Li Na: quattro partite memorabili agli Australian Open

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Li Na: quattro partite memorabili agli Australian Open

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TENNIS AL FEMMINILE – Quattro match fondamentali di Li Na disputati nello Slam in cui ha raccolto i migliori risultati, gli Australian Open. Quattro partite per approfondire il suo modo di stare in campo: nei colpi, nella tattica e nel carattere.

Con il successo al Roland Garros 2011 Li Na è diventata la prima tennista asiatica capace di vincere uno Slam, e ha scritto una pagina significativa di storia del tennis, visto che quella vittoria è stato un avvenimento di straordinaria importanza “geopolitica”. Ma a carriera conclusa possiamo dirlo con certezza: per Li Na l’affermazione parigina è stata una anomalia, visto che rimane l’unico torneo vinto su terra battuta.

La migliore Li Na, infatti, secondo me è stata quella che si è esibita sul cemento di Melbourne. E’ nello Slam australiano che sono emerse in pieno le sue caratteristiche di gioco, quelle tecniche, caratteriali; e anche quelle stilistiche.

 

Negli ultimi cinque anni Li Na è sempre stata protagonista del torneo. Dal 2010, quando raggiunge la semifinale (persa da Serena Williams, futura vincitrice, con un doppio tiebreak) vanta un bilancio di ben 27 vittorie e 4 sconfitte.
Oggi vorrei ricordare quattro match disputati a partire dall’anno successivo. Mi riferisco alle finali 2011, 2013, 2014 e alla partita persa al quarto turno nel 2012.

– Finale 2011: Clijsters def Li 3-6, 6-3, 6-3

Questa partita rimane secondo me il punto più alto della “prima” Li Na; e quando parlo di “prima Li Na” mi riferisco alla giocatrice che si è formata in Cina, che ha come allenatore il marito e che pratica un tennis che ricorda da vicino il tennistavolo: grandissimo ritmo, pressione continua e massimo anticipo; ma sempre giocando al rimbalzo, utilizzando cioè solo i colpi da fondo campo. Un “ping-pong tennis” perfettamente in linea con la sua provenienza cinese, e che però ha illustri precedenti nella storia: partendo da Agassi, passando per Monica Seles sino ad arrivare alla stessa Kim Clijsters.

E visto che proprio Clijsters e Li si trovano una contro l’altra, almeno nel primo set si assiste ad un match basato sulla rapidità e sulla pressione all’ennesima potenza: il gioco è velocissimo, vorticoso. Forse per la prima volta, una Clijsters in grande forma trova qualcuna che riesce a metterla sotto con le sue stessa armi, prevalendo su quello che credeva potesse essere il terreno prediletto.

Va ricordato che quel match aveva avuto un antefatto: la finale di Sydney che Li Na aveva vinto 7-6, 6-3 un paio di settimane prima; nessuna delle due aveva giocato così bene come nella finale Slam (in fondo era pur sempre un torneo di preparazione), ma credo che quel precedente e il primo set perso abbiano fatto capire a Kim che continuando con la sua solita tattica l’esito più probabile sarebbe stato la sconfitta.
Clijsters prende atto che in quel tipo di tennis l’avversaria le è superiore, e cambia gioco: comincia ad alzare le parabole, a rallentare il ritmo, a mischiare gli spin, e a variare anche sulla verticale i movimenti. Su questo nuovo terreno Kim prevale; evidentemente dispone di un “piano b” che Li Na fatica a contrastare e che finirà per determinare la vincitrice della partita.

Ma tornando al primo set di quella finale, in quei game si possono apprezzare le piccole differenze di interpretazione dello stesso tipo di gioco da parte delle due contendenti: un po’ più di topspin da parte di Kim; colpi più piatti, e incrociati più stretti da parte di Li Na. Nei gesti più elastica e istintiva Kim, più secca e scattante Na. Entrambe però efficaci e velocissime, perché la palla colpita sistematicamente di controbalzo da due giocatrici a ridosso della linea di fondo torna indietro sempre senza un attimo di respiro. E la capacità di coordinarsi in pochissimo tempo diventa fondamentale.
Li Na perde la partita, ma probabilmente quel giorno acquisisce la consapevolezza definitiva della propria forza: nessun traguardo è fuori dalla sua portata. E infatti nello Slam successivo, a Parigi, arriva la vittoria.

– Quarto turno 2012: Clijsters def Li 4-6, 7-6 (6), 6-4

Malgrado si tratti solamente di un quarto turno, sul piano del pathos e della tensione agonistica secondo me è stata una delle partite più drammatiche degli ultimi anni. Un andamento che sembra scritto da uno sceneggiatore di blockbuster hollywoodiani, tanto il contesto e i colpi di scena risultano coinvolgenti sul piano del racconto. Match giocato meno bene rispetto al 2011, in cui più che l’aspetto tecnico decide quello psicologico.

In un anno le cose possono cambiare moltissimo. Lo scontro che nel 2011 aveva designato la campionessa, si ripete con molto anticipo. Entrambe non sono al meglio delle proprie possibilità. Li Na viene da un periodo difficile, in cui ha faticato ad assestarsi dopo la vittoria nello Slam che l’ha improvvisamente trasformata in un idolo nella sua nazione; la finale di Parigi era stata seguita da un numero di telespettatori enorme: alcune versioni parlano di oltre 110 milioni, altre di 330 milioni solo in Cina. In ogni caso numeri straordinari; e la difficoltà a digerire il successo ha influito sui risultati.

Clijsters ha avuto una seconda parte di 2011 con continui problemi fisici, e la sosta forzata le ha lasciato un po’ di sovrappeso.
Ad aggiungere emotività alla situazione, Kim annuncia che si ritirerà a fine anno, e di conseguenza sta partecipando al suo ultimo torneo in Australia. E poche giocatrici sono state amate dagli Australiani quanto “Aussie Kim”.

Insomma, le premesse non sono certo quelle di una partita qualsiasi. Si comincia in una giornata torrida.
Primo colpo di scena. Nel settimo gioco, Clijsters arretrando appoggia male il piede: distorsione alla caviglia sinistra e medical time out.  Alla ripresa Kim fatica a giocare e Li dà l’impressione di riuscire gestire la partita: si porta avanti 6-4, 3-1.
Ma chiudere il match non è mai facile, e Li Na non ha un grande killer instinct. Comincia a tremare il braccio e si moltiplicano i gratuiti sul dritto, il colpo meno solido e più costruito.

La partita torna in equilibrio fino al tiebreak, in cui Li Na si porta avanti 6-2. Quattro match point per porre fine alla carriera australiana della sua avversaria e prendersi la rivincita dell’anno precedente. Qui comincia il dramma; tre dritti incerti di Li Na riportano sotto Kim, che però si gioca male il punto sul 5-6: tenta un drop-shot che risulta lungo; Li Na corre in avanti per il colpo definitivo, un rovescio al rimbalzo sotto rete. Ha la partita in mano: un solo rovescio ben assestato, ed è fatta.

Ma non ha il coraggio di spingere, il colpo risulta un debole appoggio lungolinea su cui Clijsters ha tutto il tempo per eseguire un perfetto lob: 6 pari. Li Na non resiste al contraccolpo dei quattro match point non convertiti, e con altri due gratuiti, addirittura di rovescio, consegna il set all’avversaria. Inerzia del match completamente rovesciata.

Per brevità non entrerò nel dettaglio del terzo set, ma questa partita è l’occasione per sottolineare un aspetto di Li Na che si è manifestato più volte: la difficoltà a chiudere i match ad un passo dalla vittoria. (Avevo approfondito il tema in quest’ articolo scritto al termine degli Australian Open 2014)

Se paragonati agli atteggiamenti mostrati fuori campo (il coraggio con cui ha preso posizione nei confronti della federazione cinese per ottenere più autonomia, la schiettezza con cui parla nelle occasioni pubbliche) questi timori nei momenti decisivi dei match parrebbero abbastanza sorprendenti, non in linea con il suo carattere.
Ma quello che succede in partita non sempre corrisponde all’indole dei tennisti fuori dal campo; forse una possibile causa di questa fragilità si potrebbe trovare nel fatto che per molti anni la sua carriera è stata quella di una giocatrice di valore molto buono, ma non di primissimo livello.

Prima dei 28 anni non era mai stata top ten e nei grandi appuntamenti o contro le più forti non scendeva in campo da favorita; potrebbe darsi che non sia riuscita a crescere nella sicurezza in se stessa quanto invece è stata in grado di fare a livello fisico-tecnico; in sostanza, sul piano psicologico, non si può dire fosse una top player davvero esperta.

– Finale 2013: Azarenka def Li 4-6, 6-4, 6-3

Con questo match ci troviamo di fronte alla “seconda” Li Na. Una svolta fondamentale per la sua carriera avviene infatti nell’agosto 2012, quando decide di cambiare coach: non più il marito (che rimane nel team come hitting partner), ma Carlos Rodriguez, l’ex allenatore di Justine Henin. Lei stessa ha più volte spiegato come non fosse facile gestire la sua vita avendo riunito nella stessa persona il marito e l’allenatore. Le difficoltà venivano raccontate a volte con toni leggeri, a volte emergevano in campo in modo più brusco.

Con Rodriguez il lavoro svolto è molto profondo, radicale.
Si prepara fisicamente in modo durissimo. E il “ping-pong tennis” viene trasformato in un qualcosa di differente: un po’ meno ritmo, più potenza nei colpi, scambi con velocità di palla variate e anche movimento in verticale, alla ricerca della rete.
Gli Australian Open 2013 sono la prima occasione importante in cui emergono chiaramente tutti i cambiamenti. Il torneo è una cavalcata senza incertezze: Radwanska sconfitta nei quarti e Sharapova in semifinale. Sei vittorie tutte in due set. E vittoria anche nel primo set in finale contro la campionessa uscente Azarenka.

Ma poi arriva l’imprevisto: due cadute che le compromettono la mobilità (distorsioni alla caviglia sinistra) con in aggiunta un trauma cranico subito nella seconda caduta. Non sapremo mai come sarebbe andata a finire senza le cadute; Li Na stava a mio avviso giocando meglio, ma avere un set di vantaggio (il primo problema si verifica sul 6-4, 1-3) non significa vincere di sicuro.

Di questa partita vorrei sottolineare un aspetto che non riguarda questioni tecniche, ma che trovo significativo sul piano caratteriale: la sorprendente autoironia.
Il senso dell’umorismo e dell’ironia sono sintomi di intelligenza. Ma l’autoironia è qualcosa di più: è sintomo di intelligenza unita alla capacità di non eccedere nell’autostima, evitando di farsi sopraffare dal narcisismo. Forse questa dote non è nemmeno un aspetto troppo augurabile per un campione di tennis: una forte dose di autostima, perfino di sopravvalutazione di sé, credo possano risultare utili nei momenti difficili del gioco. E forse anche per questo Li Na non aveva uno straordinario killer instinct.

Nel caso di Li Na l’autoironia emerge in un momento sorprendente: subito dopo la seconda rovinosa caduta entrano in campo i medici, e per verificare che sia perfettamente cosciente le chiedono di seguire con lo sguardo il dito.
La scena è al contempo drammatica e umoristica; Li Na sceglie di sottolineare il secondo aspetto, sorridendo di se stessa in un momento comunque fondamentale della sua vita di tennista: le finali Slam non si giocano tutti i giorni.
La caduta è impressionante, e la sconfitta dura da digerire; quanto lo sia stata lo scopriamo chiaramente in questa intervista dopo la partita in cui traspare fino alle lacrime tutto il rammarico per un’occasione che non si è potuta giocare fino in fondo (attivare i sottotitoli per la traduzione in inglese).

– Finale 2014: Li def Cibulkova 7-6 (3), 6-0

Ma come nelle favole più consolanti, la storia di Li Na agli Australian Open si conclude con il lieto fine: nel 2014 conquista il secondo Slam in carriera, il primo a Melbourne.

Un torneo cominciato con un grosso rischio, sino ad arrivare ad un solo punto dall’eliminazione contro Safarova (match point mancato di qualche centimetro). Ma dopo quello spavento produce una serie di partite giocate benissimo, a parte qualche passaggio in alcune fasi importanti dei match, in cui più che l’avversaria a metterla in difficoltà è il “braccino”.

Anche nella finale, dove Li Na parte favorita, è soprattutto la tensione che le impedisce di staccare Cibulkova sin dai primi game; ma a lungo andare riesce a far emergere il valore del proprio tennis concludendo addirittura con un 6-0. Come avevo accennato sopra, dopo la collaborazione con Rodriguez il gioco di Li Na era diventato più potente e meno frenetico. Praticando un tennis più vario, si costruisce la possibilità di giocare in sicurezza colpi quasi incontenibili.

In questa finale più volte Li Na organizza il punto in modo impeccabile sul piano tattico, per arrivare nella condizione di tirare come colpo definitivo il suo tipico rovescio bimane: esattamente posizionata sulle gambe, accompagna con tutto il corpo una esecuzione al limite della perfezione.

Partita dopo partita, il colpo è diventato così preciso e devastante da dare l’impressione di essere un vincente annunciato: quando arriva il momento giusto, Li Na si prepara, e produce una traiettoria imprendibile. Durante quel torneo le riesce con tale frequenza che ormai noi spettatori ci aspettiamo quel gesto definitivo, che puntualmente si verifica.

Giocato così, il tennis assume valore anche sul piano estetico. Il rovescio di Li Na, in particolare, è un gesto di qualità superiore. Di una bellezza moderna, depurata dal superfluo; senza compiacimenti e senza enfasi. Tempismo, controllo, precisione, potenza: tutte qualità presenti in un movimento efficacissimo che diventa elegante, spettacolare e vincente. E, per quanto mi riguarda, anche memorabile.

P.S. Tutti i principali match giocati da Li Na agli Australian Open sono reperibili su questo sito, ad eccezione di quelli dell’ultima edizione, ancora troppo recenti per trovare posto nell’archivio.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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