Paolo Canè: “Allenerei Musetti gratis, aspetto solo che mi chiami”

"Il problema di Sinner si è creato in semifinale a Wimbledon, ma anche all'80% poteva arrivare in fondo allo US Open", così l'ex tennista

Di Sabrina Giorgi
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Paolo Canè, indimenticabile protagonista del tennis azzurro e oggi voce tecnica di Eurosport, traccia un bilancio pungente sull’attuale stagione tennistica, soffermandosi sul circuito maschile. L’ex atleta, ai microfoni di Fanpage, ha ripercorso le dinamiche dello US Open, per poi lanciare un appello a Lorenzo Musetti e riflettere su Carlos Alcaraz, Novak Djokovic e Jannik Sinner.

US Open e il trionfo di Zverev

Ripercorrendo quanto accaduto a Flushing Meadows, Canè si sofferma sul trionfo e sul ruolo di Alexander Zverev, elogiandone non solo il rendimento sportivo ma anche la gestione di una condizione personale delicata. “Zverev è stato molto bravo”, esordisce: “La cosa che più mi ha colpito è il discorso che ha fatto. Si parla poco del diabete e di quello che fa Zverev, che convive con questo problema sin da bambino”. L’opinionista sottolinea il valore emotivo di queste vittorie, non dimenticando il riconoscimento di Zverev rivolto alla madre, descritta come colei che ha lottato di più per lui, e l’emozione del padre.

Secondo l’ex azzurro, il tedesco ha saputo capitalizzare in modo cinico le contingenze del torneo. “Quando non ci sono i due gatti, Sinner e Alcaraz, il Topolino balla. Certo Carlos c’era, ma al netto della prova di Shelton, era un po’ a mezzo servizio”. Una situazione che ha investito Zverev della pressione tipica del favorito, un ruolo che però “a livello di gioco andava a nozze in tutti gli incontri che ha fatto”. Nonostante le fatiche iniziali, con dieci ore trascorse in campo e un match in cui si è trovato a due punti dalla sconfitta contro Sonego, Canè osserva come Zverev riesca a trarre un vantaggio psicologico dall’assenza dei suoi diretti rivali. “Quando non ci sono quei due nomi che soffre mentalmente, anche se è al 50% riesce a tirare fuori più energia”.

La percezione diffusa di uno US Open leggermente sottotono è, secondo Paolo Canè, un’impressione strettamente fisiologica. “È una percezione che hanno tutti perché mancava Sinner che è il numero uno al mondo e Alcaraz non era al cento per cento”, conferma, paragonando la situazione del tabellone a quanto visto a Parigi. “La torta come al Roland Garros la possono mangiare tutti. Mancando questi due il primo nome che viene in mente per la vittoria è Zverev, che riesce a sfruttare queste occasioni”.

Canè: “Alcaraz è di un’altra categoria”

Passando al rientro di Carlos Alcaraz dopo quattro mesi di stop, Canè non usa mezzi termini per respingere lo stupore generale sulle prestazioni dello spagnolo. “Alcaraz non mi ha stupito: lui può stare fermo anche un anno. Sennò non giocherebbe a tennis con queste doti. Non meravigliamoci più di questi campioni: anche se stanno fuori tre-quattro mesi, tornano e fanno partite pazzesche”. L’uscita di scena serena del murciano è vista come un logico riassestamento ai tre set su cinque, dove permangono fisiologici interrogativi sulle condizioni del polso. Tuttavia, per Paolo, lo spagnolo resta “di un’altra categoria”.

Sulle polemiche scaturite in merito alle scelte degli organizzatori, colpevoli di aver programmato il match tra Shelton e Alcaraz a tarda notte, Canè adotta un approccio estremamente pragmatico. Pur riconoscendo che terminare alle tre di mattina scombussoli inevitabilmente i ritmi di recupero – specialmente per un atleta di rientro da un lungo infortunio – ritiene che i tennisti siano ormai strutturati per assorbire questi contraccolpi. “Può essere penalizzante un po’, però con gli infortuni e tutto guarderei altre cose, non il fatto dell’ora in cui hanno giocato”, sentenzia.

Appello a Musetti: “Chiamami per allenarti”

Il passaggio forse più sorprendente dell’intervento riguarda però Lorenzo Musetti, reduce dall’ennesima stagione frammentata da problemi fisici. Qui Canè si espone in prima persona con una dichiarazione d’intenti totale: “Aspetto solo che mi chiami per allenarlo. Per portarlo nei primi cinque e farlo stare lì dieci anni. Sennò continuerà a fare così”. Mosso da un’empatia coltivata in anni di telecronache, considera il carrarino quasi come un suo allievo, ma lamenta il muro eretto dal team del giocatore. “Io mi sono proposto varie volte”, rivela, ammettendo l’assenza di aperture a causa di uno staff che “non ti fa neanche avvicinare a parlare”. La sua è una proposta puramente tecnica e passionale: “Voglio zero euro. Voglio lavorare con lui per una collaborazione”.

Canè racconta infine di un fugace scambio di battute avuto con il connazionale durante i Giochi Olimpici, in cui gli ha suggerito la chiave tattica definitiva: “Gioca a tennis. Gioca come sai”. Un consiglio basato sull’osservazione costante: “Quando vedi che gioca in una certa maniera è il Musetti che conosciamo. quando sta lontano dieci metri… Ripeto: lui deve giocare come sa. Ogni singola partita, a costo anche di perderne trenta di fila”.

“Sinner? Tutto è partito da Wimbledon”

Infine, Canè si concentra sul momento di Jannik Sinner e sulla gestione del fisico che il numero uno al mondo ha dovuto calibrare. Secondo lui, l’altoatesino ha maturato una profonda consapevolezza in seguito agli allarmi scattati a Parigi e a Wimbledon. Il torneo londinese, portato a termine in condizioni imperfette, ha infatti lasciato strascichi. “Diciamo che il problema se l’è creato durante la semifinale o la finale: quella scivolata che hanno mostrato, in cui sul contropiede mette male il ginocchio e da lì è partito tutto”, osserva Canè. Valutando le scelte prudenziali prese in merito allo US Open, l’ex azzurro promuove in pieno la linea della cautela adottata dal team di Sinner per salvaguardare la salute a lungo termine del giocatore: “Avrebbe potuto giocare anche lo US Open all’80%, arrivando comunque in fondo al tabellone. Però, se vai a compromettere ulteriormente un infortunio aggravando la situazione, poi ci vuole ancora più tempo per rientrare”.

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