Non è la prima volta e, probabilmente, non sarà neppure l’ultima, anzi per certi versi è qualcosa che ti aspetti, argomento fisso da ormai qualche anno. L’odore di marijuana, infatti, è tornato a farsi sentire sui campi dello US Open e questa volta ad accorgersene è stata Aryna Sabalenka, che durante il terzo game del primo set contro Kamilla Rakhimova si è fermata prima di servire e si è rivolta alla giudice di sedia Eva Asderaki-Moore: “Qualcuno sta fumando erba. Potete fare qualcosa? È molto forte”.
L’episodio non ha inciso sulla partita, vinta dalla numero uno del mondo 6-3 6-4, ma ha riportato d’attualità una questione ormai ricorrente a Flushing Meadows. Da Kyrgios a Sakkari, da Zverev fino a Ruud e Djokovic, negli ultimi anni sono stati diversi i giocatori a lamentarsi. Un problema difficile da risolvere, perché lo US Open vive dentro New York e New York, oggi, è anche questo.
Sabalenka: “Fumate quello che volete, ma non vicino ai campi”
La bielorussa ha raccontato l’episodio prima con serietà e poi con la consueta ironia. “Ho pensato: ragazzi, potete fare quello che volete, potete fumare quello che volete e rilassarvi quanto volete, ma per favore non fatelo vicino ai campi da tennis. È un po’ complicato gestire quell’odore mentre stai cercando di competere al massimo”.
Sabalenka ha spiegato di averlo già sentito altre volte a Flushing Meadows, ma mai con quella intensità: “Era davvero forte. C’era anche un po’ di vento e non so se arrivasse dal pubblico oppure dall’esterno, perché il vento lo portava dentro lo stadio. Spero soltanto che ci sia un po’ più di attenzione”.
Quando le domande sull’argomento sono diventate più numerose di quelle sul match, ha provato a chiudere il caso: “Ancora sulla marijuana? Dai, ragazzi. Sto soltanto chiedendo alle persone di non fumarla vicino al campo”. Poi la battuta: “Forse la palla viaggia troppo velocemente e vogliono rallentare un po’. Non conosco gli effetti”.
Pegula: “È caotico, ma proprio per questo è New York”
Jessica Pegula ha offerto una lettura diversa, forse quella che meglio descrive il rapporto tra lo US Open e la città che lo ospita.
“In un certo senso rende tutto divertente, perché fa molto New York: è dappertutto ed è caotico”, ha spiegato l’americana. “Naturalmente ci sono aspetti che potrebbero essere gestiti meglio, per fare in modo che una partita di tennis resti una partita di tennis e che altri fattori non interferiscano”.
Pegula, però, sa che in un evento di queste dimensioni esisterà sempre qualcosa di imprevedibile: un flash, uno spettatore che si muove, un rumore, un odore portato dal vento. L’importante, secondo lei, è intervenire quando è possibile.
“I problemi possono capitare. Se qualcuno usa il flash, gli si dice che non può farlo e quello smette. Ma per quanto riguarda la marijuana, sinceramente non so come si possa fermare”.
È proprio questo il punto. Si può vietare di fumare all’interno dell’impianto, ma non si può mettere un filtro tra il Billie Jean King National Tennis Center e il resto di New York.
Da Kyrgios al “salotto di Snoop Dogg”
Quella di Sabalenka è soltanto l’ultima puntata di una storia cominciata molto prima della legalizzazione della cannabis nello Stato di New York. Già nel 2014 Martina Hingis aveva fatto notare l’odore durante una partita di doppio sul vecchio Grandstand.
Nel 2022 fu Nick Kyrgios a chiedere l’intervento dell’arbitro (che a pensarla adesso fa strano…) durante il secondo turno contro Benjamin Bonzi. Sul 4-3 del secondo set, all’interno del Louis Armstrong Stadium, l’australiano invitò il giudice di sedia Jaume Campistol a ricordare agli spettatori il divieto di fumare.
“Ovviamente non mi lamenterei dell’odore del cibo. Questa è marijuana”, disse Kyrgios. Dopo la vittoria spiegò di soffrire d’asma e di non voler respirare quell’aria tra un punto e l’altro, soprattutto durante gli scambi più intensi.
Nel 2023 la questione tornò prepotentemente d’attualità sul Campo 17, prima con Maria Sakkari e poi con Alexander Zverev e Marketa Vondrousova. Durante la sconfitta contro Rebeka Masarova, la greca indicò il vicino Corona Park come possibile provenienza dell’odore, precisando comunque che l’episodio non aveva condizionato il risultato.
La USTA controllò le immagini e ascoltò gli addetti presenti, senza trovare prove che qualcuno avesse fumato nelle tribune. Il giorno successivo Zverev, dopo aver battuto Aleksandar Vukic, consegnò alla storia la definizione più efficace: “Il Campo 17 profuma decisamente come il salotto di Snoop Dogg. È dappertutto, l’intero campo odora di marijuana”. Anche Vondrousova confermò di averlo avvertito, sottolineando come il Campo 17 fosse talmente vicino al parco da sembrare quasi al suo interno. C’è da dire che il 17 è un campo particolare, infossato per natura, che trattiene caldo e odori. Nacque così la definizione scelta da alcuni media danesi: “hash-banen”, il campo dell’hashish.
Ruud: “La cosa peggiore di New York”
Nel 2025 arrivarono anche le lamentele di Novak Djokovic e soprattutto di Casper Ruud. Il norvegese, impegnato nel doppio misto con Iga Swiatek, definì l’odore della cannabis “la cosa peggiore di New York”.
“È ovunque, persino qui dove si gioca il torneo. Dobbiamo accettarlo, ma non è piacevole essere stanchi in campo e dover respirare quell’odore. Non possiamo farci nulla, a meno che non cambi la legge, e dubito che succederà”, spiegò Ruud.
Djokovic si disse altrettanto poco entusiasta: “Non sono un grande fan di quell’odore, anzi, per me è una puzza. Ma qui è permesso e in qualche modo bisogna accettarlo. Si sente ovunque, dagli allenamenti alle partite”.
Il tema era tornato ancora prima dell’inizio di questa edizione. Katie Boulter aveva raccontato di avvertirlo soprattutto nei campi di allenamento e in quelli più vicini al parco: “Ti porta fuori dal momento e non hai bisogno di distrazioni”. Francesca Jones ci aveva scherzato sopra, mentre Harriet Dart aveva liquidato la questione in poche parole: “È New York. È così per tutti”.
La legge, il divieto e il confine che il vento non vede
Dal 31 marzo 2021, nello Stato di New York gli adulti dai 21 anni in su possono consumare cannabis nelle abitazioni private e, con alcune eccezioni, negli spazi nei quali è consentito fumare tabacco. Questo non significa che sia possibile farlo ovunque: il Tennis Center è una struttura completamente smoke-free e il divieto vale anche nei parchi pubblici di New York City.
La USTA può dunque intervenire se qualcuno accende una sigaretta o uno spinello dentro l’impianto. Può rafforzare i controlli lungo la recinzione, collaborare con NYPD e Parks Department e allontanare chi non rispetta le regole. Non può, però, governare l’aria né stabilire sempre da dove provenga un odore che il vento porta su un campo.
Ed è sufficiente passeggiare per Manhattan, attraversare alcuni angoli del Queens o sedersi in uno spazio nel quale fumare è consentito per capire che la cannabis è ormai parte del paesaggio olfattivo della città. Può piacere oppure no, può disturbare e Sabalenka ha tutto il diritto di chiedere di non essere esposta al fumo mentre compete. Se qualcuno stava fumando dentro il Louis Armstrong, era giusto individuarlo e fermarlo, ma costruire attorno allo US Open un’enclave impermeabile alla città è inutile, oltre che impossibile.
Il successo di questo torneo nasce anche dalla sua totale identificazione con New York. Dai treni della linea 7 agli aerei sopra Flushing Meadows, dalla musica durante i cambi di campo al pubblico che parla, si alza e arriva in ritardo. Tutto entra dentro lo US Open, odori compresi.
È il suo fascino e, per qualcuno, anche il suo difetto, ma lo US Open non è semplicemente un torneo ospitato da New York: per due settimane è New York. Nel bene e nel male, se per qualcuno lo è.
