilmente recuperabile. Per dare un’idea: gli introiti dell’edizione londinese del 2018 sono stati stimati in circa 60 milioni di euro tra diritti tv, sponsor, ticketing e indotto. Per aggiudicarsi le Finals serve un esborso importante, ma il gioco può valere la candela.

IL TEOREMA BINAGHI – Il primo step diventa quindi ottenere in pochi giorni, da un istituto di credito con filiale negli USA, una fideiussione dall’ammontare significativo. A fare la differenza sarà la solidità del soggetto contraente, che non potrà essere soltanto la federazione. Il presidente Angelo Binaghi, sempre su Gazzetta, ha spiegato così: “Risulta evidente come la FIT, che ha un bilancio annuo di 20 milioni di euro, non possa accollarsi il peso dell’intera fideiussione. Le cifre sono molto più importanti rispetto agli Internazionali di Roma. Perciò è fondamentale che si arrivi in tempi brevissimi alla costituzione di una società che ripartisca al suo interno le responsabilità economiche, con la partecipazione preponderante di Sport e Salute, che ha un bilancio di 400 milioni. Sulle quote non faccio questione di principio, potrebbe essere il 50 per cento in capo a loro e il resto diviso tra noi, Regione Piemonte Comune di Torino. Dico di più – prosegue Binaghi -, sul tavolo c’è giù un modello di contratto, quello di associazione in partecipazione tra la FIT e i suoi partner agli Internazionali. In questo caso Sport e Salute sarebbe l’associante e gli altri soggetti gli associati.

 

IL RUOLO DI SPORT E SALUTE – Ecco come sul tavolo della neonata Sport e Salute – società di diretta emanazione governativa che ha sottratto la cassaforte dello sport italiano a Coni Servizi – finisce subito un fascicolo importante quanto insidioso. La volontà politica diventa determinante, perché (a differenza del vecchio status quo) non ci sarebbe qui da superare il problema di un governo chiamato a garantire soldi a una società di cui non è partecipe. L’appello di Binaghi alla costituzione di un nuovo ente promotore ancora attende risposte, con il tempo che sta però per scadere. Non sono in discussione i rapporti (buoni, lo testimonia una recente intervista) tra i vertici FIT e i fautori della recente riforma dello sport italiano, ma i delicati equilibri all’interno della compagine politica alla guida del Paese.

Le Finals possono diventare per la Torino pentastellata di Chiara Appendino un risarcimento per l’esclusione dalla candidatura olimpica di Milano-Cortina? Se il progetto a cinque cerchi passa al momento dall’esplicita rinuncia a ogni contributo governativo, qui invece il supporto dell’esecutivo sarebbe necessario. Si parlerebbe di cifre chiaramente più basse rispetto a quelle necessarie per un’Olimpiade, ma la linea d’azione sarebbe comunque differente. A sciogliere le resistenze governative (soprattutto sul fronte Lega), potrebbe anche esserci una maggiore disponibilità da parte del vicepremier Di Maio ad autorizzare l’intervento statale anche per la candidatura olimpica, ammorbidendo il veto grillino. Non era da escludere – l’ha esplicitato qualche giorno fa il sottosegretario Giorgetti – il coinvolgimento del voto parlamentare. Ma i tempi adesso sono strettissimi.

ANSIE DAL TERRITORIO – Ciò che emerge in queste ore decisive è la preoccupazione di chi, a Torino e dintorni, sembrava cavalcare con significativo ottimismo fino a qualche giorno fa l’onda della candidatura. Ottimismo che sembrava autorizzato dall’ampia sinergia istituzionale che ha visto remare insieme – anche al momento dei sopralluoghi decisivi – governo, istituzioni locali, CONI e FIT.

L’edizione torinese di Repubblica dà spazio ai timori dell’assessore allo Sport della giunta Appendino, Roberto Finardi: “Dopo aver incontrato la delegazione ATP e aver sentito i loro discorsi – ammette – non dico che pensavo fosse fatta, ma quasi. Noi come amministrazione abbiamo fatto sistema e questa volta abbiamo dato il meglio, anche al CONI hanno fatto tutto il necessario con l’impegno di un grande professionista come Diego Nepi Molineris. Manca l’ultimo passaggio, ma sembra sia il più difficile. In un bilancio come quello della città di Torino le risorse economiche da fornire a garanzia non ci sono, altrimenti le avremmo già messe a disposizione per non trovarci in questa situazione. Va però tenuto presente che a fronte di un investimento di 20 milioni l’anno, il ritorno sarebbe di almeno 60 milioni. (…) Visto che i Giochi non sono stati dati a Torino ci dovrebbe essere un impegno maggiore per portare un altro appuntamento importante qui, perché abbiamo dimostrato in questi anni di saper organizzare grandi eventi sportivi”.

Sul rettilineo finale, ce la stanno mettendo tutta anche i privati per far cogliere al governo l’importanza di portare in Italia il Masters: il presidente della Camera di Commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha scritto una lettera al premier Conte per sensibilizzarlo sull’opportunità di non far sfuggire dalle mani della città e dell’hinterland una così chiara occasione di sviluppo. Anche il gruppo Lavazza, eccellenza italiana del caffè che da anni vanta con il tennis un legame strettissimo, ha lasciato intendere il suo appoggio: “Da torinesi, se il sogno dovesse realizzarsi, noi saremmo fieri di esserci“, ha dichiarato il vice presidente Giuseppe Lavazza a La Gazzetta dello SportLa decisione finale, come noto, sarà affidata al board ATP in calendario a marzo in occasione del torneo di Indian Wells. Ma già in questi giorni si saprà se Torino potrà davvero giocarsela fino in fondo.

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Le più importanti scarpe da tennis di tutti i tempi, con tanta Italia

La rivista “Racquet” ha stilato una Top 10 delle calzature più influenti nella storia del gioco. Ne avete mai comprato un paio? E perché proprio le Stan Smith?

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Stan Smith

Qui l’articolo originale

I produttori di scarpe creano calzature studiate appositamente per i tennisti da ormai 90 anni. Quasi un secolo di design ha consentito di arrivare ad una vasta offerta in termini di materiali specialistici, così come a proposte di stile al di fuori del campo di gioco. Il boom si è avuto negli anni ’80 e ’90, decadi nelle quali una moltitudine di brand del settore, spesso senza una pregressa credibilità sportiva a livello internazionale, ha introdotto un mix esaltante di efficacia nella performance e stile nella vita quotidiana.

In prima linea c’erano le italiane Lotto, Ellesse e Diadora, assieme ai giganti inossidabili Fila e Sergio Tacchini, ma questo fu solo l’inizio. Basta considerare che a marchi ancora storicamente rilevanti quali Dunlop (australiani) e Tretorn (svedesi) si aggiunse la pletora di calzature diverse indossate da atleti americani e tedeschi: fra queste annoveriamo Nike, adidas, Puma, New Balance, K-Swiss, Reebok e Converse, più le raffinatissime Le Coq Sportif francesi. La lista di firme che saltarono dal campo ai prodotti da passeggio (e viceversa) getta una luce quasi accusatoria sulla mancanza di varietà dell’offerta odierna – insomma, persino Gucci lanciò una scarpa da tennis. Anche se i brand di cui sopra hanno partorito centinaia e centinaia di modelli, ne abbiamo scelti 10 come i più importanti di ogni tempo.

JACK PURCELL

Keds, Converse e adidas avevano già cominciato ad interessarsi al mercato tennistico ai primi del ‘900, ma uno dei trend-setter più popolari per oltre trent’anni è il modello Jack Purcell, scarpa eponima creata nel 1935 per il famoso giocatore di badminton dai canadesi della B.F. Goodrich Company. La scarpa completò immediatamente la transizione verso il tennis, e fu per molto tempo “l’arma” scelta dai professionisti di maggior caratura. Converse comprò i diritti di produzione di questo modello negli anni ’70, e ha mantenuto vivo lo “smile” inciso sul puntale in gomma fino ai giorni nostri, grazie a linee di abbigliamento per uso quotidiano e a modelli creati in collaborazione con vari skater.

 

ADIDAS STAN SMITH

Anche se ci piacerebbe scrivere che sono i modelli intitolati a Rod Laver, a Lendl o il classico di culto Forest Hills a rappresentare il modello più iconico di casa adidas, la Stan Smith è probabilmente la più importante e influente scarpa da tennis di tutti i tempi, senza tema di smentita. Il modello nacque nel 1964, quando il francese Robert Haillet pubblicizzò la prima scarpa in pelle per adidas. È nota ai più la storia di come Haillet si ritirò e la sua immagine sulla linguetta fece posto a quella dell’americano Stan Smith nel 1971. Smith precedentemente utilizzava scarpe di tela, ma la possibilità di una sponsorizzazione fu sufficiente a fargli cambiare idea. Non solo il modello Stan Smith è diventato iconico nella moda di settore grazie a una moltitudine di collaborazioni e iterazioni del modello che ogni altra scarpa può soltanto sognare, ma rappresenta molto di più di un modello che resiste da decenni: la prima scarpa professionale in pelle, infatti, ha inaugurato nel tennis la corsa allo sviluppo e ai materiali che hanno permesso l’esplosione del prodotto negli anni ‘80 e ’90.

NIKE AIR TECH CHALLENGE II

Era lava incandescente a ribollire sui piedi di Andre Agassi ad Indian Wells nel 1990. Il “kid” rese ancora più famoso il modello che indossava in quel momento, l’Air Tech Challenge II, indossandolo qualche settimana più tardi nella medesima variante bianca, rosa e nera all’Open di Francia. La scarpa a tre quarti, disegnata da Tinker Hatfield in uno stile non troppo dissimile da quello della Air Jordan 4, sempre targata Hatfield e commercializzata nello stesso periodo, portò ad un approccio diverso nella costruzione del prodotto grazie all’Air-cuschioning (tecnologia a cuscinetto d’aria nelle suole, ndr), alla pelle sintetica leggerissima e alla conchiglia sagomata, ma non solo: lo stile della scarpa non si era mai visto su un campo da tennis, facendo sensazione e creando un’estetica a cui la Nike fa tuttora riferimento, anche a trent’anni di distanza.

ADIDAS BJ KING

Non c’è niente di più cool dell’essere un’apripista, titolo che Billie Jean King ha rivendicato innumerevoli volte. Uno dei suoi primati è quello di essere stata la prima atleta donna ad avere una scarpa a lei intitolata. Il suo classico stile di scarpa bassa includeva una suola di gomma e tre strisce con la firma a lato. Addirittura, il suo volto era riprodotto nella linguetta, corredato dalla scritta “endoserd by”. Piace pensare che la popolarità di quella scarpa aiutò Chris Evert a sfondare con il suo modello Converse negli anni ’80. La scarpa di King era popolare al punto che adidas ne creò varianti addizionali, incluso il primo modello in velluto colorato, cementando il blu come colore di riferimento di King.

NIKE AIR TRAINER 1

Quando il designer Tinker Hatfield creò una delle sneakers più cool dell’era moderna, non aveva il tennis in testa. Nel 1986, lavorando con John McEnroe, Hatfield spedì alla star americana una serie di scarpe da testare, incluso un paio di scarpe da allenamento non ancora sul mercato – più tardi rinominato Nike Air Trainer 1. Hatfield voleva soltanto che John le testasse durante l’allenamento e nient’altro, al punto che gli chiese specificatamente di non indossarle in pubblico. McEnroe non solo non ottemperò alla richiesta, ma decise anche di indossarle durante i tornei, segnando così una nuova direzione nelle calzature da tennis con rialzo del tallone, supporto laterale e chiusura di sicurezza a cinturino. McEnroe introdusse così un nuovo stile, sdoganando un look anche per le scarpe da allenamento, il cui utilizzo era già di per sé una novità all’epoca. Bo Jackson (star del football e del baseball, ndr) iniziò la sua collaborazione con Nike usando le Air Trainer 1, e l’impatto del prodotto è stato fondamentale sia per gli sviluppi tecnologici successivi che per il design dei modelli da passeggio.

FILA T-1

Fra tutti i marchi italiani degli anni ‘80, Fila probabilmente era il più innovativo per quanto riguarda il fashion. Conosciuta per il proprio stile e per il mix di colori che aveva portato nel mondo del tennis, Fila rappresentava il concetto di marchio di lusso, specialmente nel mercato nordamericano. La Fila T-1, in particolare, è l’archetipo dei modelli del brand, pensato per abbinarsi con tute variopinte. Questa scarpa in pelle è inclusa nella lista non tanto per ciò che fu in termini di prodotto, ma per ciò che Fila rappresentò per il tennis quando si interessò a questo sport negli anni ’70, e anche per il suo successo duraturo nel mondo della moda e dello sport, con il tennis come trave portante del proprio lavoro.

DIADORA BORG ELITE

Anche le persone che non seguivano il tennis negli anni ’70 avevano una vaga idea di come Bjorn Borg si presentasse su un campo da gioco. E anche se a volte indossava le Tretorn-Nytelites, la sua linea Fila fu quella che contribuì maggiormente a fissare il suo stile nell’immaginario collettivo. Detto questo, la Diadora Borg Elite che lo svedese utilizzò nei primi anni ’80 completò in maniera definitiva il suo iconico look, un esempio di come lo stile italiano – anche proveniente da più marchi messi insieme – stesse dando una vetrina internazionale ai produttori di scarpe che sponsorizzavano gli atleti. Le Borg Elite rappresentavano la massima espressione della tecnologia applicata al prodotto, impiegando la pelle di canguro in uno stile all’ultimo grido. Anche se oggi Borg non rappresenta più il marchio Diadora, il modello a lui dedicato vive ancora col nome di B. Elite, commercializzato come prodotto per la vita di tutti i giorni.

PUMA GV SPECIAL

Puma non ha mai smesso di produrre questo ibrido on-court/off-court sin da quando lo introdusse come scarpa personalizzata di Guillermo Vilas negli anni ’80. Progettato specificamente per l’appariscente argentino, era il frutto di una miscela di pelle e tessuto nella parte superiore della scarpa, risultando in un accessorio perfetto per la prestazione sportiva ma che allo stesso tempo non perdesse di vista le esigenze della moda. Giocando sullo stile personale di Vilas, Puma riuscì a portare un marchio chiaramente orientato allo sport – e, fatto non secondario, non italiano – nel mainstream del fashion. Tuttavia, i giorni migliori per questa calzatura sono arrivati in tempi più recenti, grazie all’unione fra colori classici e moderni e a un mix fra diversi materiali, combinando le strisce del marchio con design più modaioli.

ADIDAS EDBERG

Alcuni potrebbero opinare sull’inclusione della scarpa sponsorizzata da Stefan Edberg in questa lista, e avrebbero dei validi argomenti. La tecnologia stava iniziando a diventare preponderante nel design delle scarpe da tennis a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e adidas era un marchio di riferimento in questo senso. Sicuramente la adidas Lendl fu la prima del brand tedesco ad introdurre un prodotto all’avanguardia sul mercato, ma il modello dello svedese fece lo stesso con uno stile unico, a un prezzo più accessibile, e con quella che forse era la miglior tecnologia adidas del momento, la Torsion. Il modello Edberg non ha raccolto tutto il credito che meritava da un punto di vista visivo (sebbene l’accostamento di colori fosse perfetto per lo spirito degli anni ’90) e da un punto di vista tecnico, visto che fu il primo dotato della sopracitata tecnologia, ed è una fortuna che adidas abbia reintrodotto il modello sul mercato nel 2019 con il nome di Torsion Comp.

NIKE VAPOR

La scarpa che deve tutto a Roger Federer. La Nike Vapor è ora una serie ufficiale. Lanciata nel 2004 come Nike Air Zoom Vapor Speed, è stata riconvertita in più stili diversi, trasformandosi poi nel modello rappresentativo dell’intero stile tennis come inteso da Nike, stile che comprende a sua volta la Zoom Vapor Cage 4 indossata da Rafael Nadal. Tuttavia, è la Vapor ad essere meglio conosciuta, soprattutto nei modelli 9, 9.5 e 10. Il modello Vapor 9 fu lanciato nel 2012, quando che Federer e Hatfield si incontrarono per disegnarlo in una suite di un hotel parigino, ispirati dall’immagine di una figura in corsa.

Federer ha indossato una Vapor in 18 dei suoi 20 Slam vinti – non dimentichiamo che il momento più cool nella storia delle sneaker tennistiche ha avuto luogo quando Federer si è presentato calzando una “collaborazione” Vapor 9.5/Air Jordan 3 al primo turno dello US Open 2014 (contro Marinko Matosevic, ndr), ripetendosi nel 2016 quando ha usato entrambi i modelli durante un torneo – nel 2018, non solo era stato il modello più utilizzato da campioni Slam sia nel maschile che nel femminile, ma era anche il più indossato nel mondo del tennis in generale. E non è ancora finita. Nonostante quest’anno il modello Vapor abbia ceduto il passo al Cage, non sarebbe una sorpresa vedere un Vapor 11 in futuro, a mantenere questo modello il più rilevante per la prossima decade come lo è stato per la scorsa.

Tradotto da Michele Brusadelli

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WTA

WTA Lexington: Gauff supera Sabalenka, attesa per il ‘derby’ Williams

Prosegue la marcia della sedicenne Cori “Coco” Gauff che sconfigge la testa di serie n.2 Aryna Sabalenka. Giovedì sera 31° “Sister Act” tra Venus e Serena Williams

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Coco Gauff a Lexington 2020 (foto Wilson/TSOpen)

Prosegue a Lexington, in Kentucky, Il Top Seed Open, primo torneo WTA sul suolo statunitense dopo l’interruzione per la pandemia. Nella giornata di mercoledì dedicata al secondo turno della parte bassa del tabellone, l’incontro di cartello ha visto di fronte la testa di serie n.2 Aryna Sabalenka (n.11 WTA) e la sedicenne statunitense Coco Gauff (n. 53 WTA).

La partita non ha regalato gran tennis, con le due protagoniste che hanno commesso molti errori gratuiti, inclusi ben 24 doppi falli. Il primo parziale è stata una vera altalena di punteggio, passando dal 2-1 Sabalenka al 5-2 Gauff, per poi vedere la bielorussa andare a servire per il set sul 6-5 ma finire per cedere il parziale al tie-break per 7 punti a 4 dopo aver sprecato lo sprecabile all’inizio del “gioco decisivo” finendo subito sotto per 0-5. Dopo una lunga sosta fisiologica, Sabalenka è tornata in campo più centrata riuscendo a sfruttare un calo della teenager della Florida che ha lasciato scappare l’avversaria sul 5-2 nel secondo set, terminato con uno scambio di break che ha siglato il punteggio sul 6-4.

Dopo ben quattro break nei primi sei giochi del parziale conclusivo, Gauff ha effettuato l’allungo decisivo quando, dopo aver fallito l’ennesima palla break al settimo gioco, ha chiuso il match con un parziale di 12 a 3.

 

Sicuramente non ho giocato il mio miglior tennis oggi – ha spiegato Gauff al termine della battaglia – d’altronde è impossibile giocare il proprio miglior tennis per quasi tre ore: quando si gioca al meglio si tende a finire prima. Tuttavia non sono insoddisfatta del mio gioco, sono contenta di essere rimasta concentrata nei punti importanti. Ho giocato solo poche partite, non sono preoccupata per il mio livello di gioco, che è sicuramente molto meglio del livello degli allenamenti della settimana scorsa”.

Al prossimo turno Gauff si troverà di fronte la testa di serie n.8 Ons Jabeur (n. 39 WTA) che ha battuto al secondo turno la qualificata Olga Govortsova. “Sarà un match completamente diverso rispetto a quello di oggi – ha spiegato Gauff – lei è una giocatrice che sa variare molto bene i colpi, usa molto lo slice, sarà una partita difficile”.

Negli altri incontri vittorie per la ceca Bouzkova su Blinkova e dell’americana Brady sulla polacca Linette.

Grande attesa per la trentunesima sfida tra le sorelle Williams in programma giovedì non prima delle 12.30 locali, le 18.30 in Italia. I precedenti vedono in vantaggio Serena per 18 vittorie contro 12, con l’ultimo incontro tra le due che risale allo US Open 2018 nel quale Venus è riuscita a racimolare appena tre games.

Tutti i risultati:

[8] O. Jabeur b. [Q] O. Govortsova 3-6 6-2 6-4
M. Bouzkova b. A. Blinkova 6-4 6-2
C. Gauff b. [2] A. Sabalenka 7-6(4) 4-6 6-4
J. Brady b. [6] M. Linette 6-2 6-3

Il tabellone aggiornato

Il programma di giovedì 13 agosto

Centre Court – ore 11 (le 17 in Italia)
J. Teichmann v [5] Y. Putintseva
Non prima delle 12.30 (le 18.30 in Italia)
[1] S. Williams v V. Williams
Non prima delle 14 (le 20 in Italia)
C. Bellis v J. Pegula
[WC] S. Rogers v [Q] L. Fernandez

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WTA

WTA Lexington: Serena inizio lento ma vincente, trova Venus al secondo turno

Vittoria in rimonta per Serena Williams all’esordio a Lexington. Al prossimo turno trova la sorella Venus che ha battuto Victoria Azarenka. Vittorie per le teenager Gauff e Fernandez. Continua il momento nero di Sloane Stephens

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Serena Williams a Lexington 2020 (foto Katelyn Conn/TSOpen)

Debutto piuttosto tribolato per la testa di serie n.1 Serena Williams al Top Seed Open di Lexington in Kentucky dopo oltre sei mesi di assenza dai campi. Nel suo match di primo turno contro la connazionale Bernarda Pera (n. 60 WTA), Serena è apparsa spesso piuttosto ferma negli spostamenti e per lunghi tratti estremamente fallosa negli scambi da fondocampo.

Dopo aver fatto attendere la sua avversaria in campo per diversi minuti prima di presentarsi sul Centrale del Top Seed Club, Serena è partita in maniera molto lenta, faticando moltissimo sulla risposta al servizio e risultando quasi sempre la prima a commettere un errore non appena gli scambi si prolungavano. La svolta nella partita è arrivata sul 4-4 nel secondo set quando Pera, che si era aggiudicata il primo parziale per 6-4, si è trovata 0-40 sul servizio di Williams, con tre chance per andare a servire per il match. Qui Serena è riuscita a salvarsi bene con la battuta e con un paio di ottimi recuperi sul 15-40, mettendo poi giusto sulla riga un appoggio a campo aperto nel punto successivo.

Un paio di errori gratuiti di Pera e una maggiore regolarità di Williams negli scambi da fondo hanno chiuso il secondo parziale in favore della pluri-campionessa Slam, che ha poi preso il largo tranquillamente nel set decisivo senza però dare mai l’impressione di straripare.

 

L’atmosfera sul campo oggi era molto calma, rilassata – ha commentato Serena Williams dopo la vittoria – diversa da qualunque altra cosa abbia potuto sperimentare nella mia carriera. E non posso dire che mi dispiaccia. Oggi credo di aver vinto perché sono rimasta calma, so che posso giocare molto meglio di così, in allenamento gioco in maniera incredibile, ma oggi lei ha giocato davvero bene, ha messo a segno molti vincenti tenendo la palla bassa”.

A New York credo che sarà molto diverso, soprattutto all’interno dell’Arthur Ashe Stadium che è immenso. Mi sono allenata spesso con lo stadio vuoto, credo che dovrò fare riferimento a quella esperienza e sarà utile giocare anche Cincinnati a New York per potersi allenare sul campo più spesso”.

Qualche complicazione in più del previsto per la sedicenne Coco Gauff, che si è imposta in due set molto combattuti contro la connazionale Caroline Colehide.

A senso unico il match più atteso della giornata, quello tra le due ex n.1 del mondo Venus Williams e Victoria Azarenka. La quarantenne Venus ha sfoderato una prestazione di grande livello dall’inizio alla fine, lasciando ben poche chance alla bielorussa che non ha racimolato altro che cinque game. Venus ha così perfezionato la trentunesima edizione del “Sister Act”, dal momento che al prossimo turno incontrerà sua sorella Serena in quella che è stata per tante volte la finale di uno Slam e comunque uno degli scontri che ha segnato un’epoca nel tennis. “Da una campionessa all’altra, il mio tabellone è davvero duro – ha detto Venus in conferenza stampa – d’altronde so che non giocherò in eterno quindi voglio incontrare le giocatrici migliori, e [con Vika e Serena] credo di essere stata esaudita“.

Nell’ultimo match della giornata un’altra sorpresa sulla carta, che però non è troppo una sorpresa per chi segue il circuito: la 17enne canadese Leylah Fernandez (n. 120 WTA), proveniente dalle qualificazioni, ha avuto la meglio in due set della testa di serie n. 7 Sloane Stephens, campionessa dello US Open 2017. Davvero troppi errori per Stephens, per la quale l’interruzione del tour per la pandemia non è servita a invertire la tendenza negativa consolidata all’inizio della stagione durante il quale ha inanellato ben cinque sconfitte in sei incontri disputati. Curiosamente le due si erano già incontrate a Monterrey in febbraio nell’ultimo match disputato da Stephens prima della pausa.

Tutti i risultati:

[1] S. Williams b. B. Pera 4-6 6-4 6-1
C. Gauff b. [Q] C. Dolehide 7-5 7-5
V. Williams vs V. Azarenka 6-3 6-2
C. Bellis b. [LL] F. Di Lorenzo 6-1 6-2
J. Teichmann b. [Q] A. Kalinskaya 6-2 7-5
[5] Y. Putintseva b. A. Tomljanovic 6-0 6-4
[WC] S. Rogers b. M. Doi 6-4 4-6 6-2
A. Blinkova b. [Q] K. Ahn 2-6 6-4 3-1 rit.
[Q] O. Govortsova b. [Q] B. Mattek-Sands 7-6(4) 6-1

Il tabellone aggiornato

Il programma di mercoledì 12 agosto

Center Court, ore 11 (le 17 italiane)
[8] O. Jabeur v [Q] O. Govortsova
A. Blinkova v M. Bouzkova
C. Gauff v [2] A. Sabalenka
[6] M. Linette v J. Brady

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