Alcaraz e Zverev difendono i cinque set: gli Slam non hanno bisogno di essere accorciati

La salute dei giocatori, il calendario e i giovani da conquistare: il dibattito è legittimo, ma la soluzione non può essere togliere ai Major ciò che li rende unici. Perché la leggenda ha bisogno anche del tempo per compiersi

Di Carlo Galati
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Carlos Alcaraz e Alexander Zverev - Australian Open 2024 (X @Australian Open)

Prima o poi qualcuno ci spiegherà perché, per andare incontro al futuro, il tennis debba continuamente rinunciare a qualcosa di sé. Un pezzo di calendario si aggiunge, un torneo si allunga, un appuntamento diventa irrinunciabile. Poi, quando arriva il momento di preoccuparsi della fatica dei giocatori e della pazienza degli spettatori, il dito finisce puntualmente ed inevitabilmente lì: sui cinque set degli Slam. Come se il problema fosse il tempo necessario a costruire qualcosa di straordinario, di unico, qualcosa che ha creato le basi della storia di questo sport e non tutto quello che gli hanno stipato intorno. Come una credenza da riempire.

Carlos Alcaraz e Alexander Zverev, hanno il merito della chiarezza. Vogliono continuare a giocare tre set su cinque nei Major e in tal senso si sono espressi piuttosto chiaramente, facendolo non solo per un generico ossequio alla tradizione, ma perché riconoscono in quella distanza una parte essenziale del valore di ciò che inseguono.

Alcaraz, nelle dichiarazioni da Tokyo, è stato netto: “Se togliessimo il quinto set negli Slam, finiremmo per cancellare la loro eredità storica perché credo che la loro bellezza risieda proprio in questo”. Una posizione che non gli impedisce di chiedere un calendario meno soffocante. Le due cose, evidentemente, possono convivere.

Zverev, da Pechino, ha espresso lo stesso concetto: eliminare la lunga distanza significherebbe avvicinare i Major ad altri quattro Masters 1000. E ha ricordato: “È storia. Fa parte di ciò che facciamo, fa parte del motivo per cui ci prepariamo fisicamente”. Il tedesco difende una difficoltà che considera parte del mestiere, anzi della sua ambizione più alta. Vincere uno Slam deve chiedere qualcosa di diverso. Altrimenti, prima o poi, finirà per significare qualcosa di diverso. 

La salute si tutela anche scegliendo di giocare meno

Le ragioni di chi propone una riduzione meritano attenzione. La prima riguarda la salute: carichi, recuperi, stagioni che sembrano non finire mai. La seconda il pubblico, soprattutto quello giovane, al quale si attribuisce una disponibilità sempre minore a seguire eventi lunghi. Sono due questioni serie. Proprio per questo sarebbe opportuno evitare di risolverle entrambe con un colpo di forbici allo stesso regolamento.

Sul primo punto, la strada da percorrere prima delle altre appare abbastanza evidente: giocare meno tornei, lasciare più spazio al recupero, accettare qualche rinuncia. E mettere i giocatori nelle condizioni di farlo. Non tutti hanno la stessa libertà di programmarsi: obblighi di partecipazione, classifica e necessità economiche rendono il quadro più complesso di un semplice “restate a casa”, ma è su quel quadro che bisogna intervenire, insieme alle scelte dei singoli.

Se ogni settimana diventa indispensabile, qualcosa va rivisto nella gerarchia degli impegni. Non possiamo considerare intoccabile tutto ciò che riempie la stagione e negoziabile proprio ciò che la rende memorabile e una tutela credibile deve comprendere anche orari sensati e recuperi adeguati: una partita che finisce nel cuore della notte pone un problema di programmazione, prima ancora che di punteggio. Chiedere a Shelton sul tema.

Gli Slam sono quattro. Dovrebbero essere il centro attorno al quale organizzare il resto, anche a costo di rinunciare a qualcosa. Chiedere agli atleti di arrivarci nelle condizioni migliori è ragionevole; togliere alla prova una parte della sua difficoltà perché tutto il resto deve continuare a trovare posto lo è molto meno.

Il quinto set è anche il tempo delle soluzioni

C’è poi un equivoco: difendere il tre su cinque non significa celebrare soltanto la resistenza alla fatica. Stan Wawrinka lo ha spiegato all’Australian Open, parlando del proprio rapporto con questa distanza: “Sento di avere più tempo per mettere in campo il mio gioco, per trovare soluzioni”. 

È un contributo prezioso, anche senza trasformarlo in un manifesto sul regolamento. Il tempo consente di capire, modificare, ricostruire, di attraversare una crisi senza che quella crisi sia necessariamente una condanna. Gli esempi sono tantissimi, a partire proprio da Sinner che quella finale Slam a Melbourne con Medvedev, l’avrebbe persa. La preparazione fisica conta, naturalmente; contano anche l’intelligenza, la pazienza e la capacità di riconoscere una possibilità quando tutto sembra suggerire che sia finita.

Sia chiaro: non ogni quinto set merita un posto nella storia. Andy Murray lo osservava già nel 2020, distinguendo la durata dalla qualità e ammettendo che, da spettatore, difficilmente avrebbe seguito un incontro così lungo dall’inizio alla fine. Un’obiezione fondata. Esistono partite magnifiche in due set e altre che si trascinano per cinque senza lasciare granché, ma una cosa è riconoscere che la lunghezza non garantisce la grandezza, un’altra è cancellare lo spazio nel quale certe grandi partite possono nascere.

Pensiamo alla finale del Roland Garros 2025 tra Sinner e Alcaraz: cinque ore e ventinove minuti, Carlos sotto di due set, tre match point annullati nel quarto. Non si può trasferire meccanicamente quel punteggio in un altro formato, perché i giocatori avrebbero affrontato una partita diversa. Si può però affermare che quel racconto, con quella rimonta e quelle successive resurrezioni, aveva bisogno del tre su cinque per esistere. Accorciarlo avrebbe significato impedirgli di compiersi. 

Ai giovani apriamo le porte, senza smontare il tennis

La questione del pubblico richiede ancora più cautela. Si ripete che i giovani abbiano meno attenzione, che tutto debba essere rapido, immediato, consumabile. Ammesso che questa descrizione basti a rappresentare una generazione intera, siamo sicuri che la risposta debba essere adeguare ogni esperienza alla sua versione più breve?

Un ragazzo può arrivare al tennis attraverso un video di trenta secondi. Benissimo. Quel video può essere l’inizio della curiosità, senza diventare l’unità di misura dello sport che gli stiamo proponendo. Anche perché senza partite spettacolari, quei 30 secondi forse non sempre esisterebbero. Avvicinare qualcuno significa anche dargli una ragione per restare.

Per chi frequenta i tornei, una direzione possibile è rendere l’esperienza meno ingessata. Lo US Open e l’Australian Open offrono uno spunto: il tennis si inserisce in una giornata più ampia, fatta anche di incontri, musica, cibo, passeggiate tra i campi. Si può entrare per l’evento e scoprire di voler restare per una partita. Non tutti devono presentarsi ai cancelli già convertiti, con il breviario del perfetto appassionato sotto il braccio.

Questo non significa disturbare chi gioca o trasformare ogni tribuna in una discoteca; significa smettere di considerare la socialità un’intrusa e permettere alle persone di vivere il torneo senza sentirsi sotto esame. Il tennis può essere il centro di una festa, anche per chi inizialmente lo considera soltanto una parte della giornata.

Per la televisione non esiste una formula miracolosa. Si può lavorare sull’accessibilità, sul racconto, su strumenti che consentano di entrare in una partita già iniziata e comprenderne subito la posta in gioco. Nessuno è obbligato a guardare ogni quindici e non è dimostrato che togliere due set possibili basti a trasformare uno spettatore occasionale in un appassionato.

Gli Slam hanno bisogno di pubblico nuovo e di giocatori sani. Hanno anche bisogno di conservare una ragione per essere desiderati più di tutto il resto. Nel tennis maschile, i cinque set sono una parte decisiva di quella ragione.

Possiamo cambiare ciò che sta intorno alla partita, discutere il calendario, aprire le porte, imparare a raccontare meglio, ma lasciamo ai campioni il tempo di smarrirsi e ritrovarsi e a noi quello di assistervi. La leggenda non arriva su appuntamento; talvolta ha bisogno di un quinto set.

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