La terza vita di Kim, un'altra mamma sfiderà le teenager (Clerici). Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Canfora). Billie Jean King: "Pensa alla tua battaglia, dando tutto" (Piccardi)

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Clerici). Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Canfora). Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 13 settembre 2019

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La terza vita di Kim, un’altra mamma sfiderà le teenager (Gianni Clerici, Repubblica)

Chissà se quella che — con le intenzioni più gentili — avevo ribattezzato “la pastorotta”, per il suo aspetto tanto diverso da una normale tennista soprattutto per la sua muscolatura, che la faceva somigliare a una donna dei campi, è ritornata dopo aver preso visione del triumvirato Federer, Nadal e Djokovic, o dopo essersi ispirata alla finale maschile dello Us Open, e a Rafa Nadal che, di muscoli, non ne ha certo meno di lei. Kim Clijsters potrebbe anche essere l’iniziatrice, figlia di un famoso calciatore e di una ginnasta, di una prassi divenuta abituale poi nell’Est, di tenniste predestinate, nate per diventare campionesse. Le notizie che vengono dal suo Paese, il Belgio, ci dicono che la fiducia in sé stessa tennista le è ritornata ma non ne approfondiscono le cause umane o sentimentali. Kim era stata la terza donna a vincere uno Slam da mamma, dopo simili avventure di Goolagong e di Court Smith, quest’ultima ricordata in questi ultimi giorni per la possibilità — poi svanita — di essere raggiunta da Serena al suo ventiquattresimo Slam. La pastora ritornò anche numero uno il 14 febbraio del 2011, dopo che aveva lasciato nel 2007 per poi ripresentarsi nel 2009. Il presidente e ceo della Women’s Tennis Association, Steve Simon, ha già fatto sapere che «spinta dal suo amore per il tennis, questa amabile campionessa continuerà a ispirare donne e uomini in ogni strada — avrei detto campo — del mondo. Auguro a Kim i migliori successi nel nuovo capitolo della sua carriera di giocatrice». Terminate simili informazioni diplomatiche veniamo informati che la Clijsters lavorerà nuovamente con il suo ex coach Carl Maes, e la sua osteopata […]

Copertura del Foro. Tra Binaghi e Malagò scambio di accuse (Mario Canfora, Gazzetta dello Sport)

 

Binaghi-Malagò: ormai è rissa verbale, con spettatore coinvolto il presidente e a.d. di Sport e Salute Rocco Sabelli […] Binaghi il primo attacco al presidente del Coni lo porta sui contributi: «Sabelli ci ha ribadito che ci sarà oggettività, è finita la bancarella e verranno premiati i migliori. Si passa dal medioevo al futuro». Poi tocca il tema della copertura del Foro Italico: «Abbiamo scoperto che il Coni si è opposto, non vuole portare avanti la procedura finché non viene firmato il contratto di servizio con Sport e Salute». Durissima la replica di Malagò: «Binaghi delirante, non si permetta più di mistificare la realtà dei fatti. Non so cosa voglia dal Coni e cosa il Coni debba fare con questo progetto. C’è la Sport e Salute, facessero quello che lui dice che questi fenomeni che sono arrivati sono in grado di fare». Controreplica di Binaghi: «Non sono io a delirare, chiedete a chi ha partecipato alla riunione che cosa ha detto il segretario del Coni, Mornati, sulla copertura del centrale» […]

Billie Jean King: “Pensa alla tua battaglia, dando tutto” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera 7)

Le dimensioni non contano. Sennò non si spiegherebbe come questo donnino di 164 centimetri, piedi da geisha e mani da bimba, la montatura rossa degli occhiali balsamo dell’austero marchio di fabbrica di un’infanzia da figlia primogenita di una famiglia conservatrice metodista di Long Beach (California), papà pompiere e mamma casalinga, abbia avuto la forza di prendersi sulle spalle il tennis femminile quando le ragazze con la racchetta non se le filava nessuno, altro che Serena Williams sulla cover di Vogue. È a Billie Jean King, 75 anni (quasi 76) portati in giro per il mondo con l’energia di un’adolescente, che Serena deve dire grazie se oggi, giocando a tennis come una donna, guadagna come un uomo. È sempre a lei che dobbiamo le prime undici sportive milionarie nella classifica 2019 dei guadagni di Forbes: tutte e undici tenniste […] Più che per i tornei che ha vinto (12 titoli Slam su ogni superficie, oltre a tutto il resto), Billie Jean è ricordata per un unico indimenticabile match, giocato in un’era geologica precedente ma tuttora attualissimo. Era il 20 settembre 1973 e davanti ai 30 mila spettatori (90 milioni come audience globale) dell’Astrodome di Houston Billie Jean rifilava 6-4, 6-3, 6-3 a quel “porco sciovinista” (cit.) di Bobby Riggs: più che una partita di tennis, un autodafé che 46 anni dopo continua a indicare un clamoroso momento di rottura. Da lì in poi, le ragazze dello sport avrebbero cominciato ad alzare la voce per chiedere — e ottenere — parità di diritti […] La lotta delle donne per la parità dei diritti beneficia ancora oggi della sua vittoria sul collega Bobby Riggs, Billie Jean. Aveva avuto la percezione, all’epoca, della portata di ciò che stava facendo? «Sapevo che il match aveva molto più a che fare con i cambiamenti della società che con il tennis. C’erano troppe cose in palio: il futuro della legge federale sui diritti civili, approvata dal congresso degli Stati Uniti nel 1972, che ci tutela dalla discriminazione sessuale, e le sue implicazioni. Il movimento femminista in quegli anni era all’apice della sua forza: temevo che, se non avessi vinto, la mia sconfitta sarebbe stata interpretata come un passo indietro rispetto ai progressi che avevamo fatto». Su quel match pesarono anche sospetti di combine. Come è possibile che un uomo (sia pur 55enne) perda da una donna, in effetti? «Bobby era stato campione di Wimbledon e dell’Us Open, e numero uno del mondo. Tutto, tranne che un tennista scarso. Però, come dice lei, aveva 55 anni e io, con le motivazioni che avevo in corpo, 29. Uno dei grandi insegnamenti di mio padre Bill è stato: mai sottovalutare l’avversario. Presi quel consiglio alla lettera e scesi in campo contro Bobby, che aveva battuto facilmente Margaret Court pochi mesi prima in una battaglia dei sessi in forma embrionale, armata di un rispetto totale per il suo tennis e il suo talento. Ecco perché, alla fine, vinsi io» […] Oggi una battaglia dei sessi, ad esempio Serena Williams contro Nick Kyrgios, avrebbe senso secondo lei? «Se sei la prima nella storia a fare qualcosa, quel momento sopravviverà negli anni. Quindi no, donna contro uomo nel 2019 non avrebbe senso. E men che meno l’appeal che ebbe nel ’73» […] Ai tempi della battaglia per l’eguaglianza delle donne, chi fu la sua principale fonte d’ispirazione? Insomma, come ci si inventa pasionaria? «Tutto cominciò con un’intuizione. Avevo 13 anni ed ero al Los Angeles Tennis Club. Guardandomi intorno, notai che chiunque giocasse a tennis era bianco. Chiesi a me stessa: dove sono tutti gli altri? In quel momento decisi di convogliare tutte le mie forze nella lotta per l’eguaglianza dei diritti». Quale era la sua paura più grande? Fallire, rendersi ridicola? «Sapevo di dover attirare l’attenzione per farmi sentire. Pensai che un buon modo sarebbe stato diventare numero uno del mondo: il tennis fu la piattaforma globale da cui parlare per lanciare i miei messaggi». Come si sente, Billie Jean, quando la parità di montepremi tra maschi e femmine viene tutt’oggi contestata (spesso dagli uomini)? «Le discussioni su questo argomento non si spegneranno mai, nemmeno quando avremo raggiunto la parità anche negli altri sport. Ma l’evoluzione non può che passare da qui: pari guadagni per pari lavoro. Le future generazioni di leader non potranno prescindere da questo punto». Considera Megan Rapinoe la sua erede? Si rivede in lei? «Collaboro con le calciatrici dal Mondiale ’99, vinto dagli Stati Uniti, e con la Federcalcio mondiale. Per la popolarità del loro sport, le calciatrici sono le portavoce di questa generazione di donne. Megan si batte per ciò in cui mi battevo io, pari trattamento con gli uomini sotto ogni punto di vista: premi, visibilità, allenamento, trasferte. Se le giocatrici americane ci riusciranno, saranno d’ispirazione per tutte le altre calciatrici del pianeta. Il ruolo di Rapinoe è fondamentale». Ci crede Billie Jean che le calciatrici italiane che sono arrivate nei quarti del Mondiale per la legge italiana sono dilettanti? «Non è normale, non può esserlo nel 2019! Loro fanno al meglio il loro lavoro, ma a trarne vantaggio sono altri… Serve il professionismo con le sue tutele anche in Italia, subito!». Le è piaciuta Emma Stone nei suoi panni nel film «La battaglia dei sessi»? «Il film ha colto l’essenza della storia e Emma è stata assolutamente fantastica. Mi ha studiata bene: camminava persino come me! Sono onorata di essere stata interpretata da un’attrice così talentuosa». A quasi 38 anni Serena Williams sembra distratta da troppi ruoli: mamma, attivista, celebrity, socialite… Continuerà a vincere titoli Slam secondo lei? «Dipende dalle sue priorità. Vincerà ancora molto solo se metterà da parte tutto il resto e si dedicherà anima e corpo al tennis. Lo sport professionistico richiede dedizione totale. Il tennis con Serena è migliore: è una campionessa strepitosa e un’attivista preziosa. Della sua forza trainante non possiamo fare a meno» […] La prossima battaglia, Billie Jean? «La parità dei diritti mi starà a cuore finché avrò respiro. Per le donne, la comunità Lgtb, gli afroamericani, le minoranze. E non mi darò pace finché non l’avrò raggiunta».

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Nadal chiude l’anno da numero uno ma Zverev lo manda a casa prima (Scanagatta). Nadal, la maledizione del Masters (Crivelli, Marcotti). Barazzutti: “È un’altra Davis ma vinciamola” (Grilli)

La rassegna stampa del 16 novembre 2019

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Nadal chiude l’anno da numero uno ma Zverev lo manda a casa prima (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno)

LONDRA (Inghilterra) Rafa Nadal chiude l’anno in vetta alla classifica Atp ma incassa nello stesso giorno una brutta delusione: la vittoria di Zverev su Medvedev infatti lo elimina dalle semifinali che oggi vedranno opposti Federer e Tsitsipas alle 15 italiane e Zverev-Thiem alle 21. Nell’incontro serale di ieri Alexander ha battuto il russo Daniil Medvedev in due set con il punteggio di 6-4, 7-6 (4). Non ci sarà quindi oggi l’ennesima sfida, la n.41 della storia infinita in semifinale tra Nadal e Federer (26 duelli a 14 il bilancio favorevole allo spagnolo): la notizia arriva dopo che in un festival di luci, musiche e crepitio di applausi, il presidente uscente dell’ATP Chris Kermode gli ha consegnato il mega trofeo per il miglior tennista dell’anno. A 33 anni e mezzo Rafa, 2 slam vinti (Parigi e New York) e uno perso in finale (Melbourne), 2 masters 1000 (Roma e Montreal), è il più anziano n.1 dacchè esiste l’Atp (1973). «Se me l’avessero detto anni fa che a questa età sarei stato ancora il primo giocatore del mondo non ci avrei mai creduto!». Il premio gli era già toccato altre 4 volte (2008,2010, 2013, 2017). E sempre nel corso di uno dei pochi tornei finora mai vinto. Eguaglia i 5 “troni” di fine anno di Roger Federer e Nole Djokovic. Nole, 31 anni e mezzo 12 mesi fa, era stato re più anziano di Lendl e Agassi (29enni). In 16 anni dominati dal trio dal 2004, l’unico re “imbucato” è stato Andy Murray (2016). Però Pete Sampras aveva fatto meglio di tutti: king 6 anni di fila, 1993-1998! Rafa aveva da poco battuto al termine d’una aspra maratona di grandissima qualità (67 64 75, 2h e 52 minuti) Stefanos Tsitsipas, assai sportivo per aver lottato da gran guerriero pur sapendosi già qualificato per una semifinale. Non tutti, di certo non Lendl, l’avrebbero fatto. Sarà stanco oggi? «Sono giovane, sto bene, non credo che ne risentirò». Nadal per la 128ma volta in carriera era riuscito a vincere un match senza concedere una sola pallabreak: «Ho servito molto bene e questo mi ha permesso di essere molto più aggressivo e di venire molte volte a rete». Sono state addirittura 33 discese con 28 punti, numeri impensabili per il Nadal dei primi anni. Oggi si imbarcherà su un volo per Madrid dove, da lunedì decollerà la nuova Davis di… Piquè, nuovo formato, 18 nazioni divise in 6 gruppi e fra queste l’Italia di Berrettini, Fognini, Seppi e Bolelli. Rafa ieri sera doveva tifare Medvedev contro Zverev per chiudere il “gruppo Agassi” da n.1 (e sfidare oggi Federer, n. 2 del “gruppo Borg”). Ma è finito n. 3 dietro Tsitsipas n.1 (il greco ha vinto i suoi 2 match in 2 set) e Zverev n.2. Su www. Ubitennis.com interviste integrali di Nadal, Federer e gli altri.

Nadal, la maledizione del Masters (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Maledizione perenne. II Masters continua a turbare i sogni di Nadal, guerriero indomito che nell’ultimo torneo dell’anno è sempre costretto a rinfoderare la sciabola (solo due finali, perse, nel 2010 e nel 2013), o per la forza degli avversari o per le avverse condizioni atletiche. Anche stavolta ci era arrivato con i muscoli (dell’addome) doloranti e non gli sono bastate due partite all’altezza del suo blasone dopo la sconfitta d’acchito con Zverev per strappare un posto in semifinale, dove l’avrebbe atteso Federer. […] Rafa tuttavia si congeda non soltanto con il premio del primo posto in classifica, ma con gli applausi e i cuori palpitanti per una vittoria spettacolare contro Tsitsipas. Il greco, già qualificato, gioca con l’ambizione del campione, lotta e non si tira indietro, intasca il primo set ma alla fine è logorato dall’enorme rendimento al servizio del maiorchino, che non concede neppure una palla break per la 128′ volta in carriera: ogni volta che è successo, ha sempre vinto. Chapeau, comunque sia andata. Meglio uno Slam Sembra d’altronde uno scherzo del destino che Nadal abbia ricevuto come sempre la coppa di numero uno del mondo di fine stagione nel torneo a lui più ostico. Una sorta di splendida consolazione: «Certamente riconosco che è un traguardo speciale, lo raggiungi soltanto se sei stato costante per 11 mesi. Ma vincere uno Slam per me resta qualcosa di unico e di magico, perché quando ottieni il punto decisivo avverti subito l’emozione del successo: quest’anno, per esempio, trionfare agli Us Open è stato molto più che emozionante, soprattutto per il modo in cui ci sono arrivato, dopo una finale cosi combattuta». Due Major a lui, due a Djokovic, con Federer sconfitto da Nole all’ultimo atto di Wimbledon in una delle partite più appassionanti e palpitanti di sempre: da 15 anni, con l’eccezione dell’altro Fab Four Murray nel 2016, la vetta del ranking allo spirare della stagione è affare dei tre leggendari moschettieri. Non a caso Rafa ha raggiunto Roger e Novak (più Connors) a quota cinque (Sampras resta primatista con sei), in una sorta di abbraccio eterno con i rivali insieme ai quali sta segnando un’epoca mitica e irripetibile. L’ora del rimpianti Non solo: il satanasso maiorchino, a 33 anni, è il più vecchio di sempre ad aver centrato il traguardo e gli 11 anni trascorsi dalla prima volta rappresentano un record. Già, Nadal cominciò a prendersi il mondo nei 2008, quando esorcizzò il dominio di Federer sull’erba dei Championships e poi ci aggiunse l’oro olimpico a Pechino. «Tornando indietro, allora non avrei mai pensato di ritrovarmi qui a 33 anni a festeggiare un’altra volta. C’è tanto lavoro alle spalle, soprattutto nell’ombra, quello che non si vede, fatto di duri allenamenti quotidiani, dí sacrifici, di grande passione. Ma senza gli infortuni, avrei potuto finire l’anno al numero uno almeno un altro paio di volte: penso al 2012, fino al Roland Garros giocai probabilmente il miglior tennis della mia carriera, poi mi feci male a un ginocchio. E la cosa più frustrante è non poter combattere non per tua volontà». Infatti il Rafa ferito, agli altri record, aggiunge pure quello di essere il solo della storia ad aver riconquistato la vetta in quattro occasioni non consecutive, però gli sfregi del tempo adesso richiederanno scelte ponderate: «Rimanere numero uno non sarà il mio obiettivo principale, io voglio continuare a giocare il più a lungo possibile, perciò dovrò valutare un calendario che preservi la mia salute». Da qui all’eternità

Nadal fa un’altra magia, ma è fuori (Gabriele Marcotti, lI Corriere dello Sport)

Un’altra rimonta entusiasmante, un’altra battaglia feroce. Poco meno di tre ore per superare anche Stefano Tsitsipas e festeggiare nel migliore dei modi la fine dell’anno sul tetto del mondo. Ma il successo in serata di Alexander Zverev contro Daniil Medvedev nega a Rafael Nadal la meritata semifinale alle ATP Finals di Londra. Quella contro il talento greco resta così una vittoria bella quanto inutile, che rovina (in parte) la gioia per un altro Natale da n.1 del ranking mondiale. E’ la quinta volta che il campione di Manacor chiude la stagione davanti a tutti (2008, 2010, 2013, 2017), un record condiviso con Novak Djokovic, Roger Federer e Jimmy Connors. Epilogo scontato dell’ennesima annata eccezionale dello spagnolo: 53 match (7 le sconfitte), quattro i tornei vinti, compresi due Slam (Parigi e New York). La sconfitta di giovedì di Djokovic contro Federer gli aveva già assicurato la difesa del primo posto mondiale, che però ieri Nadal ha onorato con un’altra epica battaglia dopo quella vinta, mercoledì, contro il russo Daniil Medvedev. Già sicuro della qualificazione il greco Tsitsipas si aggiudica la prima frazione al tie-break, ma nei due set successivi, giocati da Nadal in maniera impeccabile (senza concedere una sola palle-break), il maiorchino trova due break chirurgici che gli consegnano il match. La speranza di rinnovare la rivalità contro Federer in semifinale dura però poche ore, il tempo perché Zverev battesse Medvedev in un’ora e 20′. II russo non lascia nulla, ma lo Zverev ritrovato di Londra è troppo per lui. […] «Non avrei mai pensato, con tutto quello che mi è capitato nel corso della mia camera, di ritrovarmi qui, a 33 anni e mezzo, con questa coppa in mano» le parole dello spagnolo, visibilmente commosso.

Barazzutti: “E’ un’altra Davis ma vinciamola” (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

Non mi piace il format della nuova Davis, che ne esce solo svilita. Scordatevi la Coppa che abbiamo tanto amato, i match lunghi tre giorni (se non finivano di lunedì), le Davis assegnate dopo una sfida drammatica magari tra due peones (chi si potrà mai dimenticare il trionfo francese sulla Svezia regalato da Boetsch,10-8 al quinto set su Kulti?), le 6 ore e 22 minuti servite a McEnroe per battere Wilander; Sampras che sviene subito dopo il match ball con Chesnovkov sulla terra di Mosca. […] Da lunedì si parte con un nuovo format, sette giorni di gare con 18 squadre (chi vince dovrà sostenere la bellezza di cinque incontri) e tutte le partite al meglio dei tre set. Ci sarà anche l’Italia del capitano Barazzutti, che con la vittoria nel match d’apertura su Fillol spianò la strada al trionfo azzurro in Cile, in quel benedetto 1976, e che dal 2001 guida dalla panchina le sorti del nostro team. «C’è grande voglia di chiudere bene un anno straordinario per il tennis italiano. Dopo tanti successi in singolare, una bella prova di squadra sarebbe il massimo» Due giocatori – Berrettini e Fognini – tra i primi 12 della dassifica, come solo la Spagna può vantare. Possiamo considerarci tra i favoriti? « Sicuramente puntiamo al massimo, possiamo e vogliamo sperare in un buon risultato. Però partiamo affrontando un girone non certo facile in una competizione che è un’incognita: così ristretta, con cinque partite da giocare in una settimana, conterà anche la condizione fisica, che alla fine della stagione non può essere al massimo». II Canada subito lunedì può darci fastidio. «Shapovalov e Auger-Aliassime – se quest’ultimo si sarà ripreso dagli ultimi acciacchi – sono due giocatori giovani e ambiziosi, molto pericolosi. Giocheranno sicuramente loro, adesso che Raonic si è tirato fuori. Dovremo dare subito il massimo». Gli Stati Uniti sono un gradino sotto? «Forse, ma sono tutti grandi battitori, cosa che su un campo veloce come quello di Madrid – si giocherà in altura, poi – può essere decisivo. Secondo me il capitano Fish punterà su Opelka, e poi su Fritz o Querrey». Berrettini vi ha raggiunto ieri da Londra, dopo una buona partecipazione alle Atp Finals. In che condizioni sarà tra due giorni? «Matteo ha avuto una stagione lunga e faticosa, per sua fortuna ha dovuto giocare tante partite… Però è arrivato a Madrid con grande fiducia e spero che sappia recuperare mentalmente». E Fognini? Ha avuto la migliore stagione della carriera, però le sue ultime dichiarazioni hanno sorpreso, lasciando un senso di incompiutezza. «Penso che Fabio sia dispiaciuto per la mancata qualificazione al Masters, che lui pensava fosse alla sua portata, sicuramente dopo Montecarlo non sono arrivati i risultati che si aspettava. Però si sta allenando bene in questi giorni, a Madrid giocherà con grandi motivazioni». Bolelli e Seppi si occuperanno del doppio, mentre Sonego, il quinto uomo, è reduce da una serie negativa (cinque sconfitte di fila al primo turno). «E’ vero, Lorenzo ha perso qualche partita di troppo ultimamente, però sempre contro avversari di buon livello. Anche lui è reduce da una ottima stagione, quarti di finale a Montecarlo e il torneo Atp vinto ad Antalya. E’ un ragazzo su cui possiamo contare». Pentito di non avere chiamato Sinner? ‘Jannik è l’Under 18 più forte del mondo, una risorsa fondamentale del nostro tennis del futuro prossimo, anche in chiave Coppa Davis. Per il resto l’ho già detto: ho parlato a suo tempo con lo staff del ragazzo, mi è stato risposto che il programma di Sinner prevedeva il torneo di Ortisei poi un periodo di riposo in vista della ripresa degli allenamenti, pensando a un 2020 che sarà sicuramente molto impegnativo per lui». Barazzutti e la Coppa Davis, una bella storia. «Ho amato questa competizione, che ti spingeva sempre a dare il meglio di te. Partite lunghissime, la spinta del pubblico, erano tre giorni interminabili. Ho amato ogni partita che ho fatto, ma certamente il trionfo in Cile, e poi la prima gara e l’ultima in maglia azzurra (rispettivamente nel 1972 contro l’Austria e nel 1984 contro la Gran Bretagna, ndr) hanno, anche a distanza di anni, un sapore particolare». Non le piace proprio, la nuova Coppa Davis? «Una formula così particolare, con 18 squadre al via e tanti incontri in pochi giorni, a mio parere impoverisce una manifestazione importante come la Coppa Davis. Con la formula tradizionale aveva il prestigio di un torneo del Grande Slam, così mi sembra più vicina a uno di categoria 250. Però è doveroso aggiungere una cosa». Certo, ci dica. «I tempi cambiano, anche nello sport, e noi dobbiamo accettare le novità. Per questo sono anche curioso di vedere all’opera questa formula e spero sinceramente in un successo della Coppa Davis, in termini di pubblico e di spettacolo». Però certe emozioni, e ci viene in mente la sua vittoria del 1979, per 7-5 al quinto set contro Lendl in un Foro Italico stracolmo, difficilmente si potranno rivivere nei prossimi giorni. «No, di quello sono sicuro. Non torneranno più».

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Le vittorie di Federer su Djokovic e di Berrettini su Thiem alle ATP Finals sulla stampa italiana (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Ferri)

La rassegna stampa di venerdì 15 novembre 2019

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Federer vendica Wimbledon. Djokovic fuori – Thiem battuto: «Che orgoglio! E adesso la top-5» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Marte vendicatore veste di nero e la sua balestra è una racchetta che scaglia dardi avvelenati e imprendibili: quattro mesi esatti dopo (14 luglio-14 novembre) la drammatica finale di Wimbledon persa con due match point a favore, una delle ferite più sanguinanti nella carriera del Divino, Federer si prende la più dolce delle rivincite su Djokovic, infliggendogli l’onta dell’eliminazione già nel girone e la delusione del numero uno di fine anno che si appoggia sulle spalle di Nadal per la quinta volta. Somiglia a una sorpresa, alla luce delle prime due uscite di entrambi, ma Roger la fa sembrare normale offrendo al solito pubblico tutto per lui una prestazione quasi perfetta. Dimenticati gli impacci, ritrovata la velocità di piedi e di pensiero, il Maestro costruisce il proprio dominio al servizio, ottenendo l’81% di punti con la prima e aggredendo la battuta dell’avversario, in difficoltà già dal primo game. Nole invece non legge mai le traiettorie dei servizi del rivale, lascia in cantina la famigerata risposta (nel primo set non ottiene neppure un punto sulla seconda dello svizzero) e appare troppo frettoloso da fondo. Ha solo un momento di scuotimento, nel quarto game del secondo set, quando si procura l’unica palla break della sua partita, ma l’altro la annulla preparandosi la facile volée vincente con due dritti da sogno. «Niente da dire, Roger è stato migliore di me sotto tutti i punti di vista, mi spiace aver chiuso un anno così bello in questo modo, ma devo accettare anche giorni così». I giorni di un’altra resurrezione del Divino: «Ho giocato bene fin dall’inizio perché avevo di fronte un grandissimo avversario. La differenza rispetto a Wimbledon? Qui ho sfruttato i match point…E sono rimasto calmo per tutta la partita». […]


Scende una lacrima sul volto di Berrettini dopo la vittoria contro Thiem: finalmente Matteo libera le emozioni alla fine di una corsa fantastica cominciata a New York e culminata con il primo successo italiano di sempre alle Finals, una piccola impresa che non era riuscita né a Panatta nel 1975 né a Barazzutti nel 1978. Matteo, cosa le resta di queste Finals? Per prima cosa, un po’ di sano rosicamento per le due sconfitte. Era da un po’ che non provavo sensazioni simili, ho preso due belle “legnate”. Certo, dai giocatori più forti del mondo, però mi aiuteranno tantissimo per trovare nuovi stimoli. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, davanti al mio team, alla mia famiglia, ai miei amici: è stata una stagione lunghissima, ci sono stati momenti in cui sono stato davvero insopportabile, questo premio è per loro.

 

Matteo, nel 2020 almeno fino ad aprile non avrà molti punti da difendere: significa poter consolidare la top ten.

Non è il mio obiettivo. Queste Finals mi hanno insegnato che posso stare a questo livello ma al tempo stesso che devo migliorare ancora per poter pensare di battere con costanza tutti i più forti. Dovrò fare una preparazione che possa tenermi competitivo fino a novembre. So che devo ancora investire tanto perché in campo ho sentito la differenza. La Top Ten, il Masters fino pochi mesi fa erano qualcosa di impensabile. Però io sono un tipo ambizioso e quindi dico “perché non provare a salire ancora?”. Lavorerò duro per essere sempre migliore e probabilmente non mi accontenterò nemmeno se dovessi arrivare in Top 5. […]

Federer perfetto, Djokovic a casa – Berrettini, altro passo nella storia (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Un Federer d’annata schianta Novak Djokovic e stacca il biglietto della semifinale delle ATP Finals. Si erano lasciati a Wimbledon, al termine di una delle finali dei Championships più emozionanti, vinta dal campione serbo al tie-break del quinto set, dopo che Federer non era riuscito a sfruttare due match-point. Ieri sera, al cospetto di una 02 Arena stracolma di spettatori e rimbombante di un tifo sperticato per l’elvetico, Federer si è preso l’attesa rivincita. Netta e chirurgica, spettacolare e inappellabile. Due set in un’ora e 13 minuti di classe cristallina. Un epilogo senza ombre né possibili rimpianti per Novak, che non solo saluta Londra, ma è anche costretto ad accantonare il sogno di festeggiare il Natale da n. 1 al mondo. Toppo forte, a tratti persino ingiocabile, il Federer del primo set, che strappa il servizio al serbo al terzo game, dominando con il servizio. In cinque turni di battuta concede la miseria di soli tre punti, conducendo in porto, in assoluta autorevolezza la frazione. Impressionante la sintesi numerica della prima metà della partita: 83% di prime palle, con l’84% di punti vinti con la prima di servizio, addirittura il 100% con la seconda. La perfezione. Una prestazione strabordante die manda in visibilio i 15.000 sulle tribune, tutti compatti al suo fianco. Sembra cambiare l’inerzia in apertura di secondo set. Dopo aver annullato due palle-break nel primo game, Djokovic, per la prima volta nel match, riesce a mettere in fila tre punti sul servizio di Federer, e nel quarto game ha addirittura la prima e unica palla break del match, ma Federer prima salva il gioco, quindi, in quello successivo, trova il secondo decisivo allungo del match. E’ la resa anticipata, che si concretizza nel nono game, quando Federer chiude la contesa, aggiudicandosi a zero il servizio di Djokovic. […]

Prima di ieri pomeriggio Matteo Berrettini aveva vinto 42 match nel 2019. Tutti ugualmente fondamentali per consentirgli l’irresistibile scalata del ranking mondiale. Una fortunata ascesa che in undici mesi lo ha portato da n. 54 all’ingresso nella Top 10, consentendogli così di giocare il torneo riservato ai migliori 8. Un motivo di orgoglio, a prescindere. Persi i primi due incontri, il 23enne romano ci teneva disperatamente a chiudere al meglio la sua prima partecipazione nel torneo dei Maestri. E c’è riuscito. Centrando la vittoria più inutile, eppure storica per il tennis italiano. Nonostante l’eliminazione in tasca, infatti, Berrettini è diventato il primo azzurro di sempre a vincere un match alle Finals. Sia Adriano Panatta che Corrado Barazzutti, avevano rimediato tre sconfitte nelle loro uniche apparizioni, il romano senza addirittura vincere un solo set. Matteo è stato più bravo di loro: in un’ora e 16′ ha battuto Dominic Thiem, regalandosi l’ennesimo primato di una stagione già da incorniciare. Una vittoria netta e meritata che legittima il suo accesso nell’élite mondiale. «Sono molto orgoglioso di me stesso, ma devo ringraziare chi, nel corso di tutta questa stagione, mi è stato vicino anche quando ero insopportabile – le parole di Berrettini – Oggi ho giocato bene, ma non penso di aver demeritato neppure negli altri due match, nonostante le sconfitte. Il livello del mio tennis è sempre stato all’altezza del torneo. Ma so che che devo lavorare ancora tanto per restare costantemente a questi livelli […] Ora mi sento molto stanco, ma è normale perché sono solo due anni che gioco nel Tour. Sono certo che l’anno prossimo andrà meglio. Questo torneo è stato di grande insegnamento, bisogna imparare ad accettare il proprio livello, e dunque anche le eventuali sconfitte, come ha detto Nadal. Adesso non penso alla classifica, ma solo a migliorare». […]

Troppo Federer, Djokovic è fuori (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c’è vendetta, non poteva esserci senza un titolo in palio. Ma è una lezione di quelle che Novak Djokovic avrebbe potuto archiviare nello stile di Berrettini. «Maestro, quanto le debbo per il disturbo?». Il maestro è lui, Roger Federer, quello che aveva realizzato un’opera d’arte nella finale di Wimbledon, e se l’era ritrovata firmata da Djokovic, per essersi distratto un attimo alla fine. Sempre lui, quello che quando gioca in leggerezza non ce n’è per nessuno. Ancora lui, che le Finals le ha vinte sei volte ed è tornato in corsa per il settimo successo. Che cosa ha fatto la differenza fra questo match e quello di Wimbledon? «Che qui ho messo a segno il match point» la risposta, sintetica ma certificata. Un Masters cominciato con mezzo Federer opposto a Thiem, poi trasformatosi in un Roger a tre cilindri contro Berrettini, infine tomato in tutto e per tutto se stesso ieri sera, contro Djokovic, l’avversario che più volte gli ha fatto venire la mosca al naso. Forse perché è uno che non ha mai rinunciato a sfidarlo, e non solo sul campo. Perché dice che lo raggiungerà negli Slam, e assicura che sarà lui a ottenere quel Grand Slam che nessuno è riuscito ad afferrare. Così, se ci sono vittorie che danno più soddisfazione di altre, questa è stata una di quelle, potete starne certi. Con naturalezza, Federer ha mostrato sul campo tutta la mercanzia, ed è bastato quello per abbagliare Djokovic. […]

Berrettini si regala un lieto fine: «E’ stata un’annata da sogno» (Roberto Ferri, La Nazione)

La formula delle finali, con i gironi all’italiana, lascia sempre dei dubbi, però Matteo Berrettini è il primo italiano della storia che vince un match in tre Masters. Panatta e Barazzutti non c’erano riusciti. Matteo, pur complicandosi un po’ la vita quando ha servito sul 5-4 ha battuto Thiem 76 63, con l’austriaco già qualificato per le semifinali dopo aver battuto sia Federer e sia Djokovic e certo non motivato al massimo, e poi …«Cosi ho battuto anche… Barazzutti!». La settimana prossima lui, Fognini, Seppi e Bolelli saranno a Madrid per difendere i colori italiani nella nuova Coppa Davis, «ma comunque finisca lì questa è stata un’annata da sogno. Mai me lo sarei mai aspettato qualche mese fa – dice Matteo -. L’anno prossimo? Non sarebbe cosi importante per me restare, uscire, rientrare dai primi 10, quanto vincere un grande torneo, un Masters 1000 (non osa dire uno Slam, ndr). Vorrebbe dire che quella settimana sei stato il migliore del mondo. Da Londra porto a casa un po’ di sano rosicamento. Da Djokovic e da Federer ho preso due legnate. Ma sono lezioni che mi serviranno per il futuro». In serata è arrivata la perentoria, forse inattesa rivincita di Roger Federer su Novak Djokovic dopo il trionfo del serbo nella incredibile finale a Wimbledon. Lo svizzero ha vinto 64 63 eliminando Nole e volando in semifinale. «Cosa ho fatto in più rispetto a Wimbledon? – ha detto – Ho sfruttato il match point…». Questo risultato garantisce a Nadal la chiusura d’anno al numero 1.

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Rassegna stampa

Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Scanagatta-Ferri). Indomabile Nadal (Crivelli). Pazzesco Nadal, rimonta-show (Marcotti)

La rassegna stampa di giovedì 14 novembre 2019

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Nadal rinasce alle Finals, Federer-Djokovic da brividi (Ubaldo Scanagatta-Roberto Ferri, La Nazione)

Rafa Nadal ha sette vite come i gatti e alle Finals di Londra si è salvato per il rotto della cuffia con Daniil Medvedev che, avanti 5-1 e matchpoint nel terzo e decisivo set, stava ormai già assaporando la rivincita per la finale perduta al quinto set nell’ultimo US Open. Una smorzata vincente di rovescio, dopo aver prima sospinto il russo fin sui teloni di fondocampo, ha salvato Nadal che, avendo già perso il match d’esordio qui all’02 Arena con Zverev aveva ormai un piede sotto la doccia e l’altro quasi certamente sull’aereo che lo avrebbe riportato a Maiorca. Medvedev, n.4 ATP e protagonista di un finale di stagione straordinario, quasi tutte finali, ne starà ancora parlando con il suo mental coach cui chiederà: «Come ho fatto a perdere due servizi di fila – sul 5-2 e sul 5-4 – senza mai arrivare a 40?». La scongiurata sconfitta di Nadal, autore di una prodigiosa rimonta: «Sono stato molto fortunato, di solito questi match si perdono», sarebbe stata una brutta notizia per gli acquirenti dei biglietti delle semifinali. Infatti di sicuro sabato verrà già a mancare il perdente dello scontro all’ultimo sangue di stasera, una sorta di vero quarto di finale, fra Roger Federer e Novak Djokovic. Dominic Thiem è già sicuro di chiudere a n.1 del gruppo Borg, nel quale Matteo Berrettini è l’altrettanto sicuro n.4 anche se oggi alle 15 dovesse battere l’austriaco in un match che conta solo per i soldi e il prestigio. Ora Nadal, grazie al match vinto, sa che basta che Djokovic non vinca il torneo per chiudere l’anno a n.1 del mondo per la quinta volta. Stasera (ore 21), insomma, tiferà Federer nel duello n.49: 26 a 22 i precedenti per il serbo. […]

Indomabile Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La sconfitta è solo uno stato dell’anima. Allontanarla, esorcizzarla, combatterla rappresenta il primo passo verso l’immortalità. Rifiutarsi di perdere ogni singolo scambio, ogni singolo game, ogni partita che hai la fortuna di giocare: quando Nadal si starà godendo la vita fuori dal tennis, questa sarà la sua eredità più grande, insieme ai risultati giganteschi. Rafa era perduto, e si è ritrovato. Le Finals – il torneo più ostico, mai vinto in carriera e che per ben 7 volte in 15 qualificazioni ha dovuto guardare alla tv causa infortuni – stavano di nuovo per voltargli le spalle: già sconfitto da Zverev all’esordio, il guerriero indomabile infiacchito dall’ennesimo guaio fisico (stiramento all’addome rimediato prime della semifinale di Bercy) ha visto da vicino l’abisso, sotto 5-1 nel terzo set e con un match point per Medvedev. La rivincita delle finali di Montreal e degli Us Open offre uno spettacolo di qualità elevata: il russo vince il primo set perché è più aggressivo e serve meglio, ma quando Nadal finalmente alza il ritmo e torna pungente di dritto, il match finisce dalla sua parte. Solo che a inizio terzo set Rafa si spegne, come se la preparazione sommaria di queste due settimane gli chieda il conto tutto d’un tratto e a Daniil, che serve come un ossesso, non par vero di comandare indisturbato mentre l’altro tira corto o fuori. Nel sesto game, il numero quattro del mondo si procura un match point, che il satanasso maiorchino annulla con una smorzata, ma sembra solo aver ritardato un destino ormai avverso. E invece il russo si incarta alla battuta, concede qualche regalo e resuscita lo squalo. Rafa mette insieme cinque game di fila. Medvedev si salva da campione con tre vincenti da 0-30 nel 12° game, ma al tie break si offre al sacrificio con un dritto largo e un rovescio fuori di un’unghia. Diavolo d’un Nadal, da morto a sopravvissuto in un amen: «Sinceramente sul 5-1 pensavo che cinque minuti dopo sarei stato sotto la doccia. Ho giocato un gran punto sul match point, ma contro di lui è diffìcile immaginare di risalire, soprattutto sui campi indoor dove si giocano meno scambi. Però sul 5-3 ho cominciato a crederci, avevo solo bisogno di rimanere dentro il match, di fargli sentire la pressione». Resta comunque un’impresa eroica: «In partite così, contano tanti fattori: un po’ di fortuna, qualche errore del tuo avversario, qualche buon punto tuo. Sono soddisfatto perché la condizione fisica è buona considerato il poco allenamento, ma posso senz’altro giocare meglio». Adesso Djokovic deve per forza vincere il torneo se vuole detronizzarlo. Ma non è da un primato che si giudica un fuoriclasse, semmai dall’ammaestramento costante di una carriera inimitabile: «Non bisogna mai arrendersi, però non si deve essere da esempio solo per un giorno, perché hai fatto una bella rimonta. L’esempio è quello che dai ogni giorno, per tutta la tua vita: l’esempio di non spaccare una racchetta per la rabbia quando sei sotto 5-1, oppure di non perdere il controllo quando ti sembra che le cose non funzionino in campo. E poi occorre riconoscere gli errori e trovare il modo di commetterne il meno possibile: io li accetto fin da quando sono ragazzo». Per questo nell’Olimpo c’è già un posto speciale per lui.

Pazzesco Nadal, rimonta-show (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Fortuna, bravura e l’involontario aiuto dell’avversario. Sono gli ingredienti dell’entusiasmante rimonta riuscita ieri pomeriggio a Rafael Nadal. Non una delle sue migliori prestazioni di sempre, eppure una di quelle vittorie che resterà nel glorioso palmarès del maiorchino. Non tanto per la posta in palio, quanto per come è riuscito a recuperare una partita che sembrava irrimediabilmente persa. Comprimario involontario dell’impresa nadaliana, il russo Daniil Medvedev. Che ieri è uscito dal campo della 02 Arena furioso non meno che incredulo. Medvedev, in pieno controllo del match, si era issato 5-1 nel set decisivo, con un match-point a disposizione. Due break di vantaggio apparivano come un’assicurazione sulla vittoria invece, proprio sul più bello, il vento è improvvisamente girato. E’ accaduto che il numero 1 al mondo prima salvasse il match-point, quindi, al termine di un’entusiasmante rimonta, battesse il giovane russo. Il match ha elettrizzato la 02 Arena, fin lì sonnolenta per il monologo del russo. «La verità è che sono stato super-fortunato – ha minimizzato a fine match Nadal – Mi dispiace per Daniil perché è una sconfitta pesante. Stava giocando molto meglio di me nel terzo set- Ma evidentemente era il mio giorno, sono cose che capitano una volta su mille». Quando c’è di mezzo Nadal, sempre così ostile alla sconfitta, forse un po’ più spesso. […]

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