US Open, i top e i flop: conferma Zverev, Rybakina in versione pigliatutto

Zverev vince, convince ma non appassiona. Per Alcaraz un ottimo rientro, mentre Shelton mostra segni di grande maturità. Rybakina in versione squalo

Di Andrea Ciocci
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Alexander Zverev - US Open 2026 (foto X @USOpen)

Ah, che bella la varietà. Gli ultimi due anni ci avevano quasi fatto disamorare, con quei due a dividersi gli slam. Uno io, uno te. Neanche fosse una conta post-rapina. Certo, non va omesso, per dovere di cronaca, il piccolo particolare che Zverev, più che per la doppietta Parigi-New York, verrà ricordato per i rimbalzi che infligge alla palla prima di servire. Una procedura talmente ipnotica che ti chiedi se non sia un lag dello streaming. Attendere prego, rebuffing. Sinner, torna! Alcaraz, fai vedere che sei quello di prima! Vi promettiamo di eliminare tutti gli articoli, i tweet, i post, la qualsiasi insomma, che accenni al vostro asfissiante duopolio. Promesso. 

Fortuna che ci sono le donne a dare un senso alla parola cambiamento. Una magnifica Elena Rybakina, finalmente consapevole e decisa, ha fatto man bassa: trofeo e primato in classifica. Ai danni di una Sabalenka rabbiosa ma impotente. Gli italiani? Meno bene del solito. Per la prima volta, dopo 11 Major, nessuno dei nostri è arrivato ai quarti. Ma noi, che siamo stati preda di palpitazioni per un terzo turno raggiunto non si sa come nei tempi che furono, non ci andremo giù pesante con i voti. Quel che è giusto è giusto.

I top

Rybakina (10 e lode)

Così si ride e si colpisce in Paradiso. Parla, Elena, esulta, grida. Sì, grida pure. Ti sei presa tutto, trofeo e numero uno, con una fame agonistica che non avevi mostrato finora. Determinazione condita da leggerezza. Non di palla, eh. Che invece è pesante e potente, perché figlia di un timing perfetto e di un gesto fluidissimo, messi al servizio di una leva da cestista. Il risultato è devastante. Dopo il ritiro a Cincinnati a match in corso era addirittura in dubbio la sua partecipazione agli US Open. Invece è arrivata in fondo, battendo Osaka, la rinata Zheng, Gauff in semifinale e Sabalenka nella miglior finale possibile. Senza mai mollare di testa, come purtroppo le è capitato spesso. Se è davvero centrata, Elena appare virtualmente imbattibile. O comunque la più completa del lotto. A 27 anni, tutto sommato, è ancora relativamente giovane. Il mondo è tuo, Elena, sorridi!

Zverev (10)

Alexander piace come un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. La sua prosodia ha la suadenza di un ferro chirurgico. Ma vince. E tanto. Certo, contro avversari non stratosferici . Come testimoniato da questo dato: Zverev è l’unico plurivincitore Major ad aver battuto nello stesso anno solo 2 top ten. Prima di lui chi ne aveva battuti meno si era fermato a 8. Ma com’era quell’adagio? Gli assenti hanno sempre… sfiga. Lui, un po’ meno, in questo 2026 dei mutuati. Assente Sinner, arrugginito Alcaraz, a Flushing Meadows Sascha ha fatto il suo . Due primi turni inutilmente faticosi, poi il cambio di marcia. Dagli ottavi in poi ha regolato Darderi, van de Zandschulp e Khachanov. Non un parterre de roi. Ma Shelton in finale avrebbe potuto essere pericolosissimo, se il tedesco non avesse mostrato lucidità tattica e quasi nulla degli antichi (mica tanto) tremori.

In una finale memorabile solo per la sua famiglia, Zverev ha offerto una palla difficile, che Shelton non è riuscito a sfondare con l’esplosività che lo rende devastante. Con la coppa dello US Open tra le mani, torneo nel quale era arrivato a un turno di servizio – suo – dalla vittoria finale nel 2020, e il Roland Garros in bacheca (trofeo vinto sul campo dove ebbe quel terribile infortunio nel 2022), il tedesco sutura due ferite profondissime. E chiude un cerchio. Se non fosse che, da primo della Race, il numero uno della classifica ATP è un traguardo niente affatto utopistico. Quantum mutatus ab illo, eh?

Shelton (9)

La maledizione Slam non si è spezzata, ma gli USA hanno forse trovato chi tornerà a farli appassionare – e vincere – al tennis. Ben ha tutto. E questo si sapeva da almeno tre anni. Mettere insieme i pezzi, sotto la saggia supervisione di papà Bryan, non è stato facile. Ma ci siamo. Il suo servizio svita-schiena, nonché smonta-racchette avversarie. Le sue traiettorie mancine. Le incursioni a rete. A New York a tratti è sembrato spiritato. Un tabellone a dir poco difficile non lo ha scoraggiato. Anzi. Hurkacz, Tsitsipas – in versione decente – ma soprattutto Alcaraz nei quarti e Tiafoe in semifinale.

Tutte prove di grande maturità. Soprattutto la partita con Carlitos, finita al diciassettesimo punto del super-tiebreak. Oscenamente alle 3:33 del mattino – dai Tennis, continuiamo così, facciamoci del male. Senza dubbio la miglior partita del torneo. In finale la tensione e le trame difensive ma intelligenti di Zverev ne hanno sfasato il timing e gli impatti. Ma, come dice lui stesso, questo è solo l’inizio di un percorso giustamente ambizioso. E no, non è il terzo incomodo. È Ben Shelton, numero 3 della Race. Basta e avanza.

Sabalenka (8)

Le anime belle si scandalizzano perché ha lanciato la racchetta appena persa la finale con Rybakina e anche dopo, all’interno dell’impianto. Con le solite telecamere spione che non fanno cronaca, ma alimentano solo l’ingordigia dei guardoni. Per Aryna, quindi, il 2026 si chiude con un digiuno Slam. Di quelli che ti lasciano fiele nello stomaco. Che se ne fa delle belle vittorie ai danni di Noskova – partita magnifica – e Pegula in quarti e semifinali? Le numero uno sono condannate a vincere. E lei lo sa. Specie contro una rivale che ti ha appena soffiato il numero uno in classifica. Ma Rybakina è parsa troppo più centrata, come sentenzia il 6-2 rimediato dalla bielorussa nel set decisivo. Perché il suo tennis, da sempre più votato alla forza bruta che alla tecnica, funzioni, serve una tranquillità mentale che per tutto il 2026 Sabalenka non ha mostrato di avere. Al contrario, Aryna è parsa preda di una certa involuzione tecnica. D’ora in poi, però, sa bene che contro Elena i colpi strappati non basteranno. Sarà questo lo stimolo che le consentirà di invertire la tendenza?

Tiafoe (8)

La continuità ha sempre fatto difetto a Frances. Ma non quest’anno. Eppure a New York ha iniziato male. Vittoria in 5 set contro Damm. Cui però sono seguite partite molto convincenti. Specie negli ottavi con Medvedev e nei quarti, con la strepitosa rimonta ai danni di Michelsen che era scappato avanti di 2 set e servito per il match nel terzo. Con Shelton ha giocato una semifinale carica di significato, la prima dal 1972 che avrebbe dato la possibilità a un afroamericano di approdare in finale allo US Open, quando ci riuscì Ashe. Lì si è vista però la differenza di livello fra Tiafoe e il classe 2002. Frances comunque si consola con il best ranking, che lo vede ora al numero 8 della classifica ATP. Segno che Big Foe, abbandonate almeno in parte certe pose da intrattenitore più sguaiato che simpatico, è davvero maturato.

Gauff (8)

Quando si scrive, non è bello ripetersi. Ma se a farlo è l’atleta, che ripropone lo stesso mix di atletismo, tigna e abomini tecnici, le cronache non possono che prendere la stessa piega. E quindi ecco la solita Coco, che rende la vita difficilissima a tutte nonostante le tare di cui sappiamo. Ma, se la sfanghi con una remissiva Andreeva, nei quarti, Con Rybakina, questa Rybakina, con tutto l’impegno e la cattiverai agonistica che ci vuoi mettere, alla fine soccombi.

Anche se vinci il primo set e recuperi il break quando l’avversaria sta servendo per il match. La tensione, i dritti infossati in rete, i doppi falli. Il tennis è psicologia, sì. Corsa, sì. Ma per fortuna resta pur sempre legato indissolubilmente a tecnica, impatti, biomeccanica. Ambiti in cui Gauff sconta un deficit difficilmente recuperabile, almeno alle primissime della classe. Che Coco sia comunque fra le favorite in ogni slam è un attestato alla sua fortissima personalità.

Noskova (8)

Ma dove era nascosta questa ragazza? Alla WTA servono personaggi come Linda. Tennista eccelsa, prodotto della scuola ceca in versione upgradata. Ma il punto è un altro. Stupisce il giusto disincanto con cui prende una sconfitta. Nonostante – e forse proprio per questo – abbia dato tutto e sia arrivata a un niente dal vincere. Parliamo dei quarti contro Sabalenka. Cui era arrivata dopo una serie di battaglie, la più intensa delle quali vinta contro Kostyuk negli ottavi. Il match con Aryna è stato tra i più belli del torneo. Con la ceca che ha perso solo al super-tiebreak, dopo 17 punti. Risultato: affogare il groppo in gola (che neanche c’era, probabilmente) con una bella birra gelata. Cosa che ha puntualmente fatto. No, la vittoria a Wimbledon non è stata casuale. Linda ci farà vedere, con la sua calma determinazione, tante altre belle cose.

Alcaraz (8)

Siamo passati dai non gioca più ai sì, ma il dritto non sarà più quello di prima dell’infortunio. Per poi essere sommersi dai con questa versione di Alcaraz non vince nemmeno Sinner. In un circuito sempre più ossessionato dalla privacy sui giocatori, le cui cartelle cliniche vengono probabilmente archiviate dal Sant’Uffizio accanto ai fascicoli relativi ai segreti di Fatima, ci chiediamo quanto segue: ma come fanno gli astanti di X ad accedere a dossier tanto scottanti? Rivelandoci cose di cui nemmeno le entrature dei più quotati giornalisti di inchiesta riescono a venire a conoscenza? Carlitos, wardrobe malfunction a parte (voi della Nike, per favore, una controllata alle taglie datela), ha disputato un grande torneo.

Tabellone ostico: Safiullin e Faria ai primi due turni, dopo più di 4 mesi di stop, non sono proprio avversari banali. Con Paul negli ottavi è sembrato già a livelli da corsa finale. E lo stupendo quarto con Shelton, giocato ad uso e consumo dei portieri di notte della costa est statunitense, ha confermato la sensazione che Alcaraz è tornato davvero. Una sconfitta amara ma capace di farlo sorridere, dopo 4 ore e mezza di gioco potente e spettacolare. Cinque set conclusi al super-tiebreak. A nutrirsi, finalmente, di quell’elettricità che solo certi match ti danno. Quanto è mancato lo spagnolo a tutti noi.

Zheng (8)

Sembra quasi tornata in modalità Parigi 2024, dove aveva vinto il titolo olimpico. La cinese, alle prese con un difficilissimo recupero dall’infortunio al gomito, è sprofondata in classifica. A New York è dovuta passare per le qualificazioni, per poi rimontare clamorosamente due pezzi da novanta come Keys al terzo turno e Swiatek negli ottavi. Partendo in entrambi i casi da 0-5. Con Madison lo ha fatto nel set decisivo, tanto per rendersi la vita facile. E con tanto di match point annullato. Con Iga il recupero è servito solo nella prima frazione. La sua magnifica corsa si è interrotta nei quarti con Rybakina. Non prima di aver vinto il primo set e lottato fino all’ultimo. Lascito strameritato di questo US Open: un gran recupero nella classifica WTA, che la vede ora al numero 50.

Darderi (7)

Luli c’è. In un’edizione del torneo newyorchese per una volta avara di risultati per gli italiani, Darderi è stato l’unico ad approdare alla seconda settimana, facendo il suo. Wendelken, Svrcina e Sweeny erano battibili e sono stati sconfitti. Ma un conto è leggere il tabellone, altra cosa è vincere i match in cui si è favoriti. Con Zverev negli ottavi, Darderi ha sciolto la tensione solo nel terzo set. Ma il divario con il tedesco è troppo ampio. Comunque, Luciano lascia il quarto slam stagionale con sensazioni più che buone.

Sonego (7,5)

Mai – o quasi mai – un’eliminazione al primo turno fu più gloriosa. Sonny ha pescato male, Zverev all’esordio ti fa imprecare di sicuro. O forse no. Sappiamo che Lorenzo si esalta in match del genere. E così è stato. Cinque set lontanissimi, con un delicatissimo 30-30 sul 5-4 per Sonego nel quarto, con Zverev che ha tenuto nervi e turno di servizio, per poi chiudere nella frazione decisiva. In una stagione più no che sì, comunque Sonego è capace di estrarre dal cilindro prestazioni esaltanti.

…E i flop

Fritz (5)

Un anno complicato per Taylor. Alle prese con la tendinite alle ginocchia. E poi alla ricerca delle sensazioni perdute. A New York sembrava avviato a un approdo tranquillo alla seconda settimana. Ma nel terzo turno si è mangiato un vantaggio di due set con Francisco Cerundolo. La tensione di giocare in casa, in un’edizione più aperta del solito, probabilmente lo ha un po’ bloccato. Al momento si trova in un limbo dal quale fatica a uscire.

Swiatek (4,5)

Il suo tennis sembra il cantiere di una di quelle grandi opere di italica tradizione che vedono sempre il rinvio del varo. L’ultimo biennio di Iga è stato molto travagliato. Con sprazzi di tennis da caterpillar e improvvise rimonte delle avversarie, incoraggiate dalla crescente tensione patita dalla polacca al primo momento di difficoltà. Dov’è il confine tra tecnica e psicologia? Le hanno decriptato il gioco? Non ha mai rinforzato abbastanza la seconda di servizio? O va in tilt con uno schiocco di dita?

Quale che sia la risposta, il suo torneo è stato davvero sotto le aspettative. Due turni semplicissimi, poi un match che si è un po’ incarognito con Bouzkova. E la frittata contro Zheng, con la sciagurata dilapidazione di un vantaggio di 5 giochi a 0 nel primo set. Cosa che ha ucciso la sua fiducia. Primo anno senza slam dal 2021. Con tantissimi ponteggi ancora a puntellare il fragile io della polacca.

Medvedev (4)

Quanto può una grande intelligenza essere d’ostacolo a uno sportivo? Di quelle intelligenze che creano continuamente sovrastrutture. Laddove, nel tennis un QI alto prevede la costruzione di percorsi alternativi, sì, ma di pronta esecuzione e mai viziati dal dubbio. E purtroppo per lui, Daniil sembra sempre più un personaggio di Dostoevskij. Come lui nessuno mai in conferenza stampa. Ma sul campo… A Flushing Meadows ha giocato tre turni decenti (Rinderknech l’avversario più quotato). Per poi lottare, sprecando e senza costrutto contro Tiafoe negli ottavi, con l’immancabile set point sprecato nella terza frazione. Del delitto non sappiamo. Del castigo sì, perché vediamo Medvedev infliggerselo tutti i giorni. A questo punto, speriamo di vederlo anche nei panni di un personaggio nuovo. Più leggero e meno intelligente.

Andreeva (4,5)

Ok che Gauff è un fabbrica di unforced in piena attività. Ma impostare una partita sull’attendismo non è indice di una mentalità vincente. Soprattutto ora che lo slam lo hai in tasca, Mirra, perché non osare un po ‘di più? I dritti in chop, la palla che passa altissima sulla rete. Con i mezzi che ha, Andreeva può e deve ambire a bene altro. Non a battere (a fatica) Potapova negli ottavi per arrivare quasi a eliminare Coco. Facendosi annullare dall’americana due match point per via di una tattica da palettara. Figura ormai scomparsa in entrambi i circuiti maggiori. Coraggio, te lo avrà detto mille volte coach Martinez: perdere non è una sentenza di morte. Considerando, soprattutto, che così facendo si esce comunque sconfitti.

Musetti (4)

Il colpo di calore è ormai parte dell’arsenale (dell’avversario) quasi quanto servizio, dritto e rovescio. Detto questo, l’odissea di Musetti è solo dovuta a sfortuna? A eventi non controllabili? O c’è una componente psicologica, psicosomatica, in queste situazioni che ormai ricorrono in modo preoccupante? Dopo un buon primo turno contro un avversario potenzialmente difficile come Fery, Lorenzo scioglie letteralmente contro Sweeny. Vinto il primo set agevolmente, racimola la miseria di 5 giochi nelle successive tre frazioni. Magari sbagliamo, ma il sospetto che quando le cose non vanno il carrarino entri in un vortice negativo c’è. Eccome. E ora, in termini di classifica, la sua stagione è davvero in salita. Diverse le cambiali che lo attendono al varco. Urge reazione.

Paolini (5)

Gli scalpi di Erjavec e Stefanini le vanno stretti. Perdere da Cirstea al terzo turno non è un disonore. Ma raggranellare solo 6 game è un po’ poco. Ci vorrà del tempo. D’altronde, tornato in panchina Marc Lopez, siamo in fase di ricostruzione. Un po’ come per Swiatek, mutatis mutandis. E forse la soluzione passerà per l’accettazione che lo status acquisito nel 2024 probabilmente non è più ottenibile. Ciò non vuol dire che Jasmine non possa togliersi diverse, speriamo molte, soddisfazioni. Anche da numero 15 della classifica (ora è 20). Ritrovando lucidità e serenità. Come? Accettandosi.

Cobolli (4,5)

Dura la vita del top 10. Flavio è difficile da inquadrare. Passa dal perdere set in modo netto a rientrare in partita e restarci infisso come un chiodo finché non sfianca l’avversario. Questa carica agonistica, evidentemente, è difficile da dosare partita dopo partita. Qui a New York aveva un buon tabellone, tutto sommato. Ma è partito come peggio non si poteva con Comesana. Cui ha concesso due set, prima di risvegliarsi sull’orlo del baratro. Con Schoolkate ha patito solo nel primo set. Ma si percepiva una certa stanchezza. Più mentale che fisica. Con Blockx al terzo turno le lacune sono venute a galla. Curiosamente, nell’unico match in cui è riuscito a vincere il primo set. Terzo (addirittura ha subito un 6-0) e quarto sono state due frazioni non da Cobolli. Rimanere al vertice comporta la capacità di dosare tutto e programmare al meglio le stagioni. E l’investimento emotivo che Flavio fa nei suoi match è la sua forza. Fintantoché non lo svuota. Un aspetto su cui lavorare. Sapendo di essere sulla buona strada.

Arnaldi (5)

Battaglia con Duckworth al primo turno. Uscendone sconfitto. Con una prestazione sotto tono, che le sue ambizioni sicuramente non gli perdoneranno. La continuità sembra mancare in questo frangente, piuttosto lungo. Praticamente dal grande exploit al Roland Garros. Per conservare questa classifica (figurarsi per migliorarla), serve altro.

Berrettini (5)

Batte nel match dell’amarcord Wawrinka e perde subito dopo, malaccio, da Navone. Dobbiamo abituarci a queste giornate sfasate di Matteo. Posto che il diktat è non infortunarsi, difficile pensare che Berrettini sia particolarmente contento del suo 2026. Ma forse questa è la seconda fase di una carriera che lo ha visto, nella prima parte, toccare picchi vertiginosi ma anche sprofondare in abissi spaventosi. Ora regna la stabilità, con meno gloria ma un po’ di pace in più. E comunque nulla gli impedisce di fare un colpaccio di tanto in tanto (vedi Parigi). L’importante è che sia sereno.

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