Roger Federer è arrivato per la prima volta a Newport, Rhode Island, dove sabato entrerà ufficialmente nella International Tennis Hall of Fame. E forse non poteva esserci luogo più adatto per costringerlo a guardarsi indietro.
Lo svizzero lo aveva già fatto parlando alla ESPN, ripercorrendo alcuni dei numeri più impressionanti della propria carriera – dalle cinque vittorie consecutive allo US Open alle 237 settimane consecutive da numero uno – ma nella conferenza stampa ufficiale organizzata dalla Hall of Fame il discorso è diventato inevitabilmente più personale.
«È un posto bellissimo e sicuramente non sarà la mia ultima volta qui. Tornerò», ha detto Federer dopo le prime ore trascorse a Newport con la famiglia. «Gli ultimi giorni sono stati meravigliosi e i momenti più importanti devono ancora arrivare».
“La Hall of Fame è una capsula del tempo”
Federer aveva già spiegato alla ESPN come l’ingresso nella Hall of Fame rappresenti qualcosa di diverso rispetto ai sogni che accompagnano un giovane tennista.
«Non è qualcosa che sogni da bambino. Il mio sogno era vincere Wimbledon, magari diventare numero uno del mondo o vincere il torneo della mia città. Ma credo che entrare nella Hall of Fame abbia un significato diverso: forse non si basa soltanto sui risultati, ma anche sui valori e su tutto ciò che hai creato lungo il percorso».
A Newport ha approfondito il concetto.
«È completamente diverso dal vincere uno Slam o diventare numero uno. È un onore enorme, uno dei più grandi che si possano ricevere nel nostro sport. Premi del genere sono nelle mani degli altri e forse è proprio per questo che non ci si abitua mai».
Poi un’immagine particolarmente bella:
«Ti mette quasi dentro una capsula del tempo, nella quale per un millisecondo tutto si ferma. Le cose rallentano e hai l’opportunità di ringraziare le persone o ricordare determinati momenti. È questo che rende questo weekend così speciale per me».
“Mi piace ancora sentire la palla sulle corde”
Qualche giorno fa Federer era tornato a impugnare la racchetta sull’Arthur Ashe Stadium nell’esibizione The Icon Returns. E qualcuno gli ha fatto notare un particolare: sorrideva persino durante gli scambi.
«Un mio amico mi ha detto: “Sorridevi mentre colpivi”. Gli ho chiesto: “Davvero?”. Credo sia una buona cosa: significa che mi sto davvero divertendo».
Oggi, naturalmente, il rapporto con il tennis è completamente diverso rispetto agli anni sul circuito.
«Quando vado in campo è perché voglio davvero esserci. Amo ancora giocare. Amo la sensazione della palla sulle corde, amo vedere le traiettorie e quello che riesco a creare con la racchetta».
E il Federer più Federer di tutti emerge subito dopo:
«In realtà adesso mi piace più palleggiare che giocare punti. Mi piace fare volée, slice, tutto ciò che richiede sensibilità. Non ho bisogno di spaccare la palla. Quello è meno divertente. Forse perché poi il corpo fa male», ha concluso sorridendo.
Cinque US Open consecutivi: “Una delle cose di cui sono più orgoglioso”
Il ritorno sull’Ashe ha inevitabilmente riportato Federer anche al periodo nel quale New York era praticamente casa sua.
Dal 2004 al 2008 vinse cinque US Open consecutivi, superando nelle finali Hewitt, Agassi, Roddick, Djokovic e Murray. Da allora nessun uomo è più riuscito neppure a vincerne due consecutivi.
«Vediamo quanto sia difficile vincere titoli consecutivi allo US Open», ha spiegato alla ESPN. «Non so perché, ma sembra più semplice farlo a Wimbledon o Roland Garros. Qui ci sono tanti giocatori capaci di giocare bene sul cemento e le condizioni possono cambiare molto tra vento, umidità, sessioni diurne e serali».
E proprio in quegli anni Federer infilò contemporaneamente anche cinque Wimbledon consecutivi.
«Una delle cose di cui sono più orgoglioso è proprio che quella striscia sia coincisa con le mie vittorie a Wimbledon. Credo sia estremamente difficile riuscire a fare entrambe le cose».
Australian Open 2017: “Non pensavo di avere ancora quella partita dentro di me”
Fra i ricordi inevitabilmente riaffiorati a Newport c’è anche quello dell’Australian Open 2017, probabilmente il momento simbolicamente più importante della seconda parte della carriera di Federer.
A 35 anni, dopo sei mesi lontano dal circuito e da numero 17 del seeding, lo svizzero batté Rafael Nadal al quinto set della finale.
«Fu una partita incredibile, una di quelle che non pensavo di avere ancora dentro di me in quel momento», ha ammesso.
Soprattutto considerando l’avversario.
«Ero sotto 3-1 nel quinto, con tutte le difficoltà che avevo avuto contro Rafa e forse anche con i demoni contro il suo gioco che mi ero portato dietro negli anni. Sapevo quanto fosse straordinario nei momenti importanti e nelle partite al quinto set».
Federer racconta di essere entrato quasi in una dimensione diversa nella parte conclusiva.
«Riuscire a entrare in quella sorta di “zona” verso la fine fu incredibile. Ma giocai benissimo durante tutto il torneo, riuscendo a prendere la palla molto presto».
E dietro quello che sembrò un miracolo c’era in realtà moltissimo lavoro.
«Avevo avuto due mesi e mezzo di allenamento incredibile alla fine del 2016, cosa che normalmente non capita mai. Di solito hai tre o quattro settimane. Quella preparazione pagò in quel torneo di rientro, che fu semplicemente un sogno diventato realtà. È una delle più grandi partite e uno dei più grandi tornei della mia carriera».
“Essere numero uno? Per rispetto del Gioco dovevo dare tutto”
Uno dei temi più interessanti affrontati alla ESPN riguarda invece le 237 settimane consecutive al numero uno.
Federer ribalta quasi la domanda: per lui, paradossalmente, essere numero uno era la parte semplice.
«È un privilegio enorme e so che tutti gli altri giocatori vorrebbero arrivarci. Per rispetto del Gioco e degli altri non potevo svegliarmi e pensare: “Oggi non sono dell’umore giusto, non mi piace il tennis”. Quello era il mio sogno e lo stavo vivendo».
La difficoltà maggiore era stata arrivarci.
«Quando raggiungi per la prima volta il numero uno lavori un po’ nell’ignoto. Quando invece ero già numero uno sentivo di sapere cosa avrei dovuto fare per rimanerci».
“Non voglio essere ricordato soltanto per come giocavo”
Forse il passaggio che meglio si lega all’ingresso nella Hall of Fame arriva quando gli viene chiesto come vorrebbe essere ricordato fra qualche decennio.
Federer parte naturalmente dal campo:
«Spero di aver rappresentato bene questo sport e che alle persone sia piaciuto guardarmi giocare, o che in futuro apprezzino i miei highlights».
Ma subito dopo allarga il discorso.
«Più di tutto spero di aver contribuito a spingere questo sport nella direzione giusta».
Federer ricorda il proprio lavoro con ATP, giocatori e organizzatori, l’aumento enorme dei montepremi e le migliori condizioni costruite negli anni per giocatori, fisioterapisti, media e per l’intero ecosistema del tennis.
«Oggi molti più giocatori possono vivere grazie a questo sport. Credo che il tennis sia andato nella direzione giusta e spero di aver contribuito anch’io. Se sarò ricordato anche per queste cose sarà bellissimo. Altrimenti va bene lo stesso».
È quasi la prosecuzione naturale di ciò che aveva detto alla ESPN parlando delle emozioni lasciate al pubblico.
«Quando giochi pensi molto alle vittorie e alle sconfitte. Poi alla fine non si tratta più di questo: si tratta delle emozioni che hai lasciato alle persone».
Federer rifiuta però l’idea di essere stato un caso unico: cita Borg, McEnroe, Nadal, Sampras ed Edberg e ammette che il rovescio a una mano ha avuto un peso speciale soprattutto per i nostalgici.
«Adesso le persone vengono da me e mi dicono: “Mi manchi, mi piaceva guardarti giocare”. Devo dire che mi tocca ancora profondamente».
Federer allenatore? “Adesso no”. Ma la Laver Cup…
C’è infine il futuro.
Un futuro che, almeno nell’immediato, non prevede Federer allenatore a tempo pieno.
«In questo momento no, semplicemente perché sono troppo impegnato e i miei figli hanno bisogno della mia attenzione. Ho tanti progetti e amo il tempo che trascorro con mia moglie. Non voglio cambiare tutto questo adesso. Però mai dire mai».
Federer ricorda come persino Stefan Edberg non immaginasse di diventare allenatore prima di entrare nel suo team.
Il problema, spiega, è l’impegno necessario:
«Se vuoi davvero avere un impatto su un giocatore probabilmente devi seguirlo almeno 20-25 settimane all’anno. Devi essere disponibile anche quando uno Slam o un torneo non va bene. Quindi direi che al momento è un grosso “forse”».
Più concreta, invece, una possibilità legata alla creatura che porta simbolicamente il nome di uno dei suoi grandi riferimenti storici.
«Diventare capitano alla Laver Cup è sicuramente qualcosa che potrei prendere in considerazione».
E la televisione?
«Non lo so. Durante il ritiro a Londra pensavo che magari un giorno avrei potuto farlo. Adesso sto molto bene senza commentare. Forse un giorno potrei entrare e uscire ogni tanto da una cabina di commento, giusto per provare, ma al momento non ho programmi».
Più importante sembra un altro desiderio: aiutare giovani e junior, attraverso Swiss Tennis, accademie o altri progetti.
«Vorrei restituire qualcosa a questo sport. È anche per questo che cerco di andare a tre, quattro o cinque tornei ogni anno: voglio restare connesso e capire che cosa posso ancora fare di significativo per il tennis».
