La triste (ma istruttiva) storia di Timea Bacsinszky, l'ex bambina prodigio che in odio al padre padrone...

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La triste (ma istruttiva) storia di Timea Bacsinszky, l’ex bambina prodigio che in odio al padre padrone…

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La tennista svizzera, neo top30, racconta “un’infanzia” infernale. “I momenti felici furono pochi fino a che i miei genitori divorziarono”. Il segreto di Roger Federer e dei suoi successi. Barista, cuoca, receptionist o tennista? Lei come la Hingis…

La settimana scorsa Sara Errani ha perso nettamente (6-0,4-6,7-6) a Monterrey da una tennista svizzera di origini ungheresi, Timea Bacsinszky, oggi venticinquenne, che è la sola, con la sua connazionale Martina Hingis, ad aver vinto due volte il prestigioso torneo dei Petis As nella categoria dei 13-14 anni a 12 e 13 anni. Nell’albo d’oro di quel torneo, fra vincitori e finalisti, figurano nomi come Kournikova, Cljisters, Davenport, Henin, Chang, Norman, Ferrero, Gonzalez, Ancic, Murray, Gasquet, Nadal, Coric…

Dire che Timea all’epoca (2002-2003) fosse sembrata a tutti un talento straordinario è dire poco. Ma allora nessuno sapeva o poteva intuire che Timea giocava a tennis per un solo vero motivo e scopo: evitare i litigi familiari di casa sua, i rimproveri ossessivi di un padre con il quale oggi non ha e non vuole avere più alcun contatto.

 

Un’infanzia terribilmente dolorosa che lei ha tenuto nascosta a lungo, prima di un lungo percorso attraversato anche da continui incontri con uno psicologo per poi decidere di mettere fine alla propria carriera un paio d’anni fa, dopo che a 18/19 anni (al terzo turno dell’US Open 2008) era stata a due punti dal battere Dinara Safina, n.7 del mondo (prima di perderci 36 75 62) e tre mesi dopo aver trascinato al terzo set (46 63 63) anche Elena Dementieva, n.5 Wta. Insomma era ancora una teenager quando Timea aveva fatto irruzione fra le prime 40 tenniste del ranking femminile, n.36.

Oggi, dopo la finale di Monterrey la ritroviamo a n.27 e per la prima volta fra le top 30.

Eppure quella ragazzina bionda ed occhialuta, con quella montatura retrò con le lenti così rotonde che la facevano sembrare più una studentessa di filosofia che una tennista – oggi però usa le lenti a contatto, peccato, era più “particolare” prima – due anni fa si era proprio fermata per dedicarsi ad un percorso professionale del tutto diverso e se non avesse ricevuto una mail dal Roland Garros…

Oggi Timea ha 25 anni e, dopo aver vissuto un’infanzia talmente dolorosa che due anni fa aveva deciso di lasciare il tennis per frequentare una della famose scuole alberghiere svizzere, ha rivelato apertamente ad un collega di Tennis Magazine, Jean Baptiste Barretta, la sua storia per “aprire forse gli occhi a qualche genitore”.

– Certo che non ho dimenticato la gioia di aver vinto il torneo de “le Petit As” a Tarbes, ma quel successo mi ricorda anche i piccoli “ricatti” che ho sempre subito nella mia infanzia di tennista: ‘Se vinci questo torneo in Svizzera ti comprerò un criceto’. Lo vinsi e dopo lunghe negoziazioni potei avere un porcellino d’India…Ero sola nella nostra casa di campagna e desideravo tanto un cagnolino per avere un po’ di compagnia…Mio padre mi disse che avrei potuto averlo solo se avessi vinto il Petit As con un anno di anticipo sull’età delle mie coetanee. L’ho vinto e ho avuto il cane…insomma il tennis era la base per ottenere qualcosa, una ricompensa”.

– Vabbè, dai, solo una ricompensa…non è poi così terribile…

“Ma per me giocare a tennis significava evitare i litigi fra i miei genitori. La mia infanzia è stata un periodo terribile della mia vita. Sul campo ero …intoccabile, avevo il controllo della situazione, potevo giocare lungolinea anche se la tattica di gioco prevista da mio padre era giocare incrociato. Era talmente cocciuta che volevo vincere a modo mio. Lui, mio padre, si poteva infuriare, ma ero io che prendevo le mie decisioni sul campo…”

– Ma perchè si avverte tanto risentimento e rancore nei confronti di tuo padre?

Perchè per me non è stato un padre. Certe persone non meriterebbero di avere un figlio. Ho subito violenze, soprattutto mentalmente. Era orgoglioso delle mie vittorie, ma felice soprattutto perchè così pensava ad assicurarsi il suo avvenire. E’ diventata un’ossessiore per lui, una persecuzione per me. Sembrava che nulla dovesse esistere per me al di fuori del tennis. Non poteo dire quello che pensavo, mangiare quello che volevo. Un giorno la mia miglior amica mi ha telefonato per invitarmi al suo compleanno…beh, mio padre mi ha strappato il telefono dalle mani e le ha gridato di non chiamarmi mai più. Ero costantemente sotto pressione. Sapevo di essere una delle ragazze più forte del mondo fra le mie coetanee, ma la mia vita era un inferno. Non auguro la mia infanzia a nessuno. Ho avuto pochi momenti felici…fino a quando i miei genitori hanno divorziato!”

Timea quasi non se ne rendeva conto. Lottava per vincere soltanto per conquistare la pace fra i suoi genitori, per evitare che litigassero.

“Avrei voluto avere una vera famiglia, sentire che i miei genitori mi amavano per la piccola Timea che ero e non perchè ero ua tennista che vinceva le partite. Mia madre era rimasta incastrata in quell’ingranaggio, ma mi proteggeva. Mi faceva uscire qualche volta di nascosto a mio padre con i miei amici, naturalmente senza che io rientrassi tardi, ma se mio padre se ne accorgeva se la prendeva con lei in modo violento. Vedevo le famiglie “normali” dei miei amici e la vivevo come un’ingiustizia. Era tutto a causa del tennis”.

L’unica possibilità di svago Timea l’aveva quando veniva raggiunta, il secondo weekend di ogni mese, dai due fratellastri, figli con una sorellastra, di un precedente matrimonio del padre. “Mio padre aveva cercato di spingere anche loro a giocare a tennis, ma senza successo”.

Per scappare alle “persecuzioni” del padre ossessionat dall’obiettivo di fare di lei una campionessa, Timea non aveva una via di fuga: la scuola.

“Tanti ragazzi non amavano la scuola, io sì. Lì non mi poteva accadere di dover discutere perchè avevo sbagliato un dritto. Non è un caso che io oggi parli cinque lingue: francese, inglese, tedesco, italiano, ungherese (che si parlava a casa, ma più con le “tate” che con mia mamma dentista o con mio padre che vedevo quasi soltanto durante gli allenamenti) e un po’ meno delle altre una sesta, lo spagnolo.

Una prima pesante svolta nella vita della piccola Timea avviene a 15 anni, quando i suoi genitori divorziano.

“Ho quasi obbligato io mia madre a divorziare. Era il solo modo per conquistare la mia libertà. Sono passat dieci anni e da allora ho visto mio padre meno di dieci volte. Non gli parlo da più di un anno. Quel che gli accadrà non mi fa né caldo né freddo. Un padre non si può comportare come lui. Quello che ho fatto lo devo a me, non a lui. Lui semmai mi ha trascinato in basso, mi ha fatto subire una gran quantità di cose e ho poi dovuto lavorare duro per ritrovarmi come donna…Anche se adorerei avere dei figli ho paura, perchè non vorrei che vivessero un solo giorno come l’ho vissuto io, con loro sarei sempre all’altro estremo, sempre a preoccuparmi di loro”.

Timea spiega la libertà raggiunta con il divorzio dei genitori ma come una libertà condizionata:

Giocavo a tennis perchè mi avevano sempre detto che avrei dovuto farlo, perchè avevo talento. Erphan Djiangiri (allenatore d’origine iraniana che aveva fatto le sue prime lezioni con Igor, il papà di Timea, prima di laurearsi in economia mentre giocava a tennis nel famoso college dell’UCLA a Losa Angeles) ha cominciato ad allenarmi…e non era facile per lui che aveva solo 25 anni gestire una ragazza di 15 anni con il mio passato. Anche perchè io non avevo nessuna voglia di allenarmi. Non mi piaceva proprio. Non riuscivo a dare più del mio 20%…mentre non vedevo l’ora di incontrarmi con il mio ragazzo”.

E tuttavia continuava a giocare piuttosto bene. Vedi sopra i suoi risultati del 2008. Quando vince anche il suo primo torneo ed entra tra le prime 40 del mondo. Timea non confida alle altre tenniste tutti i suoi problemi: “Erano troppo complicati, non c’era nemmeno tanto tempo per farlo, né forse interesse…la persona che mi ha veramente aiutato è il mio manager Alexandre Ahr. Mi conosce dacchè sono nata e mio padre era stato il suo maestro. E’ avvocato, ha negoziato i miei primi contratti. E’ come un fratello maggiore per me. Ha fatto anche un po’ da psicologo nei miei anni di difficoltà con mio padre: tante volte l’ho chiamato in mio soccorso, quando piangevo come un vitellino. Lui mi ha aiutato e sostenuto. Per lui non è importante che io vinca o perda. Vuole solo che io sia felice.”

Timea, con quel che ha vissuto potrebbe forse dare consigli a qualche genitore di ragazzini/e che giocano a tennis.

“Non ci sono ricette miracolose. Se un match va male i genitori devono essere là soprattutto per confortare il figlio, per farlo crescere, educare. Occorre essere là per lui. Forse vostro figlio non sarà mai un campione e …chissenefrega! I milioni non fanno la felicità. I genitori devono pensare al suo futuro. Federer è il miglior tennista del mondo…ma da ragazzo ha avuto la fortuna di fare un sacco di sport. I genitori devono incoraggiare i figli a essere polisportivi piuttosto che limitarli e costringelri a batter 250 volte la palla in un modo piuttosto che in un altro. Federer ha vinto il suo milionesimo match e sembra ancora oggi un ragazzino che ha conquistato la sua prima vittoria. E sapete perchè è anche così bravo? Perchè lui ama davvero giocare, vive il tennis come un vero grande piacere. E’ così che deve essere. Io in fondo amo il tennis, lo so. Ma ne sono stata a lungo disgustata, perchè mi riportava alla mia infanzia e alle mie sofferenze. Spero che un giorno la mia storia servirà, questa che racconto serva a qualcun altro”.

Se Timea gioca ancora a tennis, ed è oggi la tennista che è, è però frutto di un segno del destino.

“ Il 22 aprile 2011 verso le 8 di sera, un Venerdì Santo, un uomo è caduto pesantemente sul mio piede sinistro. Un botta e un male pazzesco, una corsa a più ospedali perchè chiusi nella sera di festa. Per farla breve ho dovuto operarmi tre volte, a maggio, settembre e ottobre. Mi sono infatti rotta il primo e il secondo metatarso oltre che il legamento dell’avampiede che tiene le dita insieme. E’ un infortunio complesso, rischioso, c’è chi guarisce e chi no. Per tre mesi ho avuto un gesso che non potevo mettere il piede a terra. La mia carriera poteva finire lì. Ma non me ne sono fatta un cruccio… perchè così avrei potuto riprendere i miei studi. Questo non sarebbe stato un dramma perchè io ho un carattere da sopravvissuta, come Rocky …! Ne ho approfittato per uscire fuori e fare una vita normale, come tante ragazze. Facevo di tutto, senza preoccuparmi più di niente. Per qualche mese, non avevo più per niente in comune con la vita abituale di una tennista. Una sorta di scela estrema, avevo bisogno di quella adrenalina. Ma proprio questa sensazione dimostrava che in fondo ero più triste che contenta. E’ stato in quel momento che tutto è ricominciato.

Mi sono decisa a ricorrere ad uno psicologo, dopo aver tentato di risalire sul circuito da sola…”

Timea era precipitata olre il 400mo posto nel luglio 2012, anche se a fine anno 2012 era n.182 Wta, dopo aver giocato nel circuito inferiore.

“Avevo pensato che avrei potuto superare da sola le mie sofferenze, ma mi sono invece resa conto che era impossibile e che avevo bisogno di qualcuno che mettesse ordine nel puzzle che era diventata la mia testa. Ho avuto bisogno di tempo, insomma, per guarire dalle ferite della mia infanzia. Grazie a questo psicologo oggi io sono quella che sono. Ho capito che potevo influire personalmente sulla mia propria vita, e che io potevo scegliere quello che volevo dalla A alla Z, che avevo il diritto di dire no”.

Com’è come non è fatto sta che all’inizio del 2013 Timea decide di dare una vera svolta alla propria vita.

“Ho fatto richiesta per essere ammessa alla scuola alberghiera di Ginevra. Anche se non avevo il diploma richiesto il direttore ha deciso che alla luce del mio percorso di vita mi esonerava dal presentarlo, ma in cambio avrei dovuto fare uno stage preparatorio di cinque mesi in un hotel. Ho cominciato quindi lo stage in un hoel a cinque stelle, lo Chalet Roy Alp à Villars-sur-Ollon. Non volevo restare a Losanna ed essere riconosciuta da qualcuno. Là ho lavorato nelle cucine e al bar. Ed ho imparato tantissimo. Quello che era super…era che non avevo nessun trattamento di favore perchè i miei colleghi non mi conoscevano per niente, anche se hanno saputo subito che ero una ex tennista. Avevo tuttavia previsto di annunciare la fine della mia carriera nell’estate del 2013…ma qualche giorno prima dell’inizio del Roland Garros ho ricevuto una mail dall’organizzazione che mi annunciava che potevo partecipare alle qualificazioni. Infatti aveva almente piovuto a Bruxelles che le giocatrici impegnate in quel torneo non avrebbero fatto in tempo per arrivare a giocarle al Roland Garros. Questo mi ha permesso di entrare nel tabellone. Mi ero infatti iscritta all’inizio dell’anno, nemmeno me lo ricordavo più, ma nella mia testa non pensavo più al tennis, ci avevo fatto una croce sopra. Ero pronta a cominciare la scuola alberghiera…Avevo dormito da mia madre quel giorno a Losanna quando lessi quella mai al mattino. Sono scesa a fare colazione, saltellando e annunciandole che sarei andata a Parigi. Mia madre mi disse che sarei stata ridicola, che ormai avevo scelto un’altra strada!. Ma me ne sono infischiata. Non avevo che un desiderio, andare a Parigi e giocare al Roland Garros. Ho dunque chiamato il mio direttore per dirgli che non avrei potuto aprire il bar al mattino perchè dovevo giocare al Roland Garros l’indomani. Ho preso la mia Mini per andare da Losanna a Parigi. Sapevo, mentre andavo, che avei ripreso a giocare a tennis. Ho realizzato che avevo il diritto di scegliere la mia vita. Quel giorno là è stato come se io fossi improvvisamente passata dallo stato di ragazzina a quello di adulta. Mi sono presa le mie responsabilità. Ebbi un setpoint contro la n.117 del mondo …”

Timea fu battuta 63 76 dalla canadese Sharon Fichman.

“Tra il Roland Garros e Wimbledon sono tornata a lavorare nell’hotel, ma pensavo già al seguito da dare alla mia carriera e con chi avrei lavorato. Son rientrata in contatto con Dimitri Zavialoff, l’ex coach di Stan Wawrinka, anche lui residente a Losanna. E lui ha accettato di allenarmi”.

-Una mail dal Roland Garros ha influenzato nuovamente la tua vita…-

Oggi sono diversa, una versione migliore di quella che ero prima. Oggi per niente al mondo farei un altro mestiere, sono la boss della “piccola impresa Timea”. Sono in una situazione stabile e mi alleno duramente adesso I miei due ultimi anni sono stati i più belli della mia vita. E non solo per le lotte sul campo. Amo il gioco, amo quella piccola pallina gialla. Io penso che non sarei stata capace di fare un sport dove non si vive le stesse sensazioni. Per esempio non sarei stata felice per fare la velocista sui 200 metri”.

Ora Timea, dopo le vittorie ad Acapulco e Monterrey è una top 30…

Il nostro obiettivo, del mio team, adesso è salire più su possibile. Sono persuasa che ci sono molte cose da costruire ancora insieme con il mio team. Ciò che voglio più di tutto è continuare ad adorare la vita che faccio, approfittare a fondo di tutto questo e continuare a migliorare. Certo vincere uno Slam è il mio sogno, così come arrivare fra le top-ten. Ma sono anche consapevole che l’obiettivo è talmente lontano… sebbene io lavori tutti i giorni per raggiungerlo. So però che…non conosco ancora i miei limiti”.

Non li conosciamo nemmeno noi, ma dopo quello che abbiamo appreso sulla sua infanzia, la sua vita, le sue scelte, la seguiremo con grande curiosità.

LA SCHEDA TECNICA (AGF)

Timea Bacsinszky si è aggiudicata i due tornei International che si sono appena disputati sul cemento messicano, dimostrando non solo di avere recuperato il livello di gioco del 2010 (ultimo periodo di forma prima di un grave infortunio al piede) ma di essere andata oltre. Non ha mai giocato così bene e per la prima volta ha raggiunto il numero 26 del mondo.
I successi americani sono la conferma di quanto già mostrato negli ultimi mesi; infatti prima della straordinaria tournée messicana aveva sconfitto avversarie di grande qualità come Pliskova, Makarova, Sharapova, Jankovic, Kvitova.
E se ad Acapulco tutto sommato aveva trovato un campo di avversarie non irresistibile (finale contro Garcia esclusa, vinta 6-3, 6-0) a Monterrey sconfiggendo una giocatrice al numero 12 del ranking e in crescendo di fiducia come Sara Errani (6-0, 4-6, 7-6 dopo quasi tre ore di gioco)  ha accresciuto il valore di insieme dell’impresa.
Non è mai facile mettere in fila tante vittorie consecutive, perchè scendendo in campo ogni giorno è difficile ricaricare le energie fisiche e mentali. Eppure è riuscita a vincere la seconda finale contro Caroline Garcia in rimonta (4-6,6-2,6-4).
Unendo le precedenti due partite di Fed Cup ai dieci match necessari per vincere in Messico le vittorie consecutive sono dodici.

Ma come gioca Timea?
Direi innanzitutto che il suo punto di forza è il rovescio. Un colpo che esegue con grande facilità, in modo estremamente naturale.
In questo periodo di grazia è evidente quanto si senta sicura nel movimento, tanto da arrivare a spingerlo senza alcun timore, mettendo il massimo della potenza possibile che ricava da tutto il corpo, senza che questo la porti a scomporsi o ad andare “fuori giri”.
E cosi, malgrado non disponga di un fisico particolarmente prestante (1,70 secondo la scheda WTA, forse generosa) è in grado di far viaggiare la palla in modo notevole.
Con il rovescio riesce quasi sempre a fare ciò che vuole: sia a trovare angoli stretti per buttare fuori campo l’avversaria, sia ad accelerare lungolinea, per cambiare l’equilibrio di gioco o per chiudere direttamente lo scambio nella parte di campo aperta. Un’arma davvero efficace che sa utilizzare anche in corsa.

Discorso diverso, invece, per quanto riguarda il dritto; il movimento è molto più costruito, e il controllo più difficoltoso.
La palla viaggia meno, e spesso, quando è messa sotto pressione, Bacsinszky ricorre alla soluzione della parabola alta: se non proprio a delle moonball, quanto meno a delle traiettorie che producano un rimbalzo sopra la spalla dell’avversaria, che in questo modo è obbligata a fare dei passi indietro oppure a rischiare il controbalzo.
Una scelta tatticamente intelligente, ma che non può produrre vincenti diretti. Il dritto spinto con la parabola più tesa invece le riesce meno bene, anche perché con questa soluzione fatica a trovare la profondità.

La preferenza per il rovescio diventa particolarmente evidente quando deve colpire nella fascia centrale del campo: al contrario di quanto accade di solito, in questi casi Timea sceglie di fare un passo verso destra per ricorrere al suo colpo più sicuro, utilizzando di conseguenza anche rovesci inside out dal centro, che non sono molto frequenti nella maggior parte delle tenniste.

In sostanza fa parte di quel tipo di giocatrici asimmetriche, che propongono il classico dilemma per chi le affronta: insistere sul lato debole (nel suo caso il dritto) rendendo però statico lo scambio, o cercare di allargare e variare le geometrie, ma rischiando di dover subire l’incisività del colpo più forte?

Il servizio non è potentissimo, ma nelle ultime settimane ha mostrato spesso di essere in grado di cavarsi di impaccio sui break point con delle prime non velocissime ma molto precise. Però per valutare la battuta credo sia meglio aspettare un periodo più lungo, per capire se la maggiore incisività sia temporanea oppure un aspetto consolidato.
La seconda palla è meno efficace, e per questo a volte rischia di subire risposte aggressive. Direi che sotto questo aspetto c’è spazio per migliorare.

Timea non è una scattista, però è resistente e molto coordinata; in più si muove con sagacia tattica e grande intuito: molto spesso riesce a capire la direzione del colpo avversario con un leggero anticipo, e questo le consente di recuperare palle che altrimenti sarebbero fuori dalla sua portata. In questo ricorda Caroline Wozniacki, particolarmente abile nell’intuire prima delle altre dove l’avversaria metterà la palla.

In generale secondo me dispone di un gioco di contenimento efficace, con un piccolo punto debole: la tendenza a condurre lo scambio da posizioni di campo piuttosto arretrate.
In occasione delle due finali in Messico, sempre disputate contro Caroline Garcia, si sono visti due modi leggermente differenti nel gestire il palleggio difensivo.
Ad Acapulco, in una giornata in cui le riusciva tutto ed era fisicamente molto brillante, si manteneva abbastanza a ridosso della linea di fondo. A Monterrey, reduce dalla maratona in semifinale contro Sara Errani (che indubbiamente le era rimasta nelle gambe) tendeva invece ad arretrare in modo molto più marcato; e così diverse volte ha “remato” nei pressi dei teloni.
Personalmente ritengo che questo sia forse il suo maggior limite rispetto alle giocatrici di primissima fascia. Se riuscisse cioè ad avanzare la posizione di gioco di uno-due passi diventerebbe ancora più pericolosa.
In compenso nelle soluzioni difensive l’aiuta la facilità nel colpire in back, che curiosamente a volte adotta anche nell’esecuzione dei passanti di dritto (e questa è una indiretta conferma che sul colpo spinto in top non sempre si sente sicura).

Nel suo schema tattico raramente è contemplato il gioco di volo; anche in questo a mio avviso ci sarebbe lo spazio per migliorare. La poca attitudine all’avanzamento finisce in alcuni casi per limitarla: a volte è obbligata a giocare dei colpi in più al rimbalzo che penso potrebbe evitare muovendosi sulla verticale, per raccogliere a rete i frutti determinati dal controllo dello scambio.

Però si sbaglierebbe a considerare questi limiti come un impedimento insormontabile per giocare bene nel doppio. Forse qualcuno la ricorderà ottenere diverse vittorie nel 2010 in coppia con Tathiana Garbin; raggiunsero nell’arco di pochi mesi cinque finali, vincendone tre.
E Timea in alcune dichiarazioni aveva espresso la grande stima e fiducia che nutriva verso una compagna molto più esperta di lei, che le dava consigli sulla vita nel circuito professionistico.

Nel 2010 Garbin aveva 33 anni e stava giocando la sua ultima stagione da professionista. Bacsinszky ne aveva dodici in meno e si pensava che quello sarebbe stato solamente il primo di una serie di anni di crescita.
Invece il 2011 si sarebbe rivelato uno spartiacque per entrambe: Tathiana disputò il suo ultimo incontro agli Australian Open prima di ritirarsi, Timea non riusci a giocare oltre il mese di marzo. Infatti dopo Miami fu costretta a fermarsi per la frattura al piede (mi pare avvenuta fuori dai campi di gioco) con tutti i conseguenti problemi fisici e psicologici che nessuno allora avrebbe potuto immaginare.

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Coppa Davis

Fine anno da dimenticare per Djokovic. Fiducia incrinata per l’incerto 2022?

Tutti falliti, dopo agosto, i 4 obiettivi che voleva centrare. Ma… “Non rimpiango di aver giocato i tornei dopo Wimbledon”. Australia sì o no? Ogni decisione provocherà pesantissime critiche

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Repetita iuvant, anche se possono annoiare. La Croazia di Gojo, di Mektic e Pavic – sì, più di loro tre che del n.1 Marin Cilic – è in finale dopo aver battuto la Serbia del n.1 del mondo Novak Djokovic che da solo non è riuscito a rimediare alle insufficienti prestazioni del n.2 Lajovic nonché a quelle del partner di doppio improvvisato, Krajinovic, mostratosi nell’occasione decisamente modesto e di gran lunga il peggiore dei quattro scesi in campo nel doppio decisivo fra croati e serbi. Davanti a 6.854 spettatori paganti – non pochi per un match fra serbi e croati giocato nella Madrid Arena di Casa de Campo capace di contenerne 12.000 – Mektic e un superbo Pavic hanno concesso una sola palla-break a Djokovic e Krajnovic, una più di quante ne avevano concesso a Fognini e Sinner. In diverse occasioni Djokovic è stato letteralmente preso a pallate.

Repetita iuvant, dicevo sopra, perché ricopio pari pari una delle frasi iniziali, se non proprio il… “comincio”, di quel che scrissi la sera in cui Novak perse a Torino nelle semifinali ATP con Sascha Zverev (che l’indomani avrebbe battuto anche Medvedev) ora che ha perso anche la chance di conquistare un’altra Coppa Davis. Per Djokovic che è n.1 a fine anno per 7 degli ultimi 10 anni!, questo resta un anno fantastico, campione di tre Slam con una finale raggiunta nel quarto. Non c’è tennista al mondo che non sognerebbe un’annata così, perfino Federer e Nadal che sono abituati a sognare in grande.

Tuttavia tutti i grandi traguardi che Novak aveva dichiarato di voler raggiungere dopo aver trionfato a Wimbledon sono clamorosamente sfumati, proprio falliti anzi: 1) l’oro olimpico a Tokyo (che mai più potrà essere da lui raggiunto: a Parigi per i Giochi 2024 avrà 37 anni… d’altra parte non ce l’ha fatta neppure Federer a conquistare l’oro in singolare, mentre il Ringo Starr dei Beatles della racchetta, Andy Murray si è preso una gran rivincita vincendone due! Nadal si è accontentato di un oro in singolo e un altro in doppio, alla faccia di chi non lo considera eccellente volleador), 2) il Grande Slam 3) il sesto Masters ATP per eguagliare i sei successi di Federer 4) la Coppa Davis per la sua amata Serbia e… a seguito di una sconfitta patita proprio con i rivali… più rivali, i croati!

 

In Serbia, anche se Novak che ha per coach il croato Goran Ivanisevic, è una sconfitta che brucia più che se fosse venuta con tennisti di qualsiasi altro Paese. E per tutte queste vicende di record sfiorati ma mancati, chi conosce bene Novak Djokovic se lo immagina più dispiaciuto del finale d’anno che contento di tutto il resto della stagione. Una situazione, forse, assimilabile – sia pur un poco alla lontana – con quella del tennis italiano che ha sì vissuto un’annata straordinaria a conclusione di un epico miniciclo di 11 tornei vinti dall’aprile 2019 con 13 finali raggiunte da più azzurri, ma proprio alla fine si ritrova però un po’ la bocca amara per l’infortunio di Matteo Berrettini che ci ha privato di un grande protagonista nelle prime finali ATP “torinesi” e poi per la successiva evitabilissima sconfitta con la Croazia di Gojo e soci.

Vedere la Croazia capace di battere anche la Serbia, e più o meno con lo stesso doloroso andamento che avevamo sofferto noi italiani a Torino quando credevamo che della Croazia avremmo fatto un solo boccone, ci ha fatto doppiamente male. Gojo ha battuto anche Lajovic dopo essere stato ben indietro all’inizio. Con Lorenzo era stato indietro 4-1 e palla del 5-1. Con Lajovic è stato indietro di un set. I nostri rimpianti per quel che poteva essere e non è stato sono cresciuti a dismisura. Temo che a Lorenzo Sonego fischieranno le orecchie per un bel po’ anche se Gojo battendo uno dopo l’altro il n.63 Popyrin, lui n.27 e poi Lajovic n.33, lo ha forse consolato un po’ e contribuito a cicatrizzare in parte una ferita difficile da rimarginare.

Ho tentato in tutti i modi di far dire a Novak Djokovic quali fossero le sue prossime intenzioni, dopo che aveva anticipato: “Userò i prossimi giorni per recuperare e dimenticare il tennis. Sono davvero stanco per questa stagione, preferisco restare un po’ in famiglia nel modo migliore e poi vedremo che cosa porterà il futuro”.

Non rassegnato a lasciar perdere allora io gli ho detto: “Beh, Novak sappiamo che non ti vedremo più quest’anno… e allora ci piacerebbe sapere almeno quando ti rivedremo l’anno prossimo. Intuisco che non lo dirai stasera, ma almeno potresti dirci se esista una dead line, e quando sarebbe. Così ci prepariamo…”

Tutto ciò l’ho detto sapendo benissimo che era un tentativo destinato a fallire. Quelle risposte non le avrei mai avute. Riuscire a farlo sorridere, nel momento immediatamente successivo a una sconfitta con i croati, era già qualcosa. Ha sorriso e, sorridendo comprensivo: “Ubaldo…verrai informato. Lo so che cosa vuoi, ma non ti darò una risposta questa notte. So che cosa mi vuoi chiedere. Ma te lo dirò. Questa è la sola cosa che posso dirti e non posso darti alcuna data. Naturalmente l’Australia è dietro l’angolo, quindi lo saprai molto presto…”

E io: “Magari prima di Natale…” ridendo. E lui per tutta risposta: ”Merry Christmas!”.

Un paio di minuti prima gli avevo chiesto se, per quanto tutti i giocatori del mondo avrebbero voluto essere al posto suo, con 3 vittorie in altrettanti Slam nel primo semestre dell’anno – l’avevo premesso per addolcirgli la pillola e metterlo in buona… sono vecchie tecniche pre-interviste – non avrebbe desiderato chiudere il suo magnifico 2021 a agosto, cioè prima delle Olimpiadi, dell’US Open, delle Finali ATP, della Coppa Davis. “Paradossalmente un grande anno è finito male… ma questo è lo sport, capisco che non è un bel momento questo per ricordatelo… ma come reagisci?”

Djokovic: “La stagione finisce oggi e quindi non rimpiango di aver giocato alcun torneo dopo le date che hai ricordato. Ho dato il mio massimo per la mia nazionale. Per me è importante e anche per tutti noi. Una vittoria in singolare non basta. Questa competizione è crudele perché devi vincere ogni match che giochi e anche ogni set perché conta. Ci siamo qualificati come secondo team del gruppo, abbiamo giocato i quarti, le semifinali… non mi pento di nulla. Si cerca di imparare delle lezioni da momenti come questi. Anche se fanno male a me personalmente e alla squadra. Sono comunque le migliori opportunità per diventare più forti, per crescere a svilupparsi anche per diventare persone e giocatori migliori. Ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare individualmente e come squadra. Ma l’obiettivo è sempre andare avanti in Coppa Davis perché tutti ci teniamo a giocare per questa squadra e il nostro Paese”.

Riferito alcune delle frasi dette da Nole – e altre le leggerete a parte – resta valido il discorso accennato dopo Torino e la sua sconfitta, anzi la serie delle sue sofferte sconfitte che hanno bocciato tutti i suoi obiettivi dichiarati dacché aveva vinto Wimbledon e il 20mo Slam. Non c’è stato neppure l’atteso sorpasso a Federer e Nadal, sebbene loro si fossero fermati. Avrebbe potuto essere una situazione ideale. Ma Novak a New York è stato bloccato dall’eccesso di tensione e… dalla gran giornata di Medvedev. Adesso, se Nole non andasse in Australia – davvero non c’è stato verso di capire qui a Madrid se pensa di andarci alla fine oppure no; forse Ubitennis nei prossimi giorni potrebbe organizzare un sondaggio fra voi lettori: Djokovic andrà in Australia o no? Che ne dite? – il rischio di vedersi sorpassare da Rafa Nadal nel conto degli Slam, potrebbe essere realistico. Vero che Djokovic ha vinto l’ultimo Roland Garros, ma secondo voi è facile considerare Rafa sfavorito a Parigi dopo 13 Roland Garros trionfali solo perché ha perso l’ultimo?

L’altro quesito che mi pongo e vi pongo è di natura psicologica. Checché possa dire oggi Novak, queste ultime sono state brutte e pesanti botte alla sua innata fiducia. Prima Medvedev a New York e poi Zverev a Torino confermando quella che poteva essere stata una giornata di straordinaria follia giapponese – a Tokyo Nole vinceva 6-1 3-2 con break prima di perdere 10 game dei successivi 11; dai non fu normale! Non fu solo merito di Zverev, Nole divenne improvvisamente l’ombra di se stesso – lo hanno messo alla frusta, lo hanno dominato come non gli era capitato da tempo e gli hanno certamente insinuato dei gran dubbi: “Sono ancora o non sono più il più forte tennista del mondo? Non starò mica improvvisamente accusando anch’io il peso degli anni, che sono 34 e mezzo e non così pochi anche se ho un fisico bestiale, come è accaduto prima a Roger e poi a Rafa?”.

Questi dubbi all’interno della sua testa sono certamente più importanti di quelli che magari aleggiano nella testa di quella parte dell’opinione pubblica che attribuisce questi falliti obiettivi della seconda metà della stagione di Novak alla crescita competitiva dei suoi più giovani rivali. In particolare Medvedev e Zverev, senza dimenticare Tsitsipas che aveva vinto i primi due set nella finale del Roland Garros. Ma ho già sentito dire a diversi addetti ai lavori che Novak sarebbe vittima anche di un calo fisico. Non solo non ha fatto che dire, ultimamente, di essere molto stanco, sebbene dopo l’US Open si fosse preso un lungo break per ritemprarsi. Ma negli scambi più prolungati sia con Medvedev a New York sia con Zverev a Torino, è stato visto perderne la maggior parte e addirittura boccheggiare. Poi è insorto pure il discorso mentale. Forse, per un tipo come Novak, l’aspetto mentale è preponderante.

Di sicuro, se queste appena accennate fossero solo supposizioni, c’è che i suoi migliori inseguitori non lo temono più. Lo affrontano spavaldi, convinti di poterlo battere. E anche questo atteggiamento pesa. Ha pesato e ancor più inciderà sui possibili suoi risultati futuri. Ciò detto, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma i primi mesi del 2022 saranno tosti per Djokovic. Più di sempre.

Intanto perché vada o non vada in Australia qualunque sua decisione solleverà un mare di polemiche. Se andrà sottoponendosi pubblicamente al vaccino verrà probabilmente accusato o di essersi piegato ai diktat del Governo dello Stato di Victoria o, chissà, di mancata coerenza con le sue dichiarazioni di… indipendenza. Per i no vax sarà un brutto colpo. Soprattutto in Serbia sono tanti che non si sono vaccinati, persuasi dall’atteggiamento del carismatico Novak. Se invece non andrà forse gli altri tennisti non si dispiaceranno troppo – anzi, avranno un forte concorrente in meno – ma potrebbero mettere in discussione le sue pretese di leadership, con o senza PTPA, quando il 90% di tutti i tennisti ritiene invece giusto vaccinarsi e giocare regolarmente a Melbourne (e, per chi può, anche in ATP Cup).

E che farebbe poi Novak per Indian Wells e Miami se anche per giocare in California e Florida valessero le stesse regole dello stato di Vittoria? Giorni fa Nole aveva detto: “Wait and see”. Aspettiamo e vediamo. Ma ora mi sa che il tempo dell’attesa sia quasi scaduto.

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Coppa Davis

Coppa Davis, semifinale: Croazia-Serbia, un ‘derby’ per conquistare la finale (ore 16)

Djokovic nettamente favorito contro Cilic, ma se si arrivasse sull’1-1 il doppio croato potrebbe fare la differenza. Decisivo il primo singolare? Chi schiereranno i due capitani? Gojo o Serdarusic? Lajovic, Krajinovic o Kecmanovic?

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Marin Cilic - Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

A Madrid (ore 16, diretta Supertennis) va in scena la prima semifinale della Coppa Davis edizione 2020/2021 (visto che l’anno scorso causa Covid non si giocarono le Finals). Di fronte Croazia e Serbia, in una sorta di derby della ex Jugoslavia intriso di tanti significati, soprattutto politici.

Da una parte il numero 1 del mondo Novak Djokovic, con al suo fianco un buon doppista, Nicola Cacic (nr.36 della specialità) e tre buoni singolaristi: Dusan Lajovic (nr. 33 ATP), Filip Krajinovic (nr. 42) e Miomir Kecmanovic (nr. 69), oltretutto schierati tutti e 3 da capitan Troicki nelle tre sfide sini qui giocate dalla Serbia. Dall’altra parte invece la Croazia ha in Marin Cilic il suo leader, due singolaristi di mediocre valore (sulla carta) quali Nino Serdarusic e Borna Gojo (una delle sorprese di queste Finals) posizionati ben oltre la posizione nr.200 del ranking, e poi la migliore coppia di doppio possibile, i numeri 1 del mondo Nikola Mektic e Mate Pavic.

È chiaro che se dovessimo ragionare sulla base dei valori assoluti e tenendo conto dei precedenti tra i tennisti che scenderanno in campo, la Serbia la dovrebbe chiudere dopo i due singolari. Perché uno dei tre singolaristi serbi dovrebbe facilmente avere la meglio su Gojo o Serdarusic e perché Djokovic ha battuto 17 volte su 19 Cilic e non si vede perché non dovrebbe farlo a Madrid dove oltretutto il numero 1 croato non è che abbia convinto più di tanto, portato al terzo set da De Minaur nella sfida con l’Australia e battuto poi dal giovane ungherese Piros e dal nostro Jannik Sinner.

 

Ma non ci stancheremo mai di dirlo, la Davis (al di là del format) è sempre la Davis e i valori della classifica non contano niente. Basti pensare a ciò che ha fatto Borna Gojo, sfrontato quanto mai una volta in campo, che non solo ha battuto l’australiano Alexei Popyrin, ma si è poi ripetuto contro il nostro Lorenzo Sonego, che giocava in casa e quindi aveva anche il tifo dalla sua. È abbastanza scontato che laddove nel primo singolare (quello tra i numero 2) avesse la meglio la Croazia la sfida assumerebbe tutt’altra storia, perché, come detto, con Metkic/Pavic in campo i croati diventerebbero favoriti per la conquista della finale.

La Croazia ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 2005 battendo in finale in trasferta la Slovacchia (eroi di quell’impresa un quasi perfetto Ljubicic che perse solo l’ultimo singolare della finale in quell’edizione, e Mario Ancic, con Goran Ivanisevic convocato per la storia proprio nella finale da Niki Pilic) e nel 2018 battendo la Francia anche in quell’occasione a domicilio (Marin Cilic sugli scudi). La Croazia ha invece perso in casa la finale del 2016, quando Juan Martin del Potro e Federico Delbonis rimontarono dall’1-2 nell’ultima giornata battendo rispettivamente proprio Marin Cilic e il redivivo (per la Davis croata) Ivo Karlovic che però si sciolse come neve al sole sul 2-2.

La Serbia invece va alla ricerca della terza finale della sua storia. La prima coincise con l’unica vittoria serba quando nel 2010 Djokovic e Troicki rimontarono in un ambiente caldissimo la Francia a Belgrado che era avanti 2-1 dopo il doppio. I serbi vinsero gli ultimi due singolari senza perdere nemmeno un set. Fu invece un’amara sconfitta quella del 2013, quando contro la Repubblica Ceca di Stepanek e Berdych sul punteggio di 1-1 il capitano serbo Bogdan Obradovic preferì tenere a riposo Novak Djokovic per schierare Bozoljiac e Zimonjic andando incontro a una sconfitta netta contro la coppia ceca Stepanek/Berdyck. E chiaramente il risultato del doppio pesò sulla sfida perché nell’ultimo singolare Radek Stepanek umiliò letteralmente Dusan Lajovic per il 3-2 finale. Famosa in quell’occasione la battuta di Tomaz Berdych nella conferenza stampa post-doppio, “i serbi hanno tenuto la Ferrari nel garage” riferendosi alla mancata presenza di Nole nel doppio.

Tra Croazia e Serbia i precedenti sono due e sono stati vinti entrambi dalla Serbia. Il primo nel 2010 fu giocato a Spalato, valevole per i quarti di finale e vinto dalla Serbia 4-1. Si giocò sul veloce in un ambiente infuocato. Nel primo singolare, tra Ljubicic al passo d’addio e Novak Djokovic, nei primi scambi successe di tutto e ci pensò proprio il tennista croato a placare gli animi prendendo il microfono dal giudice di sedia ed invitando il pubblico a non disturbare oltremodo il gioco. Nole vinse nettamente ma alla fine i due tennisti si scambiarono la maglietta compiendo un gesto davvero ammirevole. Cilic siglò l’1-1 battendo Troicki, ma la vittoria del doppio serbo composto da Zimonjic e Tipsarevic spianò la strada ai serbi che con Djokovic il giorno dopo chiusero subito la pratica.

Nel 2015 invece si giocò a Kraljievo ed era il primo turno della manifestazione. La vittoria serba fu netta (5-0) anche perché Cilic era assente e il solo Borna Coric potè ben poco, sconfitto in 5 set da Viktor Troicki che rimontò da uno svantaggio di due set a zero e sancì praticamente la sconfitta croata vista la vittoria di Djokovic su Amer Delic nel primo singolare.

La Croazia è arrivata a questa semifinale da imbattuta nonostante i colpi a vuoto di Marin Cilic, forte come detto di un doppio di assoluto valore. La Serbia invece è risultata una delle migliori seconde, dopo essere stata sconfitta dalla Germania nel girone eliminatorio e aver sofferto non poco contro il Kazakistan nei quarti, dove Djokovic e Cacic l’hanno spuntata solo al terzo set nel doppio decisivo sull’1-1.

I due numeri 1 si sono affrontati come detto ben 19 volte con Nole in vantaggio nei precedenti 17-2. Cilic ha battuto Nole due volte di seguito, a Parigi-Bercy nel 2016 e sull’erba del Queen’s nel 2018. Non si affrontano dal 2019. Gojo e Serdarusic non hanno mai incontrato Lajovic, Kecmanovic o Krajinovic. Quindi l’effetto sorpresa croato potrebbe manifestarsi tranquillamente. In stagione Gojo e Serdarusic non hanno alcun risultato di rilievo nel circuito mentre tra i 3 potenziali numeri 2 serbi il migliore è stato Krajinovic che ha fatto finale ad Amburgo e semifinale a Sofia. Inutile parlare dei successi di Pavic e Mektic che oltre a vincere 8 titoli nell’anno si sono anche laureati campioni olimpici a Tokyo. Per Cacic dall’altra parte solo un titolo, vinto a Buenos Aires in coppia con il bosniaco Tomislav Brkic con il quale fa coppia fissa nel circuito. Inoltre insieme hanno anche perso 4 finali nel corso del 2021.

A conti fatti la Serbia è favorita ma il margine d’errore è minimo, perché fallire la vittoria nel singolare tra i numeri 2 equivarrebbe a giocarsi tutto nel doppio e farlo contro Mektic e Pavic sarà impresa davvero improba (noi ne sappiamo qualcosa).

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Coppa Davis

Coppa Davis, Rublev e Medvedev non brillano, ma portano la Russia in semifinale contro la Germania

Rublev, a un passo da vincere in due set, spegne la luce e si fa trascinare al terzo. Medvedev fa il minimo indispensabile e sigla il 2-0 definitivo

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Daniil Medvedev - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Russia b. Svezia 2-0

Sarà la RTF ad affrontare la Germania in semifinale. Né Andrey Rublev, né Daniil Medvedev hanno offerto prestazioni brillanti, ma le loro versioni pur appannate sono state sufficienti per regolare le velleità dei due fratelli Ymer, Elias e Mikael, ed eliminare la Svezia di capitan Robin Soderling.

A. Rublev b. E. Ymer 6-2 5-7 7-6(3)

 

Balbettando, senza brillare affatto, ma Andrey Rublev porta il primo punto alla Russia sconfiggendo Elias Ymer in tre set. Il russo si è fatto trascinare al parziale decisivo dopo essere stato a due punti dal vincere in meno di un’ora. Rublev è apparso discontinuo e nervoso per tutta la partita, ma ha avuto il pregio di gestire bene il tiebreak decisivo, limitando gli errori e giocando in sostanza come imporrebbe il suo ranking e il suo status di giocatore affermato. Dato il suo rendimento altalenante delle ultime settimane e in particolare in queste Davis Cup Finals non è improbabile che in un’eventuale semifinale Tarpishchev decida di schierare Aslan Karatsev al suo posto.

IL MATCH – Nel primo set, dopo aver fronteggiato una palla break nel quarto game, Rublev cambia marcia e Ymer non riesce a stargli dietro. Il parziale si chiude con un netto 6-2 dopo appena ventisei minuti. Nel secondo set si intravedono subito alcuni segnali negativi da parte del russo, che si mette nei guai da solo e si trova a fronteggiare tre palle break di fila. Rublev le annulla tutte con grande freddezza e ottiene a sua volta una palla dell’1-1, ma poi vanifica tutto con un attacco sbagliato (seguito una volée timida) e poi completa la frittata con due drittacci sbagliati. Ymer non ha il tempo di tirare un sospiro di sollievo che subito il suo avversario piazza un parziale di otto punti a uno, ristabilendo subito la parità. Rublev va a fiammate ma queste sembrano bastare perché Ymer non pare in grado di reggere il ritmo del russo da fondo e cede il turno di battuta. Al momento di servire per il match sul 5-4 però Rublev commette due errori gravi col dritto e concede una palla break, che Ymer si prende con grande coraggio al termine di uno scambio condotto alla perfezione. Lo svedese tiene a zero il servizio e poi accoglie benevolmente gli ulteriori gratuiti del russo che lo traghettano verso un insperato terzo set. Rublev lascia sfogare tutta la propria frustrazione e tira una violenta pallata verso il tabellone luminoso a fondocampo danneggiandolo (rimarrà un rettangolino verde appena sotto il nome dello sponsor Rakuten).

Andrey Rublev – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Nel parziale decisivo, Rublev gioca in maniera ancora più confusa e oscillante, mentre Ymer sembra carico e galvanizzato dall’inaspettato ribaltamento di fronte. Tuttavia i valori tecnici in campo sono nettamente su livelli diversi e quando il russo riesce a non farsi prendere dalla frenesia, Ymer fa fatica. Sul 3-3, Rublev ottiene tre palle break di fila, ma Ymer risale a suon di vincenti (si segnalano in particolare due pregevolissime soluzioni col rovescio lungolinea). Lo svedese annulla con un ace anche una quarta chance, figlia di un gran rovescio di Rublev, e sale 4-3. Il russo si procura altre tre chance sul 4-4, ma anche queste scivolano via una dopo l’altra. Si approda dunque al tiebreak, nel quale però il numero cinque del mondo riesce a mettere in ordine i frammenti sparsi del proprio gioco. Il primo minibreak arriva già nel terzo punto al termine di uno scambio durissimo, il secondo sul 5-3 su un rovescio largo di poco di Ymer. Stavolta Rublev non trema e chiude al primo match point, consegnando a Medvedev la chance di mettere in cassaforte la vittoria del tie.

D. Medvedev b. M. Ymer 6-4 6-4

Daniil Medvedev si prende il punto decisivo e garantisce alla RTF il passaggio alle semifinali, superando in due set Mikael Ymer. Il russo ha servito male (ben nove doppi falli, più degli ace che sono stati otto) e in generale ha gigioneggiato un po’ troppo, forse tradito dalla consapevolezza di avere un discreto margine tecnico e d’esperienza sull’avversario. Tuttavia a differenza di Rublev è riuscito a evitare le insidie del terzo set, archiviando la pratica con un doppio 6-4 in settantacinque minuti di gioco.

IL MATCH – L’incontro inizia come ci si poteva aspettare con Medvedev a controllare lo scambio e Ymer a inseguire. Il russo manca una palla break nel primo game, ma realizza lo strappo nel terzo, salendo 3-1. Forse conscio della propria superiorità, Medvedev comincia a avventurarsi a rete, spesso senza avere grandi carte in mano, e mette l’avversario nelle migliori condizioni per il passante. Ymer ne approfitta per centrare il controbreak e rientrare in partita. Il russo continua a essere tutt’altro che impeccabile, ma ci pensa Ymer ad aiutarlo a uscire dal torpore, regalandogli di fatto il break prima sbagliando un dritto da metà campo e poi steccandone un secondo nel palleggio. Medvedev prova a complicarsi la vita nuovamente con due doppi falli, ma alla fine tiene il servizio e incamera il primo set.

In avvio di secondo parziale, un Medvedev molto più sciolto si procura abbastanza rapidamente due break di vantaggio, involandosi sul 3-0. Qui il russo ha un altro passaggio a vuoto, cedendo otto punti di fila e restituendo uno dei due break senza che Ymer abbia dovuto fare un granché. A Medvedev però basta premere leggermente sull’acceleratore per ricreare un ampio solco tra sé e l’avversario, che contribuisce non poco con un paio di disastri sotto rete. Sopra 5-2, il russo commette altri due doppi falli (il numero otto e nove della sua partita) e si mastica la palla con la volée, ritrovandosi sotto 0-40 e permettendo nuovamente a Ymer di dimezzare lo svantaggio. Daniil non la prende bene e come il collega Rublev se la prende con le apparecchiature, distruggendo un microfono con una racchettata. Il russo lascia di fatto scorrere via il successivo turno di risposta per concentrarsi sul secondo tentativo di servire per il match: stavolta tutto fila via liscio e la Russia può festeggiare l’approdo in semifinale.

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