Il ritorno di Carlos Alcaraz a New York portava con sé diverse domande, principalmente sul suo stato di forma e soprattutto sulla salute del polso e dell’efficacia del dritto. Lo spagnolo ha fugato presto ogni dubbio, di sicuro non ha trattenuto il colpo che è tornato a far male come ai vecchi tempi. La sconfitta contro Ben Shelton. – pur battuto nelle tre precedenti sfide e solo la seconda su 17 match al quinto in carriera– ci stava, il primo match tirato dal rientro, un quinto set che mancava dalla semifinale dell’Australian Open con Zverev e, aspetto più importante, non gli ha tolto il sorriso.
Dammi epica e pathos, ma non a quest’ora
Una roba memorabile, in ogni caso, degna conclusione (alle 3.33 newyorchesi) di una giornata iniziata con la rimonta vittoriosa al super-tiebreak di Sabalenka su Noskova e proseguita con quella di Tiafoe su Michelsen, il cui epilogo ha reclamato le lacrime (anche) di Pegula. Jesse stessa ha vinto in rimonta, su Emma Navarro, ma senza alcun long set – praticamente una passeggiata (di quasi due ore e mezzo). Una giornatona di cui è impossibile lamentarsi. Anzi, è molto possibile: dateci l’epica, ma in fretta che abbiamo altro da fare. Bravo Ulisse, ma la prossima volta prendi un volo diretto per Itaca.
C’era però anche un altro quesito sotteso al rientro di Alcaraz, nato da un semplice dato statistico: dal 1990, anno in cui l’ATP ha preso le redini del circuito istituendo le attuali categorie di tornei, nessuno ha mai vinto lo US Open senza aver giocato almeno uno dei due Masters 1000 che lo precedono, Toronto/Montreal e Cincinnati. Ci riuscirà Carlos?, ci si domandava dopo che l’assenza giustificata in Canada e in Ohio aveva prodotto le condizioni per l’impresa.
Sinner lo ha fatto a Wimbledon, qual è la difficoltà?
Lo scorso luglio, Jannik Sinner si è confermato campione a Wimbledon. L’ultimo match disputato dal numero 1 del mondo prima dell’esordio sui Sacri Prati risaliva alla sconfitta contro Juan Manuel Cerundolo. Il Rosso Dissesto era crollato a un game dalla comoda vittoria. Nessun torneo di preparazione sull’erba, un po’ di rodaggio all’esordio e via verso il titolo. In pratica, Alcaraz rientrava da uno stop forzato di quattro mesi e mezzo per un infortunio al polso, forse l’articolazione che più spaventa un tennista; Jannik era stato malino una giornata. A parte questo, la questione è proprio strutturale: solo tre settimane di erba prima di Wimbledon, che fino al 2014 erano appena due, peraltro con inizio subito dopo il Roland Garros.
A ben vedere, per Wimbledon e anche per l’Australian Open vale la stessa statistica dello US Open: nessuno li ha mai vinti senza partecipare a un Masters 1000 che li precede. Certo, quei due Slam hanno una buona scusa, poiché né lo swing down under né quello erboso possono vantare un evento di tale categoria. Proprio quest’anno, peraltro, anche Alcaraz aveva saltato tutti gli eventi ATP prima di andare a vincere A Melbourne.
E né il successo di Carlos né quello di Jannik hanno costituito una novità: dei sette titoli a Wimbledon di Novak Djokovic, solo quel 2018 è stato preceduto da un altro torneo sull’erba, il Queen’s. Così come i tre trofei consecutivi alzati da Nole all’Australian Open a partire dal 2011 erano arrivati senza match “preparatori” del Tour. Insomma, vincere l’Australian Open o Wimbledon arrivando difilati e defilati, rispettivamente, dalla off season o dalla terra battuta non aggiunge granché al trionfo Slam. Torniamo però allo US Open.
Campioni a New York: quali “Mille”?
Nella simpatica tabella più sotto, vediamo a quali ATP Masters 1000 (o come si chiamavano ai tempi) hanno preso parte i successivi vincitori a Flushing Meadow. Teniamo anche presente che c’erano anche altri tornei sulla strada di New York; Per esempio, nel 1990, Pete Sampras giocò tutti i cinque tornei dello swing, uno a settimana, per 16 match complessivi. L’anno successivo, Stefan Edberg diede buca in Canada, prendendo comunque parte a quattro eventi (14 incontri).
Quattro, consecutivi, anche per Andre Agassi nel 1999: finale a Los Angeles, semi a Montreal e a Cincinnati, titolo a Washington – 18 match in quattro settimane. Nondimeno, qualcuno potrebbe far notare che erano gli anni ’90, un’altra epoca: gesti bianchi come le palline, accarezzate e non colpite, figuriamoci se con la violenza attuale, aristocratici che si muovevano appena di più rispetto ai lampioni a gas zampettando tranquilli che altrimenti si sudava – sai che impegno giocare un torneo a settimana. Sì, gli anni ’90 del XIX secolo.
Tabella 1
Filotti
Andy Roddick, l’ultimo eroe statunitense quando ancora si devono giocare le semifinali dell’edizione 2026, con il derby strscio-stellato tra Shelton e Tiafoe nella parte bassa del tabellone, ha trionfato allo US Open 2003 dopo i titoli in entrambi i Masters 1000. Prima ancora, semifinale a Washington e trofeo a Indianapolis. 21 incontri in 4 settimane. Poi però ha saltato Long Island – se non hai voglia di giocare… Non solo Andy, però. Anche Rafa Nadal vinse i due Mille prima di portarsi via la sua seconda coppa a New York, nel 2013.
Perché senza almeno un Mille non si vince lo US Open?
Sampras sembrava esserci andato vicino nel 1996, quando un infortunio al tendine d’Achille lo costrinse a rinunciare alle Olimpiadi di Atlanta e ci fu anche forfait a Toronto. In realtà il torneo canadese si tenne la settimana prima dello US Open e Sampras si era già ripreso per giocare in Ohio (quarti di finale) e a Indianapolis (titolo).
Per rispondere alla domanda, non significa che, da un punto di vista tecnico o della preparazione, per vincere a New York sia necessario partecipare ad almeno uno di quei due tornei. Semplicemente, dal 1990 nessun vincitore ha scelto – o è stato costretto – ad arrivare a Flushing Meadows senza aver giocato né in Canada né a Cincinnati. E ciò è (ancor più) vero per il Roland Garros con tre Masters a precederlo.
È viceversa possibile vincere lo US Open senza prendere parte ad alcun 1000 successivo. Chiedere a Pete Sampras (che prese l’impresa fin troppo alla lettera nel 2002 – non giocò mai più un torneo pro) o a Dominic Thiem.
Riprendendo il discorso sul tentativo di questa edizione, a remare contro il successo di Alcaraz, oltre al fatto di rientrare da un infortunio serio e a questa statistica che, deliziosamente oziosa, in fondo non dimostra niente, agiva una forza reale: quella che dal 2008, anno del quinto successo consecutivo di Roger Federer, impedisce a chiunque di confermare il titolo dello US Open.
