Alexander Zverev che domò la sconfitta

Il paradosso di Sascha: mentre Sinner e Alcaraz costruiscono la loro grandezza con le vittorie, lui si avvicina al numero uno facendo pace con le sconfitte. E continuando, ostinatamente, a riprovarci

Di Agostino Nigro
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Alexander Zverev - US Open 2026 (foto X @AustralianOpen)

Mi è capitato di assistere alla cavalcata trionfale di Alexander Zverev agli ultimi US Open. Il tedesco, dopo avere affrontato sei giocatori di bassa e media classifica, perdendo qualche set dalle tasche e issandosi a numerosi tie-break, è giunto in finale dove ha affrontato Ben Shelton, sfrontato centralinista e habitué dell’Arthur Ashe, il quale festeggia da anni col gesto del telefono le sue parziali vittorie.

Mi venga perdonato questo incipit che scimmiotta malamente Gianni Clerici. Come Clerici prendeva le distanze dai tempi moderni, io constato le mie di distanze, in primis nello spazio che mi separa da Flushing Meadow, ammirato in televisione, senza cannabis nelle narici, decisamente più solo nel mio soggiorno. Con accanto qualche buona lettura e qualche banale riflessione.

Quei due cannibali e il paradosso di Sascha

Ora assisto, in maniera ancor più indiretta, alla cavalcata di Zverev verso la prima posizione del ranking, fatto che, fino a qualche mese fa, appariva impossibile. E se dico impossibile, non parlo di classifica, di punti ATP e nemmeno di partite di tennis: parlo del fatto che ci sono quei due lì, Sinner e Alcaraz, gli aggettivi metteteli voi, destinati a stare là sopra. Uno e due, due e uno, alla ricerca di un triumviro, perché se non rifacciamo i tre che ben sappiamo pare che non riusciamo a stare bene, che non riusciamo a rispolverare le metafore e le bandiere. Poi un triumviro non c’è, non può esserci, e quei due sono cannibali, mangiatori di coppe di latta, d’argento e cristallo.

Sono loro i due che governeranno il tennis. Ce lo hanno promesso e ribadito con le loro vittorie, mi pare logico. Alcaraz è a sette Slam a 23 anni appena compiuti, precoce come nessuno, serbo, spagnolo o svizzero che sia. Sinner si accontenta di cinque, ma tornando allo Zverev di cui sopra, ci ha vinto le ultime 10 volte, cinque solo quest’anno, nell’anno in cui Zverev diventerà numero uno: cinque volte mandato a casa, su qualsiasi superficie, formato e continente; cinque volte in cui il tedesco è stato a tratti anche maltrattato; cinque volte in cui il nostrano non ha smarrito per strada un solo turno di servizio. Non vince un turno di servizio di Jannik da Vienna 2025, Sascha. 82 volte di fila, ho provato a contarle: per 82 volte Sinner si è messo dietro la linea del servizio con la pallina nella mano sinistra e l’altro, alla fine, è rimasto con la mano in saccoccia.

E questo è solo uno dei possibili paradossi. Del resto “il computer sa fare di conto, ma non conosce il tennis”, diceva Tommasi. Perché il paradosso più grande, quello che nelle notti di SuperTennis condividevamo io e il biondo Sascha, io dal mio divano, lui racchetta in mano, era un altro. Mentre Zverev palleggiava, palleggiava, palleggiava, 82 volte prima di servire, a qualcosa dovevo pur pensare. E pensaci un po’ anche tu, Alexander, e dimmi se ti suona bene: la classifica di Sinner e Alcaraz si fa sommando le loro vittorie, la tua classifica si fa sommando le sconfitte.

Fallire ancora, fallire meglio

Perché per Alexander Zverev da Amburgo, in fin dei conti, le sconfitte vanno bene. Fanno parte di sé, del gioco, e se le porta un po’ appresso come lo studente strafottente del liceo si portava in ricreazione il quattro appena beccato in latino.

“Perdo la finale di Wimbledon. Va bene, mentre gli altri riposano vado a perdere a Montreal, e ora scusatemi se non mi trattengo, se non condivido il vostro pathos, mentre vi chiedete se sia reduce da chissà quale trauma, ma mi parte il volo che devo andare a perdere a Cincinnati”.

Sinner e Alcaraz ne perdono una, magari la perdono contro l’altro, e viene giù il pandemonio. I fantasmi di Federer, Laver, Djokovic e Nadal piovono addosso ai due malcapitati dalle colonne della stampa a dirgli “tu non sei come noi”. Offese e sberleffi arrivano dai social network, peggio di quanto accada negli ITF governati dagli scommettitori.

Sinner perde con Cerundolo perché, poverino, pare abbia un ictus in corso e gli gridano che è finito. Alcaraz perde qualche partita e gli dicono che Nadal non perdeva mai, che Federer neppure e che Djokovic, un giorno, tutt’al più ha pareggiato a briscola. Zverev, invece, perde e, come ha tatuato Wawrinka sul braccio, fallirà ancora, fallirà meglio.

Scendo di livello, ma mi diverte. So che nella vita reale due metri di angelo biondo non avranno mai avuto grandi problemi, ma a me Alexander Zverev ricorda l’amico che tutti abbiamo avuto nei nostri anni ruggenti. Quello che, bene o male, alle feste riusciva sempre a rimorchiare perché ci provava con tutte, e con tutte ci provava con poca dignità. Sascha era quello che prendeva dieci pali a sera, ma che, per la legge dei grandi numeri e delle serate che volgevano al termine, comunque, alla fine, se ne portava via una. Zverev muoveva la classifica alle feste, mentre io ero là a cercare di non sporcare il mio immacolato record, fatto di zero conquiste ma di dignitosi zero rifiuti.

Zverev quest’anno ha preso già 13 pali e non tutti da donne dalla bellezza sconvolgente. Non ha battuto ciglio. Persa una partita è volato verso un altro torneo. Nel suo specchio continua a guardarsi prima di uscire la sera, senza mai chiedersi cosa c’è che non va.

Il tennista che non teme di perdere

Io vedo la paura della sconfitta in Sinner o in Alcaraz. Quella che Zverev non ha. Forse la vedo meno nello spagnolo, che le mani avanti le ha già messe in alcune occasioni e ci ha rimesso un polso. Ma in entrambi la paura c’è, perché del resto il loro confronto è già con la storia e non più con gli uomini.

Ed ecco che il calendario è troppo fitto (bugia), che si gioca troppo (bugia), e lo si dice magari mentre si vola in Arabia Saudita, a giocare quella buffonata accanto ai missili lanciati dall’Iran, che tanto è un’amichevole: se perdo posso dire che non mi impegnavo. Ed ecco che 18 tornei per la classifica sono troppi, perché chi ce la fa a giocarli tutti e a non perderne nessuno?

Alexander Zverev, quello che in questi giorni sta giocando pure la Coppa Davis e che per diventare numero uno ci proverà anche col Challenger di Nouméa se serve, perde. Lo fa spesso e, ormai, non fa una piega. Ha perso nel 2020 con Thiem una finale da ricovero in psichiatria. L’ha persa nel silenzio assoluto dello stesso stadio in cui lo vedo giocare contro Ben Shelton, mentre sugli spalti è Lollapalooza.

Ha perso quattrini, la custodia di una figlia, una casa e per un bel po’ anche la faccia quando ha messo a tacere le accuse di violenza mossegli da Brenda Patea e Olga Sharipova.

Ha perso dalla nascita la libertà di girare senza il kit dell’allegro infermiere, la libertà dall’insulina, e perderà ancora, per Dio, perché a 30 anni la vita di un tennista inizia ad assomigliare sempre più alla vita di un uomo normale.

Ho guardato Shelton, quella notte, nello schermo del mio televisore e pensavo: “ecco uno che ha paura”. Surfava sulle onde di un entusiasmo che non era tennistico, mentre l’altro, invece, ci stava navigando: Zverev ora metteva un buon servizio, ora faceva un respiro profondo, ora provava ammirazione per un estemporaneo capolavoro avversario. Mai perfetto, come non può essere chi ci prova con tutte (e sì che ti amo, tennis, ma tu cosa mi dai?). Un dritto a rimetterla di là, sapendo che in fin dei conti quel dritto fa schifo, ma sapendo anche che l’altro non sa cos’è la sconfitta, quella vera, quella alla quale Sascha oppone l’affidabilità tedesca, il motore che non si rompe mai, i chilometri fatti a inseguire: io sono qui e ho mille dubbi sulle auto italiane e spagnole.

Non poteva vincere Shelton, siamo sinceri: aveva paura di avvicinare le labbra al trofeo degli US Open, socchiudere gli occhi e sentirsi dire che in fondo è meglio che restiamo amici.

La lezione del maestro Zverev

Diglielo tu, Sascha, diglielo tu cosa vuol dire andare ogni giorno in catena di montaggio sapendo di non essere il migliore. Guardare i dirigenti della Rheinmetall, in alto, sospesi sulla linea, mentre tu sei in basso, 82 volte incapace di colmare quel divario con cui si nasce. Diglielo tu cosa vuol dire inghiottire una delusione dopo l’altra, digerire l’amaro e risvegliarsi il giorno dopo, affamato di nuovo amaro.

Spiegagli tu che ogni sconfitta non è solo una sconfitta. Spiegagli che da ogni partita si esce: se vinciamo, bene; se proprio non vinciamo, almeno impariamo. Ogni sconfitta è una lezione, maestro Zverev, e così facendo sembra che tu non possa perdere.

Alcaraz e Sinner scrivono poesie e le dedicano alla storia. La storia è bellissima, Sascha lo sa, ma sa anche che non è da tutti. Solo che mentre gli altri provano a farla, tu, Sascha, sarai numero uno e bacerai la coppa. Chissà che un giorno, specchiandoti in essa, tu non finisca persino per sentirti bello.

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