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27/07/2010 13:42 CEST - ATP- Us Open Series

It must be.. Tennis!

Il periodo di riposo post-Wimbledon sta per concludersi per i top-players. Alcuni di loro anticipano il rientro, tra Atlanta, Los Angeles, Washington. Cosa ci diranno dunque gli US Open Series prima di Flushing Meadows? Rossana Capobianco

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It must be love. Questa è la frase promo degli US Open Series da due anni a questa parte.
Dev’essere amore. Lo speriamo tutti: ritrovare bel tennis e competizione, nella rovente estate americana che sta per arrivare, significherebbe per il circuito ATP un nuovo rilancio dopo i primi sei mesi un po’ altalenanti, dove vari protagonisti ad altissimi livelli non hanno brillato e ne ha risentito lo spettacolo.


Un po’ per infortuni e un po’ per crisi di gioco generale il primo semestre tennistico del 2010 ha riservato sì colpi di scena, ma una qualità e una competizione a tratti deludente. Niente di davvero nuovo sotto il sole e pochissime partite degne di nota. Se devo pensare ad un match seriamente appassionante ed intenso, di alto contenuto qualitativo in termini tennistici –e non sempre le cose vanno a braccetto- mi vengono in mente solo alcuni set: l’ultimo della finale di Doha tra Nadal e Davydenko, il primo tra Federer e Baghdatis a Indian Wells, sprazzi del quarto di finale tra Rafa e Murray in Australia e l’incantevole battaglia dei rovesci tra Youzhny e Nalbandian a Montecarlo. L'unica sorpresa è riservata da Berdych e la sua finalmente trovata costanza (pare).


Si spera dunque che il riposo, le superfici più veloci e le varie voglie di riscatto abbiano la meglio, nei due mesi che ci attendono.


Rafa Nadal
si presenterà, come nel 2008, dopo la doppietta Parigi-Londra, e dunque da assoluto favorito, numero 1 in classifica con circa 4000 punti di vantaggio su Djokovic e Federer. Da difendere avrà fondamentalmente le semifinali di Cincinnati e New York. In evidente fiducia, sarà importante per Nadal mantenere costanza al servizio, che sul duro potrebbe riuscire a tenere saldo il vantaggio fisico e psicologico che al momento ha nei confronti di tutti gli altri. E’ risaputo che Rafa, nonostante raggiunga ottimi livelli anche su queste superfici, ha bisogno di tutta la sua resistenza fisica per vincere anche qui. Giocare aggressivo potrebbe non bastare a lungo termine. Innanzitutto perché non è la base del suo gioco, ed è dunque efficace ma vulnerabile. E poi perché ci sono avversari che qui possono metterlo molto in difficoltà sull’uno-due. Ma la fiducia e la convinzione gli daranno modo di giocare al meglio e vincere quei punti importanti al momento giusto. E’ l’anno dello US Open per Nadal? Potrebbe eccome. Sarà interessante vedere se i diretti avversari saranno davvero in corsa.


Roger Federer
, invece, come sempre, è atteso al varco. Ha passato una vita, Roger, a sentirsi aspettato. Non che abbia mai tradito le aspettative, ma da lui ci si attende sempre quel qualcosa in più, come da tutti i fenomeni. Viene da una primavera tutt’altro che brillante, dove ha raggiunto solo due finali, e non in tornei dello Slam, ma a Madrid ed Halle, entrambe perse. Unico torneo stagionale, parecchio importante, gli Australian Open, il sedicesimo Slam. Dovrebbe bastare, no? Non a lui, non ai suoi tifosi, non agli addetti ai lavori. Lui è Federer, e non importa se ha 29 anni (l’8 Agosto, un giorno prima dell’inizio di Toronto,ndr), qualche acciacco in più nei momenti di maggiore stress tennistico, una famiglia al seguito e (magari) non più motivazioni costanti. Dopo l’infezione polmonare patita a Febbraio che non gli ha permesso di allenarsi per un bel po’ e di ritardare la preparazione, ha perso controllo e fiducia nel proprio gioco. Federer è sempre stato come una macchina perfetta che dispensa bellezza e autorevolezza finchè qualcosa nel suo solito meccanismo si inceppa: è un front-runner, uno che ama stare davanti e non rincorrere. Rincorrendo ha però vinto due anni fa un inaspettato US Open, ritrovando tennis e grinta. Le superfici di Cincinnati e New York sono adattissime alle sue caratteristiche e se ritrova fiducia e voglia, qui può non far giocare nessuno, specie se migliorano le sue condizioni atletiche. E il servizio, che anche causa schiena latita in efficacia e costanza; il suo gioco necessita di ordine e anticipo, che al momento pare avere smarrito. Ma mai chiamarlo fuori gioco, perché proprio allora sa essere molto pericoloso.


Novak Djokovic
pare invece confermarsi l’imperituro enigma del circuito. Conosciamo tutti le sue potenzialità, ne abbiamo ammirato il talento e anche la combattività, ma ogni volta che pare essersi sbloccato ed aver ritrovato condizione e convinzione, siamo subito smentiti dall’immancabile inaspettata sconfitta. Cos’ha perso questo campione che ha dominato gli Open d’Australia due anni fa e vinto diversi titoli importanti? Forse la risposta è una sola: non è un giocatore costante. O magari dovrebbe cambiare allenatore e provare a migliorare ulteriormente. Tuttavia, il cemento veloce americano gli viene in soccorso: ha sempre fatto molto bene tra Open del Canada e Flushing Meadows, e difficilmente è incappato in sconfitte inattese. L’anno scorso fu autore di una bellissima prova in semifinale a Cincinnati contro Nadal prima di essere spazzato via da Federer in finale e sempre contro l’elvetico perse in semifinale a New York. Sarà protagonista? Vallo a capire. Ma le possibilità qui aumentano.


E Murray? Non si è più palesato ad altissimi livelli dopo quella finale a Melbourne persa nettamente da Federer. Forse anche lui ha un po’ pasticciato con troppi allenatori e troppa gente attorno che gli dica cosa fare, e adesso sta cercando di fare il punto della situazione. Il cemento è la sua superficie, ma finchè si ostinerà a giocare troppo passivamente, malgrado possa andarci vicino, sarà dura per lui vincere uno Slam. Io credo che ci riuscirà e anche presto, e credo che se c’è un posto più adatto a lui per vincerlo, si chiama New York. A Cincinnati e in Canada ha sempre fatto cose eccelse, e chissà che quest’estate non sia quella del riscatto.


Per Andy Roddick sarà difficile trionfare, ma uno come lui, con quelle caratteristiche e così amante del cemento, non bisogna mai dimenticare di prenderlo in considerazione, da queste parti. Il 2003 è lontano, però qualche soddisfazione potrebbe togliersela. Mancherà invece la più lieta nota del 2009 in termini di sorprese e novità: il futuro prossimo di Juan Martin Del Potro è ancora in forse e non si sa se riuscirà a partecipare all’ultimo Slam dell’anno; di certo ci proverà, ma difficilmente lo vedremo subito ad alti livelli, dopo un lungo stop e dopo una delicata operazione al polso. Forse Juan Martin è il sale che è mancato a questa pietanza tennistica made in 2010.


Sperando che anche i vari outsider -che rispondono ai nomi di Soderling, Berdych, Davydenko, Tsonga- sappiano creare clamore e donare intensità alla nostra estate tennistica, non resta che armarci di ancora un po’ di pazienza e aspettare quei momenti in cui, in vacanza, tenteremo di sapere qualcosa o di vedere qualcosa; di affrettare il rientro, di aspettare notizie sul telefonino dall’amico appassionato di turno. Di sognare le notti americane tra ventilatore e bibite fresche, tra una delusione e l’attesa per il match che più ci interessa.


Gli Us Open Series stanno per giungere al loro clou. Buon divertimento!
 

Rossana Capobianco

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Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker