Ecco uno scenario rovesciato. La schiena di Federer, la forma di Wawrinka, Gasquet sostituisce Tsonga

Editoriali del Direttore

Ecco uno scenario rovesciato. La schiena di Federer, la forma di Wawrinka, Gasquet sostituisce Tsonga

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TENNIS COPPA DAVIS – Il pronostico è sempre sull’altalena. I favori sono passati tre volte da un team all’altro. Oggi nessuno immagina Tsonga capace di battere Roger Federer vittorioso sul proprio “fantasma”. Ieri lo credevano in tanti. Le colpe di Arnaud Clement…e di Jo Wilfried Tsonga

DA LILLE – Ora daranno tutti addosso a Arnaud Clement. Perchè al cospetto dei due svizzeri il duo francese formato da Gasquet e Bennetau non è proprio esistito.
E’ così la vita degli allenatori quando possono scegliere. Chi perde, con il senno di poi, fa sempre la scelta sbagliata. Lo sport è uno dei pochi settori delle attività umane dove gli assenti hanno quasi sempre ragione. Infatti tutti potrebbero in teoria aver fatto meglio dei presenti che hanno appena perduto. Gli sportivi nell’esprimere le loro opinioni…del senno di poi, sono purtroppo spesso crudeli. Manca la controprova naturalmente…e allora già da stasera Clement è sulla graticola. Salvo miracoli congiunti di Tsonga e Monfils sarà il capitano di una Coppa Davis che pareva raggiungibile e che sarà invece più probabilmente persa. Ma forse chi ha scelto la formazione del doppio non è stato tanto lui – ecco il destino dei capitani-allenatori che non possono dire tutto per non tradire la fiducia dei propri giocatori – quanto proprio Jo Wilfried Tsonga che da tutta la settimana si allenava male, diceva di non sentire bene la palla e in effetti contro Wawrinka aveva dimostrato di non riuscire a spingerla come al solito neppure di dritto.
Eppure fino a ieri Clement sembrava orientato – lo dicono i colleghi francesi – a schierare Tsonga e Gasquet, coppia imbattita in Davis …al posto di questa che in Davis invece non aveva mai giocato. La cosa sembrava confermata quando in mattinata Tsonga si era allenato insieme a Gasquet, proprio come avevano fatto insieme Wawrinka e Federer. Ma la differenza deve essere stata che mentre i due svizzeri sono usciti dal campo soddisfatti (dopo che già ieri sera Severin Luthi e loro due avevano deciso che quella sarebbe stata la formazione odierna), Tsonga apparantemente non lo era affatto.

Si è tirato indietro lui? Al 100 per 100 non siamo in grado di dirlo, il giornalista dell’Equipe Vincent Cognet mi diceva: “Ci piacerebbe saperlo anche a noi, ma certezze non ne abbiamo!”
Tsonga appariva rabbuiato, questo sì, e per la prima parte del match non è nemmeno venuto in panchina ad incoraggiare i suoi compagni. Perchè? Magari fra qualche anno lo scopriremo.
Fatto sta che nell’arco di 24 ore le cose si sono rovesciate. Ora la Svizzera è tornata favorita e per più ragioni. Difficile forse stabilire l’ordine di priorità di queste ragioni. Le scriverò in ordine sparso.
Una: Roger Federer non sta male, ma stasera è stato benissimo. Ha ceduto solo 8 punti in 9 turni di servizio e ha servito costantemente le prime, quando ha voluto, sopra i 200/210 km orari.
Due: Roger deve giocare contro Tsonga che invece è apparso teso, molto teso, e anche abbastanza fuori forma e poco convinto. Tre: il morale è tutto dalla parte degli Svizzeri.
Quattro: i francesi si sono “bruciati” Gasquet, il peggiore in campo nel doppio, e quindi anche uno Tsonga sottotono non può probabilmente essere sostituito da un giocatore che stasera aveva il morale sotto le scarpe. Giocasse Gasquet il singolare e lo giocasse male come ha giocato il doppio, beh Clement potrebbe dare le dimissioni.
Cinque: avendo preferito un doppista, Bennetau, a un quarto singolarista, Gilles Simon, Arnaud Clement non ha alternative. Purtroppo non ha due Monfils, ma uno solo.
Sei: Stan Wawrinka è in uno stato di forma eccezionale. Stasera nel doppio è stato decisivo con le sue risposte fulminanti, dai due lati, così come per i colpi di sfondamento giocati dal centro del campo: quando la palla arrivava in mezzo fra il suo dritto e il rovescio di Federer la scelta su chi doveva tirare è caduta quasi sempre su Wawrinka. Un paio d’anni fa non sarebbe stato così. E stasera Wawrinka sembrava ispirato perfino a rete. Non ha sbagliato una volee facile.

 

Se anche Tsonga dovesse resuscitare e sconfiggere Federer un Wawrinka così va considerato favorito sul pur straordinario Monfils visto ieri anche se Mats Wilander ha scritto oggi per l’Equipe (dopo aver detto che lui avrebbe scelto la stessa coppia di Clement, Gasquet e Bennetau…sebbene non avessero più giocato insieme da India Wells 2013!, però aveva detto anche che avrebbe fatto giocare Federer e Chiudinelli!!! Formazione cui nessuno aveva pensato…) che un Monfils così sulla terra rossa è imbattibile per chiunque, e soprattutto per un match che arrivi al quinto set. “Con il braccio di Monfils e il cervello di Clement…Gael diventa imbattibile sui campi rossi!” Poi ha aggiunto, probabilmente per pararsi un po’ le spalle: “Forse anche per Wawrinka”.
Quel forse lo mette al riparo, mah…forse Wilander ama stupire.

Sono cose, queste, che succedono in Coppa Davis, dove spesso le emozioni e le tensioni prendono il sopravvento su altre questioni, anche quelle purament tecniche. Ieri dopo il Federer disastroso osservato di fronte a un grande Monfils, chi propendeva per schierare il duo Federer-Wawrinka, dava l’impressione di volerlo fare soprattutto perchè un Federer così mal ridotto sembrava in grado di coprire dignitosamente forse metà campo, ma non uno tutto intero in un singolare che – sull’eventuale 2-1 per una Francia vittoriosa in doppio – sarebbe stato decisivo per mantenere in vita le speranze di un trionfo svizzero.
Invece abbiamo visto che il Federer di stasera non aveva nulla da invidiare al miglior Federer. Quindi lo scenario è cambiato completamente. I soli aspetti che non sono cambiati, a mio avviso, sono le valutazioni che si possono fare sull’eterno incompiuto Richard Gasquet, ex n.7 del mondo da sempre afflitto da problemi di personalità, e su Bennetau che – sempre a mio avviso – non è di questa categoria. E’ un giocatore modesto che non ha mai vinto un torneo pur avendo disputato 11 finali. Non può essere un caso. Anche nel suo caso è un problema sia di classe sia di personalità. Pretendere che due giocatori con quelle caratteristiche potessero battere due campioni in forma come Federer e Wawrinka era folle. L’unica chance l’avrebbero avuta se Roger Federer fosse stato il campione timoroso di venerdì, quando come ha detto lui stesso non era stato il dolore ad handicapparlo quanto la paura che il dolore si manifestasse, “il fantasma” che poteva apparire in ogni momento.
Ancora una volta ho provato a chiedere a Severin Luthi, provocandolo un po’, se lo avesse più sorpreso il grande “ritorno” di Federer capace di perdere così pochi punti sul servizio (prima ne avevo contati 9, poi in realtà erano 8…perchè avevo scritto un puntino poi cancellato nel mio blocnotes …) o la prestazione magistrale di Wawrinka che ha risposto alla grande, ma come al solito lui ha glissato, facendo nuovamente ridere Federer…
“Non è una domanda che mi pongo. Penso che abbiano giocato molto bene entrambi, onestamente. A volte uno gioca meglio in un momento, a volte un altro…”.
Nemmeno Albert Einstein mi avrebbe dato una risposta più illuminante. E quando allora gli ho chiesto: –Puoi provare a darmi una risposta?-
Lui: “Fai sempre domande…”
Come ieri interrompe il siparietto Roger Federer per aggiungere: “Funky questions…” (e ride).
Luthi: “Esattamente, onestamente non ci interessa. Ma una cosa che è stata davvero buona oggi….- evviva una piccola risposta la sta per dare! – è che a volte ci sono periodi nei quali uno risponde bene e l’altro invece no. Oggi hanno giocato bene insieme allo stesso tempo. E l’hanno fatto in certi momenti contemporaneamente che così hanno potuto fare i break. Sono semplicemente felice che abbiamo vinto”.

Erano chiaramente, e comprensibilmente euforici, gli svizzeri, ma nel finale della conferenza stampa Roger Federer ha voluto mettere le mani avanti: “Niente è ancora stato fatto (sorridendo). Abbiamo vinto il doppio e ci prepariamo a giocare gli ultimi due singolari. Giochiamo contro una squadra molto forte. Il fatto che ci vediate sorridenti non significa che l’indomani vinciamo un match di cinque set. E’ vero che ci sentiamo bene, siamo tutti molto contenti di essere qui insieme a Lille, abbiamo un bellissimo weekend insieme. Naturalmente il risultato creerà emozioni positive o negative a seconda di quel che accadrà nel giorno finale. Ma saremo ben preparati. Sarà un giorno molto importante per tutti noi”.

E, nel nostro piccolo, pure per noi di Ubitennis, unico sito presente qui con due inviati. Alcuni, Gaia, Chiara, Wall 80 ed altri, diranno che sono troppo incline all’ autoreferenzialità, ma solo noi sappiamo quali sacrifici dobbiamo fare, e continuiamo a fare, per raccontare quel che vediamo andando sui teatri degli avvenimenti. Crediamo ancora alla funzione del giornalista non seduto, quello che vede gli avvenimenti svolgersi sotto i suoi occhi e non seduti davanti alla tv. Se i lettori questo lo apprezzino o no, beh, non siamo completamente sicuri. Ma speriamo di sì. Il giornalismo di una volta è in crisi perchè non ci sono più i mezzi di una volta a sostenerlo, gli editori tendono a spendere il meno possibile, a prenderele cose dalla tv. Lo si può fare, certo, ma io credo che si possa svolgere un migliore lavoro andando sul posto. Confrontandosi con i migliori colleghi, scambiando opinioni con i giocatori del presente e del passato.
Raccogliere quel che dicono i Wilander, i Boetsch (guardate il video-intervista che abbiamo messo in home-page, ma anche Jakob Hlasek …che non ama per nulla Federer che lo fece silurare da capitano quando la Federtennis svizzera osò nominarlo dopo Mezzadri senza chiedere il parere dei giocatori e di Roger in particolare.
“Dipendesse da me non accetterei il fatto che Federer possa decidere sempre fino all’ultimo se gioca o non gioa la Davis: è una mancanza di rispetto verso gli altri giocatori, e verso la Svizzera tutta”. Hlasek ha certo il dente avvelenato, Guy Forget infatti dice: “Uno come Federer ha fatto talmente tanto per il tennis svizzero che bisogna concedergli un po’ tutto quel che chiede…Bisogna trovare il modo di relazionasi con lui. Jakob non avrebbe dovuto accettare di diventare capitano di Coppa Davis…calato dall’alto, senza aver prima parlato anche con i giocatori. Non è stato diplomatico insomma…”
E Hlasek, che con Forget ha vinto un Masters di doppio, ha concesso: “Guy ha in parte ragione, ma io non sarei riuscito a coprire un ruolo come lo fa Severin Luthi, che tutti sanno non decide nulla ma mette in campo chi decide Roger…anche se è amico pure di Stan…però non credo che Stan sia sempre contento di essere quello sempre disponibile, l’uomo di scorta anche adesso che è il suo livello non è inferiore a quello di Roger!”.
Concludo ricordando che qui nel Pierre Mauroy Stadium anche oggi Roger Federer ha ricevuto un’ovazione all’applausometro nettamente superiore a quella riscontrata non solo per Wawrinka, ma anche per Gasquet e per Bennetau. Proprio come già ieri. E lo speaker lo ha introdotto del resto così, con questo parole: “Le meilleur jouer de tout le temps est a Lille!”.

C’è bisogno di una traduzione?

 

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Australian Open

Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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