Cinque giorni hanno separato la finale dello US Open dal primo singolare di Ben Shelton in Coppa Davis. In mezzo, un oceano, il cambio di fuso orario e una domanda legittima: perché rimettersi subito in viaggio dopo due settimane così intense? A New York lo aveva fermato soltanto Alexander Zverev; a Praga, invece, l’americano ha perso prima con Jiri Lehecka e poi con Jakub Mensik. Gli Stati Uniti sono stati eliminati 3-2 dalla Repubblica Ceca, che ha conquistato il punto decisivo grazie alla vittoria di Lehecka su Learner Tien.
Sam Querrey ha proposto una risposta che guarda già a Los Angeles 2028. Nel podcast Nothing Major l’ex tennista americano ha richiamato il requisito di partecipazione alla Davis previsto per chi aspira a giocare le Olimpiadi. Secondo lui, una regola del genere può aver pesato sulla scelta di Shelton di raggiungere subito la nazionale dopo la finale Slam. È lo stesso Querrey però a mettere le mani avanti: «Non sto dicendo che sia questo il motivo per cui Ben abbia giocato». Può aver voluto semplicemente esserci. La sua resta comunque un’ipotesi, non una spiegazione fornita da Shelton.
Che cosa dice davvero la regola
Il regolamento di eleggibilità per Los Angeles 2028 richiede, in via ordinaria, che un giocatore faccia parte della squadra definitiva di Davis e sia presente alla sfida in almeno due occasioni nel ciclo olimpico, di cui una nel 2027 o nel 2028. La semplice dichiarazione di disponibilità non equivale dunque al requisito scritto nella norma; giocare un singolare, invece, non è indispensabile per soddisfarlo. Sono previste possibili deroghe, valutate caso per caso, per situazioni come infortuni, ingresso tardivo in nazionale o concorrenza particolarmente forte all’interno della squadra.
Shelton aveva già debuttato nelle Finals del 2024. La presenza a Praga aggiunge un’altra tappa al suo percorso, ma da sola non chiude la questione olimpica: per rispettare la regola ordinaria dovrà essere nella squadra e presente anche in una sfida del 2027 o del 2028. Querrey coglie quindi un incentivo reale, pur semplificando il meccanismo quando parla di due disponibilità e attribuire a quel vincolo la decisione personale di Shelton, senza una sua dichiarazione, sarebbe un passo di troppo.
Resta però la domanda politica. L’ITF organizza la Davis e ha interesse a far sì che i migliori giocatori rappresentino il proprio Paese, soprattutto in una competizione che nel 2026 occupa tre finestre del calendario: febbraio, settembre e la Final 8 di novembre. Da questo punto di vista, collegare l’accesso olimpico alla presenza in nazionale ha una sua logica, dal punto di vista di chi è appena arrivato in fondo a uno Slam e deve attraversare l’Atlantico per tornare immediatamente in campo, la stessa regola può apparire come un obbligo aggiunto a una stagione già piena.
La risposta, molto diversa, di Zverev
Il paradosso è che anche Zverev, l’uomo che aveva battuto Shelton a New York, è andato in Davis pochi giorni dopo la finale. Ha portato la Germania alle Final 8, ma poi ha criticato proprio la formula dell’atto conclusivo: vorrebbe che anche la fase finale tornasse alle sfide in casa e in trasferta, con cinque incontri per confronto e il pubblico di una delle due nazionali a fare da protagonista. In sostanza, più appuntamenti distribuiti nell’anno e meno tennis concentrato in una sede unica. Una proposta che restituirebbe alla Davis parte della sua identità, ma chiederebbe ai giocatori di trovare altro spazio in calendario.
Sul tavolo ci sono allora tre esigenze vere: l’autonomia degli atleti, il diritto delle nazionali di schierare i migliori e la sopravvivenza di una competizione che cerca ancora la formula giusta. Querrey guarda all’effetto che il vincolo olimpico può avere sulle scelte dei giocatori; Zverev guarda alla tradizione che il formato attuale ha sacrificato; l’ITF prova a difendere la partecipazione. Stabilire chi abbia ragione in assoluto è un esercizio al quale ci sottraiamo e non per inettitudine ma perché tutte le tesi chiamate in causa hanno una propria validità, anche se, teoricamente, la voce dei protagonisti (ovvero quella degli atleti) dovrebbe essere la voce più ascoltata, ma sappiamo che non è così. Si può quindi discutere se la norma di accesso alla competizione olimpica vada cambiata o meno, ma chi aspira a giocare a Los Angeles, intanto, deve tenerne conto. Dura lex sed lex. Al momento, almeno.
