Perchè questo US Open non farà bene al tennis femminile

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Perchè questo US Open non farà bene al tennis femminile

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TENNIS AL FEMMINILE – Gli US Open hanno consacrato Serena Williams, capace di eguagliare Evert e Navratilova nel numero di Slam vinti, diciotto. Hanno invece fallito tutte le altre top ten, e anche le promesse più attese. Nel quadro non positivo per il futuro del movimento spicca però in controtendenza l’impresa di Belinda Bencic

Al termine dell’ultimo Slam dell’anno vorrei fare due serie di considerazioni. Le prime specifiche sul torneo, con Serena grande protagonista. Le seconde sullo stato di salute del tennis femminile in prospettiva futura.

1 – Serena vincente a Flushing Meadows
Arrivando a scrivere ad alcuni giorni dalla conclusione, c’è stato il tempo di leggere molte opinioni e interpretazioni sul torneo. Di tutte, quelle che trovo meno convincenti (ma che sono sempre piuttosto frequenti) sono le analisi di coloro che, quando Serena vince, a proposito del tennis femminile sostengono all’incirca questo: “Eh, io lo avevo detto che finiva così… perché la Williams vince quando vuole”. Questo ragionamento, o concetti simili, non riesco a capirli; e per me rimarranno incomprensibili almeno fino a quando non troverò qualcuno che sia in grado di dimostrarmi davvero che Serena non “voleva” vincere Wimbledon 2014, Roland Garros 2014, Australian Open 2014 etc etc. Insomma a me pare che i dati dimostrino che anche Serena va incontro a periodi di appannamento o a giornate negative. E, considerando tutta la carriera, direi che sembrano parte integrante della sua vita tennistica.

 

Intendiamoci: non voglio toglierle nessun merito; del resto più che la mia opinione sono i numeri (a partire dal ranking, in cui è solidamente numero uno) a certificarne il valore. Così come lo certifica l’immagine della premiazione in cui appare tra due leggende come Martina Navratilova e Chirs Evert, eguagliate a 18 Slam.
Serena quindi è grandissima; però non mi convincono i ragionamenti che finiscono per fare la caricatura del circuito femminile, dipingendolo come una specie di “one woman show”. Ricordo che nel 2014 nei quattro Slam ci sono state quattro vincitrici diverse.
Williams può disputare match in cui è quasi ingiocabile, ma può anche andare incontro a situazioni in cui va in difficoltà; specie se trova un’avversaria in grado di non soffrire troppo la potenza e che la affronta senza eccessivi timori. E’ successo, ad esempio, per due anni di fila a Wimbledon, e non in un International qualsiasi.

Personalmente credo che a New York Serena abbia giocato due partite stratosferiche, contro Pennetta e Makarova, mentre negli altri incontri mi è sembrata molto più abbordabile. E forse se in finale invece che una titubante e passiva Wozniacki (un solo vincente in tutta la partita, ace esclusi), avesse trovato di fronte qualcuna capace di giocare convinta, come ad esempio la Stosur di quattro anni fa, non so come sarebbe andata a finire.

Per quanto riguarda il livello del gioco espresso da Serena, con il passare degli anni mi sono fatto l’idea che ci sia un aspetto specifico, ma piuttosto attendibile, per valutare rapidamente la condizione tecnica: l’uso o meno dei baby step. Mi spiego: secondo me quando usa sistematicamente i baby step significa che è davvero al massimo; il suo peso non si nota nemmeno più, perché diventa elastica e leggera nei movimenti; e molto precisa anche di dritto (che tende a sbagliare di più quando cala di forma) proprio perché mette la massima accuratezza nella fase di avvicinamento alla palla e di preparazione al colpo.
Altrimenti, visto il grande talento (perché Serena non è affatto solo potenza e mazzate), riesce a cavarsela anche muovendosi ad ampie falcate, ma diventa più fallosa e meno efficace.
E se non usa i baby step significa anche che la condizione fisica generale non è quella ideale; in questo torneo li ha usati poco e infatti sul piano della preparazione non mi è sembrata al meglio. Nel primo set della finale (vado a memoria, spero di non confondermi) al termine di uno scambio lungo, è andata in debito di ossigeno e subito dopo a ha commesso un doppio fallo; poi un ace, poi di nuovo un doppio fallo. Segno che ha preferito rischiare al massimo il servizio piuttosto che affrontare subito un altro palleggio.

L’anno scorso, invece, ci sono stati periodi in cui poteva reggere tranquillamente scambi lunghi ripetuti, senza andare in crisi di fiato.
A Flushing Meadows 2014 ho rivisto la giocatrice sbrigativa e non troppo mobile di altri periodi della carriera, e nemmeno la migliore della stagione; a mio avviso la più in condizione è stata quella di Brisbane e quella di Roma, non a caso alla vigilia di Australian Open e Roland Garros. Poi credo non sia più stata così in forma.
E se è vero che nell’estate americana ha vinto tanto, lo ha fatto giocando soprattutto con un tennis di forza, non troppo ricco di soluzioni. Forse i problemi avuti in doppio a Wimbledon hanno inciso sulla preparazione delle settimane successive.

2 – Lo stato di salute del tennis femminile
E più in generale cosa ci ha detto questo torneo? Complessivamente direi che i messaggi ricevuti non sono stati positivi. Al vertice rimane una giocatrice di 33 anni (compleanno tra due settimane, il 26 settembre) mentre in questo momento il ricambio o non è all’altezza o non riesce ad essere consistente.

Che Serena vinca nettamente e che manchi una rivale di pari livello può anche starci: non credo si possa pretendere che ad una tennista tra le più forti della storia faccia seguito immediatamente qualcuna di valore simile; però non mi pare chiedere troppo se si spera che possano almeno essere in buona condizione le attuali giocatrici di prima fascia. Invece sono proprio loro, le possibili contendenti, che per una ragione o per l’altra sono tutte mancate a Flushing Meadows.
Già Serena è fortissima, se poi deludono le migliori alternative, è quasi scontato che le seconde linee non possano proporsi come avversarie realmente all’altezza. Ma chi sono le migliori giocatrici espresse dagli Slam negli ultimi anni? Ecco un quadro sintetico per aiutarci nel riepilogo storico:

Tabella - al femminle 27

Da questi dati, escludendo gli Slam più lontani (epoca Schiavone, Stosur e Clijsters etc) si deduce che sostanzialmente le giocatrici protagoniste sono cinque: Serena, Sharapova (due vittorie e tre finali), Azarenka e Li (due vittorie e due finali a testa) e Kvitova (due vittorie). Gli altri nomi appaiono come presenze episodiche, e la sola Bartoli, peraltro già ritirata, è riuscita a vincere un titolo.

Le quattro giocatrici che ho citato (oltre a Serena) sono quelle che quando sono in forma dispongono di un gioco sufficientemente aggressivo da determinare quasi sempre i destini delle partite che disputano; e al loro confronto le altre risultano un gradino sotto, soprattutto nei grandi appuntamenti. Ma il guaio è che a New York nessuna delle quattro è riuscita ad essere minimamente all’altezza del proprio miglior tennis:

Azarenka: sul cemento è una grandissima giocatrice, per me di valore assoluto. Lo dimostrano le due vittorie in Australia e le finali americane del 2012 e 2013, in cui ha dato filo da torcere ad un’ottima Serena. Il problema è che ha avuto una stagione in cui il fisico si è rivelato fragile come un cristallo. Praticamente nel 2014 è sempre stata “rotta” e di conseguenza nelle poche settimane di attività non poteva certo avere una condizione sufficiente.

Li Na: altra specialista del cemento, ho il timore che si stia avvicinando al capolinea di una carriera anomala, in cui ha dato il meglio dai 28-30 anni in poi. Anche lei sembra essere sopraffatta dagli infortuni, tanto è vero che non gioca da molte settimane. Che si ritiri (come pareva da certe voci) o no, per certi aspetti conta relativamente in un discorso puramente tecnico (commercialmente le cose sono differenti). Lo dico perché l’importante non è solo che continui a giocare, ma che continui a farlo ad alti livelli. E quello che si è visto negli Slam europei è stato piuttosto preoccupante.

Sharapova: a parte la semifinale del 2012, a New York è da tanti anni che fatica; e la sconfitta contro una pur ottima Wozniacki conferma a mio avviso due cose: che forse rende ormai di più sul rosso che sul duro. Ma soprattutto che se si gioca l’intera stagione senza forfait o grandi passaggi a vuoto, poi si rischia di pagare il conto negli ultimi mesi. Il calendario è duro, e delle prime giocatrici Maria è quella che è arrivata quasi sempre in fondo ai tornei (insieme ad Halep). In più molto spesso ha dovuto ricorrere al terzo set. E se nella prima parte dell’anno alla distanza finiva quasi sempre per dimostrarsi più forte, nell’ultimo periodo è capitato che nel set decisivo trovasse giocatrici più incisive e fresche di lei (Kerber a Wimbledon e Wozniacki a Flushing Meadows).

Kvitova: rinata a Wimbledon 2014, dopo le difficoltà nei primi tornei post-londinesi aveva ripreso a giocare bene a New Haven. Ed era partita ottimamente nei primi due turni di New York. Ma si è puntualmente liquefatta con il caldo; alla prima partita programmata a mezzogiorno dopo 4-5 game era paonazza, e in quelle condizioni non è possibile giocare decentemente a tennis. Peccato, perché a me era parsa centrata, convinta e in forma, ma se il “termostato interno” va in tilt, ogni certezza si sgretola. E’ un grave limite che la rende da sempre una concorrente poco credibile per il caldo umido di Flushing Meadows.

Con tutte queste difficoltà delle giocatrici di prima fascia, non sorprende che gli US Open abbiano avuto fasi finali non superlative, visto che tra le più forti era rimasta la sola Serena. Wozniacki dopo un torneo pieno di meriti si è intimidita in finale, offrendo un tennis incerto, e secondo me non solo per la forza della sua avversaria (la cattiva giornata al servizio suggerisce che Caroline ci abbia messo del suo).

A questo ragionamento sulle migliori, vorrei aggiungere qualcosa che fa riferimento al mio articolo di presentazione dello Slam. In quella occasione avevo rimarcato le tante incognite, ma avevo avanzato con una certa sicurezza due ipotesi. Invece ho sbagliato in pieno entrambe.

1) Ero convinto che Simona Halep avrebbe fatto strada almeno sino ai quarti di finale, e invece si è fatta eliminare da una rediviva Lucic al terzo turno. Forse per lei vale lo stesso discorso fatto per Sharapova: tanto tennis potrebbe averla logorata.
2) Pensavo che almeno una delle tante giovani statunitensi avrebbe raggiunto la seconda settimana; e invece la sola Nicole Gibbs è arrivata al terzo turno, dove peraltro è stata eliminata senza troppi patemi da Flavia Pennetta.

In fondo queste delusioni sono due aspetti di una stessa questione: il fallimento delle nuove leve, compreso quelle più celebrate. Non solo Halep (che ricordo era tds numero 2), ma anche Bouchard hanno fatto un passo indietro rispetto ai Major precedenti. Bouchard ha perso contro Makarova anche per un colpo di calore, ma si era già salvata a fatica contro Cirstea e Zahlavova-Strychova

Se si analizza il quadro orientandosi al futuro, direi che il tennis femminile non è uscito bene dal torneo americano; sotto questo aspetto è risultato lo Slam meno incoraggiante della stagione. Serena (la più anziana delle forti) che vince senza perdere un set; le migliori alternative tutte in difficoltà; e le nuove leve che faticano a confermarsi.
Peccato, in fondo nei Major europei diverse giocatrici avevano fatto sperare che il ricambio generazionale potesse essere più solido. E così proprio lo Slam di fine anno ci lascia con più ombre che luci; anche se non esagererei, visto che per il momento non ci sono così tanti dati da farci parlare di una crisi sicura e consolidata.

3 – Belinda Bencic
Tutto negativo, quindi, il futuro del movimento femminile? Proprio tutto no, perché una interessante novità c’è stata. Mi riferisco a Belinda Bencic; così giovane da avere ancora i vincoli di partecipazione ad numero massimo di eventi WTA, eppure già in grado di disputare un torneo fantastico, sconfiggendo due top ten una dopo l’altra: una specialista del cemento americano come Angelique Kerber e una giocatrice solida come Jelena Jankovic. Grazie a queste vere e proprie imprese si è conquistata un posto tra le prime otto di uno Slam a soli 17 anni. Oggi è 33 del mondo; a inizio anno era 184ma.
Ma su Bencic conto di tornare, salvo imprevisti, in modo più ampio con l’articolo di settimana prossima.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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