Ci sono temi che ciclicamente ritornano sul banco dell’opinione pubblica tennistica. Argomenti di difficile soluzione, in cui la sensibilità personale forgia e vizia il giudizio.
Uno di questi è senz’altro il confronto tra il tennis maschile e femminile. Un paragone che non giova a nessuno e che spesso è tirato fuori a uso e consumo di una strumentalizzazione di parte.
A riaprire la questione in queste ultime ore sono state le dichiarazioni di Ignacio Buse durante uno streaming online.
Buse: “Vincerei contro la numero 1 WTA”
Il tennista peruviano è uno dei nuovi volti del tennis attuale. Grazie ai suoi due titoli stagionali, l’ATP 500 di Amburgo e il 250 di Winston-Salem, e il debutto in top 30, Buse si è già distinto come uno dei migliori tennisti della storia del suo Paese. Prima di Nacho, il Perù contava solamente cinque giocatori capaci di irrompere in top 100. E considerata l’età – è un classe 2004 – probabilmente abbiamo esplorato solamente in modo superficiale tutte le sue potenzialità.
Proprio Buse, intervistato nel contesto di uno streaming, ha risposto con disarmante sincerità ad alcune domande scivolose.
Gli è stato chiesto, infatti, se secondo lui, da top 30 ATP, sarebbe in grado di battere la numero 1 del tennis femminile. Senza un minimo cenno di esitazione, il 22enne di Lima ha controbattuto con un’unica parola: “Sì”.
Gli interlocutori hanno voluto scavare più a fondo e gli hanno domandato se da top 100 ci sarebbe riuscito, con la medesima risposta da parte del peruviano. E altrettanto è successo espandendo la questione ai top 200. L’unico momento di esitazione c’è stato al momento di ragionare se possa succedere che un giocatore nei primi 1000 si imponga sulla regina del tennis femminile. “Top 1000? Ti direi attenzione” ha detto, sottolineando bene il numero 1000. In seguito, gli intervistatori hanno provato a citare Serena Williams e Buse ha spiegato che la campionessa statunitense ha più di 40 anni… E nel suo miglior momento? Buse non ha dato una risposta netta, ma ha detto la sua. “Per me il tennis femminile non si può paragonare, è diverso”.
Insomma, la trasposizione nella realtà di queste dichiarazioni è che l’attuale numero 35 del mondo è certo di poter avere la meglio su Elena Rybakina. E lo stesso varrebbe per praticamente tutti i colleghi presenti tra i primi 1000.
“La Battaglia dei sessi”
Prima di entrare nel merito di quanto sostenuto da Buse, cerchiamo di rintracciare dei precedenti.
Il punto di vista di Nacho ha senza dubbio riscontri reali. La storia del tennis racconta di più di una sconfitta subita da una tennista per mano di un collega uomo.
Il successo di Billie Jean King su Bobby Riggs nella “Battaglia dei sessi” originale datata 1973 è un fatto più unico che raro. Sulla scia emotiva della giocatrice più rivoluzionaria della storia del tennis, nel 1992, Martina Navratilova sfidò Jimmy Connors, senza appunto il medesimo risultato finale – lo statunitense si impose in due set.
Ancora, per citare un nome menzionato anche da Buse, neppure le allora teenagers Serena e Venus Williams riuscirono, nel 1998, a sovvertire il pronostico contro Karsten Braasch, numero 203 ATP. Oltre a un dislivello fisico, le due sorelle si dovettero fare i conti con una differenza di età non irrisoria, dato che avevano 16 e 17 anni contro i 30 del tedesco.
A proposito di giovani stelline, Mirra Andreeva nel 2023 ha affrontato Yanis Ghazouani Durand, allora al numero 1129 del ranking ATP, che ha preso il posto di Marta Kostyuk in un’esibizione. A dicembre di tre anni fa, la russa aveva appena 16 anni e stazionava alla 57esima posizione, con già all’attivo l’esordio in top 50. La sconfitta di Andreeva è stata terreno fertile per provocazioni e polemiche.
Infine, un altro esempio che svetta è “La battaglia dei sessi 2.0”, tenutasi alla fine del 2025, che ha visto protagonisti Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios. A far discutere in quel caso non è stato solamente la presenza di un giocatore controverso come l’australiano, bensì il fatto che gli organizzatori reputassero una buona idea ridurre le dimensioni del campo dalla parte della numero 1 del mondo e consentire a Kyrgios un solo servizio.
A chi giova questo continuo paragone tra tennis femminile e maschile?
Fatto salvo del successo di Billie Jean King, tutti gli altri esempi di “Battaglie dei sessi” sono terminati con la vittoria facilmente prevedibile dell’uomo sulla donna.
La domanda da porsi, dunque, è: qual è il senso del continuo paragone, del perpetuo confronto tra il tennis maschile e quello femminile, tanto da dover addirittura mettere in scena partite vere e proprie?
“È stato puro intrattenimento, ma direi che non abbia niente a che fare con il cambiamento sociale o con argomenti importanti”. Così ha commentato Iga Swiatek la sfida tra Sabalenka e Kyrgios. “Credo che il nome fosse lo stesso di quello del match di Billie Jean King del ’73. Tutto qui. Non c’erano altre somiglianze perché sento che il tennis femminile oggi è in grado di reggersi sulle proprie gambe. Abbiamo così tante grandi atlete e grandi storie da presentare che non abbiamo necessariamente bisogno di fare paragoni con il tennis maschile. È una storia totalmente diversa”.
Parole schiette e non prive di insofferenza per una tematica delicata e spesso trattata con toni non adatti alla sua importanza.
Il paragone tra tennis maschile e femminile non sussiste. Tra l’altro, perché paragonare due espressioni della stessa disciplina. Come per altri sport, le regole sono uguali e le dimensioni del campo pure.
Quando si invoca l’uguaglianza non si presume che giocatori e giocatrici siano biunivoci e interscambiabili. È ovvio – ed è pure banale ribadirlo – che il fisico di un uomo ha capacità differenti rispetto a quello di una donna, per potenza, resistenza e velocità.
Usare una minore prestanza atletica per sminuire quanto le tenniste sono capaci di fare è meschino, oltre che completamente stonato.
La parità dovrebbe basarsi nel riconoscere come in entrambi i circuiti i protagonisti competano al massimo delle loro potenzialità. E stilare una graduatoria che esprima un giudizio di valore sulle capacità è fuorviante.
Spesso questo discorso innesca un ragionamento a cascata che approda alla questione dei montepremi ed è la base per opporsi alla parità salariale.
Come ha sottolineato Swiatek, nel 2026 la racchetta al femminile ha tutti i crismi per sorreggersi da sola. Di strada verso il riconoscimento dell’uguaglianza nel tennis ne è stata fatta negli anni, anche se probabilmente manca ancora un ultimo pezzo di strada. Negli anni Settanta la “Battaglia dei sessi” si inseriva in un contesto sociale, prima che sportivo, che vedeva le donne ancora in grande ritardo. Oggi si dovrebbe aver compreso come le discipline maschili e femminili siano complementari, non antitetiche. Mettere di fronte la migliore tennista e un qualsiasi collega uomo non ha davvero più significato. Tra l’altro, altrove questo non avviene. L’esempio calzante sono gli sport a cronometro, dove i tempi che valgono le medaglie per le atlete non sono sminuiti perché più alti rispetto alla gara maschile.
