Alexander Zverev: il terzo uomo

La carriera di Alexander Zverev può essere letta come una lunga forma di resistenza. Fisica, per un atleta che convive con il diabete dall’infanzia. Mentale, per tutto ciò che ha dovuto perdere prima di riuscire a vincere davvero. Generazionale, perché è sopravvissuto alla fine dei Big Three e all’arrivo di Sinner e Alcaraz. Nel 2026 quella tenace resistenza lo ha finalmente premiato: il terzo uomo del tennis mondiale è lui.

Di Jenny Rosmini
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Alexander Zverev - US Open 2026 (foto X @usopen)

Alexander Zverev ha trascorso buona parte della carriera in un limbo. Un limbo agonistico e, per certi versi, quasi identitario: una dimensione fatta di attese, occasioni sfiorate, conferme parziali e consacrazioni continuamente rimandate. L’etichetta di giocatore incompiuto se l’è portata addosso a lungo, insieme a quella, ancora più ingombrante, di “uno dei tennisti più forti di sempre a non aver mai vinto uno Slam“. Prima che riuscisse finalmente a vincerne uno, il tema era diventato quasi un genere a sé: intere trasmissioni di approfondimento tennistico dedicate ad analisi, dibattiti, confronti con altri grandi giocatori rimasti senza un Major, nel tentativo di capire se Zverev fosse destinato alla stessa sorte. Il tedesco, alla fine, da quel club è riuscito a tenersi alla larga, per entrare invece in uno ben più prestigioso.

Deve essere stato un enorme e insperato sollievo essersi liberato in tempo di quella definizione così mortificante. Soprattutto perché Zverev arriva da un Paese che, quando si parla di tennis, conosce bene il significato della parola campione: Boris Becker e i suoi sei Slam, Steffi Graf e i suoi ventidue Major, ma anche Michael Stich, campione a Wimbledon nel 1991, e più recentemente Angelique Kerber, tre volte vincitrice Slam e numero uno del mondo. Un’eredità non esattamente leggera con cui convivere.

Tanto più per un giocatore che, nonostante i risultati, ha avuto per anni un rapporto piuttosto complicato con la propria immagine in Germania (e oltre i confini nazionali). Alla difficoltà di essere percepito fino in fondo come un vincente si è infatti sommata quella di non essere mai diventato un campione particolarmente amato o capace di accendere gli animi. Già in passato la stampa tedesca raccontava di una popolarità non proporzionata ai suoi successi e di una percezione pubblica segnata da un carattere giudicato talvolta arrogante o poco accomodante; lo stesso Zverev aveva ammesso di voler essere conosciuto meglio dai suoi connazionali e di desiderare che il pubblico tedesco (e non solo) facesse maggiormente il tifo per lui. A questo si sono aggiunti nel tempo polemiche dentro e fuori dal campo e vicende personali che ne hanno ulteriormente reso controversa la figura pubblica. In un Paese abituato ad amare visceralmente campioni come Becker e Graf, terminare la carriera portandosi dietro la croce di eterno loser, per di più mal tollerato, sarebbe stato un peso difficile da scrollarsi di dosso.

Il limbo di Zverev non è stato soltanto suo. In parte, è stato il destino di un’intera generazione

È nato nel 1997, nel cuore di quella fascia di giocatori che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità dei Big Three: Daniil Medvedev è del 1996, Stefanos Tsitsipas e Casper Ruud del 1998; poco più indietro Dominic Thiem, classe 1993. Il problema è che quell’eredità, per anni, non è mai diventata davvero disponibile. Federer, Nadal e Djokovic hanno continuato a occupare il centro della scena molto più a lungo di quanto fosse ragionevole aspettarsi, lasciando agli aspiranti successori spazi strettissimi e occasioni spesso subordinate alla loro assenza. Dall’altra parte stavano già arrivando Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, due giocatori capaci nel giro di pochissimo tempo di alzare nuovamente l’asticella e, in alcuni casi, di infliggere a quella generazione sconfitte tanto nette da assumere i contorni dell’umiliazione sportiva.

Di quella fascia di giocatori nati negli anni Novanta, soltanto Dominic Thiem, Daniil Medvedev e Zverev sono riusciti finora a vincere almeno un Major. Ma le loro traiettorie hanno finito per divergere profondamente. Thiem, ha conquistato lo US Open 2020 proprio contro Zverev, imponedogli una delle sconfitte più devastanti della carriera: il tedesco, appena 23enne ma già arrivato fino al numero 3 del mondo a vent’anni, era avanti due set a zero e servì anche per il titolo sul 5-3 al quinto. È inevitabile, tra l’altro, chiedersi quanto diversamente avrebbe potuto svilupparsi la sua carriera se quel primo Major fosse arrivato allora! Per Thiem, invece, quello sarebbe rimasto il vertice: un grave infortunio al polso ne ha poi compromesso il ritorno ai massimi livelli, fino a spingerlo al ritiro. Medvedev ha raggiunto il numero uno del mondo e conquistato New York nel 2021, ma negli ultimi anni ha perso terreno rispetto al nuovo vertice del circuito. Tsitsipas ha toccato la terza posizione, disputato due finali Slam e vinto le ATP Finals senza però riuscire a trasformare le promesse dei primi anni in una presenza stabilmente dominante. Ruud ha raggiunto tre finali Major, ma senza trovare la stessa continuità ai massimi livelli.

Zverev, invece, è rimasto. Mentre attorno a lui quella generazione perdeva pezzi, arretrava o vedeva drasticamente ridimensionate le proprie ambizioni, il tedesco ha continuato ad accumulare vittorie, titoli e presenze nelle fasi decisive dei tornei più importanti. Gli si è potuto imputare una certa forma di pusillanimità in alcuni momenti, ma non certo una mancanza di tenuta e resilienza. Nel 2025, raggiungendo quota 500 vittorie nel circuito maggiore, è diventato il quinto giocatore allora in attività a tagliare quel traguardo e, a 28 anni, il più giovane del gruppo. E il suo palmarès, ancora prima dello Slam che gli mancava, aveva già la consistenza di quello di un campione: sette Masters 1000, due ATP Finals e l’oro olimpico di Tokyo, oltre a tre finali Major.

Il 2026 ha premiato soprattutto la sua resistenza

Doveva essere l’anno del Grand Slam di Sinner, delle finali Sincaraz, quei “popcorn match” da indigestione che pubblico, televisioni e sponsor già pregustavano con il consolidarsi di un duopolio e di una rivalità a due — una delle forme narrative che, da sempre, il tennis sa vendere meglio e gli appassionati reclamano. Almeno questi erano i (rosei) pronostici di inizio stagione, quelli che ogni gennaio ci divertiamo a formulare come se il futuro potesse davvero essere ordinato in anticipo.

È andata diversamente. Il 2026 si è trasformato in un anno anomalo, spezzato, che per i motivi che conosciamo ha lasciato a lungo il pubblico quasi malinconicamente orfano dei suoi due fenomeni. Ed è proprio dentro quello spazio inatteso, mentre il copione previsto e agognato saltava, che Zverev ha finito per prendersi la scena.

Semifinalista all’Australian Open, campione al Roland Garros, finalista a Wimbledon e vincitore dello US Open: Zverev ha chiuso la stagione dei Major in maniera eccezionale con due titoli, una finale e una semifinale, risultati che lo hanno portato anche in testa alla Race to Turin, davanti a Sinner. Quella che per anni era stata la ricerca quasi ossessiva della consacrazione si è trasformata in una presenza permanente nelle fasi decisive degli Slam. Raggiungendo la semifinale a New York era diventato appena il nono uomo dell’Era Open capace di arrivare almeno tra gli ultimi quattro in tutti e quattro i Major nella stessa stagione; quella dello US Open era inoltre la tredicesima semifinale Slam della sua carriera, un dato che tra i giocatori ancora in attività lo collocava dietro soltanto a Novak Djokovic.

Alexander Zverev ha davvero mostrato una forma di resistenza ostinata a cui va dato credito, una resistenza iscritta anche nel suo corpo. Diabetico di tipo 1 dall’età di quattro anni, ha costruito una carriera ai massimi livelli convivendo con una fragilità che non gli ha impedito di diventare uno degli atleti più duri del circuito: «Ci sono due partite che si giocano contemporaneamente: quella che tutti vedono e quella che sento solo io». Per molti anni Zverev ha preferito non parlarne pubblicamente; lo ha fatto soltanto nel 2022, quando ha creato la Alexander Zverev Foundation, raccontando anche come da bambino gli fosse stato prospettato che praticare sport professionistico ad altissimo livello sarebbe stato quasi impossibile. «Non l’abbiamo mai accettato», ha ricordato parlando della reazione sua e della famiglia.

Per buona pace di quanti, negli ultimi due o tre anni, sono andati insistentemente alla ricerca di un terzo uomo, prendendo a volte pali clamorosi o vedendo le proprie previsioni smentite dalla mala suerte, il terzo uomo, almeno per il momento, è lui. È il giocatore che è riuscito a non rimanere intrappolato e ad opporsi ai tentacoli della frustrazione che hanno finito per annichilire buona parte della generazione di mezzo durante questo lungo periodo di transizione. Eppure, per un tratto, quei tentacoli sembravano aver afferrato anche lui: Zverev ha convissuto a lungo con il paradosso di spegnere ciò che, per talento e mezzi, avrebbe dovuto far esplodere. È riuscito però, più degli altri, a restare lì, a non farsi risucchiare definitivamente da quella spirale.

Un terzo uomo, sì, ma non un antagonista. Perché quando Sinner e Alcaraz sono presenti, sani e al massimo delle proprie possibilità, Zverev non sembra ancora in grado di mettere realmente in discussione la loro supremazia (0-2 contro Sinner e Alcaraz negli Slam del 2026, 14 sconfitte negli ultimi 15 confronti complessivi con i due e, più in generale, un bilancio di 1-15 contro i top 5 negli Slam in carriera).

Per far saltare quella gerarchia, almeno finora, è servito qualcosa di ancora più forte: l’imprevedibile, ciò che arriva da fuori e sfugge al controllo e finisce per lasciare tutti noi tristemente impietriti.

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