Sharapova di forza : bis a Parigi e 5° slam !

Roland Garros

Sharapova di forza : bis a Parigi e 5° slam !

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TENNIS – In un match lottatissimo e con la tensione a 1000, Maria Sharapova supera 6-4 6-7 6-4 Simona Halep e conquista il suo secondo Roland Garros nonché il 5° slam della carriera.

– Per vedere i momenti più belli della finale clicca qui

 

– Ubaldo commenta la finale con Steve Flink di Tennis Channel

M. Sharapova b. S. Halep 6-4 6-7 6-4

DA PARIGI – A trionfare sul rosso è ancora lei, Maria Sharapova. In una partita al cardiopalma, la russa riesce a superare la bravissima Simona Halep al terzo set con lo score di 6-4 6-7 6-4. Maria ha sfoderato in campo una grinta e una voglia di vincere forse ancora superiori alla sua celebre e impareggiabile determinazione. Simona, dal canto suo, si è battuta egregiamente fino alla fine ma non è bastato. Ancora una volta la siberiana si aggiudica il 20° match di fila disputato al terzo sulla terra. Tanti errori comunque per lei che, però, sono stati compensati dalle soluzioni vincenti sfoderate ad hoc, nel momento fatidico del match. Maria Sharapova diventa inoltre la 12a tennista dell’era Open ad aggiudicarsi almeno 5 major.

È tutto pronto sul Philippe Chatrier per il grande evento di questo sabato parigino a Porte d’Auteuil che vede protagoniste Maria Sharapova e Simona Halep in un derby dell’est europeo. Gli spalti sono gremiti di spettatori che sfoggiano prevalentemente una mise color panna, dovuta soprattutto ai numerosissimi panama, da sempre un must nel major parigino. Le due finaliste, invece, scendono in campo all’insegna dell’arancio, quasi a voler rendere omaggio alla splendida tonalità del mattone tritato : tutta di rosa e arancio vestita la russa, di arancio e viola la rumena.

Le due tenniste si sono scontrate già 3 volte, nelle quali Maria ha sempre vinto e, l’ultimo confronto, è avvenuto proprio quest’anno nella finale di Madrid, in cui la russa si è aggiudicata il torneo spagnolo con lo score di 1-6 6-2 6-3.

La Halep è alla sua prima finale slam ma ha dimostrato di avere talento, solidità e grinta da vendere. Ce la farà a tener testa e a superare la pluricampionessa russa?

Insomma, che lo show abbia inizio. Ready ? Play.

Fin dal primo gioco, Maria e Simona danno vita ad un testa a testa senza esclusione di colpi. La russa, come da copione, comincia a spingere e a martellare l’avversaria la quale, però, tiene benissimo il ritmo. Non solo. Simona entra immediatamente in partita, contrasta egregiamente da fondo Masha che, nonostante abbia scelto di servire per prima, cede immediatamente la battuta permettendo alla Halep di salire 1-0 e servizio. La russa sembra tesa, incitandosi sin dai primissimi punti mentre la rumena, nonostante stia disputando la sua prima finale slam, appare invece serafica e serena.

La calma e la precisione continuano ad essere il leitmotiv del tennis di Simona che fa suo anche il secondo gioco; Maria, dal canto suo, non è poi così precisa: è già al suo secondo doppio fallo e deve battagliare non poco per conquistarsi il punto, acutizzando sempre di più i suoi gemiti e stringendo il pugno ogni qualvolta intasca un 15. Comunque, Maria lotta con le unghie e i denti riuscendo così a impattare sul 2-2.

Per ora è la Sharapova a muovere le “fila” del match, avendo commesso 13 vincenti e 10 errori a fronte dei 5 vincenti e 4 gratuiti della Halep. Il match è davvero sofferto e lottatissimo poiché le due approdano solamente 3-2 per Sharapova dopo ben 35 minuti.

Masha adesso sembra essere passata alla marcia superiore poiché, dallo 0-2, infila 5 giochi di seguito salendo 5-2. La siberiana adesso è più scatenata che mai, bersagliando l’avversaria con i suoi fendenti micidiali ed estremi. La rumena fa un passo in avanti sul 3-5 mentre Maria “svela” l’inevitabile tensione commettendo il 4° doppio fallo. Simona ha la possibilità di brekkarla e, con un altro dritto sprecato in corridoio dalla russa, si avvicina ulteriormente sul 4-5. La Sharapova aggredisce ancora e ancora, ottenendo così il primo setpoint. La Halep però è subito pronta ad annullarlo con un precisissimo e potente incrociato di dritto.

Ce n’è un secondo.

Nel momento in cui Simona si appresta a servire, si leva dalle tribune il pianto di un neonato. Avrà distratto la rumena? Forse no, anche perché non si ferma tra la prima e la seconda; però, ad un fendente di Maria, risponde buttando in corridoio.

La Sharapova, dopo un inizio traballante, si riprende e intasca così la prima frazione della finale parigina per 6-4 in 57 minuti. È il primo set perso dalla Halep dall’inizio del torneo.

Maria continua imperterrita la sua corsa staccando rapidamente la Halep sul 2-0.

Simona cerca di reagire, supportata instancabilmente dai suoi tifosi che cantano “Simona haiideeee haideeee !”. E la reazione sembra arrivare : la rumena si impone sul servizio dell’avversaria avvicinandosi sull’1-2.

Adesso è tutto il centrale ad urlare a squarciagola “Simona ! Simona ! Simona !” e la rumena non lo delude perché rimonta la siberiana pareggiando sul 2-2. La situazione pare essere la stessa che si era profilata all’inizio del primo set, soltanto che adesso è Masha a subire la rimonta dal 2-0. Maria sembra ancora tesissima, tant’è che commette ancora 2 doppi falli all’inizio del 5° game. Recupera poi fino al 40-30 per incorrere nuovamente in un malaugurato doppio fallo, l’8°. Comunque Masha sale 3-2; Simona, poi, le resta attaccata sul 3-3.

La rumena, nonostante riesca a non farsi staccare troppo nello score, non propone nulla di diverso che possa far girare il match a suo favore. Ingaggia, sì, molto bene lo scambio ma la russa è maestra nel martellamento infernale e, alla fine, la Halep vi rimane ingabbiata. Non ci sono tentativi di spezzare il ritmo con variazioni e soluzioni alternative e la Sharapova, imperterrita, sale ancora 4-3. Ma Simona si salva ancora, almeno per adesso e, nonostante le due palle per il 5-3 a disposizione di Maria, riesce a frenare l’avanzata russa pareggiando i conti sul 4-4.

Ma attenzione. La rumena resiste ancora e attua l’inversione della rotta del set; adesso è lei a salire in cattedra, strappando ai vantaggi la battuta alla siberiana per condurre 5-4.

Masha arriva sul 40-30 e, con un nastro tutto “russo”, si aggiudica anche il 10° gioco, pareggiando sul 5-5. La tennista di Costanta sale ancora 6-5 ma Maria non molla.

Sulla palla per il 6-6, la Halep rompe le corde, tenta di sopperire con le smorzate ma, alla fine, è la Sharapova ad aggiudicarsi il punto.

Si arriva al tie-break.

Quest’anno la rumena ha vinto un solo tie-break su 4 mentre la Sharapova ne ha vinti 4 su 7.

Le due resistono portandosi sul 2-2 con un totale di 4 errori. Arriva il quinto errore, ed è della Halep, Maria avanza così 3-2 per poi salire ancora 4-3.

La Halep affossa poi un dritto a rete e i punti per Masha diventano 5. Le bandiere rumene sventolano numerose sugli spalti dello Chatrier con Simona che fa un piccolo passo sul 4-5 grazie ad un dritto appena fuori di Maria.

E arriva il pareggio sul 5-5. Ed è ancora il dritto a tradire l’ex n. 1 del mondo permettendo così alla Halep di avere il setpoint.

E….incredibile ma vero…Maria “cade” ancora a causa di un rovescio in corsa appena fuori in corridoio e, la rumena, dal 3-5 si aggiudica il secondo parziale per 7 punti a 5. Il pubblico dello Chatrier è alle stelle, scoppiando in un boato interminabile alla trasformazione del setpoint. La Sharapova ha molto da recriminare avendo commesso ben 4 errori dal 5-3.

Si ricomincia.

Il match adesso diventa la prima finale a Porte d’Auteuil, dal 2001, a doversi concludere al terzo set. Va ricordato che Maria è uscita vittoriosa negli ultimi 19 match giocati al terzo sulla terra.

La russa rimette il turbo poiché brekka l’avversaria subito in apertura di terzo set, salendo 1-0, anche se non riesce ancora a liberarsi dalla tensione, commettendo ancora 2 doppi falli di fila e concedendo così il controbreak. La Halep è solida e si difende egregiamente, ma è soprattutto la russa ad incappare in  tanti errori.

La Halep si porta ancora avanti sul 2-1 e ha a disposizione 2 palle break per allungare le distanze sul 3-1.

Ma il break per lei non s’ha da fare e la siberiana le sta addosso con il 2-2, sfogandosi con un urlo rabbioso e interminabile. E adesso è proprio lei ad avere due possibilità per strappare la battuta a Simona.

E ce la fa. Pare che Masha abbia cercato in se stessa una grinta e un determinazione superiori alla già immensa forza agonistica che la contraddistingue. Ora Maria è un “fiume in piena”. Il dritto e il rovescio fanno ancora più male, permettendole di allungare le distanze sul 4-2.

La rumena non ci sta a lasciar andare l’avversaria e avanza ancora 3-4.

Ma il nemico n. 1 di Masha oggi è decisamente il servizio. Sulla palla break, la russa infatti commette il 12° doppio fallo e la Halep impatta ancora sul 4-4.

Ma Maria, nel momento fatidico, ritrova il meglio di sé e “spara” dalle sue corde dei proiettili devastanti. La Halep tiene bene ma ora non basta e la russa sale 5-4.

Finale thrilling con Masha che continua a sparare. Arriva a 40-0.

Ed è finita.

Maria Sharapova si inginocchia sulla terra dello Chatrier, incredula, quasi sgomenta dalla vittoria. Resta così, per terra, con la testa tra le mani. Poi, raggiante e in lacrime, corre ad abbracciare il suo team. È il secondo trionfo al Roland Garros per lei nonché il 5° slam vinto in carriera.

È stata la finale più difficile della mia carriera” ha detto un’emozionatissima e commossa Sharapova nelle dichiarazioni post partita “Un sogno che si avvera, non ci posso credere !”

Simona ha reso omaggio alla vittoria di Maria sottolineando poi “come siano state incredibili queste due settimane qui a Parigi“. Ringrazia, emozionatissima e quasi in lacrime, il suo team, i tifosi con un “I love you !” e poi, in francese, al pubblico dello Chatrier che l’ha tanto sostenuta, regala un “Merci beaucoup ! Vous êtez formidables !”

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Rivoluzione francese: il Roland Garros si giocherà con i tifosi. Stadi pieni al 50-60%

La vendita dei biglietti partirà tra qualche giorno, il 9 luglio. Obbligo di mascherina e nuove linee guida per il distanziamento sociale, ma gli stadi saranno pieni a metà

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Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La federtennis francese, capeggiata dal presidente Bernard Giudicelli, fa sul serio. Il Roland Garros 2020 in programma dal 21 settembre all’11 ottobre si giocherà a porte aperte e l’intenzione è riempire gli spalti per più di metà della capienza, tra il 50 e il 60%. Chiaramente questa strategia dovrà superare la prova del tempo, e lo Slam parigino sta scommettendo sul fatto che la pandemia non vivrà alcuna fase di recrudescenza e dunque i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti.

La vendita dei nuovi biglietti – ricordiamo che circa due mesi fa il Roland Garros ha avviato le pratiche per il rimborso completo dei ticket venduti per le date primaverili – partirà dal 9 luglio, con priorità per membri e soci dei circoli ‘affiliati’ alla FFT (federazione tennis francese). La vendita libera comincerà invece il 16 luglio.

Il comunicato diffuso dall’organizzazione del Roland Garros specifica che la situazione può ancora mutare, ma delinea il best case scenario sulla base delle informazioni attualmente disponibili. I biglietti venduti per i tre campi principali (Philippe-Chatrier, Suzanne-Lenglen e Simonne-Mathieu) saranno rigidamente suddivisi per giorno, campo e settore – e l’esatto seggiolino di ogni spettatore verrà comunicato a metà settembre. Questo perché gli organizzatori intendono mettere in vendita un’altra tranche di biglietti a inizio settembre, se le cose continueranno a migliorare.

Applicando agli stadi di Port d’Auteuil gli stessi criteri che hanno consentito la riapertura al pubblico di cinema e teatri, i tifosi all’interno di ogni impianto non dovranno mai superare il 50-60% della capienza totale. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Se per qualche motivo la situazione sanitaria dovesse peggiorare e nuove linee guida più severe dovessero essere imposte, impedendo l’accesso ad alcune delle persone che hanno acquistato il biglietto, il Roland Garros si impegna a rimborsare tutti i tagliandi che non potranno essere utilizzati.

Tra le raccomandazioni del torneo – in realtà sembra proprio che si tratterà di un obbligo – c’è quella di indossare sempre la mascherina nei pressi degli stadi. Gli spazi tra un campo e l’altro, e le possibilità di spostarsi, verranno ad ogni modo ridefiniti sulla base delle linee guida delle autorità sanitarie.

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Focus

In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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Personaggi

I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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