Eccoci di nuovo qui, a fare i conti con l’ennesima rinuncia (la quinta negli ultimi due mesi) da parte di Sinner a un torneo importante al quale era previsto che partecipasse ma che invece va ad allungare la lista di tutti i suoi ritiri del 2026.
In queste ultime settimane abbiamo sentito davvero di tutto, al punto tale che ormai è diventato difficile sapere a cosa credere. Specialmente perché dal diretto interessato e dal suo entourage non arriva alcuna indicazione concreta di cosa stia succedendo.
Si tratta di un atteggiamento che dal punto di vista personale è più che legittimo: la salute individuale fa parte della sfera privata ed esiste il sacrosanto diritto alla privacy, difeso da decine di leggi in varie giurisdizioni.
Ma se consideriamo che Sinner è un protagonista di prima grandezza di quello show business che si chiama “tennis professionistico” e che questo show business muove miliardi su miliardi in funzione di ciò che Sinner dice e fa, sicuramente una maggiore trasparenza su ciò che succede renderebbe la gestione di questo business molto più semplice.
Il male necessario
Da un certo punto di vista si potrebbe vedere la questione anche da una prospettiva differente e molto semplificata. Tanti di noi svolgono un lavoro che non piace particolarmente, ma viene accettato come un male necessario per guadagnarsi da vivere. Alcuni invece hanno la fortuna di amare il proprio lavoro, ma anche per questi pochi privilegiati ci sono sicuramente aspetti della propria professione di cui si farebbe volentieri a meno, e che vengono accettati anche questi come un male (minore) necessario.
Sinner si trova proprio in questa situazione: gli piace giocare a tennis, lui vorrebbe giocare a tennis e fare solo quello. Ma il giocare a tennis a livello professionistico, soprattutto se fatto bene come lo fa lui, comporta la necessità di esporsi al pubblico molto più di quanto lui vorrebbe. Il suo carattere è molto riservato e tiene molto a separare la sua vita professionale da quella privata, con la sua famiglia e i suoi affetti.
Solo che il tennis professionistico, soprattutto nel 2026, richiede che le superstar abbiano una grande visibilità. E questo non è solamente “un aspetto” della professione, come i report da compilare a fine trimestre o i moduli delle tasse o della dogana da riempire, ma è il motore che fa girare tutto quanto.
Il motore del tennis show-business
Perché è bene dirlo chiaramente per evitare fraintendimenti: i tennisti guadagnano le cifre iperboliche che guadagnano non perché sono bravi a colpire una pallina gialla con una racchetta, ma perché c’è tanta gente interessata a quanto sono bravi a colpire una pallina gialla con una racchetta (e magari anche a come si comportano mentre vanno in giro per il mondo a colpire palline gialle).
Senza ciò, sparisce tutto: non solo spariscono i soldi degli sponsor, ma spariscono anche quelli dei montepremi, perché i tornei riescono a pagare quelle cifre solo perché ci sono sponsor che sono disposti a finanziare gli eventi perché tanta gente vuole vedere i tennisti di cui sopra colpire le palline gialle così bene.
Che sia chiaro: il mondo del tennis professionistico è show-business, e far sì che le sue star si facciano vedere è fondamentale al funzionamento di tutto quel microcosmo.
L’equilibrio
Da lì nasce il dilemma di Sinner: lui vuole giocare a tennis, ed è davvero bravo, ma per far parte di questo mondo gestire come e quanto ci si fa vedere è importante come e forse più che colpire le famose palline gialle.
E allora come ognuno di noi fa nella propria professione e nella propria vita, ha provato a trovare l’equilibrio che funziona meglio per lui: i rapporti con l’esterno sono controllati in maniera quasi militaresca, tutto è regimentato in maniera rigidissima. Dagli impegni con gli sponsor al tempo da dedicare ai media durante i tornei, si fa solo quello che è strettamente necessario.
Jannik non ha mai fatto mistero che l’aspetto che meno gli piace della sua vita di tennista è parlare con i media, e forse questa sua onestà non è apprezzata quanto dovrebbe. È un male necessario, fa parte del lavoro, e fa quello che si deve fare, nei limiti in cui la professione lo obbliga.
Tutta la parte relativa alla presenza social è controllabile al 100% dal giocatore e dal suo team comunicativo, per cui lì è molto semplice fare vedere solo quello che si vuole far vedere, con le modalità e le frequenze prescelte.
Non devo, ergo non parlo
Mentre si trova costretto allo stop da questo infortunio, di cui, ribadiamolo, non c’è alcuna informazione certa, non ha alcun obbligo di parlare pubblicamente di questa situazione, e quindi non lo fa. Ormai è evidente che la sua scelta è questa: può piacere o non piacere, ma si tratta di una sua decisione, di cui si sopporta tutte le conseguenze.
E le conseguenze sono che tutti parlano, tirando più o meno a indovinare per placare la fame insaziabile di notizie o presunte tali a suo riguardo. La gente vuole sapere qualcosa, quindi qualcosa verrà loro dato, poco importa quanto ciò sia vero. Se Sinner dicesse qualcosa potrebbe guidare la narrazione, ma siccome non dice nulla, la narrazione prende una vita propria. Evidentemente non gli interessa, e non si può far altro che prenderne atto.
Nel 2024, quando risultò positivo a due test antidoping, Jannik e il suo team riuscirono a tenere il riserbo sulla vicenda per quasi cinque mesi. Nessuno, in Italia o all’estero, aveva avuto il benché minimo sentore di quello che stava succedendo. E per quasi cinque mesi è riuscito a continuare a giocare come se nulla fosse, fatta eccezione per una sconfitta contro Medvedev nei quarti a Wimbledon. Si sarebbe poi saputo che quella sconfitta era stata causata da una notte insonne passata a pensare al problema doping, ma si trattava comunque di una partita che si poteva comunque perdere anche per altri motivi.
La macchina del silenzio
Si potrebbe dire che per cinque mesi ci ha preso in giro. Dopo che la questione è venuta allo scoperto poteva anche essere legittimo pensare: “Se è riuscito a infinocchiarci tutti per così tanto tempo su una situazione così grave, per quale motivo da questo momento in poi dovrei credere a qualunque cosa mi racconta?”
E la verità è che non abbiamo molta altra scelta. Il ginocchio-gate ha visto qualche informazione trapelare (la storia forse riuscirà a far capire se queste informazioni erano vere o inventate), probabilmente perché il numero di persone coinvolte era molto più elevato: medici, infermieri, intermediari, personale di supporto delle varie cliniche,… Qualcuno può aver parlato, commettendo un illecito penale, questo sia chiaro, perché rivelare informazioni confidenziali relative allo stato di salute di un’altra persona senza il suo consenso è un reato.
Però è anche realistico pensare che nemmeno lo stesso team di Sinner abbia idea di come stanno le cose, se, come pare, l’obiettivo era giocare a Pechino mentre poi negli stessi giorni sono finiti a Lione per un altro consulto medico. Forse non hanno molto da dire, ma anche se ce l’avessero, probabilmente non lo direbbero.
In ogni caso, la macchina del silenzio che Sinner si è costruito attorno ha ancora una volta funzionato in maniera egregia. Con buona pace di chi vuole sapere come sta, e di chi vive cercando di parlare di lui, come noi di Ubitennis. Magari è questo il nostro male necessario.
