Nishikori termina la sua carriera a Tokyo: “Provo sentimenti contrastanti”

Una carriera formidabile, quella del piccolo samurai, che ha scelto di appendere la racchetta al chiodo dinanzi al pubblico di casa

Di Pietro Sanò
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Kei Nishikori - Tokyo 2024 (X @atptour)

Sono passati quasi 20 anni dalla volta in cui Kei Nishikori debuttò tra i professionisti. In quella stagione – 2007 -, il timido ragazzo di Shimane non impiegò molto per rivelarsi al mondo come un talento di prim’ordine. Chi lo aveva osservato nel circuito Juniores ed era dotato al tempo stesso di un buon fiuto per riconoscere un fuoriclasse, non ne rimase sorpreso quando lo vide esplodere definitivamente nella sua seconda stagione da Pro. Conquistò il primo titolo ATP a Delray Beach – a soli 18 anni -, partendo dalle qualificazioni e battendo in finale il numero 1 del seeding, James Blake. Nell’agosto dello stesso anno, mise fuori gioco David Ferrer allo US Open. Mica male per un novellino.

Bollettieri disse di Kei: “A parte Djokovic, non vedevo rispondere così dai tempi di Agassi”

Una carriera formidabile, quella di Kei, nome che in giapponese vuol dire “Benedizione”. Coach Nick Bollettieri – deceduto nel dicembre del 2022 -, ha avuto l’onere e l’onore di plasmare il piccolo grande Samurai, essendo stato maestro di Nishikori quando quest’ultimo aveva soltanto 14 anni: “Quando arrivò, riusciva a malapena a dire qualche parola in inglese – ha raccontato l’iconico allenatore americano – ma era lampante che possedesse il talento e il desiderio di diventare un top player. Sul campo era un fulmine, vedeva la palla in anticipo, non aveva paura e aveva l’atteggiamento di un campione. A parte Novak Djokovic, non credo di aver mai visto nessuno rispondere bene dai tempi di Andre Agassi”, racconta Bollettieri, che però non è mai stato il coach del giapponese, affiancato nella sua carriera da Dante Bottini e da Micheal Chang, che lo hanno reso un campione.

L’ultimo ballo a Tokyo: Tiafoe chiude la carriera di Nishikori

Un ventennio in giro per il mondo, tra aerei, alberghi, campi d’allenamento e stadi. Una routine ripetuta migliaia di volte con il solo obiettivo di vincere, di assaporare il dolce gusto della gloria. Ma a 36 anni – con oltre 850 match disputati – il corpo ha iniziato a presentare il conto, le performance non sono più state quelle di una volta e, per un vincente come Kei Nishikori, è arrivato il momento di fare un passo indietro.

Il giapponese aveva annunciato diversi mesi fa che la sua carriera si sarebbe conclusa al termine del 2026, scegliendo il Kinoshita Group Japan Open Tennis Championships come teatro dell’ultimo ballo. Difficile immaginare un palcoscenico più adatto: il pubblico di casa, Tokyo e un torneo conquistato due volte in carriera.

Alla vigilia aveva raccontato di vivere quel momento con sentimenti contrastanti: “È molto emozionante. Sono entusiasta di giocare in Giappone. Ma so anche che questo è il mio ultimo momento. Quindi è un po’ triste. Ovviamente voglio giocare un buon tennis. C’è un po’ di pressione, ma è anche emozionante”.

L’ultima partita si è chiusa al primo turno contro Frances Tiafoe, testa di serie numero 2, che si è imposto con un doppio 6-4.

Nishikori dopo l’ultima partita: “Mi sta venendo voglia di continuare ancora”

Eppure, una volta terminato il match, Nishikori ha lasciato spazio anche a un piccolo colpo di scena. In conferenza stampa, dopo aver premesso “Non lo farò assolutamente”, ha ammesso con un sorriso che una parte di lui avrebbe ancora voglia di giocare:

“A essere sincero, mi sta venendo un po’ voglia di continuare ancora. Per come è andata la partita, resta parecchio rammarico. Forse potrei pensare a qualche Challenger verso la fine dell’anno”.

Più che un vero ripensamento, il segno di quanto sia difficile staccarsi definitivamente da una vita interamente costruita attorno al tennis.

Ripensando alla propria carriera, Nishikori ha ammesso che i momenti difficili sono stati probabilmente più numerosi di quelli facili, ma senza rimpiangere le scelte compiute:

“Sono orgoglioso di essere riuscito a superare tante cose e a dedicarmi così tanto a un’unica cosa. Sinceramente, non amavo nemmeno così tanto l’America, ma credo di aver fatto la scelta giusta andando lì e dedicandomi completamente al tennis. Se mi mettessi a cercarli, sicuramente troverei anche dei rimpianti, ma prevale la sensazione di aver lavorato davvero tanto e di aver fatto del mio meglio”.

Tra le poche note amare, Nishikori ha citato anche il movimento tennistico giapponese:

“La cosa che mi rattrista è che, quando ero nella Top 10, c’era Yoshihito Nishioka, ma dietro di me non c’erano molti altri giocatori capaci di seguire quella strada”.

E alla domanda su cosa gli sia mancato per raggiungere definitivamente il vertice del tennis mondiale, la risposta è arrivata immediata e con il consueto sorriso:

“Prima di tutto, forse mi sarebbero serviti altri cinque centimetri di altezza”.

Poi l’ultima battuta, perfettamente in stile Nishikori: secondo il giapponese, se fosse possibile cambiare le regole, i giocatori sotto il metro e ottanta dovrebbero poter servire due o tre passi più avanti, magari con un sistema tecnologico capace di riportarli istantaneamente sulla linea di fondo dopo il colpo.

Un modo leggero e ironico per salutare un tennis che, per quasi vent’anni, ha visto il piccolo grande samurai competere alla pari con i migliori del mondo.

Le imprese del piccolo grande samurai

Il tennis saluterà nel 2026, oltre a Kei, anche atleti del calibro di Monfils, Wawrinka, Goffin e Bautista Agut, i quali si ritireranno al termine della stagione. Ciascuno di essi ha lasciato un segno indelebile, a modo proprio. C’è chi lo ha fatto col sorriso, danzando in mezzo al campo e interagendo di continuo gli spalti, diventando un’attrazione vivente, iconica. Altri lo hanno fatto con un colpo riconoscibile, autentico. Nishikori non è mai stato un personaggio sopra le righe, il suo tennis – completo e solido in ogni aspetto – bastava ed avanzava per attirare la folla. Uno stile di gioco tremendamente efficace, capace di mandare ai matti i più forti della storia. Insomma, non è proprio da tutti aver battuto tutti e quattro i Fab Four. Nonostante la convivenza forzata nella loro stessa epoca, Kei si è ritagliato un posto tra i migliori 5 del pianeta, ottenendo la quarta piazza come best ranking nel 2015. Il piccolo grande samurai ha calcato i palcoscenici più importanti del mondo del tennis, ed anche se in bacheca mancano sia un trofeo Masters che uno Slam, il nipponico ha raggiunto risultati tali da affiancare il suo nome a quello dei signori del tennis. 12 titoli ATP, quattro partecipazioni alle Finals, una finale Slam e un Bronzo Olimpico, conquistato grazie alla vittoria ottenuta su Rafa Nadal a Rio 2016.

Gli infortuni e gli ultimi anni in salita

Il rendimento di Kei è rimasto costante negli anni, e sino al 2019 il giapponese non si è mai schiodato dalla Top 10. Dal 2020 in poi, però, è iniziato il calvario anche per il buon Nishikori, come spesso capita nella vita di ogni atleta, in quanto tale, soggetto ad infortuni. Prima un problema al gomito, poi un’operazione all’anca. E Kei, nel giro di tre stagioni, è sprofondato in 500^esima posizione. Il Ranking Protetto lo ha tutelato, e una volta tornato in ottima condizione, il Bronzo Olimpico ha ricominciato a disputare i Masters e gli Slam, ma non più da protagonista, bensì relegato ad una breve “toccata e fuga” in ciascun evento, sintomo di un 2° capitolo del proprio percorso tennistico. Il circuito Challenger è diventato sempre più l’habitat di Kei, dove ha anche ottenuto il suo ultimo titolo in carriera, ad Helsinki, in finale contro Luca Nardi, nel 2024. Nell’ultima annata, però, Nishikori non è più riuscito ad essere competitivo e brillante come lo è stato in passato. Ed un atleta del suo calibro e della sua intelligenza, sa riconoscere quando è il momento di smettere: “Il mio amore per il tennis e la convinzione di poter diventare un giocatore più forte mi hanno sempre riportato in campo“, ha scritto nel suo post d’addio. “A dire il vero, vorrei ancora poter continuare la mia carriera da giocatore. Nonostante ciò, guardando indietro a tutto il mio percorso, posso dire con orgoglio di aver dato tutto“.

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