US Open, Darderi resta solo. Cobolli senza energie e il conto del calendario

L’unico italiano su tredici a raggiungere gli ottavi è Luciano Darderi. Flavio Cobolli spreca una grande occasione e riapre il dibattito sui tornei sempre più lunghi

Di Carlo Galati
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Dal nostro inviato a New York

Alla fine, Darderi. Ultimo italiano rimasto in gara, l’unico dei tredici azzurri presenti nei due tabelloni di singolare ad avere raggiunto gli ottavi. Luciano supera Dane Sweeny 6-4 6-3 6-3 e conquista per il secondo anno consecutivo la seconda settimana dello US Open. Agli ottavi affronterà Alexander Zverev, che ha battuto Alejandro Tabilo. Un risultato importante per lui, un po’ meno per il movimento nel suo complesso.

Sembra quasi un salto indietro nel passato. Quante volte abbiamo detto e scritto: “Vi ricordate quando il tennis italiano festeggiava per un azzurro nella seconda settimana di uno Slam?”. Ecco, ci siamo tornati.

Un passo indietro? No. Non basta uno Slam andato male per cancellare quanto costruito negli ultimi anni, né per ridimensionare la profondità raggiunta dal tennis italiano. Di sicuro, però, questo non è stato lo US Open che ci si aspettava. Soprattutto da Flavio Cobolli, numero 5 del seeding, arrivato a New York con ambizioni ben diverse rispetto a un’eliminazione al terzo turno.

Cobolli, dal controllo al crollo

La sconfitta contro Alexander Blockx lascia parecchio su cui riflettere. Cobolli aveva la partita in mano fino alla metà del secondo set. Aveva vinto il primo al tie-break, conduceva 3-2 nel secondo e sembrava nelle condizioni di poter indirizzare l’incontro. Da quel momento, però, è praticamente sparito dal campo.

Ha perso undici game consecutivi, incassato un 6-0 nel terzo set e raccolto appena quattro punti nell’intero parziale. Nel quarto ha provato a rientrare, risalendo fino al 3-3, ma ormai la partita aveva preso un’altra strada. “Non sentivo di avere quasi più niente da dare in campo”, ha spiegato in conferenza stampa. Poche parole, sufficienti per raccontare tutto.

Il tabellone, nel frattempo, aveva spalancato una porta importante: Francisco Cerundolo aveva rimontato due set a Taylor Fritz, finalista a New York e padrone di casa, imponendosi 3-6 4-6 6-3 6-4 6-4. Sarebbe stato l’avversario di Cobolli negli ottavi. Non una partita semplice, naturalmente, ma certamente una grande occasione per spingersi ancora più avanti.

Lo stesso Cerundolo, dopo aver eliminato Fritz, ha fotografato bene questo US Open: “Il circuito è molto equilibrato. Dal secondo o terzo giocatore del mondo fino al numero 80, tutti possono vincere contro tutti”. È il fascino di un torneo nel quale sono già caduti diversi favoriti, ma è anche il rimpianto più grande per Cobolli qui a New York: quando il tabellone si apre, bisogna avere le energie per attraversarlo. Parigi docet.

Il calendario con vista albergo

È proprio sulle energie che il discorso si allarga. Cobolli non attribuisce il problema soltanto al numero delle partite. La sua analisi è più sottile: quello che consuma non è necessariamente giocare tanto, ma restare lontani da casa per settimane, cambiare continuamente letto, viaggiare, allenarsi ogni giorno ad alta intensità e convivere con lo stress della competizione anche quando non si scende in campo.

“Sono fuori da quasi un mese e mezzo. Se fossi arrivato in fondo qui, avrei giocato meno di dieci partite”, ha spiegato. Il conto delle presenze in campo, dunque, racconta solo una parte della fatica. Il resto non compare nelle statistiche: trasferimenti, attese, allenamenti, recupero, tensione e lontananza dalla propria quotidianità.

Cobolli ha ammesso che il suo nuovo status gli imporrà una programmazione diversa. Fino a poco tempo fa non si considerava uno dei migliori del mondo e ragionava come un giocatore abituato a disputare tante settimane. Adesso qualcosa dovrà cambiare. Potrebbe rinunciare a qualche 250 o 500, continuando però a garantire la propria presenza nei Masters 1000 e negli Slam.

È una posizione che si collega direttamente a quella espressa pochi giorni fa da Carlos Alcaraz. Lo spagnolo ha annunciato che in futuro si prenderà pause di uno o due mesi, perché disputare tutti gli appuntamenti richiesti significherebbe competere per circa quaranta settimane. “È impossibile giocare tutto”, ha detto senza troppi giri di parole.

Alcaraz propone una soluzione individuale: fermarsi. Cobolli prova invece a individuare il problema nella durata sempre maggiore delle trasferte e dei tornei. Due punti di vista differenti che conducono alla stessa conclusione: il calendario attuale chiede ai giocatori una presenza continua che diventa sempre più difficile da sostenere.

Tornei più corti, ma a quale prezzo?

Accorciare gli eventi potrebbe sembrare la risposta più semplice. Dal punto di vista dei giocatori significherebbe ridurre i giorni trascorsi lontano da casa e comprimere trasferte nelle quali si gioca relativamente poco. Il problema è che un torneo non vive soltanto delle partite.

Più giornate significano più sessioni da vendere, più biglietti, più hospitality, più contenuti televisivi, più consumi all’interno dell’impianto e più occasioni di visibilità per gli sponsor. Le aziende che investono localmente possono organizzare per più giorni attivazioni, eventi e iniziative con i propri clienti. Anche l’indotto prodotto sul territorio cresce con la durata della manifestazione.

Una parte di quei ricavi viene poi redistribuita attraverso montepremi, servizi, strutture e facilities destinate agli stessi giocatori. Ridurre i giorni, quindi, può significare ridurre anche la torta economica. Mantenere gli stessi tabelloni concentrando le partite in una settimana renderebbe inoltre il programma più pesante; restringere i tabelloni toglierebbe invece spazio e guadagni ai giocatori con una classifica più bassa.

Nel 2026 sette dei nove Masters 1000 adottano il formato esteso su dodici giorni. Proprio quei tornei ai quali Cobolli non vorrebbe rinunciare sono dunque quelli che dilatano maggiormente le trasferte.

L’alternativa sarebbe creare un numero maggiore di manifestazioni brevi, ma servirebbero nuove sedi, licenze, infrastrutture e organizzatori in grado di sostenere l’investimento. E aumentare il numero degli appuntamenti rischierebbe di moltiplicare ulteriormente i viaggi, aggravando proprio uno dei problemi denunciati dai giocatori.

La direzione imboccata dal circuito, inoltre, sembra opposta. Si tende a concentrare gli eventi e a ridurre gli spazi disponibili. Secondo le indiscrezioni circolate sul calendario 2028, Los Cabos dovrebbe passare da ATP 250 a Challenger 175, mentre la licenza del 500 di Acapulco sarebbe destinata a capitali sauditi nel riassetto legato all’espansione del tennis in Arabia Saudita. Insomma il calendario cambia, ma non verso quella direzione.

L’equilibrio e quelle ali rimaste chiuse

La vera sfida sarà allora trovare un equilibrio. Tutelare i giocatori senza togliere sostenibilità economica ai tornei. Lasciare spazio al riposo senza impoverire il prodotto. Ridurre gli obblighi senza svuotare eventi che hanno bisogno dei migliori per vendere biglietti, diritti televisivi e sponsorizzazioni.

Per Cobolli il cambiamento dovrà cominciare dalla programmazione personale. Essere diventato uno dei migliori significa anche imparare a ragionare come tale: scegliere, rinunciare e arrivare agli appuntamenti più importanti con abbastanza benzina. Non è semplice, ma è probabilmente il passaggio necessario per evitare che una stagione superiore alle aspettative presenti il conto proprio durante uno Slam.

In tutta questa storia resta infine un dettaglio, piccolo ma curioso e per certi versi emblematico, soprattutto parlando di marketing e di energia. Durante la partita Cobolli ha cercato di ricaricarsi bevendo una Coca-Cola. Peccato che sia sponsorizzato da Red Bull. “Avrei dovuto prendere una Red Bull: la Coca-Cola non funziona. La prossima volta prenderò una Red Bull”, ha scherzato in conferenza stampa.

Forse anche questo passaggio, almeno sul piano dell’immagine, avrebbe potuto essere gestito meglio. Perché un giocatore Red Bull, quando resta senza energie nel giorno della grande occasione, dovrebbe mettere le ali. Altrimenti, che ali sono?

Il tabellone maschile

Nel tabellone maschile la sorpresa principale è l’eliminazione di Taylor Fritz. Francisco Cerundolo rimonta due set di svantaggio sull’Arthur Ashe e toglie agli Stati Uniti uno dei principali candidati al titolo. L’argentino si guadagna un ottavo contro Alexander Blockx, alla prima presenza nella seconda settimana di uno Slam: uno dei due arriverà dunque ai quarti. Avanza anche Alexander Zverev, vincitore su Alejandro Tabilo.

Il tabellone femminile

Anche tra le donne la giornata presenta un conto salato alle padrone di casa. Escono Amanda Anisimova e Madison Keys: la prima cede 6-2 7-5 ad Anastasia Potapova, la seconda perde contro Qinwen Zheng dopo essere stata avanti 5-0 nel terzo set. La cinese, partita dalle qualificazioni, annulla un match point e infila sette game consecutivi per chiudere 1-6 7-6(3) 7-5.

Zheng troverà Iga Swiatek, costretta a due tie-break da Marie Bouzkova, battuta 7-6(3) 7-6(3). Avanza Coco Gauff, 6-3 6-4 a Cristina Bucsa: agli ottavi sarà derby con Iva Jovic, che supera Alexandra Eala 7-5 3-6 7-5 dopo oltre tre ore. Passa anche Mirra Andreeva contro Nikola Bartunkova e sarà lei ad affrontare Potapova.

Più laborioso il successo di Naomi Osaka, che piega Elise Mertens 6-3 3-6 7-5. La giapponese si guadagna un ottavo contro Elena Rybakina, vittoriosa su Yuliia Starodubtseva per 7-6(6) 6-3. Tra rimonte, occasioni sprecate e favorite costrette a lottare, anche il tabellone femminile arriva alla seconda settimana con parecchio da raccontare.

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