US Open – Il vecchio e il nuovo Zverev e la nuova domanda: quanti Slam potrà vincere ancora?

Dipenderà certo anche da Sinner e Alcaraz, ma questo Zverev da tre mesi a questa parte è un altro. Due Slam vinti in tre finali non è una statistica ma uno status

Di Ubaldo Scanagatta
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Alexander Zverev - US Open 2026 (x @atptour_ES)

Può sembrare un paradosso dirlo di uno che ha vinto 2 Masters ATP Finals (a Londra e a Torino), ma è in questi ultimi 3 mesi che Alexander Zverev ha finalmente imparato a vincere. Per anni Sascha è stato uno di quei giocatori per cui la domanda che in tanti ci rivolgevamo era sempre la stessa: come è possibile che uno così forte non abbia ancora vinto abbastanza? Non mancavano gli alibi. Quegli alibi si…chiamavano prima Federer, Nadal, Djokovic, Murray e Wawrinka, poi quando Sascha avrebbe dovuto raccogliere l’eredità dei Fab…5, gli alibi hanno cambiato cognome, Alcaraz e Sinner. E lui …l’eterno secondo. Quanta frustrazione nel continuare a sentirsi affibbiare quella nomea.

Tuttavia non posso dimenticare le parole – che ho già citato in più di un’occasione – che qualche anno fa  (3 o 4 al Roland Garros) mi disse Marc Rosset, il gigante svizzero che al di là di aver vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona 1992, essere stato top-ten e poi capitano della squadra svizzera di Coppa Davis dal 2002 al 2005 guidando i primi passi di Roger Federer nella nazionale rossocrociata: “Sascha Zverev è un tennista straordinario che ha tutte le armi per battere chiunque – e lo ha anche già fatto – ma può fare molto ma molto di più. Ha il potenziale, tecnico e fisico, del n.1 e gli basterebbe che si decidesse a venire un po’ più spesso avanti, anziché ancorarsi a fondocampo a difendersi piuttosto che ad attaccare, per diventare un tennista quasi imbattibile. Non so se il suo team è capace di persuaderlo a fare quel passo in avanti in più”.  

Marc Rosset aveva visto giusto, come spesso gli è accaduto. Avreste dovuto ascoltarlo quando parlava del ragazzino che si chiamava Roger Federer.

Zverev, allo US Open ha chiuso un cerchio

Che dire del tennista Zverev? Un servizio costantemente sopra ai 210 km orari, il miglior rovescio bimane della sua generazione, il fisico, la profondità della sua palla, la sorprendente mobilità per un giocatore della sua altezza, una tenuta alla distanza incredibile …se anche non si sapesse che a 4 anni gli fu diagnosticata una vita da diabetico, l’estrema fluidità dei suoi colpi…Quanta differenza con quelli “muscolari”, violenti, strappati di Shelton! Quasi tutto, nel suo tennis, ha sempre avuto le dimensioni di un campione. Eppure nei momenti che contavano davvero Zverev sembrava trasformarsi. Diventava prudente quando avrebbe dovuto essere aggressivo, pensava quando avrebbe dovuto  anticipare e colpire, lasciava entrare nella partita avversari che sembravano già battuti.

New York era il luogo perfetto per chiudere quel cerchio, 2020-2026. Qui, nel 2020, Zverev era arrivato a due punti dal suo primo Slam dopo essere stato avanti due set a zero contro Dominic Thiem. E poi 5-3 e servizio. Ma, incatenandosi in una serie di doppi falli da nevrotico, perse, anzi…riuscì proprio a perdere. Quella finale è rimasta per anni la fotografia migliore (e quasi drammatica)della sua carriera: un talento enorme incapace, proprio sul traguardo, di smettere di avere paura di perdere. Zverev quella finale non l’ha semplicemente persa. Per anni se l’è portata dietro. 

Sei anni dopo, contro Ben Shelton, è successo quasi l’opposto.

Tutto l’Arthur Ashe – e chissà se da Lassù non anche lo stesso Arthur Ashe – voleva Shelton campione. Era scontato. Americano, 23 anni, carismatico, esplosivo, alla sua prima finale Slam, con la possibilità di riportare negli Stati Uniti un titolo maschile che manca dai tempi di Andy Roddick, Shelton aveva tutto ciò che New York ama: energia, rumore, rischio, spettacolo. Zverev, dall’altra parte della rete, aveva tanta esperienza in più. E non solo: il suo colpo notoriamente meno solido – il dritto – era assai superiore al rovescio di Shelton, quello sì un “fondamentale” davvero fragile.

Shelton, l’inesperienza in finali Slam ha pesato

L’inesperienza di Shelton si è rivelata subito importante: già nel primo game della finale l’americano, inevitabilmente teso si è fatto breakkare. Con un doppio fallo sulla pallabreak. Mentre Zverev (69% di prime e 80% di punti quando ha messo la prima nel match) non ha consentito a Shelton di arrivare  mai a 40, quando Shelton ha servito sul 3-5 ecco una palla break per il tedesco e ecco un altro doppio fallo di Shelton. E fino al 3-2 del terzo set Zverev non ha concesso una sola pallabreak a Shelton.

Zverev non ha giocato il tennis più spettacolare della sua carriera, anche se la finale è stata di buona qualità complessiva. Ma ha fatto qualcosa che per molto tempo gli era riuscito difficilissimo: ha accettato che una finale Slam potesse complicarsi senza interpretare ogni difficoltà come l’inizio di un crollo.

Quando Shelton gli ha strappato il terzo set, il copione sembrava pronto. Il pubblico si era acceso d’entusiasmo, “The American Dream” (Il sogno americano) sembrava che si potesse realizzare. God only knows quanto i giovani possenti alla Ben possano esaltarsi e rendersi pericolosi con tanta adrenalina in corpo. L’atmosfera era diventata elettrica.

Il vecchio Zverev avrebbe probabilmente iniziato a guardare il proprio box, a scuotere la testa, a parlare con se stesso, il padre coach, il fratello. Non si mette a discutere con il proprio box. Non comincia a giocare tre metri dietro la linea di fondo. Non trasforma ogni errore in una piccola crisi esistenziale. Non sembra chiedersi se il passato stia tornando.

 Quello di questa domenica ha semplicemente ricominciato a giocare. E anziché disunirsi, disperarsi, ha strappato immediatamente il servizio a Shelton che, dal canto suo, ha fatto un paio di sciocchezze imperdonabili.

A 29 anni Zverev non è diventato improvvisamente un giocatore diverso. È diventato una versione più stabile di quello che è sempre stato. Serve ancora fortissimo, domina ancora con il rovescio, e anche se continua spesso a preferire il controllo al rischio, ora sembra finalmente aver capito che nei grandi tornei non è necessario sentirsi invincibili. È necessario continuare a prendere decisioni lucide anche quando non ci si sente tali. Il 2026 cambia quindi radicalmente il modo in cui guardiamo alla sua carriera. Prima di questa stagione Zverev poteva ancora essere inserito nella lunga categoria dei grandissimi giocatori a cui mancava la prova definitiva. Ora ha vinto Roland Garros e US Open nello stesso anno e ha raggiunto tre finali Slam consecutive. Non è più un giocatore che deve dimostrare di poter vincere un Major. È un giocatore che deve capire quanti può vincerne.

Djokovic ha costruito una parte enorme della sua leggenda vincendo partite in cui per lunghi tratti non sembrava necessariamente il giocatore migliore.

E dall’altra parte, paradossalmente, Shelton esce sconfitto ma probabilmente più grande. La sua finale non è stata soltanto la storia dell’americano che non è riuscito a interrompere un digiuno che dura dal 2003. È stata la dimostrazione che Shelton sta entrando in un’altra categoria. In questo torneo ha battuto Carlos Alcaraz, ha superato Frances Tiafoe e ha raggiunto la sua prima finale Slam. La potenza è evidente, il servizio può già cambiare una partita da solo, la personalità non gli è mai mancata. E’ più lui a incarnare il futuro del tennis americano dei vari Fritz, Paul, Tiafoe, Michelsen cui manca proprio la personalità di un Shelton. Shelton è istinto, energia, esplosività. Gioca punti che sembrano pensati per diventare highlights. Il servizio parte a velocità assurde, cerca la rete, coinvolge il pubblico, cambia improvvisamente ritmo.

US Open, un incontro tra due momenti opposti di una carriera

 Ma contro Zverev si è vista anche la distanza che ancora separa l’essere pericolosi per i più forti con la possibilità di batterli nelle proprie giornate migliori (e quelle meno buone dei Sinner, degli Alcaraz e degli Zverev) dall’essere un numero 1. E’ una distanza che oggi si chiama ancora discontinuità (e rovescio, migliorato sì ma non a sufficienza).

Per questo la finale di New York potrebbe essere ricordata come l’incontro tra due momenti opposti di una carriera.

Shelton ha scoperto quanto è vicino – e al contempo lontano – al vero vertice del tennis mondiale che oggi è rappresentato da Sinner, Alcaraz e un gradino appena sotto Zverev, il quale è tuttavia sopra di un gradino altrettanto profondo nei confronti degli altri top-ten, Shelton compreso. Shelton ha già il tennis per battere praticamente chiunque. Deve diminuire gli alti e i bassi all’interno di un match (i doppi falli sulle palle break…), deve ancora costruire il tennis necessario per battere chiunque per sette partite consecutive.La differenza sembra sottile. Nei tornei dello Slam è enorme. Zverev oggi lo sa meglio di quasi tutti. 

Zverev ha scoperto quanto è cambiato. Se nel 2020 New York gli aveva insegnato nel modo più brutale possibile che il talento non basta per vincere, sei anni dopo gli ha restituito qualcosa di molto più importante di un trofeo: la sensazione che, quando una partita diventa difficile, non sia più necessariamente lui quello destinato a cedere. Potrebbe essere più aggressivo, attaccare di più? Certo che sì, però il grande salto non avviene quando aumentano i vincenti. Avviene quando diminuiscono le partite che regali. Ed è precisamente ciò che sta succedendo a Zverev. E’ forse questa, più ancora del secondo Slam, la vera vittoria di Alexander Zverev.

Fino a pochi mesi fa Alexander Zverev era ancora il protagonista di una delle grandi domande irrisolte del tennis contemporaneo: può davvero vincere uno Slam?

Adesso la domanda è completamente diversa. Quanti? E la risposta l’ha accennata lui in conferenza stampa: “Sinner è più forte di me” 

I due Slam vinti nel 2026 non sono  una differenza statistica. È una differenza di status.

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