Speedy Berrettini irrompe nella storia del tennis italiano

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Speedy Berrettini irrompe nella storia del tennis italiano

Da n.54 a n.8 in 10 mesi per andare alle Finals. Matteo ringrazia Shapovalov ma è un premio super-meritato, frutto di 2 tornei vinti con 8 semifinali. Con il suo tennis, sul veloce, ha più chance di quante ebbero Panatta e Barazzutti

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Di sicuro c’era una cosa, un paio di mesi fa: Denis Shapovalov sarebbe stato uno degli avversari di novembre di Matteo Berrettini per le nuove finali di Coppa Davis. Chi avrebbe invece potuto prevedere che prima dell’incrocio di Madrid, per un cruciale intervallo di 61 minuti, Denis sarebbe stato il più prezioso alleato di Matteo nella corsa alle ATP Finals?

Invece è andata proprio così, perché il ventenne canadese ha riversato tutto il suo splendore tennistico di questa settimana a Bercy su uno stanco Gael Monfils, rimasto l’unico avversario di Berrettini per l’ottavo posto alle Finals. Al francese serviva ancora una vittoria per scavalcare Matteo, ma Shapovalov gliel’ha negata a suon di vincenti infischiandosene del pubblico parigino, che non è mai riuscito a trasformare la partita in una guerra di nervi. E dopo aver regalato all’Italia una qualificazione che mancava da 41 anni – lo avrete ormai sentito in tutte le salse, Barazzutti centrò il traguardo nel 1978 – Shapovalov ha subito comunicato un piccolo sgarbo ai tifosi italiani, quasi per contrappasso, ritirandosi dalle Next Gen Finals di Milano pronte a cominciare il prossimo lunedì.

Un doveroso grazie a Denis, ma queste righe sono e non potrebbero altro che essere per Matteo. Con la massima parzialità, nonostante l’ovvia soddisfazione per il traguardo appena raggiunto da un ragazzo italiano di 23 anni, possiamo anche azzardarci a dichiarare che è davvero giusto così perché Berrettini lo meritava più di Monfils. Perché in semifinale a New York ci è andato lui, battendo ai quarti proprio il francese, perché quest’anno ha vinto dieci partite in più e un torneo in più (anche se quello di Monfils è un 500 e i due di Berrettini sono 250) e perché sul terreno di sfida decisivo di Bercy il ritiro di Federer aveva agevolato forse un po’ troppo Monfils, che al posto di un centotre volte campione ATP si è trovato ad affrontare Albot (e per poco non ci ha perso). Certo se Monfils avesse battuto quest’ottimo Shapovalov non saremmo stati autorizzati a recriminare, nulla è stato fatto in deroga ai regolamenti, ma a posteriori possiamo riscontrare una certa giustizia complessiva dei fatti.

 

IL 2019 DI MATTEO – Iniziato dieci mesi fa alla posizione 54 – e a marzo era ancora 57 – si concluderà quantomeno alla posizione 8 a meno che Berrettini riesca a trasformare questa grande opportunità in qualcosa di ancora più grande. L’ingresso in top 50 – sebbene fugace – è arrivato a febbraio dopo la semifinale di Sofia (condita dalla vittoria su Khachanov), quello definitivo dopo il titolo di Budapest nel cui albo d’oro Berrettini ha iscritto il suo nome appena sotto quello di Cecchinato, campione nel 2018. Dopo la finale di Monaco, persa contro Garin, e lo scalpo di Zverev ottenuto davanti al pubblico di Roma, Berrettini è incappato in una sconfitta forse evitabile contro Ruud al Roland Garros. Dove però Matteo ha costruito le premesse per la sua ascesa repentina è stato sull’erba, come aveva quasi preconizzato coach Santopadre in un’intervista rilasciata a margine del successo di Budapest. Il titolo di Stoccarda e soprattutto gli ottavi di finale giocati a Wimbledon hanno proiettato Berrettini in top 20, aumentando in modo cospicuo il chiacchiericcio attorno al suo nome e scomodando paragoni con tennisti italiani del presente e del futuro.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Forse, però, la più grande dimostrazione di forza di Matteo è stata la reazione alla netta sconfitta subita da Federer nel tempio di Wimbledon – quella che il Direttore aveva clamorosamente azzeccato… al contrario, ricordate? – che avrebbe lecitamente potuto spezzargli le gambe. Al (presunto) contraccolpo di quella sconfitta si è aggiunto l’infortunio alla caviglia destra che gli ha sostanzialmente impedito di competere degnamente a Cincinnati (sconfitto al primo turno da Londero) e del tutto alla Rogers Cup. Invece Matteo ha fatto saltare il banco a New York, fermandosi solo al cospetto di Nadal in semifinale, e si è ripetuto a Shanghai e Vienna conquistando così l’ottavo posto nella Race to London, difeso maluccio a Bercy a causa di un ritrovato Tsonga che gli ha imposto l’alt all’esordio. A inserire l’ultimo tassello nel puzzle vincente ci ha però pensato Shapovalov, come vi abbiamo già raccontato.

Nato a Roma il 12 aprile 1996, Matteo Berrettini sarà quindi il terzo italiano della storia a disputare il Master di singolare, dopo il già citato Barazzutti e Panatta nel 1975. Potrebbe però diventare il primo a vincere una partita, dopo l’unico successo in doppio di Fognini e Bolelli nel 2015 (sconfissero Bopanna e Mergea); Corrado e Adriano rimediarono infatti tre sconfitte a testa rispettivamente a New York (si giocò nel gennaio 1979, sconfitte contro Dibbs, Ramirez e Gottfried) e Stoccolma (Orantes, Nastase e Ashe). Per attitudine alla superficie e stato di forma non è un volo pindarico immaginare che Matteo possa fare meglio di loro. Ed è già una gigantesca vittoria.

NOTA DI UBALDO – Rispetto a Barazzutti per la verità Matteo ha già fatto meglio. Infatti Corrado entrò fra i Maestri dalla porta di servizio. Bjorn Borg rinunciò a partecipare, furioso contro la regola ATP che lo voleva obbligare a giocare un minimo di 20 tornei, e quindi Barazzutti che era nono si ritrovò fra gli otto. Invece Panatta il suo posto fra gli otto lo aveva conquistato con un finale di stagione fantastico, specie l’ottobre, finali a Madrid e Barcellona (perse con Kodes e Borg) ma vincendo a Stoccolma in finale su Connors e raggiungendo poi la finale di Buenos Aires persa con Vilas. Sembrava che l’americano Eddie Dibbs, che lo inseguiva a soli 23 punti, potesse scavalcarlo, dopo che a Johannesburg Adriano aveva perso anzitempo dal Rhodesiano Andrew Pattinson, ma invece Dibbs fu battuto a sorpreso dal grande doppista con il… Berrettino Bianco – le maiuscole sono volute in tempi di Berretti e Berrettini! – Frew McMillan e così Adriano rientrò fra gli otto a Stoccolma, su quello stesso campo, la Kungliga Halle, dove aveva vinto due mesi prima.

Si giocava sul Bolltex, una superficie velocissima. Io c’ero, fu il mio primo Masters seguito da giornalista. Infatti nel ‘74 si era giocato sull’erba di Kooyong e aveva trionfato Vilas, ma era troppo lontano e dispendioso arrivarci. Il Masters di Stoccolma – al quale prese parte anche il nono in classifica Harold Solomon perché Connors e Grand Prix (allora gestiti dall’ITF) erano ai ferri corti per l’esclusione di Connors dal Roland Garros a seguito della sua partecipazione al Team Tennis— fu caratterizzato dalle provocazioni di Nastase nei confronti di Ashe. E non tanto per le battute irridenti – lo chiamava “Negroni” come un drink dell’epoca – quanto per le continue perdite di tempo. Ilie si lamentava per la bassa qualità delle luci e lo faceva a suo modo, oggi ancor più inaccettabile di allora: “Quando Negroni viene a rete è cosi scuro che non lo vedo!”.

A un certo punto Ashe prese le racchette e se ne uscì dal campo, ribadisco più per le perdite di tempo che l’arbitro tollerava piuttosto che per le offese e le gag irriverenti. Così sulle prime perse il match. Idem Nastase cui anche fu poi dato match perso. In un secondo tempo la vittoria fu assegnata a Ashe e non solo perché era giusto, ma perché tutti i calcoli su partite, set e games persi venivano alterati da un match perso da entrambi i giocatori. Si parlò più di quella vicenda che delle sfortunate partite di Panatta che, a dispetto di un girone di ferro – ben più forte di quello che sarebbe toccato quattro anni dopo a Barazzutti – ebbe le sue chances in più di un match, ma non riuscì a concretizzarle.

NOTA BIS – Questo di Londra sarà il primo Masters tutto europeo di sempre.

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Schiacciasassi Swiatek, il titolo di Adelaide è suo

La polacca domina l’ultimo torneo della tournée australiana. Schiantata con un duplice 6-2 Bencic in finale. Secondo trionfo sul tour per lei dopo il Roland Garros

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Iga Swiatek - WTA Adelaide 2021 (via Twitter, @AdelaideTennis)

[5] I. Swiatek b. [2] B. Bencic 6-2 6-2

Una Iga Swiatek da paura quella vista al torneo WTA 500 di Adelaide, l’ultima tappa dell’estate australiana sul circuito femminile. Da paura per le avversarie alle quali ha lasciato la penuria di 21 giochi e nemmeno un set in cinque incontri. Un massacro praticamente. In finale, l’ultima malcapitata a subire la furia di Swiatek, è stata Belinda Bencic, n.12 della classifica mondiale e testa di serie n.2 del seeding. 6-2 6-2 il punteggio finale in poco più di un’ora di gioco per la ragazzina terribile di Varsavia. Bencic ci ha messo anche del suo, commettendo una miriade di doppi falli e facendosi prendere dal nervosismo. Ma grandi meriti vanno ad una Swiatek favolosa che ha conquistato il suo secondo titolo sul circuito maggiore dopo il Rolans Garros e che dalla prossima settimana sarà n.15 al mondo.

LA CRONACA – Inizio di match alquanto spezzettato, con scambi rapidi. Una stranezza considerando che entrambe le giocatrici in campo amano manovrare gli scambi. Merito della superficie veloce e della precisione al servizio delle tenniste. La prima però ad incepparsi su questo aspetto è Bencic. E lo fa in modo clamoroso, con quattro doppi falli che le costano il break e proiettano Swiatek sul 4 a 2. La polacca conferma il break e poi tenta subito di chiudere il primo parziale in risposta. La svizzera salva un primo set point con un ace. Ma alla fine è costretta a capitolare al termine di un game da 16 punti. 

Ulteriormente caricata dalla vittoria del primo parziale, Swiatek comincia il secondo da assoluta padrona del campo, sparando vincenti a raffica di dritto e di rovescio e martellando benissimo alla battuta. Dall’altra parte della rete, Bencic è frustrata perché non riesce ad esprimere il suo miglior tennis. Sotto 2 a 1, la svizzera perde a 0 un altro turno di battuta, con l’ottavo doppio fallo della sua partita, spianando definitivamente la strada alla vittoria della sua avversaria. Sotto 5 a 2 Bencic, nervosa e scoraggiata, va ancora in difficoltà al servizio, concedendo due championships point ad una indemoniata Swiatek. Sul primo si salva ma sul secondo è il dritto a tradirla e consegnare match e titolo alla 21enne polacca. 

Le statistiche raccontano di un match assolutamente senza storia. Swiatek ha perso due soli punti con la prima e quattro con la seconda. Ha messo a segno più vincenti e fatto meno errori gratuiti. La ciliegina sulla torta al termine di una settimana da incorniciare per lei. Una settimana che ribadisce come in questo momento Swiatek, al di là della sconfitta ai quarti contro Halep agli Australian Open, sia una delle donne da battere sul circuito. La concorrenza è avvertita. 

Il tabellone aggiornato

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Opinioni

Cordoba Open, il ritorno ATP degli squalificati grazie alle wild card. Ma è giusto?

Nicolas Jarry, Nicolas Kicker e gli inviti che fanno discutere

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Nicolas Kicker

Era il 21 luglio 2019 quando ha vinto il suo ultimo incontro a livello ATP, peraltro quello che gli ha permesso di alzare il trofeo di Bastad. Non va molto meglio estendendo il conteggio alle qualificazioni e ai circuiti minori: soltanto due vittorie nell’ultimo anno e mezzo. Il suo stop forzato del 2020 è stato più lungo rispetto a quello dei colleghi per via della squalifica di undici mesi per violazione delle norme antidoping ed è tornato a competere lo scorso novembre. Questa settimana, grazie a una wild card, il numero 1165 del ranking Nicolas Jarry è tornato a disputare un match del Tour maggiore, al Cordoba Open, riuscendo anche a vincerlo. Ne ha fatto le spese in tre set Jaume Munar, l’ex “nuovo Nadal”, appellativo che, diciamo così, non gli ha portato troppa fortuna e infatti gli spagnoli sono stati lestissimi a riciclarlo per Carlos Alcaraz: quando si dice imparare dai propri errori. Ma questo è un altro discorso.

Il bentornato al cileno Jarry si accompagna allo spinoso argomento delle wild card offerte a chi torna a giocare dopo una squalifica legata al doping. Nel caso di Nico, che approfitterà anche di altri inviti nella gira sudamericana, si era trattato di una contaminazione negli integratori acquistati in un laboratorio specializzato brasiliano: nessun dolo, quindi, e nemmeno significativa colpa, ma per evitare la sanzione avrebbe dovuto provare che “non sapeva né sospettava e neanche avrebbe ragionevolmente potuto sapere o sospettare esercitando la massima cautela” (dal Tennis Anti-Doping Programme). Una tesi difficile da sostenere dopo gli analoghi precedenti di diversi colleghi, fra cui Bellucci e Haddad Maia. Resta comunque il fatto che non c’è stata intenzione di imbrogliare, come non c’era stata (è scritto nella sentenza) nel caso di Maria Sharapova, ma ricordiamo le reazioni smodate di qualche sua collega quando ha ricevuto la wild card dagli organizzatori del torneo di Stoccarda che, sapientemente, hanno aspettato fino al mercoledì per farla esordire, poche ore dopo la fine della squalifica.

A prescindere dai singoli casi, da una parte abbiamo un invito che va a chi ha violato il regolamento anti-doping invece che a un tennista che non ha commesso infrazioni; dall’altra, la ripartenza dal basso conseguente alla classifica perduta, vale a dire dai tornei ITF se non addirittura dalle relative qualificazioni, sarebbe forse equiparabile a una sorta di prolungamento della sanzione, nel senso che si terrebbe quel giocatore lontano dai tornei del suo livello per diversi altri mesi. E probabilmente non sarebbero neppure troppo contenti coloro che lottano per emergere dalla palude di quei circuiti, costretti ad affrontare un avversario dal valore decisamente superiore. Magari non è stata la regola nel caso di Jarry che ha perso un po’ contro tutti, anche col n. 980; non però contro il giovane Camilo Ugo Carabelli, la scorsa settimana eliminato al primo turno del Challenger di Concepcion dall’ex top 40 che sta ormai recuperando il suo tennis.

 
Nicolas Jarry – ATP 250 Cordoba (foto via Twitter @CordobaOpen)

Il torneo di Cordoba offre anche un secondo spunto di discussione insieme alla seconda wild card che è valsa il rientro in una manifestazione internazionale per un altro tennista: l’argentino Nicolas Kicker, mancante all’appello dal torneo di Lione del maggio 2018 a causa della squalifica per match fixing. Nonostante gli allenamenti durante la pre-stagione con Schwartzman, Pella, Cuevas e Londero e il sorteggio contro il qualificato Facundo Bagnis, il ventottenne ex n. 78 della classifica è uscito sconfitto in due set. Il suo ritorno alle competizioni era tuttavia avvenuto all’inizio di febbraio in occasione delle pre-qualificazioni per l’ATP 250 di Buenos Aires, da lui scelte – secondo quanto riportano i media in lingua spagnola – in seguito alla cancellazione dell’ITF M15 di Monastir a cui era iscritto.

Dopo aver maramaldeggiato contro avversari decisamente alla sua portata, compreso l’interessante Thiago Tirante, Kicker è stato fermato in semifinale dal ventenne porteño Sebastian Baez n. 254 ATP, non riuscendo così ad accaparrarsi l’invito, in palio per il vincitore, per il tabellone cadetto dell’Argentina Open di Baires in programma dal 27 febbraio. Avido di competere, dopo la pre-Qualy ha partecipato anche al Pre-Tournament arrivando ancora più vicino alla wild card stavolta per il tabellone principale, ma Facundo Bagnis gli si è messo di traverso all’ultimo atto. Sembra tuttavia che sia stato proprio quanto mostrato nella capitale da questo Nicolas ad aver convinto gli organizzatori del Cordoba Open a volerlo sui propri campi. Fino a che non è stata assegnata l’ultima wild card per Buenos Aires (Holger Rune, dopo Bagnis e Tirante), confessiamo di aver temuto che ne riservassero una per Kicker. Invitarlo allo stesso torneo che lo ha visto perdere nelle pre-competizioni avrebbe travalicato i limiti dell’opinabilità. Limiti oltrepassati comunque a nostro avviso: liberata da Baez che entra direttamente nel main draw, arriva in extremis la wild card per il tabellone cadetto. Con il senno di poi, la sua partecipazione alla Pre-Qualy si può riassumere così: se Kicker vince, vince; se perde, vince lo stesso. The dice were loaded from the start, potrebbero canticchiare amaramente i suoi avversari sulle note dei Dire Straits.

Superiamo però questa parte e torniamo all’argomento principale, vale a dire l’opportunità di dare un grosso aiuto a chi è stato squalificato per una violazione volontaria delle regole come è il match fixing, non quindi per aver agito con colpa o senza la massima cautela. Intervistato da Enrique Cano dopo il suo esordio a Cordoba, Kicker ha parlato della ritrovata sensazione di poter “camminare per strada a testa alta” dopo aver pagato “la mia enorme cazzata con una dura sospensione”. Certo, non ha potuto godersi appieno l’incontro del rientro perché “molto nervoso e molto teso, ma felice di tornare in circuito e molto grato a Mariano Ink”, il direttore del torneo, per la wild card. Chissà invece cosa ne pensa Marco Trungelliti che nel 2018 si è sentito costretto a rinunciare ai tornei del suo Paese, emarginato quasi come se fosse una spia per aver fatto quanto gli impone il regolamento, cioè denunciare alla TIU un tentativo di corruzione; denuncia che ha fornito ulteriori elementi a un’indagine poi conclusa appunto con la squalifica di Nicolas e altri tennisti argentini. Beh, almeno Kicker si dice “molto tranquillo e senza rancore”

Nicolas Kicker

Sullo stesso argomento ma da un diverso punto di vista, si è fatta sentire anche la voce critica di Diego Schwartzman, il quale pare non aver gradito le wild card al danese Rune, classe 2003 e numero 1 del ranking junior, e al cileno Jarry (che tuttavia dovrebbe essere parte di un accordo di scambio con il torneo di Santiago). Secondo quanto riporta Sebastian Torok, Diego spiega che gli inviti sono generalmente usati dalle superpotenze del tennis per offrire visibilità, punti e possibilità di crescere ai propri tennisti; l’Argentina, pur non essendo una superpotenza, ospita due tornei ATP, ma c’è un problema: “Purtroppo i proprietari dei tornei sono aziende straniere che molte volte decidono di dare le wild card a stranieri, cosa che non mi trova per nulla d’accordo” lamenta il n. 9 del mondo. Il Cordoba Open è infatti di proprietà della ‘Torneos’, società per azioni argentina con il 60% in mano a due partecipanti straniere, mentre l’evento di Buenos Aires è della spagnola ‘Tennium’. “Mi piacerebbe che dessero opportunità a ragazzi come Baez, che l’avrebbe meritata. Viene così tolta a un altro ragazzo l’occasione di giocare e vincere incontri”.

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Focus

Il male alla schiena il vero motivo per cui Nadal non sarà ad Acapulco: la conferma da Carlos Costa

Marcia indietro del direttore del torneo Zurutuza: non è la questione economica la causa dell’assenza di Rafa dal ‘500’ messicano

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Rafa Nadal - Acapulco 2020 (via Twitter, @AbiertoTelcel)

Ha fatto discutere negli ultimi giorni la decisione di Rafa Nadal di non giocare l’ATP 500 di Acapulco, dove è detentore del titolo. Tutto è iniziato a inizio settimana, con le dichiarazioni del direttore del torneo Raul Zurutuza al quotidiano ‘Excelsior’. Zurutuza ha dato la notizia dell’assenza di Rafa chiamando in causa un problema economico: “Con la riduzione del pubblico sugli spalti e gli alti costi di realizzazione di una ‘bolla’ per i giocatori, il nostro budget per quest’anno è estremamente limitato e non ci sono i fondi per poter pagare Rafa. Avevamo già un firmato un contratto con Zverev ed era più costoso annullarlo che pagarlo. E gli altri giocatori invitati con una quota di presenza hanno chiesto meno rispetto a quanto ricevono di solito”.

Nei tornei non ‘mandatory’, quali sono ATP 500 e 250, ai giocatori nelle posizioni più alte nel ranking viene garantita una somma di denaro extra oltre al prize money, la ‘quota di partecipazione’ citata da Zurutuza. Nel caso di Nadal, Excelsior parla di una cifra che va dai 500.000 al milione di dollari. Una cifra insostenibile dal momento che, se si considera anche la riduzione del 40% del prize money complessivo (in origine poco sotto i 2 milioni di dollari), l’assegno destinato a Nadal avrebbe dovuto essere pari a tutto il montepremi dell’edizione che partirà il prossimo 15 marzo.

Nella giornata di venerdì sono arrivate però dei chiarimenti (o, se preferite, delle vere e proprie smentite) da parte di Rafa e del suo entourage. Prima il campione spagnolo ha annunciato la sua assenza Twitter: “Mi dispiace molto non giocare ad Acapulco nel 2021. È un anno difficile per tutti e nel mio attuale stato di salute, con il mal di schiena, non è possibile fare un viaggio così lungo. Amo Acapulco, ci ho giocato negli ultimi quattro anni, ma quest’anno non è stato possibile. Speriamo nel 2022!”

 

Poi è stato Carlos Costa, il manager dello spagnolo, a scrivere un comunicato dove si specifica che l’assenza di Rafa in Messico non è dovuta a problemi di natura economica, ma alle problematiche illustrate dal maiorchino stesso: “Rafa ha deciso di non partecipare al torneo di Acapulco solo per una questione di salute, calendario e convenienza, perché è un viaggio troppo lungo per le circostanze in cui ci troviamo. Come è noto, Rafa è tornato con un problema alla schiena dall’Australian Open e si sta ancora riprendendo. Per questo motivo non parteciperà al torneo di Rotterdam dove si era iscritto. Con il rinvio di Indian Wells e lo spostamento in avanti del torneo in Messico, ha infine deciso di non recarsi ad Acapulco”.

Dichiarazioni confermate subito dopo anche dal direttore del torneo Zurutuza sul suo profilo Twitter. “Buonasera a tutti. Voglio essere molto chiaro con il tema di Rafa: la sua decisione di non giocare ad Acapulco è causata semplicemente dall’infortunio alla schiena. Acapulco sarà sempre la casa di Rafa Nadal e gli auguriamo un veloce recupero”.

Stando così le cose, è a serio rischio anche la partecipazione di Nadal al Masters 1000 di Miami, che partirà pochi giorni dopo Acapulco. Per giocare a Miami la trasferta oltreoceano dovrà comunque affrontarla, dunque il nodo da sciogliere resterebbe la sua condizione fisica. Manca meno di un mese all’appuntamento in Florida, ma Nadal è già sicuro di non essere in grado di rendere al massimo tra due settimane ad Acapulco. Non è quindi da escludere l’ipotesi che si stia preservando proprio per Miami, Masters in cui non è mai riuscito a vincere il titolo, e non voglia nemmeno correre rischi di contrarre il Covid poco prima del torneo statunitense. “Il resto del calendario per le prossime settimane si deciderà una volta passato il problema alla schiena” ha concluso Costa. “È indubbio quindi che la sua mancata partecipazione ad Acapulco non riguarda gli accordi con gli organizzatori“.

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