Shelton, finale Slam e… “illusione” record: batte Tiafoe, ma la battuta a 254 km/h era un errore del radar

Tra un colpo granitico e il giallo della battuta atomica poi corretta dal radar, Shelton doma Tiafoe. Il record del servizio più veloce non si tocca

Di Francesco De Salvin
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Ben Shelton al servizio

Un fulmine che ha fatto tremare i radar e spinto Ben Shelton diritto nella storia e nella sua prima finale Slam. L’americano ha battuto Frances Tiafoe in un pirotecnico derby a stelle e strisce finito 4-6 6-3 6-3 7-5 dopo oltre tre ore di lotta, confermando lo stato di grazia che lo aveva già visto eliminare il campione uscente Carlos Alcaraz ai quarti. Domenica, a 23 anni dal sigillo di Andy Roddick, gli Stati Uniti sognano di nuovo il titolo di casa: di fronte ci sarà Alexander Zverev, fresco del successo in tre set su Karen Khachanov. Una sfida sulla carta proibitiva per il n° 1 d’America, sotto 0-5 nei precedenti con il tedesco, ma spinto da un’arma devastante con cui ha infiammato il pubblico di Flushing Meadows.

Il giallo del radar

Nel quarto game del primo set, sul 15-15 con Tiafoe avanti 2-1, sul tabellone è apparso un numero da capogiro: 158 miglia orarie, pari a 254,28 km/h, che avrebbe frantumato ogni primato negli Slam e nel circuito principale ATP. L’entusiasmo è durato però poco: USTA e Hawk-Eye hanno rianalizzato nell’immediato i dati di tracciamento, correggendo ufficialmente la velocità a 144 mph (circa 232 km/h) e confermando un errore tecnico del sensore di rilevamento. Una doccia fredda statistica che cambia poco la sostanza delle cose: la battuta di Shelton resta un proiettile granitico e devastante, l’innesco primario di una vittoria d’autorità su cui si fondano le speranze americane per la finale.

I precedenti e i limiti ATP

Anche senza l’acuto da record (che nei registri ATP ufficiosi vede in cima la mazzata da 263,4 km/h scagliata da Sam Groth in un Challenger, non omologata per la mancata taratura rigida dei radar nel circuito minore), il servizio di Shelton rimane l’incubo di chiunque risponda. La caccia al record assoluto tiene conto anche delle seconde di servizio, guidate da Giovanni Mpetshi Perricard con i suoi folli 237 km/h a Wimbledon 2025. Resta il fatto che, al di là dei decimali e delle correzioni dei sensori moderni, il braccio del mancino di Atlanta fa male come pochissimi altri nella storia recente del gioco.

Il tennis in bianco e nero

La ricerca della battuta atomica, d’altronde, affonda le radici in un’epoca romantica in cui i rilevamenti oscillavano tra scienza e leggenda. Negli anni ’30, quando si serviva mantenendo un piede a terra, Ellsworth Vines fu cronometrato a 206 km/h (e 194,7 km/h nella finale di Wimbledon 1932 senza radar), mentre Lester Rollo Stoefen piazzò una mazzata da 210,8 km/h. Sopra a tutti svettava “Big Bill” Tilden, a cui le cronache attribuirono battute da 262,8 km/h e persino 263,3 km/h nel 1931. Il britannico Mike Sangster fece registrare 247,8 km/h nel 1963, fino ai primi dati scientifici del 1976 con i 220,5 km/h di Scott Carnahan e le esibizioni promozionali “Gilbey Gins” con racchette in legno vinte da Colin Dibley (209,2 km/h) dopo l’exploit di Udayachand Shetty (193,1 km/h).

Verso la finale

Sì, insomma, tra la nostalgia delle racchette di legno, i test d’altri tempi (come i fantomatici 321,1 km/h dichiarati dal tecnico Horst Goepper nel 1981) e le misurazioni elettroniche di oggi, il verdetto del campo parla chiaro: Ben Shelton è pronto a giocare per la storia. Il boato dell’Arthur Ashe Stadium accompagnerà un giocatore capace di ribaltare l’inerzia della semifinale con la solidità dei colpi di chiusura. Certo, contro Zverev servirà ben più della sola potenza per infrangere il tabù degli scontri diretti, ma con questo braccio e una fiducia alle stelle, il nuovo re dei server americani ha tutta l’intenzione di far saltare il banco in quel di New York.

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