Il sorriso di Carlos Alcaraz dopo una sconfitta può raccontare quasi quanto un trofeo. Renzo Furlan parte anche da lì, oltre che dall’assenza di Jannik Sinner, per leggere quello che lo US Open lascia in eredità al circuito: dalla capacità dello spagnolo di guardare oltre il risultato, dalle risposte trovate dopo una lunga assenza, dalla consapevolezza che una grande partita persa possa diventare un buon punto di ripartenza. È lo sguardo dell’allenatore, che cerca nei movimenti, nelle scelte e nelle reazioni dei giocatori gli indizi di ciò che verrà.
Il primo nome resta però quello di Alexander Zverev, campione a New York dopo la vittoria in finale su Ben Shelton e protagonista, secondo Furlan, di un’evoluzione che parte dal successo al Roland Garros: vincere quando tutti se lo aspettano gli ha dato una sicurezza nuova. Abbastanza per insidiare Jannik Sinner nella corsa al numero uno, in un finale di stagione che promette battaglia sul cemento e nei tornei indoor. La condizione fisica dell’azzurro sarà decisiva, ma Furlan ha pochi dubbi: se il ginocchio gli darà tregua, Sinner potrà essere competitivo fin dal rientro.
Nella conversazione con Ubitennis c’è spazio anche per Ben Shelton, sempre più vicino ai migliori, per gli italiani e per Jasmine Paolini, che Furlan conosce profondamente. Un bilancio nel quale il risultato va sempre letto insieme al percorso, alle condizioni e al valore di chi si trova dall’altra parte della rete.
Renzo, partiamo da Zverev. Come hai visto il suo percorso allo US Open e quanto vale questa vittoria?
“È partito molto in sordina, facendo parecchia fatica con Sonego, che è arrivato a due punti dal vincere la partita. Poi ha affrontato un altro match difficile contro Halys. Da lì ha cominciato a giocare a un livello superiore: nel servizio, nella consistenza da fondo e nella gestione dei momenti importanti. È uno Zverev estremamente evoluto. Secondo me, aver vinto il Roland Garros da favorito, con tutta quella pressione, gli ha fatto fare un passo avanti incredibile. Sinner era stato eliminato, Alcaraz era infortunato: riuscire a vincere in quella situazione gli ha dato molta più consapevolezza.
A New York il contesto era simile: Sinner non c’era, Alcaraz rientrava e i favori del pronostico erano per lui. Ancora una volta ha saputo gestirli. Dopo un avvio difficile, ha disputato uno US Open semplicemente pazzesco, crescendo durante il torneo“.
Può davvero impensierire Sinner nella corsa al numero uno del mondo?
“Certo. Nella Race è già avanti di 700 punti: considerando i risultati di questa stagione, in questo momento è davanti lui. Sarà battaglia fino alla fine, anche perché adesso si gioca sul cemento e poi indoor, condizioni nelle quali Zverev si esprime benissimo e nelle quali anche Jannik, probabilmente, gioca il suo miglior tennis. Sarà molto interessante“.
Passiamo ad Alcaraz. Che impressione ti ha fatto al rientro?
“Nei primi due o tre turni c’è stata qualche sbavatura, qualche errore, ma alla fine ha perso un solo set nelle prime tre partite. Fisicamente era molto in forma e, andando avanti, si vedeva che stava ritrovando anche qualità tecnico-tattica.
Il match con Paul è stato perfetto, di un livello superiore. Quello con Shelton è stato semplicemente incredibile, forse la partita dello US Open. Una cosa mi ha fatto riflettere: alla fine ho visto un Alcaraz molto sorridente. Secondo me è un atteggiamento intelligente, perché significa guardare il quadro completo.
Puoi essere deluso da una sconfitta, soprattutto se punti a vincere il torneo. Ma sei stato fuori quattro mesi e mezzo, arrivi con tante incognite: il polso terrà? Sarò pronto fisicamente? Lui, secondo me, ha avuto soltanto risposte positive, a prescindere dal risultato contro Shelton“.
Era più contento del tennis ritrovato o della risposta del fisico a uno sforzo così importante?
“Credo fosse soprattutto contento di essersi messo alle spalle il problema al polso e piacevolmente stupito della propria condizione atletica. Poi c’era anche il tennis: abbiamo visto delle cose da Alcaraz. Se vogliamo analizzarlo in maniera estremamente critica, forse manca ancora qualcosina, ma è comunque un Carlos molto vicino al suo meglio“.
Che cosa gli è mancato per battere Shelton?
“Per tutta una serie di ragioni, secondo me non gli è mancato niente. Credo che Shelton abbia vinto la partita e che Alcaraz abbia giocato al meglio di ciò che poteva esprimere in questo US Open, perdendo contro la miglior versione di Ben. Per questo parlo di notizie positive. Poi possiamo analizzare ogni situazione e dire: sul 5-3 del tie-break avrebbe potuto fare questo o quello. Ma i giocatori non ragionano così. Guardano se hanno dato il massimo, se stanno bene, fanno i complimenti a un avversario che quel giorno meritava di vincere e ripartono il giorno dopo, più carichi che mai“.
Shelton è arrivato davvero? Possiamo considerarlo stabilmente tra i protagonisti, oppure il contesto americano ha inciso molto su questo risultato?
“C’era un po’ anche prima, ma con qualche discontinuità. Se guardiamo questa trasferta americana, ha vinto a Montreal. Cincinnati è molto a ridosso e le condizioni sono completamente diverse; poi allo US Open si è riconfermato. Credo abbia compiuto quell’evoluzione necessaria per avvicinarsi ai primissimi. Sinner, Alcaraz e Zverev hanno una continuità impressionante e lui si sta avvicinando a loro. Lo vedo ancora un gradino dietro a quei tre, sullo stesso piano di Flavio Cobolli: non a caso sono quarto e quinto nella Race. Sicuramente Shelton ha fatto un passo avanti“.
Guardando agli italiani, ti aspettavi qualcosa di più oppure il bilancio resta positivo?
“Deluso no. Darderi ha fatto un ottimo US Open: ha superato tre turni e si è confermato un ottimo giocatore anche sulle superfici rapide, come aveva già dimostrato a Melbourne. Si sta consolidando e sta diventando molto pericoloso. L’ambizione di entrare tra i primi dieci è legittima, perché adesso ha un tennis che gli permette di giocare su tutte le superfici, mentre inizialmente era soprattutto un terraiolo.
Cobolli sta facendo un’annata straordinaria. A New York ha perso contro un grandissimo Blockx, che in quella partita credo abbia espresso il suo miglior tennis della stagione: tantissimi vincenti e una condizione atletica clamorosa. Flavio ha fatto innanzitutto i complimenti all’avversario. A lui non possiamo rimproverare niente: è quinto nella Race, in piena corsa per le Finals“.
Per Musetti e Berrettini, invece, che lettura dai delle sconfitte?
“Musetti si è trovato a gestire una situazione fisica difficile: lo sbalzo termico, il senso di vomito, la mancanza di respiro. Ha perso contro un giocatore che, secondo me, avrebbe battuto tranquillamente se fosse stato bene. Sono cose che succedono: speri che non capitino negli Slam, purtroppo a lui è successo. Resta comunque una gran trasferta americana. Matteo ha perso una partita durissima contro Navone, che ha giocato un tennis incredibile per quantità e consistenza. Berrettini ha sicuramente disputato un match al di sotto delle proprie possibilità ed è stato un peccato. Ma anche lui non si può assolutamente criticare: è tornato tra i primi quaranta, sta ritrovando condizione e tennis, non ha infortuni. Ha bisogno dei suoi tempi. Adesso arriva la stagione indoor, nella quale può giocare bene“.
Passiamo a Jasmine Paolini. Come l’hai vista?
“Secondo me ha fatto un ottimo torneo, considerando che arrivava praticamente da due mesi di stop. Non giocava da Wimbledon e si portava dietro un problema al piede che speriamo abbia risolto. Credo sia rimasta almeno quattro o cinque settimane senza giocare a tennis. Si è presentata allo US Open in condizioni fisiche magari neanche cattive e ha ritrovato il tennis strada facendo. Ha superato un match durissimo al primo turno, poi ha giocato un’ottima partita contro Stefanini: non era affatto scontata e l’ha vinta con grande autorità. Al terzo turno ha perso contro una giocatrice che sta esprimendo un ottimo tennis. Sinceramente, a Jasmine non si può rimproverare niente. Considerando come arrivava a New York, ha fatto il miglior torneo che potesse fare in questo momento“.
Se fossi Filippo Volandri, avresti già un’idea delle convocazioni per la Coppa Davis?
“No, guarda: tutti pensano che quello del capitano di Coppa Davis sia un lavoro facile. Invece è difficilissimo e lo lascio volentieri a Filippo“.
Darderi aspetta ancora una convocazione e ha ribadito quanto ci tenga. Si è guadagnato questa opportunità?
“Sicuramente è uno dei papabili. Però siamo in un momento nel quale in Italia ci sono veramente tantissime possibilità di scelta. Se tutti danno la propria disponibilità, diventa difficile per qualsiasi giocatore essere convocato, a parte Cobolli e Sinner“.
Chiudiamo tornando a Jannik: che cosa ti aspetti dal suo finale di stagione?
“Se sta bene fisicamente e i problemi al ginocchio sono scomparsi, mi aspetto un Sinner super competitivo fin da subito. E quindi credo che si giocherà alla grande la prima posizione mondiale“.
La chiave, fino alle Finals, sarà dunque la condizione fisica?
“Sì, credo che sia un po’ tutto lì“.
Ti aspetti di rivederlo già a Pechino?
“Credo di sì. Pechino e Shanghai sono tornei nei quali gioca sempre bene, a parte la difficoltà avuta l’anno scorso a Shanghai per il caldo. Sono posti nei quali gli piace giocare“.
