Serena e Djokovic nel ghiaccio di Kevin Hart: cosa hanno raccontato a “Cold As Balls”

La nuova stagione di Cold As Balls arriva su Netflix con due protagonisti d’eccezione del tennis. Serena Williams si concede a un’intervista sorprendentemente sostanziosa, tra Venus, Sabalenka, maternità e investimenti. Più leggero Djokovic, che ripercorre le proprie origini e spiega perché a un certo punto ha deciso di smettere di cercare di piacere a tutti.

Di Jenny Rosmini
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Novak Djokovic - US Open 2026 (@X ATPTour)

Mettere un campione dentro una vasca piena di acqua e ghiaccio e provare a farlo parlare mentre la temperatura scende. L’idea alla base di Cold As Balls non è esattamente sofisticata, ma funziona dal 2018: Kevin Hart, attore e comico statunitense, invita alcuni dei nomi più celebri dello sport a sottoporsi a una sorta di intervista sotto stress, in equilibrio tra conversazione e spettacolo. Secondo OBB Media, che produce il format, la serie ha superato complessivamente i due miliardi di visualizzazioni.

Ora Cold As Balls compie un ulteriore salto e approda per la prima volta su Netflix. I sette nuovi episodi della stagione sono stati registrati dal vivo durante il Fanatics Fest di New York dello scorso luglio: tra gli ospiti ci sono Zlatan Ibrahimovic, IShowSpeed e Rob Gronkowski, ma per gli appassionati di tennis i nomi sono quelli di Serena Williams e Novak Djokovic.

Due interviste brevi, una quindicina di minuti ciascuna, ma piuttosto diverse. Quella di Djokovic vive soprattutto dei tempi comici di Hart e della sua spalla, Marcello Hernandez, comico del Saturday Night Live di origini cubane e dominicane, che interviene più volte in spagnolo e contribuisce al tormentone del ghiaccio aggiunto nella vasca. Quella di Serena, pur restando all’interno di un format dichiaratamente leggero, offre invece qualche spunto in più.

Serena: «Contro di me giocavano tutti il loro miglior tennis»

Quando Hart le chiede quale sia ancora oggi la cosa più sorprendente della propria carriera, Williams ne sceglie due.

La prima è l’Australian Open 2017 vinto mentre era incinta di Olympia.

«Lo sapevo e pensavo: non so come riuscirò a farlo. E poi l’ho fatto». Non è una rivelazione nuova: Serena aveva già raccontato di aver scoperto la gravidanza prima del torneo. Il ricordo resta però uno dei simboli più potenti della sua carriera.

Il secondo riguarda invece Londra 2012 e il doppio olimpico vinto con Venus.

«Qualsiasi doppio giocato con mia sorella era il massimo».

Venus ritorna poco dopo. Serena ricorda la finale di Wimbledon 2008 persa contro la sorella: era così arrabbiata da non riuscire quasi a guardarla o a parlarle. Oggi lo racconta ridendo, ma subito aggiunge: «È sempre stata una grande campionessa. Mi ha insegnato a essere una giocatrice migliore».

Alla domanda sulla sua grande rivale, Venus esclusa, Serena cita Martina Hingis, Kim Clijsters e le altre grandi avversarie incontrate durante oltre vent’anni di carriera. Riassume così cosa significasse essere Serena Williams:

«Ogni singola persona che giocava contro di me giocava alla grande».

Williams prende in prestito un concetto ascoltato da Tom Brady: contro i New England Patriots tutti portavano il proprio A-game. Lei aveva la stessa sensazione. «Se non fossi arrivata pronta a giocare ogni singolo match, avrei perso».

Sabalenka e la rabbia che Serena non poteva mostrare

Parlando del tennis femminile di oggi, Williams cita Coco Gauff, di cui si dice grande fan, e Madison Keys, della quale ama particolarmente il gioco. Riferendosi ad Aryna Sabalenka, Serena la definisce una spitfire, esplosiva, capace di dare tutto quando entra in campo: «Mi rivedo in lei».

Poi aggiunge: «Quando perde si arrabbia. Io non potevo esprimere la mia rabbia, mentre mi piace che lei possa farlo».

Una frase che richiama inevitabilmente il rapporto complicato che Serena ha avuto durante la carriera con la percezione pubblica delle proprie emozioni e delle proprie reazioni in campo.

«Adesso gioco perché le mie figlie possano vedermi»

Quando Hart le domanda se abbia ancora qualcosa “nel serbatoio”, Williams risponde senza esitazioni: «Sì, ne ho ancora», ma la motivazione è cambiata.

«Adesso è divertente. È diverso. Gioco perché le mie bambine possano vedermi e possano vedere cosa so fare».

Dopo una carriera vissuta sotto il peso della vittoria e delle aspettative, Serena racconta quindi un rapporto diverso con il tennis: meno legato alla prestazione e molto più personale.

Fuori dal campo, invece, il suo nuovo terreno è il venture capital. Racconta di lavorare quotidianamente agli investimenti e di trovarsi a New York anche per incontrare una società attiva nella robotica. L’obiettivo è quello portato avanti da anni attraverso Serena Ventures: investire soprattutto in donne e persone appartenenti a minoranze, affinché abbiano un ruolo anche economico nel futuro della tecnologia. C’è soltanto una cosa che Serena continua a non amare: il freddo! Williams racconta di non aver praticamente mai fatto ice bath nemmeno durante la carriera. «Il mio corpo ama il caldo», un dettaglio non esattamente ideale per un programma chiamato Cold As Balls!

Djokovic, dalle origini al «fuck it»

Con Novak Djokovic il tono è decisamente più leggero, il serbo ripercorre soprattutto storie già note. A partire dai campi da tennis costruiti accanto all’attività gestita dai genitori a Kopaonik. Novak, ancora bambino, osservava i lavori, portava caffè e bibite agli operai e appena possibile cominciò a giocare.

«Love at first sight».

Poi arrivarono le due figure decisive della sua formazione: Jelena Gencic, la sua “tennis mother”, che disse ai genitori di vedere in lui il potenziale per diventare il migliore del mondo, e Niki Pilic, il “tennis father”, che qualche anno dopo arrivò alla stessa conclusione. A quel punto il padre decise di investire tutto sulla carriera del figlio.

«All the eggs were in the basket».

Djokovic cita poi Mario Ancic e Ivan Ljubicic tra i giocatori che lo aiutarono e racconta che il consiglio più importante ricevuto fu quello di essere se stesso. All’inizio della carriera Novak era diventato famoso anche per le imitazioni degli altri giocatori. Alcuni colleghi non apprezzavano e, per un periodo, smise di farle perché voleva sentirsi accettato. Alla fine si è detto: «sai cosa? Fuck it. Devo essere quello che sono».

Per Djokovic, una carriera lunga si può costruire soltanto creando un rapporto autentico con le persone, e quel rapporto esiste soltanto se il pubblico percepisce che il giocatore non sta interpretando un personaggio.

Sul resto prevalgono le battute. Parlando dei giovani che avrebbe eventualmente preso sotto la propria ala, Djokovic chiama direttamente in causa Sinner e Alcaraz. «Conoscete il loro modo di giocare, conoscete il loro stile. A chi assomigliano?», domanda al pubblico. È Hart a completare il ragionamento: «a te». Novak non si tira indietro e definisce il paragone «il complimento più grande»: se il suo tennis ha lasciato un’impronta su chi è arrivato dopo, dice, non può che esserne felice.

Poco che non conoscessimo già del serbo.

Con Serena, invece, Cold As Balls riesce ad andare un po’ più in profondità. Non ci sono grandi rivelazioni, ma in pochi minuti emergono bene alcuni fili della sua storia: Venus, il peso di essere sempre la giocatrice che tutti volevano battere, ciò che riconosce oggi in Sabalenka e un rapporto con il tennis che, dopo una vita trascorsa a vincere, può finalmente essere anche semplicemente divertente.

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