Quando un’assenza smette di fare notizia, allora gli allarmi suonano a ragione.
Jack Draper ha annunciato che non tornerà in campo prima dell’inizio del 2027. Praticamente da un anno l’inglese gioca a fasi alterne, attanagliato da infortuni che non passano e che ciclicamente si ripresentano. Dapprima è stato un problema al braccio a fermarlo per svariati mesi, da Wimbledon 2025 a febbraio – con un maldestro tentativo di rientro per lo scorso US Open. Da Dubai ha disputato solamente sette tornei. La stagione sulla terra rossa è stata compromessa da un fastidio al ginocchio presentatosi a Barcellona, poi sull’erba è tornato a riacutizzarsi l’infortunio al braccio. Fino all’ultimo annuncio con cui saluta il 2026 tennistico.
Sembrano davvero lontani i tempi in cui Draper era il numero 4 del mondo, vinceva tornei e si candidava come il terzo uomo da affiancare a Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.
365 giorni dopo è davvero cambiato tutto per Jack. Una presenza mesta quando è in tabellone, una defezione che ha assunto contorni di normalità quando non c’è.
Se quello del britannico è un caso-limite, da qualche anno i dati sugli infortuni nel tennis evidenziano una tendenza al rialzo non certo trascurabile. E a rimetterci è anche lo spettacolo sportivo.
Il bollettino medico del circuito ATP
Secondo una ricerca riportata dalla “Gazzetta dello Sport”, negli ultimi 20 anni gli infortuni sono aumentati del 25%, in particolare quelle problematiche che riguardano da vicino gli arti superiori.
Il biennio 2025-2026 è rappresentativo in questo senso, perché evidenzia come tale statistica non sia un numero foraggiato da atleti di secondo piano, che magari hanno faticato di più ad adattarsi ai nuovi ritmi della racchetta. Sono dati che riguardano da vicino i top player, considerati, con una lente di ingrandimento romantica, da sempre eroi invincibili e indistruttibili.
Se Carlos Alcaraz si è fermato per più di quattro mesi per il polso destro infortunato a Barcellona, Jannik Sinner ne ha raccolto lo sciagurato testimone, fermato dal ginocchio post Wimbledon. E quando i primi due della classe rinunciano agli Slam, si capisce quanto seria sia la situazione.
Fa meno scalpore perché, seppur con qualche micro pausa, ha continuato a giocare con continuità, ma anche Taylo Fritz è alle prese con una tendinopatia al ginocchio che non gli dà tregua. Lo statunitense ha dichiarato che tornare a competere senza dolore è il suo obiettivo.
Rimanendo dentro i confini italiani, un altro esempio tristemente noto è Lorenzo Musetti. Nel momento migliore dalla sua carriera, l’azzurro ha affrontato una stagione sciagurata, con continui infortuni muscolari – criticità a cui è soggetto. Per non parlare di Matteo Berrettini, che ha negli addominali la sua debolezza, ma non è l’unica parte del corpo ad averlo tradito.
Alla lista si aggiungono il lungodegente Holger Rune, che si è rotto il tendine d’Achille lo scorso ottobre, e Arthur Fils, che ha già all’attivo un lungo stop per un infortunio alla schiena e altri piccoli contrattempi – Fabio Barera ha intervistato in esclusiva per Ubitennis Lapo Becherini, preparatore atletico del francese.
La lista sarebbe lunga e, dati alla mano, è destinata a farsi sempre più profonda.
Insomma, l’evoluzione del tennis, che esaspera potenza, velocità e atletismo, ha prodotto un nuovo modo di giocare. Probabilmente, però, il corpo umano, seppur quello di sportivi super preparati e seguiti da team compositi, non è pronto a sostenere questi ritmi per un intero calendario tennistico.
Le cause: calendario, cambi di superfici repentini, stile di gioco e il caldo
Non esiste una causa univoca che spieghi analiticamente ed esaustivamente l’incremento di infortuni nel mondo tennistico. È un coacervo di motivazioni che si autoalimentano e che si intersecano tra di loro. A cominciare dalla questione del calendario. Nel tennis si gioca troppo. Questa semplice frase di per sé non significa molto, ma è la sintesi plastica di un horror vacui di cui sembra soffrire il circuito. Ogni settimana è prevista una competizione. In questo pezzo si stima che un tennista trascorra in giro per il mondo il 75% dell’anno tra tornei, spostamenti e preparazioni varie.
Da qualche stagione i Masters 1000 spalmati su due settimane hanno saturato in maniera ancora più evidente il calendario. Perché a volte non è solo la quantità di tornei, ma la durata delle singole competizioni.
Fare una cernita degli impegni non è sempre facile. Molti giocatori insistono sull’importanza di strutturare una programmazione personalizzata che consenta loro di rimanere sani per tutto l’arco della stagione. Tuttavia, c’è sempre da fare i conti con il regolamento ATP. Secondo il Rulebook 2026, il ranking è conteggiato a fine anno su 18 tornei – più eventualmente i punti delle ATP Finals – così composti: i quattro Slam, otto Masters 1000 (l’unico non obbligatorio è Montecarlo) e i sei migliori risultati tra United Cup, Masters di Montecarlo, ATP 500 e 250. Con l’ulteriore specifica di dover disputare almeno quattro ATP 500, di cui almeno uno post US Open. Queste norme si applicano ai tennisti che hanno terminato la stagione in top 30.
La compressione del calendario, con margini di scelta limitati, comporta inevitabilmente a cambi di superficie repentini. I tempi di adattamento sono pressoché inesistenti nei passaggi tra cemento – terra rossa – erba (mentre qualche settimana in più è possibile ritagliarla tra Wimbledon e lo swing nordamericano). È pur vero che i terreni e le condizioni di gioco sono andati uniformandosi rispetto al passato, ma è impossibile ignorare le caratteristiche intrinseche di ogni superficie, che richiedono accorgimenti specifici.
Anche lo stile di gioco sicuramente è meno vario paragonato a come si giocava decenni fa. Se da una parte praticamente non esistono quasi più soluzioni adatte a un tipo di campo, dall’altra la potenza è divenuta caratteristica essenziale nel gioco di oggi. Una potenza nei colpi, ma anche uno strapotere fisico in cui la preparazione atletica non è in secondo piano rispetto al talento squisitamente tennistico. Così gli scambi si allungano, i match durano di più e i tempi tecnici si dilatano. E finire i match in piena notte non è che un ulteriore fattore di rischio.
A tutto ciò si aggiungono gli strumenti. Palline che cambiano – anche tra torneo e allenamento, come ha sottolineato Taylor Fritz – e che non accontentano i giocatori. Racchette che si evolvono per garantire una maggiore pesantezza di palla e corde meno inclini ad assorbire le vibrazioni.
Infine ci sarebbero cause del tutto incontrollabili: un clima sempre più pazzo e imprevedibile, che obbliga i tennisti a scendere in campo a temperature proibitive.
Le conseguenze per la salute degli atleti sono evidenti, ma anche lo spettacolo ne risente con forfait pre-torneo, ritiri in corso d’opera e una qualità che inevitabilmente rischia di venire meno.
Parola agli esperti
“La Gazzetta dello Sport” ha raggiunto il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore atletico Marco Panichi. L’obiettivo è dare una spiegazione che giustifichi il numero di infortuni in crescita.
La prima osservazione riguarda la natura dei problemi fisici, che si è evoluta insieme allo stile di gioco.
In passato, gli imprevisti si dividevano tra infortuni fortuiti impossibili da prevenire e problematiche classiche, riconducibili a racchette leggere.
“Si trattava di problemi legati a movimenti estemporanei, distorsioni da scivolamento ma anche tendiniti croniche classiche come il gomito del tennista, l’epicondilite laterale” ha spiegato Claudio Zimaglia, ex fisioterapista, tra gli altri, di Jannik Sinner e Novak Djokovic, attualmente nel team di Marta Kostyuk. “Erano causate soprattutto da colpi eseguiti in ritardo o con telai leggeri”.
Di tutt’altra causa sono i problemi che tediano i tennisti contemporanei.
“Vediamo soprattutto infortuni da sovraccarico strutturale profondo come lesioni della cuffia da decelerazione violenta, fratture da stress lombari per l’iperestensione del servizio, tendinopatie achillee e della rotula legate all’impatto ripetuto su cemento duro e ai cambi di direzione esplosivi. Ma anche tante lesioni addominali e patologie croniche a livello dell’articolazione coxo-femorale”.
L’esperto si focalizza in seguito sulla tecnica. Da colpi piatti o in back, che richiedono un uso relativo del polso e una rotazione del tronco meno evidente, a una strategia che si basa sulla produzione di potenza.
“La biomeccanica moderna si basa sulla massima accelerazione angolare: il corpo diventa una catapulta elastica dove la forza generata a terra viene scaricata su colonna, spalla e polso attraverso posture estreme”.
Modo di giocare, superfici e un calendario che obbliga a pianificazioni inconciliabili con i ritmi del corpo umano. Secondo Zimaglia, il rischio è non avere tempo a sufficienza per recuperare. Così, potenzialmente, ogni risentimento può trasformarsi in un infortunio cronico se non si interviene con scelte difficili.
Marco Panichi pone invece l’accento sull’incremento di chilometri percorsi in media durante un match, che tocca un +50%. Il dato è riconducibile alle superfici, a una maggiore attenzione alla preparazione atletica e una predilezione per il gioco da fondocampo, con discese a rete sempre meno frequenti.
“Serve uno staff che aiuti ad avere più dati possibili sull’attività metabolica di base del giocatore, che dipende dalla persona, e su come reagisce a determinati stimoli, in questo caso al caldo. Mi viene in mente, per esempio, la sudorazione” ha osservato il preparatore, in passato al fianco di Djokovic, Sinner che adesso collabora con Rune. “Quando hai un quadro completo riesci a essere più preciso su quello che bisogna fare. È chiaro che tutto questo costa tempo e richiede motivazione”.
Intervistato in esclusiva da Ubitennis, il preparatore di Arthur Fils è sulla stessa linea d’onda. “Arthur, successivamente al lungo infortunio che ha avuto, ha sviluppato una maggiore capacità di ascoltare il proprio corpo rispetto al passato. Questa sua maggiore consapevolezza ci permette di ricevere feedback che valutiamo sempre insieme allo staff medico” ha detto Lapo Becherini.
“Insieme al lavoro fisico che svolgiamo e a una buona programmazione tornei ci auguriamo che i momenti di stop forzato si riducano rispetto al passato. Ma come ci dimostra il tennis odierno, la piaga infortuni è qualcosa che non guarda in faccia in nessuno. E indipendentemente dalla professionalità degli staff e dalle caratteristiche individuali di ogni giocatore, condiziona molti atleti”.
