L’US Open è cominciato con il botto. Cioè con il primo k.o. di Novak Djokovic al primo turno di uno Slam dopo 20 anni e al primo di sempre all’US Open dove partecipava per la 20ma volta.
Novak si è dovuto arrendere (76 57 46 62 61) di fronte all’argentino Mariano Navone (n.49 Atp) dopo oltre 4 ore e mezzo di gioco, ma facendo soltanto 3 game negli ultimi due set. Era avanti 2 set a uno e 2-1 con break di vantaggio nel quarto, quando prima è stato colto da conati di vomito – e non è la prima volta: mi chiedo se trattasi di un problema psicologico e se è la conseguenza di qualche medicinale – e successivamente da dei dolori quasi insopportabili a schiena e spalla. Dopo aver perso 5 game di fila nel quarto set, ha chiesto un intervento medico, ma anche nel quinto non c’è stato nulla da fare. Ha fatto un solo game, anche se ha mancato alcune palle game per almeno salire sul 2-4.
Ma, anche al quinto set con l’orgoglio che lo contraddistingue Djokovic non se l’è sentita di abbandonare e deludere tutto il pubblico che ha cercato di sostenerlo con tutto il fiato che aveva. “L’amore e l’apprezzamento che il pubblico mi ha dimostrato per tutta la partita, mi ha davvero toccato il cuore. Non volevo ritirarmi né nel quarto né nel quinto set…avevo vinto il secondo set e poi il terzo e ero avanti di un break nel quarto…”
Djokovic era nella metà bassa del tabellone, la stessa di Calos Alcaraz che – fermo dal 14 aprile – esordisce oggi contro il russo Safiullin (n.98 ATP) nel torneo di cui è campione in carica e che lo vede favorito (i bookmaker pagavano la sua vittoria 3,20 la posta, ma ora forse questa adesso scenderà perché comunque la presenza di Djokovic rappresentava un pericolo in più). Djokovic uscirà dai primi 10 del mondo – lo scorso anno Nole era stato semifinalista in tutti e 4 gli Slam e qui a New York era stato battuto in semifinale da Sinner e quindi perde tutti quei punti – ma questo non è certo il problema che più lo angoscerà. Si convincerà che è arrivato il momento di pensare seriamente al ritiro? Non è facile che accada, come sarebbe stato invece più semplice se da Navone di cui era l’idolo – e l’argentino che mai aveva giocato sull’Arthur Ashe non aveva mai vinto un match al quinto – avesse perso 3 set a zero.
Il torneo americano non era stato così incerto per quanto riguarda i pronostici relativi al vincitore da diversi anni. Lo avevo scritto nell’editoriale dell’altro giorno. Nessuno dei primi 5 giocatori del seeding (includo quindi anche il n.5, il nostro Cobolli) dava sufficienti garanzie sul proprio stato di forma.
Se Alcaraz, nonostante l’incognita dovuta al lungo stop e al polso che in gara non è più stato testato – e una cosa è l’allenamento, un’altra la gara – riuscisse a giocare ai suoi consueti livelli potrebbe essere il primo tennista dopo Federer che vinse 5 volte di fila dal 2004 al 2008, a confermarsi campione per due tornei consecutivi. Dopo un “vuoto” di 18 anni. Alcaraz aveva vinto nel 2022, quando nei quarti aveva annullato un matchpoint a Sinner.
Il fatto è che l’US Open è per tanti motivi il torneo più difficile da vincere e rivincere. Intanto perché sul cemento giocano bene più o meno tutti. Non è una superficie così particolare come la terra rossa – dove chi non è terraiolo non ha chance e dove il re della terra battuta Nadal ha vinto ben 14 volte, mentre Federer una volta sola – né come l’erba: i non “erbivori” non arrivano in fondo.
Sul cemento invece più o meno tutti se la cavano, anche perché a differenza della terra rossa e dell’erba, è la superficie sulla quale si gioca il maggior numero dei tornei e chi ha ha una buona classifica se la costruisce principalmente lì. Lo US Open è un torneo più difficile rispetto agli altri anche perché a volte presenta condizioni climatiche particolarmente ostiche, giorni caldissimi e umidissimi, e tutto cambia di continuo. Inoltre arriva dopo mesi di tennis – da Parigi in poi, con Wimbledon e i 2 Masters 1000 del Nord America – molto intenso. Tanti tennisti sono super provati, li si devono raccogliere con il cucchiaino. Dei tanti infortunati abbiamo scritto più volte. In Australia molti giocatori sono un’incognita perché ci arrivano senza essersi sempre preparati al meglio. Alcuni sono freschi ma imballati. All’US Open tanti arrivano invece spremuti.
Oltre alle prime quattro teste di serie sopravvissute, Zverev, Aliassime e Cobolli nella metà alta del tabellone, Alcaraz in quella bassa – esordisce oggi contro il russo Safiullin, n.96 ATP e più bravo sull’erba che sul cemento – mi sembra che si debba seguire con attenzione il vincitore del recente torneo di Cincinnati, Fils, il quale però anche lui non ha un fisico di ferro. Gioca oggi contro Tsitsipas e anche se il greco non è più quello di una volta, però non gli manca l’esperienza per mettere il francese in difficoltà.
L’ultimo francese a vincere uno Slam è ancora Yannick Noah, 1983 a Parigi. Insomma i francesi stanno messi peggio – anche perchè hanno solo Fils davvero competitivo – degli americani che almeno sono in tanti, Fritz, Shelton, Tiafoe, Paul, anche se l’ultimo americano a vincere uno Slam è stato Roddick, campione qui nel 2003.
Diciamo che per il calcolo delle probabilità, oltre che per il tifo di cui godranno, prima o poi un americano finirà per vincere uno Slam. Già quest’anno? Mah…dipenderà molto da Alcaraz, perché Paul lui lo incontra in teoria già in ottavi, Shelton nei quarti e Tiafoe potrebbe trovarlo in semifinale, Fritz in finale (se date un’occhiata al tabellone).
Fra i tanti giocatori con ambizioni pari a quelle degli americani ci sono i russi, più Medvedev (che questo torneo lo vinse quando tutti pensavano che Djokovic avrebbe fatto il Grande Slam) e Rublev che però non è mai andato oltre i quarti negli Slam e dubito che riesca a far meglio quest’anno anche se potrebbe approfittare del k.o. di Djokovic, perché si trovava nella sua zona d’influenza.
E ci sono anche i nostri: chi di più fra Cobolli e Musetti? Flavio ha giocato già una finale Slam, Lorenzo si è invece fermato in semifinale Slam due volte, a Wimbledon 2024 e a Parigi 2025 (più la semifinale olimpica a Parigi 2024 quando vinse su Aliassime la finale del terzo posto). Insomma, con Cobolli che quest’anno ha fatto il bis nei quarti a Wimbledon, si potrebbe pensare che il romano sia in uno stato anche psicologico migliore rispetto al carrarino, però nell’azzardare questi pronostici mi sto arrampicando un po’ sugli specchi. Meglio attendere con pazienza e vedere che succede. Farò anch’io come quei giocatori che non guardano il tabellone, ma solo il prossimo avversario, turno dopo turno.
