Le vittorie di Elena Rybakina e Alexander Zverev a Flushing Meadows mettono il punto fermo al calendario degli Slam. Il consueto lungo viaggio che inizia a gennaio, attraversa primavera ed estate, e termina a settembre, per una scansione temporale che gli appassionati di tennis hanno imparato a fare propria, è completo. Quando il cerchio aperto a Melbourne trova la sua chiusura a New York è come se, ogni anno, terminasse un capitolo, benché la stagione tennistica sia ancora lontana dalla fine.
Tuttavia, questa edizione dello US Open ha fornito una serie di spunti di riflessione destinati a sopravvivere per alcune settimane alla competizione.
Caotico, rumoroso ed estremamente trendy. Il Major newyorkese fa di questi tratti la sua cifra identitaria. In piena tradizione statunitense, concepisce la competizione come un vero e proprio prodotto di intrattenimento e, a differenza degli altri tornei di pari livello, non fa niente per nascondere i propri intenti.
Nel 2026 le caratteristiche sopracitate sono apparse addirittura potenziate. Sarà perché hanno goduto di un’amplificazione mediatica senza precedenti – e, si sa, quando le casse di risonanza pongono enfasi su un certo aspetto, questo rischia di assumere contorni spropositati, intensificando le percezioni. O forse sarà semplicemente perché il mondo va cambiando ad alta velocità.
Il centro, però, rimane sempre il tennis, anche quando il dibattito si sposta altrove. E deve continuare ad essere il cardine, perché una cultura sportiva, pur sempre più fondata sull’entertainment, rimane, appunto, sportiva.
Le scelte promosse negli ultimi anni dello US Open vanno proprio cercando un equilibrio tra l’agonismo e lo svago di chi siede sugli spalti.
“Questo posto diventerà la Disneyland del tennis” aveva annunciato in pompa magna il nuovo CEO dell’USTA Crag Tiley alla vigilia del torneo. E qualcosa di quel lunapark si è già intravisto. Tra pagine chiare e pagine scure.
L’animo chiassoso della gente accorsa a Flushing Meadows, che trova terreno fertile in campi mastodontici come l’Arthur Ashe e il Louis Armstrong, è ulteriormente foraggiato dalle decisioni promosse dall’organizzazione. E sicuramente la passione dei tifosi in tribuna è uno dei motori dello sport. Tuttavia, lo US Open 2026 ha dimostrato una volta di più come lo spettacolo vero e proprio sia sempre sul terreno di gioco. Ben vengano le iniziative che puntino ad espandere le platee, ma alla fine quello che resta è il tennis e le emozioni di uno sport sfumato e complesso.
Ecco cosa ci è piaciuto di questa edizione e ciò e di cui avremmo fatto a meno.
Influencer: al tennis serve davvero la loro visibilità?
Alla vigilia del torneo una particolare notizia si è fatta largo tra la molteplicità di temi. L’USTA ha aperto il proprio spazio mediatico a influencer e content creator, concedendo loro 100 accrediti tra i media ammessi a raccontare l’evento. Un passo verso la contemporaneità per alcuni, una decisione scellerata per altri.
Categorie da sempre nell’occhio del ciclone, che ultimamente sono uscite dalla dimensione virtuale per approdare massicciamente in ambiti spesso lontani dalle narrazioni che offrono nei propri profili social. Accessi gratuiti, se non quando pagati dai brand, per creare post e contenuti in luoghi diversi per natura ed essenza.
“Ci siamo resi conto che viviamo in un mondo in cui i media tradizionali e i creatori di contenuti raggiungono pubblici diversi in modi diversi”. Ha spiegato, così, la direttrice media operations dello US Open Jeanmarie Daly la scelta di raddoppiare gli accrediti per queste classi. Di questo centinaio fanno comunque parte anche i gestori dei social network di testate giornalistiche, oltre a profili specializzati nelle tematiche più disparate – come, ad esempio, nella gastronomia.
Rispetto ai media tradizionali, i contenuti postati sui social coprono l’evento con modalità peculiari. Un racconto in diretta, un dietro le quinte che permette allo spettatore ordinario di poter assumere un altro punto di vista, a cui normalmente non ha accesso.
La criticità nasce quando si mischiano i piani. Perché sulle tribune dello US Open non erano presenti solamente content creator accreditati dal torneo, ma anche influencer invitati da sponsor e brand con cui collaborano. Per questi ultimi spesso il tennis non è che marginale, se non quando un elemento di disturbo, nel flusso di contenuti caricati sulle piattaforme.
Si ricorderà come durante il match di primo turno tra Naomi Osaka e Anastasia Zakharova un gruppo di spettatori abbia causato un’interruzione di pochi secondi con tanto di richiamo accorato da parte del giudice di sedia. Il motivo? Non è bastato muoversi in continuazione, dare le spalle al campo perché al gioco si preferisce il contenuto. No. A un certo punto è spuntato addirittura un faretto, perché per lo scatto perfetto non bastavano i riflettori dell’Arthur Ashe. Il set allora è quello fotografico, non una delle basi del punteggio del tennis.
Le reazioni dei giocatori non hanno tardato a manifestarsi e hanno puntato molto sul rispetto reciproco che dovrebbe essere bidirezionale. Nel tennis non esiste solamente il regolamento a normare la disciplina, ma sono in vigore regole anche per il pubblico. Una sorta di galateo tennistico, per evitare ingerenze e atti di disturbo. Quando si compra biglietto, si firma un patto non scritto. Qualcuno potrebbe far notare che loro, però, l’ingresso non lo pagano. Ironia a parte, lo US Open è per distacco lo Slam più rumoroso. Il pubblico statunitense non abbandona quell’animo chiassoso citato in apertura, ma cerca di rivisitarlo, rimodulandolo all’essenza del mondo della racchetta. Le distrazioni nella Disneyland del tennis sono già molte, non c’è necessità di eccedere.
Qualcuno sostiene che sia il loro mestiere creare contenuti. Ed è vero, rientra nelle loro mansioni. Però così si rischia uno scontro tra professioni. Tra chi è alla perpetua ricerca dello scatto perfetto e chi rincorre una pallina gialla. E se per adempiere ai compiti di influencer si disturba chi in campo sta dando tutto sé stesso, allora qualcosa da rivedere c’è.
Pare che Wilmbledon sia già pronto alle contromisure.
La scelta di avvalersi di influencer, accreditati o meno, risponde alla volontà di aprirsi al mondo virtuale e che possa avvicinare nuovi proseliti. Ecco perché quello tra mezzi di comunicazione tradizionale e nuovi media non deve essere uno scontro, bensì una complementarietà. Dove non arriva l’uno, può farlo l’altro. I comportamenti che hanno portato a reprimende da parte dei giudici di sedia, all’insofferenza da parte di alcuni giocatori e a una discussione aperta forse non sono una buona propaganda, però. Se pensiamo al funzionamento dei meccanismi social, è probabile che i protagonisti siano ben felici di essere andati virali. Una nuova declinazione del “Nel bene o nel male, purché se ne parli”.
Il programma tradito dalla sorte e dalla regola mancante
Allora la domanda da farsi è un’altra: che tipo di nuovo pubblico si vuole creare? Neofiti che possano appassionarsi al tennis e alla sua storia o persone che fruiscano una tantum dell’evento? Il rischio è che ciò si traduca in una passione volatile che alimenti il consumismo sportivo. Se la finalità è, di contro, squisitamente economica, allora siamo sulla buona strada.
Tuttavia, in un mondo in cui i tifosi veri vedono aumentare i costi delle proprie passioni di stagione in stagione, assistere a chi ha il privilegio di entrare gratis senza di fatto avere un interesse per quello che va a vedere è un cortocircuito.
A proposito di appassionati reali, un altro tema, che incrocia pubblico e giocatori, riguarda gli orari di gioco. In questo pezzo, Vanni Gibertini ha spiegato le implicazioni dei diritti televisivi e l’influenza che la concorrenza di altri eventi sportivi ha sulle scelte di programmazione. Non è, però, solo questione di scelte. Anche la sorte ha il suo peso.
Durante questa edizione dello US Open si è assistito a sessioni diurne lampo e programmi serali infiniti.
Sicuramente a fare più scalpore è stata la sfida di quarti di finale tra Carlos Alcaraz e Ben Shelton, iniziata dopo le 23 ora locale e terminata alle 3.30 di notte. È successo anche a Venus Williams e Sofia Kenin, scese in campo pochi minuti dopo la mezzanotte terminando quasi alle due del mattino dopo le quattro ore e mezzo giocate da Djokovic e Navone. Anche il nuovo campione di Flushing Meadows Alexander Zverev ha fatto nottata contro Lorenzo Sonego e Quentin Halys.
Per il pubblico pagante non è certo edificante essere costretto alle ore piccole in maniera così esosa. O, peggio ancora, essere costretto a rinunciare a parte dei match per cui ha sborsato soldi. Sarebbe un peccato dissipare tutto l’entusiasmo che la folla newyorkese condensa – un appoggio incondizionato ai propri giocatori che non è venuto meno nemmeno nelle sconfitte, nonostante dopo 23 anni di digiuno la possibilità di vedere uno statunitense tornare al successo allo US Open c’era.
Dal lato giocatori, terminare gli incontri a notte inoltrata rischia di compromettere il prosieguo del torneo, con uno scombussolamento della routine per il giorno successivo e un’alterazione significativa dei ritmi e del riposo.
Oltre a pensare a creare nuovo pubblico, qualcosa per chi già c’è andrebbe studiata. E se non lo vogliamo fare per i tifosi che spendono, facciamolo per i giocatori, affinché siano messi nelle migliori condizioni per fornire lo spettacolo che si richiede loro.
Di fatto non esiste una regola atta a normare l’orario massimo di inizio di una partita negli Slam – nei circuiti ATP e WTA l’ora X è fissata alle 22.30.
Junior: tra campi secondari e il sorriso di Latak sull’Arthur Ashe
Un altro aspetto migliorabile è sicuramente il trattamento riservato alle fasi salienti dei tabelloni Junior. I giovani che sognano un giorno di calcare con continuità i palcoscenici importanti hanno un primo banco di prova nelle competizioni under 18, tra cui gli Slam.
Una brillante carriera in tenera età non garantisce accesso diretto all’élite del tennis dei grandi. Per questo a volte succede che condividere il terreno di gioco con i campioni della racchetta durante questi appuntamenti sia un’occasione tra l’unico e il raro. E un’opportunità è anche giocare nei grandi stadi, con il desiderio di ritornarvi un giorno con un bagaglio diverso di esperienza.
Tuttavia, come si diceva, non è scontato che risultati brillanti sul circuito Junior siano ribaditi a livello professionistico. Quindi perché non dare l’opportunità alle stelline di disputare le finali delle rispettive competizioni sui campi principali? L’epilogo del torneo maschile si è disputato sul Campo 12 e aveva come protagonisti il numero 1 di categoria Guto Miguel e il padrone di casa Marcel Latak, laureatosi campione. La finale femminile, invece si è tenuta sul Campo 7 e ha visto il trionfo di Xinran Sun su Anna Pushkareva.
A mettere una pezza su una gestione che francamente sarebbe potuta essere migliore – avviene in tutti gli altri Slam che gli ultimi atti non siano relegati a campi secondari – è stata la presentazione dei vincitori al pubblico dell’Arthur Ashe prima della finale femminile tra Aryna Sabalenka e Elena Rybakina.
Il sorriso emozionato di Latak ha detto più di mille parole.
Le partite, il vero cardine tennis
Una menzione speciale la meritano alcuni match. Perché i gesti atletici e le imprese sportive rimangono il vero cardine. Al di là di tutti i discorsi.
Al femminile, è impossibile non iniziare dalla rinascita di Qinwen Zheng. La cinese era sprofondata in classifica e non ha potuto far altro che cercare l’accesso al tabellone principale tramite le qualificazioni. Una lotteria vinta dalla ex numero 4 del mondo con un dispendio energetico non da poco. In main draw, poi, si è fatta largo fino ai quarti di finale. Più di una volta è sembrata spacciata, ma è riuscita sempre a ribaltare l’inerzia delle partite, prima di arrendersi a Elena Rybakina. Contro Madison Keys e Iga Swiatek ha ribaltato due set sotto 5-0. Grazie a questo risultato, Zheng ha ritrovato la top 50 e, a 23 anni, può davvero ripartire.
E che dire della sfida tra Carlos Alcaraz e Ben Shelton. Uno spettacolo tennistico, il divertimento a cui si dovrebbe attingere in contesti sportivi – che non può finire in piena notte.
Lo spagnolo era al rientro dopo più di quattro mesi di infortunio. Se inizialmente c’era più di un’incertezza circa le sue condizioni, a un certo punto del torneo pareva essere il favorito per alzare il trofeo. Ben ha ribaltato i pronostici e ha alimentato il sogno americano fino alla finale, dove non ha potuto niente contro Alexander Zverev.
Tra i ritorni si annovera anche quello di Stefanos Tsitsipas, anche lui superato da Ben Shelton agli ottavi, ma con all’attivo le vittorie su Arthur Fils e Jiri Lehecka. La nuova fase di carriera, lontano dal padre, si è aperta con i migliori auspici.
Da rimarcare sono le prestazioni di Aryna Sabalenka e Linda Noskova nel loro incontro di quarti di finale, una partita che non può di certo passare inosservata.
Sfida al vertice WTA
In campo femminile, la competizione era doppia. Aryna Sabalenka lottava per confermare il titolo che deteneva da due anni e per mantenere il primato in classifica. Non è riuscita a difendere né uno né l’altro, beffata in entrambi i casi da Elena Rybakina.
La kazaka non era, però, l’unica in corsa per scalzare la tigre di Minsk dal primo posto nel ranking.
Potenzialmente, sarebbero potute diventare regine anche Coco Gauff e Jessica Pegula vincendo lo US Open, a patto che Rybakina non approdasse in semifinale.
Quando Elena ha iscritto il proprio nome tra le migliori quattro del torneo, la corsa alla vetta era decisa.
È da segnalare comunque come le quattro pretendenti al trono, nonché le prime quattro teste di serie, abbiano composto il lotto delle semifinaliste per intero.
Insomma, nei numeri lo US Open è stata per le donne una competizione straordinaria. La qualità delle prove offerte dalle protagoniste ne è la prova.
Fine di un’era?
Infine, arriviamo alle note agrodolci.
È difficile attribuire un’emozione univoca a un tramonto. Serenità e nostalgica malinconia convivono.
Abbiamo visto Stan Wawrinka e Gael Monfils salutare gli Slam. Abbiamo assistito al ritorno di Serena Williams con la voglia di un tempo e un tennis che non può più stare dietro ai nuovi ritmi. Ci si è messo anche Novak Djokovic a ricordarci che l’eternità riguarda i record e i traguardi, non certo la vita agonistica.
Forse non è il pezzo giusto per inserire quest’ultima considerazione. La fine di un’era non può avere giudizio di valore. È un dato di fatto.
Tuttavia, lo US Open 2026 ha regalato anche questo. Rumori da migliorare, sinfonie da valorizzare. Gli organizzatori hanno un grande potere, ma non hanno il comando supremo. Quell’autorità che solo il tennis può detenere. Ed è anche questo il bello di questo e di tutto gli sport. C’è sempre una parte che sfugge. Ed è tutto ciò che amiamo.
