Una famiglia d’eccezione
La giocatrice statunitense, fin dai primi tempi nel circuito WTA, ha sempre espresso un tennis talentuoso, quasi vecchio stampo.
Il rientro alle gare a Roma
Quest’anno, però, dopo un inizio di stagione molto difficile, ha dovuto rimanere lontana dalle competizioni per due mesi, prima di rientrare al torneo di Roma, dove è stata sconfitta all’esordio dalla nostra Elisabetta Cocciaretto.
La grande riservatezza della Navarro non ha permesso di capire subito quale fosse il suo reale problema. Certamente, dal punto di vista fisico, si capiva che c’era stato qualcosa di serio, visto anche il cambiamento del suo corpo. Con il passare del tempo si è quindi fatta strada l’ipotesi che potesse trattarsi di un problema di ipertiroidismo.
E quando qualunque essere umano deve combattere con problemi importanti riguardanti la salute, tutto passa inevitabilmente in secondo piano e il suo principale lavoro diventa guarire e tornare alla normalità.
Emma ha fatto tutto questo: si è fermata soltanto due mesi ed è tornata più forte di prima, dimostrando resilienza, coraggio e una voglia di vivere incredibile. Quella che, in gergo, possiamo chiamare la forza della vita.
La vittoria nel torneo 500 di Strasburgo
Questa voglia di vivere, questa forza della vita di cui si diceva prima, le ha permesso non soltanto di tornare a giocare, ma anche di vincere un torneo 500 a Strasburgo, andare in finale nel 250 di Nottingham, raggiungere il terzo turno a Wimbledon e battere Iga Swiatek a Bad Homburg, dove ha raggiunto i quarti di finale in un torneo 500 sull’erba.
Risultati quindi molto importanti, forse persino insperati inizialmente.
Insomma, un piccolo grande miracolo sportivo, che diventa ancora più significativo per il modo in cui la Navarro non soltanto è tornata, ma è riuscita a mantenersi ad altissimi livelli.
In aggiunta, al momento del rientro ha anche adattato il suo gioco con alcuni piccoli cambiamenti, cercando di accorciare sempre di più gli scambi e di essere maggiormente aggressiva. Tutto ciò ha fatto comprendere ad Emma che qualcosa nel suo tennis andava aggiustato.
Il suo coach Peter Ayers, che la allena da quando ha 15 anni
E qui arriviamo al suo coach Peter Ayers, che sicuramente ha svolto un lavoro eccellente considerando le difficoltà che inizialmente ha dovuto gestire insieme alla Navarro.
Tantissimo merito va quindi anche al suo allenatore, che vive quasi in simbiosi con lei.
Loro due sono come una famiglia, quasi come padre e figlia, e lo si capisce anche dal modo in cui insieme gestiscono i time-out durante una partita. Questo dimostra la forza del loro rapporto non soltanto dal punto di vista tecnico-tattico, ma anche e soprattutto da quello umano.
Un’empatia tra coach e giocatrice che si vede raramente nel circuito.
Ecco perché Peter Ayers sembra davvero il miglior coach possibile per Emma. La segue da quando ha 15 anni, l’ha portata tra le prime 10 del mondo e almeno ai quarti di finale in tutti gli Slam. Il lavoro che ha fatto adesso, alla luce delle difficoltà affrontate, è ancora più significativo.
Qualcuno ha poi criticato il fatto che l’americana giocasse troppi tornei, ma alla fine sono soprattutto le partite giocate quelle che contano, e non semplicemente il numero dei tornei disputati.
Mediamente il numero di partite che una giocatrice dovrebbe giocare in un anno, secondo il parere di molti esperti, varia tra le 60 e le 70, anche a seconda degli infortuni, che ovviamente non possono essere previsti.
E alla fine il numero di partite che la Navarro ha giocato negli ultimi tre anni corrisponde più o meno a quella cifra.
Ecco perché nessuno conosce Emma meglio di Peter Ayers dal punto di vista tennistico. Lui sa quando Emma deve giocare e sa quando, invece, deve fermarsi.
Emma, la “silent fighter” che non molla mai
Tornando ad Emma, possiamo assolutamente considerarla un esempio per tutti quelli che giocano, o stanno iniziando a giocare, a tennis o a praticare qualsiasi altro sport, per il modo in cui sta in campo.
La sua educazione, il rispetto verso tutto e tutti, il non lamentarsi quasi mai: un’eccezione positiva nel mondo dello sport professionistico in generale.
L’altra cosa altrettanto importante da sottolineare è, come detto in precedenza, la sua resilienza, il suo coraggio e la sua tenacia. Una vera silent fighter.
Molto bello anche il suo modo di reagire alle difficoltà della vita, dimostrando un grande amore per il tennis, a cui ha dedicato tutta sé stessa.
Al di là di tutto ciò, tuttavia, dalle sue interviste traspare spesso anche un cuore profondo e una grande sensibilità. Uno sguardo che trasmette tenerezza.
L’importanza della famiglia e del nonno paterno nella sua formazione
E se Emma è questo tipo di persona, grande parte del merito va alla sua famiglia e in particolare ai suoi genitori, che sicuramente le hanno trasmesso, nel suo percorso di formazione, valori importanti.
Indimenticabile, a questo proposito, è la storia che la ragazza di Charleston ha raccontato a Sports Illustrated due anni fa, spiegando come il nonno paterno Frank venisse a prenderla alle 5:45 ogni mattina per accompagnarla ad allenarsi prima di andare a scuola, mettendo in sottofondo la canzone “My Way” di Frank Sinatra.
Ed Emma probabilmente è proprio così: “My Way”.
Un esempio? Lei è una delle pochissime giocatrici, se non l’unica, ad entrare in campo senza le cuffie alle orecchie.
Il ritorno nei quarti di finale di uno Slam agli US Open
Intanto agli US Open, lo Slam di casa, è tornata ai quarti di finale, dove si è arresa soltanto alla connazionale e numero 3 del mondo Jessica Pegula, dopo due ore e mezza di battaglia.
Bravissima.
C’è poco altro da aggiungere a questa storia affascinante e, a tratti, commovente. Una favola a lieto fine.
Nicola Castiglione
