Pablo Cuevas: una vita da film

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Pablo Cuevas: una vita da film

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TENNIS – Dopo la conquista del secondo titolo Atp in carriera, la storia dell’uruguaiano Pablo Cuevas assume una valenza ai limiti dello straordinario. Speranza di un paese intero, oggetto di un calvario senza fine, oggi Pablo può sorridere.

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Potranno mai, due settimane da favola, cancellare 22 mesi da incubo? La nostra risposta è certamente negativa ma Pablo Cuevas ha ottenuto in 15 giorni, quello che le vicissitudini imprevedibili della vita gli avevano negato. Le pensi tutte in quegli attimi, provi rabbia e paura di non poter tornare a competere per quello a cui hai dedicato gli anni più floridi e gioiosi dell’esistenza, sei convinto che l’insistenza con la quale il destino si prende gioco di te sia un ostacolo insormontabile dal cui confronto non si esce mai vittoriosi. Pablo Cuevas ce l’ha fatta, ha sofferto, lottato, è ripartito dai Challenger, ha inseguito il suo sogno e oggi è tornato, più forte di prima, quasi come se i 22 mesi di stop e le due operazioni al ginocchio subite, abbiano scatenato in lui una voglia di rivalsa e cattiveria che in precedenza non gli erano proprie (qualche buona prestazione, un paio di scalpi eccellenti come Roddick o Davydenko ma poco di più).

Pablo nasce il primo Gennaio 1986 a Concordia, in Argentina da padre argentino a mamma uruguaiana, di Salto. Due città distanti poco più di 38 Km e separate dalle sponde del fiume “Rio Uruguay”. Non a caso esistono rilevanti elementi sia dell’una che dell’altra nazione in Cuevas, specie nel tipo di gioco da lui espresso: rovescio a una mano tipico degli argentini e play-style che ricorda da vicinissimo Gaston Gaudio, specie in quel colpo poco fa citato, che nella finale di ieri partiva via dalla racchetta come se questa fosse una longa manus dell’arto di Pablo: un colpo sicuro, efficace e piacevole nell’esecuzione.

Per di più Cuevas non ha mai avuto dubbi sulla scelta della nazionalità, diventando eroe e speranza di un popolo che ha sempre dovuto ammirare con invidia i successi dei dirimpettai argentini. Cuevas porta con orgoglio la maglia della sua nazione, pur essendo l’unico singolarista di livello nel suo paese: basti pensare che i migliori tennisti della storia dell’Uruguay sono stati Diego Perez e Marcelo Filippini, tra gli anni 80 e 90, rispettivamente numero 27 e 30 della classifica Atp. Poco importa questo per Pablo che sfoggia con orgoglio il proprio patriottismo anche in Coppa Davis, per una nazione che fa dell’appartenenza al proprio territorio una caratteristica chiave. Piccola divagazione: vi siete mai chiesti per quale motivo la nazionale di calcio uruguaiana abbia 4 stelle sulla maglia nonostante la vittoria in due soli mondiali (1930 e 1950)? Il 1er Campeonato Mundial de Football fu organizzato nel 1930 proprio in Uruguay, ma prima di esso, la competizione tra nazioni coincideva con le Olimpiadi, per dar vita a quella che la FIFA denominava “Coppa del mondo dilettantistica”. Sono state 3 le edizioni svoltesi prima dei Mondiali che noi tutti conosciamo, 2 vinte dall’Uruguay e una dal Belgio ma non c’è loro traccia nell’albo d’oro ufficiale della FIFA. A riprova del patriottismo che lega gli uruguaiani alla loro nazione e alle loro imprese, l’Auf (Associazione uruguaiana di calcio) non ha mai eliminato quelle due stelle aggiuntive dalla divisa nazionale.

Al di là della fuorviante divagazione, l’uruguaiano Cuevas, prima dell’infortunio aveva ottenuto un best ranking pari alla posizione numero 45 e vinto il Roland Garros di doppio, ma gli era sempre mancato il titolo in singolare. Poi il calvario iniziato al Roland Garros 2011. L’osteocondrite degenerativa che lo ha portato alla prima operazione, l’insuccesso, il secondo intervento in Ohio e il lunghissimo stop. “Il momento più difficile? Certamente dopo la prima operazione. Ho ricominciato ad allenarmi dopo alcuni mesi ma subito dopo ho capito che sarei dovuto andare ancora sotto i ferri. Non conoscevo davvero la data del mio ritorno. Io non avevo certezze e i medici non davano risposte” ha affermato il recente vincitore di Umago “Nei momenti più difficili mi ha aiutato la consapevolezza che prima dello stop stavo esprimendo un buon tennis e di solito per un giocatore che subisce un lungo stop non è così”. Il tutto ha portato Cuevas ad uscire dal ranking Atp, prima del ritorno nel 2013 e della costante risalita, iniziata attraverso i challenger. Il destino lo ha portato a Bastad e Umag con la consapevolezza di poter far bene ma senza un coach fisso, dopo l’addio dell’argentino Orsanic. Pablo ha tratto giovamento dalla presenza di tre amici tra cui Facundo Savio, il suo allenatore “part-time”.

I due titoli Atp, su due finali disputate, specie quello ottenuto in Croazia, hanno confermato l’intelligenza tattica di Cuevas e la completezza del suo gioco: basti pensare alla differenza di strategia tra la semifinale (in cui cercava spesso l’uno -due con servizio e dritto e la discesa a rete) e la finale contro Tommy Robredo (dove ha prevalso il palleggio da fondo specie sulla diagonale del rovescio, mettendo in mostra una profondità disarmante).

Ovvio che l’uruguaiano non sarà mai un vincitore Slam o che non possa essere paragonato ai soliti noti, ma il tennis è anche questo e la storia di Pablo Cuevas è una storia di coraggio, volontà e testardaggine; è una storia che vale la pena di essere raccontata e letta. Perchè lo sport toglie ma delle volte restituisce, in virtù forse di quel fato che delle volte sembra scrivere una vita da film.

 

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Dusan Lajovic, il serbo che non ti aspetti

A Montecarlo ha raggiunto la sua prima semifinale in un Masters 1000 a 28 anni. “Meglio tardi che mai” ha detto in conferenza stampa. Tutto grazie alla costanza e all’aiuto dell’ex coach di Fognini

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Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ormai da una decina di anni il tennis è diventato uno sport molto popolare in Serbia. Il merito naturalmente è stato soprattutto di Novak Djokovic, 15 volte campione Slam e attuale n.1 del mondo. Ma non solo. Inizialmente Nole era circondato da una serie di compagni di ottimo livello, ovvero Janko Tipsarevic, Viktor Troicki e il doppista Nenad Zijmonic, con i quali ha conquistato la prima e unica coppa Davis nella storia del tennis serbo nel 2010, alimentando l’interesse per questo sport in patria e la sua leggenda. E quando Djokovic è entrato nell’olimpo dei migliori giocatori della storia di questo sport è partita la naturale caccia all’erede. Prima Filip Krajinovic e poi Laslo Djere si sono ritrovati addosso quest’etichetta da adolescenti. 

Mentre il fenomeno di Belgrado continuava a fare incetta di trofei, i suoi compagni di Davis subivano l’inevitabile avanzare dell’età e gli eredi facevano fatica a reggere il peso delle aspettative. Dusan Lajovic, belgradese classe 1990, zitto zitto, cominciava ad affacciarsi al tennis che conta. I suoi progressi nel ranking raccontano di una crescita lenta ma inesorabile: vicino ai primi 400 nel 2010, dentro i primi 200 nel 2011, sfonda il muro dei top 100 nel 2014. Grazie agli ottavi di finale del Roland Garros, in quello che rimane ancora il suo miglior risultato a livello Slam. Battè Federico Delbonis, Jurgen Zopp e Jack Sock, tre avversari ostici ma non di certo dei fenomeni, e poi rimediò quattro giochi contro Rafa Nadal.

 

Dopo quel risultato, Lajovic si è fermato nel limbo dei giocatori che sono troppo forti per il circuito challenger (6 i titoli in carriera al piano di sotto) ma non abbastanza forti per sfondare in quello ATP, dove infatti non ha mai raggiunto una finale. La qualità di gioco c’era sicuramente, con un dritto abbastanza incisivo e un rovescio ad una mano che dal punto di vista stilistico si lascia apprezzare. Ma mancava qualcosa. Forse un po’ di pesantezza di palla, con quella corporatura da normotipo (1,83 di altezza) che di certo non aiuta. Forse un po’ di personalità che quell’aria da giocatore di circolo capitato lì per caso.

Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Che stesse qualcosa si stesse muovendo lo si poteva già intuire. Nella scorsa stagione ha ottenuto risultati di rilievo: quarti al Masters 1000 di Madrid, quarti a Pechino e semifinale a Lione e ancora. Aveva anche messo alle strette Alexander Zverev al secondo turno del Roland Garros, andando in vantaggio di due set a uno. “Sono cresciuto tanto mentalmente in questo ultimo anno. Grazie soprattutto al mio allenatore Javier Perlas (ex coach di Fognini, ndr), ha raccontato. E i suoi progressi si sono visti tutti questa settimana a Montecarlo, dove finalmente è balzato all’onore delle cronache, con la sua prima semifinale in un Masters 1000, conquistata peraltro senza perde un set.

La sua avventura monegasca è cominciata con un duplice 6-4 all’esordio sul tunisino Malek Jaziri. Ma dal secondo turno, Lajovic ha messo il turbo. Prima ha battuto comodamente David Goffin e, nel turno successivo, è riuscito nell’impresa di eliminare Dominic Thiem, vincitore del titolo ad Indian Wells e secondo tanti esperti il miglior giocatore su terra rossa al mondo dopo Nadal. Per il belgradese si è trattata della prima affermazione contro un giocatore classificato tra i primi cinque del mondo in carriera. Ottenuta con una prova a dir poco perfetta.  

Poi, ahinoi, è arrivato il successo nei quarti finale contro il nostro Lorenzo Sonego, anche lui protagonista di un grande torneo, col punteggio di 6-4 7-5. Lajovic è stato più bravo nella gestione del forte vento che spirava forte sul campo centrale del Country Club del Principato. “Le condizioni erano difficili per entrambi. Era difficile trovare il timing sulla palla. Alla fine, ha pagato la strategia di insistere sul suo rovescio, con il quale lui andava ancora più in difficoltà”, ha sottolineato il serbo a fine match. Nonostante un piccolo passaggio a vuoto nel secondo parziale, in cui Sonego ha avuto anche un set point. Ma alla fine è riuscito a portare a casa l’incontro. “A metà del secondo set ho perso il focus per tre game. Un po’ troppo. Lui è anche salito di livello. D’altronde ha giocato bene per tutta la settimana. Sono stato bravo a riprendermi subito e a chiudere con il servizio”, ha affermato.

E ora dovrà scendere in campo per la sua prima semifinale in un Masters 1000, a 28 anni, e dopo 12 da professionista. “Meglio tardi che mai”, ha commentato il serbo. Affronterà il lanciassimo 23enne russo Daniil Medvedev, n.14 del ranking ATP, giustiziere proprio di Djokovic ai quarti. Tra le mura amiche di Mosca sul finire della scorsa stagione, nel loro primo e unico scontro diretto, Medvedev aveva lasciato appena tre game a Lajovic. “Cercherò di farne quattro”, ha ironizzato il serbo. Ma anche lui sa di avere molte più chance di fare partita pari sulla lenta terra rossa monegasca rispetto a quell’incontro sul tappeto indoor. Inoltre, anche il russo è alla prima semifinale in un appuntamento così prestigioso e potrebbe pagare la tensione. Insomma, Lajovic parte sfavorito ma non battuto.

Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A prescindere da come vada a finire, dalla prossima settimana ritoccherà considerevolmente il suo best ranking, diventando il secondo giocatore serbo nel ranking ATP. E tutto ciò non potrà di certo passare per inosservato, finalmente.

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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

 

Risultati, quarti di finale:

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

Quarti a Indian Wells da lucky loser e wild card per Miami appena annunciata. “Una settimana fa volevo mollare tutto”

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(via Twitter, @ATP_Tour)

Si fa presto a passare da uno stato di scura depressione a uno di euforia totalizzante, specie sul campo da tennis, un ambientino dove spesso le emozioni cambiano radicalmente con lo scorrere dei punti, e non solo di quelli. Miomir Kecmanovic, diciannovenne serbo ex numero uno junior e attualmente occupante la centotrentesima posizione del ranking ATP, una settimana fa perdeva contro Marcos Giron l’ultimo turno delle qualificazioni a Indian Wells, dopo aver inutilmente servito per il match nel terzo set. “Ero davvero depresso, e non sto scherzando. Volevo mollare tutto, è stata una botta tremenda. Poi mi sono detto che il tennis è tutto ciò che conosco nella vita, mi sarebbe convenuto continuare a praticarlo”.

Assimilato il fatto che il suo carnefice non è proprio l’ultimo scappato di casa – Giron ha raggiunto il terzo turno dando peraltro feroce battaglia a Milos Raonic – Kecmanovic si è un po’ rasserenato e, sedutosi in poltrona contemplando il proprio nome scritto al secondo posto nella lista degli alternates, si è messo ad attendere paziente. “Non volevo andare a giocare il challenger di Phoenix e comunque, essendo così in alto nella lista dei possibili lucky loser, non mi sarei potuto muovere”. Non una brutta decisione, verrebbe da dire. Quando si è ritirato Kevin Anderson, che ringrazio davvero di cuore, ho raccolto i pensieri e ho giurato a me stesso che mi sarei giocato ogni possibilità fino all’ultimo. È andata bene”.

 

Entrato dalla porta di servizio nel tabellone principale, il vincitore dell’Orange Bowl 2015 ha tracciato un percorso netto, evitando di cedere set a Max Marterer, al connazionale Djere e a Yoshihito Nishioka, ritiratosi in nottata nel corso del secondo set per un problema alla schiena: neanche male per un teenager che fino all’inizio del torneo aveva vinto un solo incontro di tabellone principale in un evento del tour maggiore (lo scorso gennaio a Brisbane, contro Leonardo Mayer), e le prospettive a questo punto sono aperte. “Può succedere di tutto, adesso sono davvero in fiducia”. E la fiducia nel tennis se non è tutto, è molto.

L’abbraccio tra Kecmanovic e Nishioka, appena dopo il ritiro (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Miomir sta mettendo insieme un bottino di gran pregio, arrivato quasi alla metà del cosiddetto Sunshine Double: raggiungendo i quarti a Indian Wells egli intasca un assegnino di dollari centottantaduemila e scala trentasei posizioni nel ranking, utili a entrare per la prima volta tra i primi cento giocatori del mondo (rimanesse la situazione cristallizzata, il computer lo segnalerebbe lunedì prossimo alla novantaquattro ATP), e le buone notizie non sono finite qui. Nella conferenza stampa post match il nostro inviato Vanni Gibertini lo ha informato del fatto che il torneo di Miami aveva in quei minuti deciso di concedergli una wild card. “È pazzesco come le cose cambino in una settimana. Giovedì scorso vedevo tutto nero, mentre adesso ogni cosa gira per il verso giusto. Quarti a Indian Wells e wild card a Miami, è incredibile. Dovrei approfittare della buona sorte e giocare alla lotteria? Lo farò, nel weekend comprerò un biglietto, bisogna battere il ferro finché è caldo”.

Il quarto contro Milos Raonic non lo vede favorito, com’è ovvio, ma in circostanze come queste è opportuno sfoderare la locuzione regina delle banalità: mai dire mai. Se andrà male, dietro l’angolo c’è la Florida, sua seconda casa, anche se sarebbe più giusto dire prima, assecondando i fatti concludenti, almeno nell’ultimo lustro. “Quelli dell’IMG – la celeberrima Academy fondata da Nick Bollettieri – mi hanno notato a un torneo under 14 a Mosca e mi hanno chiesto se fossi stato interessato a unirmi al loro team. Sono andato lì l’anno dopo. Mi hanno accolto alla grande, ho avuto ottimi coach e conservo un ricordo particolarmente affettuoso di Max Mirnyi, il primo professionista con cui mi sia mai allenato. È stato importantissimo nell’indirizzarmi, nel consigliarmi. E lo è ancora”.

Anche se l’idolo vero, manco a dirlo, è il vicino di casa, un tizio chiamato Novak che da qualche tempo raccoglie discreti risultati in giro per il mondo. “Ogni volta è un privilegio, è una persona eccezionale, ma lo dico sul serio. Non solo dal punto di vista sportivo, ma per quello che si propone costantemente di fare per aiutare gli altri e migliorare la vita delle persone che gli stanno attorno. Ogni tanto ci alleniamo insieme, e quando gli confesso che certe mattine me ne starei a dormire mi sprona dicendomi che è proprio in quelle mattine che devo accelerare“.

Comunque pare che l’ultimo serbo rimasto in tabellone non sia il mito di Belgrado. La situazione inizia a sfuggirmi di mano, è surreale. Kecmanovic comprerà il biglietto della lotteria, con buone possibilità di sbancarla. Dovesse succedere, non mancheremo di darvene conto.

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