Per una volta, dire che c’erano tutti non è un’esagerazione. La chiesa di Santa Francesca Romana, in una Milano abbracciata da un caldo sole autunnale, era gremita per i funerali di Elena Pero. Amici, familiari, colleghi: provare a fare un elenco di nomi significherebbe dimenticare qualcuno e forse distoglierebbe lo sguardo dalla sua assenza, che da venerdì si avverte in chi l’ha amata e le ha voluto bene, al di sopra di ogni altra cosa.
Elena Pero, il ricordo del direttore Ubaldo Scanagatta
L’assenza di una donna, di una madre, di una moglie, di una professionista formidabile, che per anni è entrata nelle case degli appassionati senza risultare invadente perché sapeva raccontare una partita con precisione e sensibilità, scegliere una parola e riconoscere il momento in cui era meglio lasciare parlare il campo. Anche per questo il saluto di oggi ha raccolto persone legate a lei in modi diversi, tutte strette intorno al marito Sergio e alla figlia Martina.
Al Corriere della Sera, la madre Giuliana Avella ha raccontato che la passione di Elena era cominciata prestissimo: “Elena si è occupata di tennis dall’età di 13 anni“. Lei e il marito ne erano stupiti: per seguire i tornei, Elena usciva perfino in pigiama a prendere i giornali, anche stranieri, e rinunciava a incontrare gli amici. Quando la chiamavano, rispondeva: “Non posso, sto seguendo un torneo”.
Nell’omelia di una funzione religiosa, per scelta della famiglia, sobria e senza canti, il parroco ha ricordato un desiderio che dice molto del suo modo di lavorare: “Elena voleva raccontare i valori sani dello sport: il fair play, l’amicizia”. Non soltanto i colpi, i punteggi, le vittorie, in quella frase c’è anche il rispetto con cui ha accompagnato i protagonisti del tennis e chi li seguiva da casa. Un rispetto che non aveva bisogno di essere proclamato a ogni telecronaca semplicemente perché si percepiva nelle pieghe del racconto. Ed era il suo racconto.
La chiesa piena ha restituito la misura dell’affetto e della stima che Elena aveva saputo suscitare, ma nessun riconoscimento pubblico può colmare il vuoto che lascia nella famiglia, negli affetti più cari. Oggi, prima ancora della grande telecronista, Milano ha salutato la persona che loro hanno amato e l’abbraccio di amici e colleghi è stato, semplicemente, un modo per restare loro accanto.
Elena Pero se n’è andata con la stessa elegante sobrietà con cui ha vissuto e raccontato il tennis. La sua voce continuerà a tornare alla memoria di chi ha seguito con lei una finale, un punto decisivo, un’emozione, ma questa mattina è diventato chiaro quanto mancherà anche quando il tennis non sarà in campo. Resterà la sua voce, resterà il ricordo di ognuno di noi, quell’associazione automatica tra il momento e la voce che lo raccontava: a pensarci bene, non c’è cosa più bella che esser ricordati così.
