L'US Open che nessuno dimenticherà mai. Flavia Pennetta, Roby Vinci e Serena Williams

Editoriali del Direttore

L’US Open che nessuno dimenticherà mai. Flavia Pennetta, Roby Vinci e Serena Williams

Emozioni indicibili, pazzesche. Un’attesa di 40 anni. Francesca Schiavone e Sara Errani non sono più sole. Un quartetto incredibile. Flavia ripensaci!

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Flavia Pennetta - SF US Open 2015

VIDEO – I dietro le quinte della finale femminile

Gli aggettivi si sprecano. Le celebrazioni anche. La soddisfazione è enorme. Unica, fino ad oggi. Irripetibile? Speriamo di no, ma molto, molto difficile. Molto più che enorme è però il grazie che dobbiamo a Flavia Pennetta e Roberta Vinci per il loro straordinario US open, e non solo per queste due giornate indimenticabili che comunque hanno fatto la storia del nostro tennis e nessuno potrà mai cancellarle.

Oggi, e non solo perché il New York Times riportava nella prima pagina sportiva le imprese di Flavia e Roberta – citando anche il vostro cronista per un paio di dichiarazioni….una delle quali era, e sarà per tutto il giorno in risposta ai tantissimi che incontrandomi mi hanno detto Great or Good Day for The Italians, “After 40 years a Good Day we probably deserved!, (dopo 40 anni un gran bel giorno forse ce lo meritavamo”) – abbiamo vissuto questa giornata come se fossimo stati finalisti anche noi. Oltre 100.000 visite al sito, una sequela di radio, decine di inviati e corrispondenti dei nostri giornali, radio e tv di base a New York venuti a vedere Pennetta, Vinci e certo anche Matteo Renzi.

 

Il suo è stato un roundtrip in un solo giorno, insieme a Giovanni Malagò e al presidente della FIT Binaghi, e so che in Italia qualcuno ha criticato il nostro premier…però è vero che ho visto decine di presidenti della Repubblica, primi ministri, reali intervenire a grandi eventi sportivi (non solo Pertini in Spagna 1982 per il mundial di calcio!), e ora alla rinfusa ricordo in passato di aver visto a Parigi il re Juan Carlos e la regina di Spagna al Roland Garros quando Bruguera e Berasategui giocarono la finale del 1994, ho visto Bill Clinton venire a vedere Agassi a Parigi (anche se non era una finale), i reali del Belgio per non so più quale finale fra Clijsters e Henin, reali di Olanda per Krajicek, premier australiani per i loro giocatori….ma onestamente nessuna finale di Slam è stata mai più sorprendente di quella conquistata dalla n.26 e dalla n.43 del mondo.

La finale non è stata tecnicamente granché, direi che è stata quasi più brutta che bella, ma nessuno si aspettava che  fosse di grande livello, al’altezza delle due superbe semifinali giocate dalle nostre ragazze quando hanno battuto una dopo l’altra le prime due tenniste del mondo. E, nel caso di Flavia, dopo aver battuto 2 giorni prima anche la n.4. Le nostre due “bandiere” hanno così dato vita alla finale complessivamente più “anziana” degli Slam dall’epoca di Wimbledon ’77, quando Virginia Wade batté, di fronte a Her Majesty the Queen Elizabeth nell’anno del Centenario dei Championships, l’olandese Betty Stove. Le due finaliste di allora avevano insieme 63 anni e 11 mesi, Flavia e Roberta ne hanno 66 e 19 giorni.  Sapevamo che sarebbe stata una battaglia di nervi. E lo è stata. Quindi non di grandissima qualità. Roberta era stanca per l’impresa del giorno prima, per mille interviste che “sì, mi hanno fatto piacere, ma sono arrivata la sera in albergo che ero morta e oggi il primo set mi sentivo stanca”. Così Flavia, più esperta a questi livelli e in questo teatro, con una semifinale meno stressante, è stata più solida e ha vinto con merito. La favorita era lei.

L’abbraccio finale fra le due ragazze, ex compagne di camera per 3 anni e mezzo e separate alla nascita da appena 65 km, quanto distano perchè Taranto e Brindisi, mentre Flavia preannunciava a Roberta quel che avrebbe detto di lì a poco, cioè del suo ritiro inatteso a chiunque non facesse parte del suo ristretto clan tecnico-familiar-sentimentale, è stato secondo me ancor più bello, più vero, più genuino, spontaneo e per nulla calcolato di quello, ormai rituale, che ha chiuso il 27mo Williams-Show o Sister’s Act che dir si voglia.

Spiego nel video – il modo più veloce per dire quello che penso quando si è sovvraccarichi di cose da scrivere e coordinare – perchè con il trionfo di Flavia su Roberta si raggiunge un obiettivo non facile da raggiungere. Quello, al di là della facile retorica da fotoromanzo, di due ragazze del Sud, di una Puglia oggi più orgogliosa che mai, capaci entrambe di lasciare un’impronta indelebile, un vero marchio su questo US open 2015. Se dico che hanno vinto tutte e due qualcuno sorriderà, ma se ha la pazienza di leggermi capirà meglio pechè lo dico.

1) Flavia Pennetta per via del fatto che è il suo primo Slam, con il colpo di scena finale del ritiro che nessuno si aspettava e che nessuno aveva mai annunciato, roba che ha fatto impazzire quei bambinoni degli americani – Pete Sampras vinse nel 2002 ma il ritiro lo annunciò un anno dopo qui nel 2003, Marion Bartoli lo annunciò un mese dopo aver vinto Wimbledon e non sul centre court mentre riceveva il prestigioso trofeo   – e perchè con il ritorno fra le prime 10 del mondo, addirittura a 33 anni un posto più su del suo best ranking. n.8 del mondo ha sigillato, doppiamente almeno, questo torneo.

2) E Roberta Vinci perchè è il suo nome che verrà sempre ricordato da tutta la stampa specializzata nel prossimo mezzo secolo, quando si ricorderà che Serena Williams ebbe la sventura di venire fermata a sorpresa nella sua corsa verso uno strameritato Calendar Grande Slam a due passi dalla sua conquista, un po’ come successe a Martina Navratilova in Australia nel 1984 quando fu inopinatamente battuta da Helenona Sukova.

La Sukova è stata a lungo top-ten, però tutti la ricordano per quella vittoria su Martina Navratilova, e sono passati 31 anni. Lo stesso accadrà per Roberta Vinci a meno che Serena Williams riesca a realizzare il Grande Slam fra uno o due anni. Ma abbiamo visto quanto sia difficile. E potevamo capirlo già dal fatto che se dal 1988 e da Steffi Graf non c’è più riuscita nessuna giocatrice non deve essere una cosina semplice semplice. Martina Navratilova, che ha vinto anche 6 Slam di fila, avrebbe certamente meritato di trovarsi insieme a Steffi, Margaret Court (1970) e Little Mo Connolly (1953) fra le grandi immortali regine del tennis. E così anche Serena Williams che al di là dei 21 Slam vinti – uno meno di Steffi, ma sono sicuro che la eguaglierà e sorpasserà se non prenderà la stessa drastica decisione di Flavia Pennetta – merita certamente di essere considerata la più forte tennista della prima decade del terzo millennio. Di gran lunga. Anzi, c’è da stupirsi perché nell’arco di 15 anni abbia vinto “soltanto” 21 Slam, considerato il gap che c’è stato fra lei e tutte le altre.

Insomma Roberta è nella storia del tennis forse perfino più di Flavia Pennetta…perché, per insistere nell’esempio, quanti di noi ricordano a memoria tutte le vincitrici dell’Australian Open dal 1984 in poi, o anche dell’US Open in poi.

Flavia Pennetta non verrà certamente mai dimenticata in Italia da chiunque sia appassionato di tennis, o anche soltanto lo segua. Ma fuori d’Italia, e soprattutto negli Stati Uniti e fra gli amanti delle statistiche, Roberta Vinci potrebbe anche venire ricordata di più per aver fatto questo questo terribile, diabolico sgambetto a Serena quando ormai tutti la consideravano già Calendar Grand Slam Winner. L’aver realizzato due volte il Serena’ s Slam non la ripagherà mai a sufficienza e gli anni passano. Ha 34 anni, un fisico massiccio che necessita continui allenamenti. Non so, a questo punto, se ce la farà mai. E proprio quel pensiero la deve aver angosciata al punto da renderla più tesa di una corda di violino contro Roberta e da farle fare tantissimi errori davvero inconsueti (senza nulla togliere a Roberta che meglio di così non poteva giocare “Il match della mia vita, il più bel momento della mia vita”).

Con la sensibilità che contraddistingue le persone di tatto, Roberta ha avuto parole, e soprattutto sinceri sentimenti, di solidarietà per Serena: “Poveretta – le è scappato detto in conferenza stampa – le ho distrutto un sogno, immagino che sia incavolata nera, quando la incontrerò – e Roby si copre gli occhi con le mani come per mimare la necessità di nascondersi – le dirò ciao, è ovvio, ma certo non le dirò nulla di questa partita. Temo che non se la potrà dimenticare facilmente…forse mai”.

Devo dire che non ho fatto il tifo per nessuna, ma sono contento per Flavia che abbia coronato il sogno di vincere uno Slam. Ho sempre avuto grande, grandissima simpatia per lei (anche se non mi ha mai invitato alle sue spaghettate con Di Palermo e soci in Australia!) , e devo dire che diversamente da Francesca che è istintiva ed umorale e quindi potevi trovarla in gran buona giornata come in cattiva, può essere simpatica un giorno e insopportabile un altro – e per questo talvolta ci sono stati anche piccoli scontri od incomprensioni, dovuti in parte anche ad una certa difficoltà espressiva (soprattutto agli albori della sua carriera) – Flavia è sempre stata un modello di simpatia e comportamento. Questione di carattere certo, ma bravissimi anche i genitori, Oronzo e Concita, che l’hanno tirata su così bene. Oronzo lo conosco da una vita, è stato un discreto giocatore, grande lottatore, e anche lui come sua moglie sono sempre stati inappuntabili. Appassionati tifosi della figlia, ma sempre con il dovuto garbo e distacco (anche se papà ha spesso sofferto fino allo spasimo).

Flavia ha vissuti anche momenti difficili, ricorderete la “brutta sorpresa” che le fece il suo precedente fidanzato Carlos Moya (2007), quando loro due convivevano e si parlava quasi apertamente di un possibile matrimonio. Uno choc micidiale, che le fece perdere sonno, chili, serenità, partite, posizioni in classifica. C’era chi la dava per dispersa nelle retro vie del ranking Wta. Nel luglio 2013 pareva quasi sul punto di ritirarsi. “Deciderò a fine anno”. Poi raggiunse la sua prima semifinale dell’US open.

Sono sempre stato pieno d’ammirazione per come è riuscita ad uscire da quel terribile, complesso trauma, reagendo alla grande, al punto anzi da diventare anzi lei la prima tennista italiana a fare l’ingresso fra le top-ten. Stimolando Francesca Schiavone a fare altrettanto e perfino meglio. E Francesca ha poi fatto la stessa cosa con le altre, con Sara, con Roberta.  E poi, di seguito per Flavia eccola diventare la n.1 del mondo in doppio in coppia con Gisela Dulko, 10 tornei vinti prima dell’US open con la perla del Premier Mandatory di Indian Wells, quattro Fed Cup, la semifinale all’US Open 2013 che sembrava dovesse restare per sempre – a 33 anni compiuti – come il suo miglior exploit.

E’ sempre stata sorridente, disponibile, educata, intelligente. Non c’è ragazza nel circuito che la trovi antipatica, scostante.

Io mi ero molto sorpreso nei giorni scorsi quando l’avevo sentita dire un qualcosa che è in contrasto con quanto dicono un po’ tutti i tennisti, e cioè che “Allenarmi mi è sempre piaciuto, non mi è mai costato nulla anche se dovevano essere 4 ore pesanti prima con Gabi (Urpi) poi con Salva (Navarro). Ma competere invece sì, certe volte non avrei proprio voluto scendere in campo.”

Ecco, forse da quelle parole avremmo dovuto capire – con un po’ più d’intuito – quello che stava maturando nella testa di Flavia (che peraltro, se leggete o ascoltate la sua intervista, dice di averlo deciso durante il torneo di Toronto), perché io ho conosciuto centinaia di giocatori che dopo anni di sacrifici non avevano più voglia di allenarsi. E anche di viaggiare. Ma la competizione ce l’avevano nel sangue, e avevano sempre voglia di competere. Flavia invece evidentemente sente la competizioni in modo diverso. Ha deciso di smettere. Il suo annuncio, comunicato a sorpresa perfino a Roberta con la quale prima di questa finale ha vissuto dozzine e dozzine di incontri sul campo da tennis e molti di più fuori dal campo se si pensa che per tre anni e mezzo divisero la stessa camera all’Acqua Acetosa quando erano “convocate” dalla Federazione del presidente Paolo Galgani -15 anni fa avevano vinto il Roland Garros junior – beh ha colto in contropiede tutti noi. Lei lo aveva detto solo ai genitori, alla sorella, all’allenatore e al fisio, a Fabio (che invece ci ha detto di averlo saputo ieri mattina…chissà perché?).

Ci siamo rimasti tutti di sasso, pur ammirandola per il coraggio (ragazzi, sì, ce ne vuole quando sei sulla cresta dell’onda, quando hai appena vinto uno Slam e sei tornata tra le top-ten e ogni anno che giochi anche se tu dovessi perdere sempre potresti portare a casa fra premi, sponsor etcetera 2/3 milioni di euro) e la personalità. Vi dico che quando l’ho scritto in chat a mia moglie lei mi ha risposto: “Grandeee!!! Anch’io farei proprio come lei. Bravissima!”

Però mia moglie a tennis non ha mai giocato, non ha vissuto nello sport come sempre Flavia dacchè aveva 9 anni e incontrava a Brindisi, nel circolo di casa e di suo papà presidente, Roberta.

Molti campioni non sanno smettere nemmeno quando perdono, hanno paura di aprire un’altra pagina della loro vita. Forse Flavia sogna di diventare mamma, di mettere su famiglia. Ha 33 anni e la si deve capire.

Però, però…io ho capito parlando con Matteo Renzi che si è trincerato dietro un toscanissimo “Io non ci voglio mettere il becco” ma ammiccando a Giovanni Malagò…che il CONI e la FIT faranno di tutto per farle cambiare idea.

Intanto, rispetto a quanto detto sul campo, poi si è appurato che Flavia, oggi sesta nella race, terminerà l’anno agonistico sperando di qualificarsi per le finali WTA di Singapore.

Poi c’è il discorso olimpico che preme a CONI e FIT, soprattutto perché dal tennis non è mai arrivata neppure una medaglia.

Fra le prime dieci coppie del mondo, sono più quelle che vedono a fianco tenniste di nazionalità diverse che della stessa.

L’opportunità per vincere una medaglia nel doppio, stante l’attuale fase di stallo fra Errani e Vinci (“Ma io non mi metterei davvero nel mezzo, farei di tutto perché tornassero insieme”) è tale per cui le pressioni perché il suo ritiro venga rinviato saranno enormi. Vedremo se resisterà.

Diciamo che Flavia ha ufficialmente dichiarato “Questo è il mio ultimo US open”. Quindi in teoria, poiché a Rio si giocherà d’agosto e prima dei Giochi, Flavia potrebbe anche esserci. Anche perchè se ci fosse l’Italia potrebbe schierare due coppie certamente competitive. Vinci-Knapp lo sono. E ripeto: togliete fuori tutte le coppie di nazionalità miste e di medaglie potremmo vincerne addirittura due.

Premesso e detto che questo fatto delle medaglie cui il CONI e le federazioni danno tanta importanza – magari per strappare qualche contributo in più che poi viene investito con la nota discrezionalità -a me fa invece un po’ sorridere, io sarò certamente fra quelli che si augurano che Flavia ci ripensi. Se non dovesse esserci più, il suo sorriso, il suo sense of humour, direi la sua bella freschezza tipicamente mediterranea, la grazia che ha sempre avuto anche se accompagnata da una grandissima grinta, dolcezza e sensibilità, mi mancheranno moltissimo.

Per una volta, ma una volta sola prometto, starò dalla parte di Binaghi (e Malagò) nei loro tentativi di farle cambiare idea. A Rio ci andrò anch’io e fare la cronaca di un match da medaglia mi piacerebbe! In fondo anche Roger Federer, che di anni ne ha 34, ha sempre fissato come suo primo obiettivo “l’ arrivare almeno fino a dopo le Olimpiadi di Rio”. Perché no anche Flavia? Se invece non ci darà retta…beh ancora una volta, l’ennesima, grazie davvero di tutto. Flavia ha voluto salutarci nel tuo momento migliore, da grande, grandissima. “Ho avuto tutto quello che volevo, anzi di più…”. Vero. Siamo noi che…non vorremmo accontentarci mai, perché sappiamo che nei giardini italiani di Flavie, ma anche di Roberte, di Sare e di Francesche, non ne nascono mai abbastanza. Tutte e quattro ci avete regalato momenti emozionanti, indimenticabili. E noi, io, appunto, non vi dimenticheremo mai.

 

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Editoriali del Direttore

Sonego, meglio l’uovo che la gallina. Il riscatto di Nadal e la parità di diritti uomo donna

ROMA – Ecco dove Sonego, rispetto a Vienna e al k.o. con Rublev, è migliorato più di Berrettini. Solita gestione FIT per i biglietti. La vendetta di Rafa su Zverev, l’egoismo di Barty, l’handicap pro Gauff

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da Roma, il direttore

Il tassista che mi ha accompagnato alla mia macchina, parcheggiata a un km dal Foro Italico, troppo lontano per non finire inzuppato di pioggia io e fradicio il trolley con il computer e tutto l’armamentario da “elettricista” che ormai ci tocca portar dietro, di tennis sa poco o nulla. Però una cosa gli è chiara: “Aho, ogni volta che ce sta ‘er tennis a Roma piove sempre!”. Vero, però lo dicevano anche per il concorso ippico a Piazza di Siena.

La pioggia ha disturbato parecchio, e non poco, la giornata. Ma forse Lorenzo Sonego l’ha benedetta. Dovrebbe infatti avergli permesso di recuperare la faticaccia di giovedì sera e una notte forse un tantino agitata ripensando al matchpoint annullato con un coraggioso serve&volley a Thiem, alle mille emozioni, al balletto trionfale di fine partita, agli abbracci dei pochi che hanno potuto permettersi di godere dal vivo la sua miglior partita di sempre e comunque di certo bellissima anche agli occhi di chi fosse stato spettatore neutrale.

 

Gioca stamani alle 11 contro Rublev una partita che nella finale di Vienna apparve a senso unico, ben più del punteggio, ma da allora Sonego ha migliorato quasi tutto, a tempo record direi se si pensa che invece per sfondare nel tennis che conta ci ha messo un po’.

Ha fatto progressi nel servizio, che non è quello di Berrettini ma è un signor servizio, nel rovescio, che è più completo e incisivo di quello di Berrettini, sia che lo giochi slice sia che tenti il lungolinea (colpo fondamentale contro tutti quei tennisti alla Rublev che fanno il giro attorno alla palla per colpire tre quarti degli affondo con il dritto; magari lo avesse altrettanto sicuro “Berretto”), gioca con grande disinvoltura e timing la palla corta, di dritto come di rovescio. Inoltre, al di là della consueta garra, perché proprio non molla mai – ricorderete, prima di questo fantastico match con Thiem quello del tiebreak infinito al Roland Garros con Fritz, quello con Djere in Sardegna… – il “Polp” che tutto rincorre e acchiappa è diventato hombre muy solido. Anche in questo caso, e Matteo che peraltro ha altre qualità, ben altro dritto e potenza, magari quelle gambe e quelle capacità difensive avesse Matteo.

Poi, anche la buona sorte conta. A volte certi tornei girano bene – e a lui è capitato a Vienna di trovarsi di fronte il fratello scarso di Djokovic (però anche solo quel nome magari avrebbe intimorito un hombre meno solido) – e fin qui Roma gli è girata parecchio bene. Sì perché fra tutte le teste di serie l’unica a non avere vinto due partite in un anno era Gael Monfils. Poi l’amico Mager gli aveva fatto il favore di togliergli di mezzo de Minaur e insomma… anche se si dice sempre con gli amici non è mai facile dare il meglio di sé, il discorso valeva anche per Mager. Ecco poi la grande impresa, davvero fantastica, con Thiem, però si sa come va il tennis: su quel matchpoint Thiem avrebbe potuto anche indovinare una di quelle tante splendide risposte che gli sono riuscite nella partita.

Dopo di che c’era il timore che un ben più riposato Rublev potesse avvantaggiarsi ieri della stanchezza psicofisica, quasi inevitabile, di Lorenzo chiamato a una difficilissima prova del nove contro un altro top-10. Con i soliti scettici alla finestra, pronti a dire “beh, se uno batte il n.4 del mondo deve battere anche il n.7… sennò non è uno vero!”. Sonego sa bene che il match di stamani non sarà una passeggiata. Ma lo sa anche Rublev, credetemi. Sul Grande Stand ci sarà anche il pubblico… e non mancherà di farsi sentire in quel brutto palcoscenico che rimbomba e che ad ogni batter di piedi collettivo pare di trovarsi in mezzo a una battaglia fra soldati armati di mitragliatrici.

Certo chi vincerà il match di quarti di finale dovrà in serata battersi anche contro il vincente di Tsitsipas-Djokovic (il greco è avanti 6-4 2-1 e break, e io nel video che vi invito ancora una volta ad aprire ho definito Djokovic quale Mosè salvato dalle acque), ma questo a mio parere era uno di quei casi in cui era meglio scegliere l’uovo oggi (Rublev sabato mattina) che la gallina domani (Tsitsi o Djoker stasera).

Quindicesimo quartofinalista agli Internazionali d’Italia, Lorenzo sarebbe il primo semifinalista dai tempi di Volandri 2007. In semifinale si fermarono una volta Oscar de Minerbi nel 1931, Giorgio De Stefani e Giovannino Palmieri nel 1932 (unica edizione con due italiani in semifinale), ancora Palmieri nel 1933, Sertorio nel 1934, Gardini nel 1953, Pietrangeli nel 1959, 1965 e 1967, Merlo nel 1960 e, nell’Era Open, Bertolucci nel ’73 e, appunto, Volandri ne 2007. I finalisti azzurri sono stati in tutto dieci, in altre annate, e vorrei tanto ricordarli domani perché vorrebbe dire che alla finale c’è approdato anche Sonego, mentre i vincitori meritano di essere ricordati comunque e sono stati appena cinque: Sertorio (1933), Palmieri (1934), Gardini (1955), Pietrangeli (1958 e 1961) e Panatta (1976).

Intanto Rafa Nadal, nove volte campione al Foro, ha già messo piede per l’ennesima volta in semifinale al torneo, dopo il grande spavento preso con Shapovalov per i due matchpoint annullati e fin da molto prima, quando si era trovato sotto e quasi disarmato sul 6-3 3-0 per il canadesino cui manca solo la continuità per diventare un grande, Alla sua età ci sta. I colpi li ha tutti. Solo a rete deve decisamente fare ancora parecchi progressi. Giocare i doppi gli farà bene. Rafa si è vendicato di Madrid e di Zverev. Vero che ha dovuto annullare nove pallebreak, ma Zverev in risposta, soprattutto sul servizio esterno in kick di Rafa, ha decisamente avuto una giornata no. Di solito le sue giornate no coincidevano con quelle negative al servizio, la seconda palla ballerina. Stavolta è stata la risposta e di rovescio, per solito il colpo più solido. Capita.

Nadal era muy satisfecho, come ha detto ai colleghi spagnoli, della sua brillante prestazione. Certo Zverev, dandogli l’abbrivio psicologico nei primi quattro game disastrosi, gli ha dato bella mano. E forse il momento in cui Rafa si è spaventato di più stato quando è caduto rovinosamente su una riga, sul 5-3 30-15 . Oh ma queste cose accadono solo al Foro Italico! Sono anni che sento dire che questi campi sono pessimi da parte di tutti i giocatori, Djokovic in testa, Fognini in coda anche l’altro giorno; possibile mai che non si riesca a prepararli in condizioni decenti? Che ci vorrà mai? Mistero, come mistero è quello dei biglietti, anno dopo anno, sembra che ci sia chi si diverta a far incavolare… i clienti, gli spettatori. Leggete l’articolo di Federico Bertelli (ma non perdetevi anche i commenti dei lettori e alcune repliche di Vanni Gibertini). E se sentiste la mancanza di qualche link in più, quelli di due anni fa che portarono, insieme alla mia denuncia, anche al ritiro “fascista” del mio accredito.

Un Rafa soddisfatto dovrebbe rivelarsi ostacolo insormontabile per la sorpresa gigante, davvero gigante, di questo torneo, Reilly Opelka, 2 metri e 11 e due sole vittorie in carriera sui campi rossi prima di Roma, ma quattro vittorie qui senza perdere un solo set (Kecmanovic, Musetti, Karatsev, Delbonis). Otto set a zero e, attenzione, solo due tiebreak. Con Delbonis vinto 7-2 dopo essere andato sul 5-0.

Però, dopo aver detto che Rafa è favorito e ci mancherebbe anche se di Davide che ha sconfitto Golia se ne parla ancora non a caso, ho ricordato però nel video – e dai guardatelo ogni tanto! – il match che vidi al Roland Garros 2011: Isner quel giorno era avanti 2 set a 1 con Rafa e perse soltanto 6-4 al quinto. Insomma, i giganti che servono come Opelka, se azzeccano una giornata in cui mettono l’80% di prime… è meglio evitarli anche se ci si chiama Rafa Nadal. Opelka è pure più alto di Isner e… guardate che da fondocampo se la palla gli arriva a tiro, non è per nulla malvagio. Vabbè, mi sbilancio, 6-4 6-4 per Rafa se è il Rafa di ieri. Ma se fosse quello di Sinner e Shapovalov per un set e mezzo allora sarei più prudente. Di Djokovic e Tsitsipas leggerete (forse) domani. Dipende da Sonego… Ubi maior, giornalisticamente parlando (e quell’Ubi non sono io).

Ladies last. Why always first? Non si è per la parità dei diritti? Una parità che un articolo di Repubblica ieri, sulla scia di un esposto del Codacons che mi lascia perplesso, ha invocato anche per il Prize Money. Ma in questo caso, sarò forse bieco maschilista ma secondo me – udite udite!- ha la ragione la FIT. Se le donne tenniste in Italia fanno meno audience – ne facevano meno perfino quando avevamo delle campionesse – e meno biglietti venduti, la FIT ha il diritto di proporre un montepremi inferiore. Così come la WTA di sdegnarsi e rifiutarlo. Che poi questo non accada più negli Slam e soprattutto nei tornei americani, non significa granché. Billie Jean King e Martina Navratilova hanno combattuto e vinto grandi battaglie per “l’equal prize money”. Ma insomma chi tira fuori i soldi ha forse anche il diritto di scegliere come darli e a chi darli. Magari solleverò un vespaio con questa mia presa di posizione. Consapevole, corro il rischio.

Barty che si ritira per un doloretto al braccio quando ha vinto primo set ed è avanti 2-1 avendo chiuso a 15 il game sorprende un po’ tutti, per prima la fortunatissima Coco Gauff che proprio non se l’aspettava e cade dalle nuvole. Barty come sempre è candidamente spontanea nel dichiarare come è arrivata alla sua decisione: “Ho seguito quel che mi diceva il mio corpo, fra poco più di due settimane c’è il Roland Garros, non volevo correre rischi”. Vero che lei ha vinto il suo primo e unico Slam a Parigi nel 2019 e normale che ci tenga a far bene al Roland Garros, ma insomma proprio per aver garantito che l’infortunio non è tale da mettere in discussione la propria partecipazione allo Slam parigino, con il torneo di Roma non si è comportata in modo impeccabile. Non è certo un problema di soldi e di montepremi, non è il tipo, però ha dato quasi l’impressione che per lei Roma fosse quasi un torneo davvero minore.

Peccato perché il suo tennis facile è davvero piacevole da vedere, diverso da come giocano quasi tutte. Qui AGF, nostro vate e massimo esperto di tennis femminile, sicuramente me ne vorrebbe dire di tutti i colori. Per il torneo, alla fin fine, la presenza della giovanissima Gauff in semifinale non è disdicevole, anzi. Avrà il vantaggio di giocare più fresca oggi con chi vincerà stamani fra una ex campionessa del Foro Italico, Elina Svitolina (2 volte) e la campionessa dell’ultimo Roland Garros, Iga Swiatek. Considerata la giovane età e la inevitabile inesperienza di Coco è forse giustizia divina quella che le dà quel vantaggio. Di certo lei stamani tiferà perché Svitolina e Swiatek giochino una maratona di 3 set.

Una maratona tipo quella che, annullando tre matchpoint a Ostapenko, ha vinto un’altra ex campionessa del Foro Italico, quella Karolina Pliskova, n.9 WTA, che era l’unica testa di serie a presidiare le metà bassa del tabellone dove quale altra semifinalista c’è – in barba alle più attese e titolate Osaka 2, Brady 13, Bencic 10 e Serena Williams 8 – troviamo la longilinea croata Petra Martic, 25, che ha ridimensionato Pegula, giustiziera della Osaka, una campionessa di quattro Slam che proprio sulla terra rossa resta un pesce fuor d’acqua. E sì che di acqua in questi giorni su Roma ne è caduta tanta.

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Editoriali del Direttore

Sonego e Nadal non muoiono mai. Se l’azzurro batte anche Rublev non mi stupisco più

ROMA – Per come ha sconfitto un grande Thiem n.4 può farcela anche con il russo n.7. Ma avrà recuperato? Stesso interrogativo si pone per Rafa Nadal di fronte a Zverev

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Lorenzo Sonego - ATP Roma 2021 (ph. Giampiero Sposito)

Qualcuno ha titolato un magazine speciale sugli Internazionali d’Italia “Il Futuro è Jannik” con Sinner nella foto di copertina. Spero tanto che queo qualcuno abbia ragione, che l’abbia proprio azzeccato quel titolo, e del resto lo pensano in tanti, ma intanto il presente al Foro Italico è Lorenzo Sonego! Nemmeno Matteo Berrettini che ha giocato alla pari solo un set contro Tsitsipas, il primo, finendo per essere dominato nel secondo.

Il match che Lori ha vinto ieri sera contro Thiem, n.4 del mondo, campione in carica dell’US Open, due volte finalista e due volte semifinalista al Roland Garros, è stato stupendo, magnifico, così bello e intenso da apparirmi quasi incredibile. L’ho seguito soffrendo fino al match point annullato a un Thiem che ha lottato alla grande come se fosse la finale di uno Slam, seduto a pochi metri dall’arbitro, in mezzo ai Sonego-friends gioendo fino all’ultimo punto trasformato, quello del trionfo e del balletto spontaneo di Lorenzo e dei suoi amici più cari, fidanzata, coach e padre putativo Gipo Arbino e compagna, Umberto Rianna, Filippo Volandri, il manager Corrado Tschabuschnig e compagna, Diego Nepi Molineris, un paio di dirigenti di Reale Mutua sponsor di Lorenzo… nonché del video che vi invito a cliccare.

Ammetto che, assai poco professionale, mi sono trovato a ballettare in mezzo a loro perfino io subito dopo il match point trasformato da Lorenzo grazie a un gran servizio. Ma non parteciperò al prossimo “Ballando tra le stelle“, tranquilli.

 

Mi avevano caricato di adrenalina i primi due set finalmente vissuti in mezzo alla gente, in un catino ribollente d’entusiasmo come quello del Grand Stand, ben più piccolo e rimbombante del Centrale, e alla presenza di un pubblico molto più giovane di quello che era solito frequentare il Foro Italico. Un bel segnale per il tennis, il ringiovanimento della sua audience. 

L’ho sentita io quella carica, figurarsi Sonego e Thiem. Nei primi due set insieme agli spettatori finalmente ritrovati un’atmosfera davvero bella e trascinante. Mi è sembrato di rivivere, non ho quasi avvertito la terribile umidità che aveva costretto ad arrendersi quasi tutti i colleghi. Un’atmosfera carica è in qualche modo sopravvissuta anche per il terzo set, sebbene fossimo rimasti in pochissimi, sebbene Thiem avesse solo il papà ad incoraggiarlo e Lorenzo invece una ventina di persone quando, a conclusione del secondo set e intorno alle 21,30, Diego Nepi Molineris si è trovato nella scomoda posizione di dover allontanare il pubblico per via del coprifuoco e dell’obbligatorio rientro a casa entro le 22. 

Si è generosamente beccato qualche fischio, qualche buuh ma neppure troppi perché ha saputo gestire bene la situazione, ricordando che essere tornati in deroga governativa a vedere due ore di gran tennis non era stata una conquista da poco. Di come mi sono goduto quella terza ora più intima, più fredda eppure più calda, lo scrivo più in basso.

RAFA – Non sarebbe giusto ignorare, nel nome di Sonego, la battaglia Nadal-Shapovalov. Anche nel pomeriggio avevo visto una bella ed emozionante partita, con Nadal che sotto 6-3 e 3-0 con la palla del 4-0 per Shapovalov – Sciupavolov? – ha vinto la sua sedicesima battaglia in carriera annullando almeno un match point.

Due stavolta, come due erano stati quelli che gli ho ricordato aveva cancellato a Roger Federer qui al Foro nella finale del 2006 (di quella partita mio figlio conserva gelosamente la maglietta gialla ancora imbrattata di terra rossa che Rafa gli donò dopo essere rotolato appena conquistato l’ultimo punto di quel 7-6 al quinto) e che lui ha detto essere quelli che gli sono rimasti più in mente: “Non li ricordo tutti e 16 i match vinti con il match point contro, in questo momento, ma non mi pare di averne mai annullati nella finale d’uno Slam. Quindi quelli della finale di Roma sono probabilmente i più significativi. Oggi contano meno perchè era una partita di terzo turno” ha spiegato lo spagnolo che anche quando non gioca bene non si arrende mai, non muore mai.

Bravo Rafa, un po’ pollo Shapovalov che però ha un tennis super divertente e spettacolare seppur …natalizio. Fa davvero troppi regali.

E Rafa? Non è più il vero Rafa, secondo me, anche se trova ancora il modo di vincere. Lo ha fatto, annullando match point anche lì, a Barcellona con Tsitsipas, si è ripetuto qui, ma soffre troppo, subisce troppo, ha meno spunto di velocità, finisce troppo facilmente sospinto indietro, verso i teloni di fondocampo e così lascia scoperti troppi angoli. Per un set e mezzo Shapovalov lo ha infilato come un tordo, di qua e di là. Poi però ha commesso troppi errori nei frangenti decisivi.

Smettetela di chiedermi ogni santo giorno se sto progredendo rispetto al giorno prima! ha sbuffato Rafa – Per carità ci penso anch’io… capisco perché lo fate, volete capire anche voi come me se sarò pronto al massimo delle mie possibilità per il Roland Garros che è certamente il mio primo obiettivo. però di rispondere a questa continua misura dei miei progressi, giorno dopo giorno, non se ne può più”.

Rafael Nadal – Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Allora, prima di tornare a scrivere del mio eroe Lorenzo Sonego la taglio corta: mai come quest’anno mi pare che Rafa rischi di perdere lo scettro del Roland Garros, dopo 13 trionfi. Anche se magari oggi dovesse vendicare la sconfitta patita con Zverev a Madrid questo Nadal mi convince meno di sempre. Spesso è in affanno, è nervoso, sbaglia colpi che di solito non sbaglia mai, gioca spesso corto. Compensa tutto con quell’indomita grinta da guerriero che gli consente di inseguire e recuperare palle irrecuperabili per chiunque altro, non molla mai neppure nelle situazioni apparentemente più disperate, ma i i suoi sono diventati quasi tutti match in salita. E non è possibile che tutti quelli che lo battono o lo mettono in difficoltà, Rublev, Tsitsipas, Zverev, Shapovalov giochino per l’appunto il match della vita contro lui. È lui che dà loro una mano a far bella figura, esattamente l’opposto di quello che ha fatto per anni. 

Per affrontare Zverev certamente Madrid è per me il peggior torneo sulla terra battuta, è certo meglio per me giocarci a Roma, Montecarlo, Barcellona e Parigi”.

Non mi sento di escludere che da qui al 30 di maggio le cose cambino, che magari la distanza dei tre set su cinque lo favorisca come è sempre stato in passato, ma a 35 anni – quanti ne compierà il 3 giugno – è più probabile che i tempi di recupero fra una maratona e l’altra si allunghino. Già oggi con Zverev vedremo se Rafa si sarà ripreso dalla faticaccia di ieri. A Parigi, secondo me, molto dipenderà dal sorteggio, dal tabellone.

TORNANDO A SONEGO – Ma ora, voglio esprimere tutta la mia ammirazione per Lorenzo Sonego che al di là del match straordinario che ha saputo giocare per oltre tre ore contro un osso duro, durissimo come Thiem, ha fatto vedere tali e tanti progressi tecnici da lasciarmi esterrefatto. Servizio, rovescio, a due mani come tagliato a una mano, la smorzata di dritto come di rovescio, la volée alta di rovescio che diventa quasi uno smash, il pallonetto liftato. Solo a rete non mi ha sempre convinto. Ha sbagliato qualche voleée davvero facile.

Credo che molti colleghi si sentiranno forse un po’ in colpa per avergli dato meno spazio e credito di quello che Lorenzo meritava. Per quanto mi riguarda c’è un articolo che ho scritto in cui mi ero invece piuttosto sbilanciato sulle sue possibilità. Lo avevo messo quasi sullo stesso piano del suo gemello diverso Berrettini, perché molto più agile e rapido in difesa. Matteo o comanda o va sotto. Lorenzo no. Il suo dritto però fa meno male di quello di Matteo.

Forse ero stato allora influenzato dal suo coach e Pigmalione Gipo Arbino, una persona che stimo molto e che mi aveva magnificato i suoi progressi tecnici, dal servizio al rovescio, al tocco di palla, alla facilità nell’inventare gioco e schemi, la smorzata, il rovescio tagliato. Si è scritto nella settimana di Madrid di un Berrettini trascurato colpevolmente dai media, invaghitisi della nouvella vague costituita dai Sinner, dai Musetti… ma che dire allora di Sonego? Quanti lo hanno considerato capace di giocare ad armi pari con un tipo come Thiem sulla terra rossa, con il n.4 del mondo?

Beh, in tutta onestà fino a questo livello neppure il sottoscritto si era fatto grandi illusioni. Pensavo che perdesse, in tutta sincerità, oppure che vincesse contro un Thiem non in grande forma. E invece ha battuto un ottimo Thiem, voglio assicurarlo a chi non abbia visto il match in TV. E vi dirò che vederlo dal vero è un’altra cosa. Perché il ritmo e la profondità di quegli scambi era pazzesco. Non so come facessero, davvero. Soprattutto non so come facesse Lorenzo. Applausi, applausi e standing ovation.

Lori non è solo cuore. Quello sul campo da tennis lo ha sempre dimostrato fin da quando lo chiamavano “Polpo” per i recuperi che riusciva a fare su palle impossibili grazie alle sue lunghe leve e a una mobilità fuori dal comune per un ragazzo così alto (1.91). È diventato ormai ricorrente e – lasciatemi dire –  piuttosto banale accennare sempre al suo tifo per il Torino, al suo cuore granata. Vero è, peraltro, che si batte con un’ostinazione pazzesca anche quando le cose volgono al peggio, tipo ieri nel terzo set quando da 2-0 avanti si è ritrovato indietro 4-2 e 5-3 e ad annullare un match point seguendo il servizio a chiudendo una gran volée, mente Gipo insisteva a gridargli “Non si molla, Lori, non si molla

Un monento terribile è stato quando con Lorenzo avanti 5-3 nel tie-break: Thiem ha sparato due rovesci lungolinea formidabili, ai confini dell’incoscienza… beh quei due vincenti pazzeschi avrebbero tramortito un toro vero, con la t minuscola, altro che cuore o non cuore granata. “È la miglior partita che gli ho mai visto giocare!” mi ha confessato, con gli occhi ancora arrossati per l’emozione e la commozione, Gipo mentre uscivamo dal campo dove si era celebrata l’apoteosi con tanto di balletto. Se lo dice Gipo che lo conosce meglio di chiunque, potete crederci. Io posso solo dire, dopo aver visto migliaia di partite, che questa è stata una di quelle che non scorderò.

E ADESSO I QUARTI – Lorenzo sarà in grado di ripetersi contro Rublev? Non lo so perché non posso sapere quanto Lorenzo abbia speso fisicamente e mentalmente. Intanto è arrivato a un tiro di fionda da Fabio Fognini che è n.28 ATP con 1958 punti. Sei punti più indietro, a n.29 virtuale con 1952 punti c’è Lorenzo. Dovesse vincere con Rublev, che ha disposto abbastanza agevolmente di Bautista Agut con un doppio 6-4, due break conquistati per set e uno ceduto, ovviamente sarebbe sorpasso nei confronti di Fabio

Fra lui e il russo, senza contare un precedente antico (2016 a Cortina, Rublev vinse 6-3 7-5) c’è l’unico confronto diretto che conta, la finale di Vienna 2020. Sonego aveva battuto un Djokovic che non valeva, per determinazione e voglia di vincere, la metà di Thiem ieri sera. In finale perse contro Rublev più nettamente del punteggio, 6-4 6-4. Ma sulla terra rossa, con le varianti che Lorenzo può mettere in campo, la smorzata, gli attacchi improvvisi, l’aggressione sulla seconda palla non irresistibile del russo, se non è stanco Lorenzo potrà giocarsela. Ecco, già dire che affrontando uno dei tennisti più “caldi” del 2020-2021 e n.7 del mondo, Lorenzo può giocarsela alla pari, dice tutto.

In breve accenno alla notevole curiosità che mi destano tutti i quarti di finale maschili odierni: Djokovic-Tsitsipas sarà presto una finale in qualche Slam, Zverev-Nadal potrebbe esserlo anche a Parigi, di Rublev-Sonego ho detto. Non c’è dubbio che il “quarto” più sorprendente e inatteso è quello fra Delbonis, l’argentino dal servizio sincopato, brutto quanto efficace e sulla terra capace di battere anche grandi giocatori (ricordo Federer fra le sue vittime in quel di Amburgo) e il gigante di 2 metri e 11 cm Opelka.

Questi è una vera sorpresa sulla terra rossa. In tutta la sua vita, mi ha segnalato Claudio Giuliani che si occupa brillantemente della nostra newsletter – e se non vi ci iscrivete mi date un dispiacere, siamo a quota 4.700… ci leggete in oltre 100.000 al giorno, se non si arriva velocemente  a 10.000 iscritti mi deludete! – Opelka aveva vinto due sole partite sulla terra rossa. Qui a Roma ne ha già vinte tre. 

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Chissà, forse Reilly Opelka, si sta ribellando alla scoraggiante situazione del tennis statunitense: per la prima volta nella storia dal XX secolo in poi, non c’è neppure un tennista americano fra i primi 30 del mondo! Mentre i francesi si sono lamentati qui perchè per la prima volta da non ricordo più quando nessun francese è approdato al secondo turno di un Mille.

Scusate se dopo tutte le emozioni della giornata, stanco quasi come Sonego, accenno solo brevemente alla situazione del torneo femminile: una sola testa di serie superstite nella metà bassa, Pliskova che affronta Ostapenko, e l’altro quarto è Martic-Pegula. In alto invece due duelli molto più  interessanti: Barty-Gauff, Swiatek-Svitolina. Ma sono le 4 del mattino e mi scuserete se ora vado a letto. Oggi Sonego, Nadal e io abbiamo una giornata pesante.  

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Editoriali del Direttore

Una vittoria di Sinner su Nadal sarebbe un miracolo?

ROMA – Intanto ci hanno viziato: 6 azzurri su 8 al secondo turno. Ma senza il corridoio giusto. Musetti già KO. Due li aspettiamo in ottavi: Berrettini e chi vince fra Sonego e Mager. Ma poi?

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Jannik Sinner - ATP Barcellona 2021 (via Twitter, @nextgenfinals)

da Roma, il direttore

Questi ragazzi ci stanno viziando. Non siamo ancora arrivati a come ci viziarono a suo tempo le ragazze, ma siamo sulla buona strada. E poi, a dir il vero, le ragazze ci viziarono più fuori casa, a Parigi e New York soprattutto, piuttosto che a Roma. Al Foro Italico siamo partiti con otto tennisti in tabellone e già era un bel partire. Dopo di che ben sei su otto li ritroviamo al secondo turno e siamo già sicuri che almeno un italiano, Sonego oppure Mager, lo ritroveremo in ottavi di finale. Come si fa a lamentarci dopo 40 anni di vacche magre, molto magre?

Tornare su tutti i tornei di quest’anno in cui abbiamo avuto uno dei nostri in finale avrebbe solo carattere riepilogativo. È stato già scritto in tutte le salse. E francamente che questa volta si centri un’altra finale appare più improbabile di sempre. Perché? Beh perché quando in un torneo sulla terra battuta sono presenti Nadal, Djokovic e Thiem, più che a un posto in finale… ci si accontenterebbe anche di un posto in semifinale!

 

Un traguardo che dopo Filippo Volandri, se non sbaglio, non ha più centrato nessuno. E Volandri, senza volergli togliere alcun merito, approfittò di alcune circostanze piuttosto favorevoli, perché batté Gasquet, Federer e Berdych che onestamente non mi parvero nei loro panni migliori. Federer in particolare era chiaramente fuori forma. Lo stesso Filippo – va detto – quando qualcuno gli ha chiesto se il suo exploit con la leggenda Federer sia stato il più grande di sempre, ha ammesso con ammirevole onestà intellettuale che le sue partite migliori erano state altre, ma che “certo battere Federer a Roma è il risultato che resta più impresso nel ricordo e nella testa di tutti”.

Anche i vari Nadal, Djokovic, Thiem in qualche passo falso sono inciampati di recente. In particolar i primi due hanno dato la sensazione di essere un pochino meno motivati e preparati del solito. Il che… con l’età ben si spiega! Comunque alla vigilia del torneo speravo che i migliori dei nostri potessero evitare Nadal, Djokovic e Thiem per infilare magari un bel corridoio fino alle semifinali, anche se non è che oggi Tsitsipas e Zverev siano clienti molto più raccomandabili.

Ma disgrazia volle che lì dove i top-seeds sono la n.3 Medvedev e la n.8 Schwartzman – quindi il corridoio più “permeabile” –  per l’appunto non ci sia nessun italiano superstite. C’era Lorenzo Musetti e io temevo che l’impatto con un gigante di due metri e 11 che tira noci di cocco da un’altezza di 4 – se ci aggiungete il braccio, la racchetta si fa presto ad arrivarci – potesse essere letale. E ciò a prescindere dai metri che Lorenzo si concede normalmente per rispondere al servizio. Avesse potuto farlo contro Opelka si sarebbe sistemato nella prima fila della tribuna. Rischiando così di esporsi alle traiettorie esterne che se non le anticipi non c’è verso di acchiapparle.

23 ace, 30 punti su 35 vinti per il gigante (che avrebbe preferito giocare in NBA) quando ha messo la prima; 10 punti su 18 quando ha messo la seconda. Il computo totale significa aver ceduto la miseria di 13 punti in tutto in 10 game di battuta. Nemmeno un quindici e mezzo di media! Palle break per Lorenzo? Naturalmente zero.

Opelka non aveva più vinto una partita, salvo quella del primo turno con Kecmanovic, da un secolo, però quando è in giornata – ne sa qualcosa anche Fognini – è dura arginarlo, soprattutto quando non si ha tanta esperienza e fino a un anno fa si giocava contro juniores che se riuscivano a battere a 180 km orari facevano salti di gioia. Insomma, in quel quarto che ospita dall’alto in basso Schwartzman vs Aliassime e poi Delbonis vs Goffin, con Opelka che attende a piè fermo il vincitore dell’atteso derby russo di stasera Medvedev-Karatsev, di italiani – uscito di scena Musetti – non ce ne sono più. Non che fosse una porta spalancata eh, ma insomma sono certo che Berrettini, Sinner e Sonego se avessero potuto scegliere avrebbero preferito trovarsi lì.

Tuttavia già il fatto che si possa parlare ancora di loro tre è superpositivo. Avevo detto di temere Basilashvili per “Berretto”, poco fresco reduce dall’esaltante torneo di Madrid, dall’altitudine, dai campi velocissimi dove un gran servizio seguito da un gran dritto potevano bastare. Il primo set sembrava avermi dato ragione. Per fortuna, e per la bravura di Matteo che ha avuto l’intelligenza di non spazientirsi, ci sono stati anche secondo e terzo set, anche se sul 3 pari Matteo mi ha fatto tremare con quelle tre palle break salvate che, altrimenti, avrebbero potuto compromettere ogni cosa.

Decisamente una delle qualità migliori di Matteo, al di là del servizio e del dritto, sta nel carattere. Nella capacità di concentrarsi con grande continuità e di affrontare con coraggio le situazioni più complesse: ha avuto 5 palle break in tutto e al georgiano che aveva vinto il BMW Open di Monaco ha strappato il servizio quattr volte. Se non è grande capacità di capitalizzare questa, qual è? Basilashvili di palle break ne ha avute di più nel match: sette. Ma ne ha sapute trasformare soltanto due. In conclusione e per sintetizzare: ci sono stati 12 punti – fra i 176 giocati in totale – che hanno avuto particolare importanza. Matteo ne ha vinti 9 e Nikolos 3. La differenza tra chi vince e chi perde sta lì.

Quindi alla fine del match nel quale in fondo Matteo ha vinto appena due punti in più rispetto al suo avversario (89 vs 87) nonostante il 62 con cui ha vinto il secondo set, sui punti importanti Matteo ne ha vinti il triplo del suo avversario. Chapeau! Oggi Matteo ha Millman che ha sorpreso Lajovic e gli addetti ai lavori. “Non ci ho mai giocato, neppure in allenamento, lo conosco proprio poco” ha detto “Berretto”.

Anche coloro che, come lui, lo conoscono poco, forse ricorderanno però come l’”uomo del mulino” australiano Millman battè il testimonial del Mulino Bianco Roger Federer in una giornata così calda, umida e afosa dell’US Open 2018 che perfino a Roger si inumidì la maglietta, prima di costringerlo a sventolare bandiera bianca. Così, dopo aver anche fatto da sparring partner a Federer quando lo svizzero lo aveva ospitato in Svizzera – vatti a fidare delle persone cui si fa del bene! “Quella della riconoscenza è un’erba che non cresce spesso!” era uso ripetere Maestro Rino Tommasi – l’australiano di Brisbane centrò i suoi primi (e ultimi) quarti di finale di uno Slam. Poi perse contro Djokovic che, se non ricordo male, rischiò lui pure lo svenimento per il caldo insopportabile, disumano.

Ma il clima, dopo la pioggia torrenziale di ieri, a Roma oggi non sarà davvero torrido. Matteo è favorito. Lo scampato pericolo con Basilashvili lo avrà rincuorato quasi quanto il gran torneo di Madrid e la sua prima finale Masters 1000. Semmai dopo diventerà ancora più dura, sia che vinca Tsitsipas (più probabilmente) oppure Cilic, per ritrovarsi nella migliore delle ipotesi Djokovic nei quarti. Salute!

D’altra parte prima o poi Matteo doveva pagare un po’ il conto per qualche tabellone invece abbastanza fortunato. Non gli voglio togliere nulla, ma allo US Open 2019 arrivò in semifinale senza aver battuto nessun “top-top-top” player. Rublev fu il più forte, ma non era ancora quello dell’anno dopo quando si è preso la rivincita su Matteo ancora all’US open, in ottavi. E anche a Madrid, per carità, Matteo ha battuto ottimi giocatori contro i quali aveva anche perso, Garin e Ruud, ma dall’altra parte Zverev aveva dovuto battere Nadal e Thiem. Non proprio la stessa cosa.

Sorry se mi sono dilungato. Nel video sono più breve, se non li guardate peggio per voi. Sarò più sintetico nel celebrare la vittoria di Sonego nel giorno del suo ventiseiesimo compleanno sul redivivo Gael Monfils. Come regalo di compleanno… mi permetto di essere critico nei suoi confronti, come lo si può essere nei confronti di un ragazzo cui si vuole bene.

Ha vinto il primo set, è avanti di un break anche nel secondo: 4-3 e servizio. Ma lo perde. È un vecchio e brutto vizio quello di non chiudere un match quando stando più attenti si deve “ucciderlo”. Se non lo si fa la partita si incarognisce, l’avversario si “arrapa”, usa la sua esperienza e ti strappa nuovamente il servizio sul 6-5. C’era il vento, la partita era slegata, complessivamente bruttina. Ma stessa storia nel terzo set: Sonego parte bene, subito break, però sul 3-2 perde il servizio addirittura a zero. Ma si può? Così gli arrivano anche i crampi, forse di nervosismo. Alla fine vince, 6-4, dopo aver tolto nuovamente il servizio a Monfils sul 4 pari al termine di un game interminabile e alla terza palla break utile. Ma che fatica!

Così oggi contro Mager, che ha goduto di un giorno di riposo in più dopo aver battuto lunedì de Minaur, Lorenzo sarà inevitabilmente più stanco di quello che avrebbe dovuto essere se avesse chiuso più facilmente, già nel secondo set ma anche nel terzo, una pratica che chiedeva soltanto di essere chiusa. Buon per Mager, naturalmente. Chi vince andrà a sbattere contro il vincente fra Thiem (più probabile) e Fucsovics. La vedo dura oggi per Travaglia se Shapovalov va di fretta come ieri.

Dulcis in fundo Sinner vs Nadal: qui si parrà la tua nobilitate caro Jannik, avrebbe detto il mio concittadino di Firenze appena un po’ più noto del sottoscritto, l’Alighieri. Quel che Jannik seppe fare nel Roland Garros poi dominato senza perdere un set in tutto il torneo da Rafa è rimasto negli occhi di tutti. Servì per il set, il primo, non servì abbastanza bene. Gli è già successo, prima e dopo quella volta.

Oggi Jannik non può permettersi di non servire più che bene. Può forse confidare in un Nadal meno sicuro di sé, perché le lezioni patite a Montecarlo con Rublev come a Madrid con Zverev non possono non aver lasciato il segno nella fiducia del maiorchino. Ma solo se Jannik sarà in grado di cominciare alla grande per incrinare ancor più quella fiducia inevitabilmente traballante potrà competere con qualche speranza di successo. Vedremo.

Rispondo qui, dopo avervi… costretto a leggere tutta questa pappardella, all’interrogativo del titolo. Sì, per me una vittoria di Sinner sarebbe un miracolo. Onestamente non mi è parso ancora pronto. Forse si è sollevato sul suo conto un eccesso di entusiasmo e di aspettative. Solo se Nadal gli desse una gran mano allora Jannik, che ha il solo vantaggio di non avere questa volta assolutamente nulla da perdere, potrebbe spuntarla. Ma, ripeto, per me sarebbe un miracolo.

E le tre ragazze? Tutte k.o. al primo turno, tutte con rimpianti enormi. Di Giorgi e del suo 4 a 0 al terzo già avete letto ieri. Cocciaretto non dimenticherà i tre set point mancati nel tie-break del primo set. Martina Trevisan non potrà ricordare tutte le occasioni perché sono state troppe. È dura, durissima perdere un match che si conduce 6-0 4-1, poi 5-3 nel secondo, quindi anche 4-2 e 5-3 nel terzo. Un dolore tafazziano infinito. E gli ultimi due punti? Quelli del tie-break decisivo, dopo aver salvato da 0-4 e 2-6, quattro match point consecutivi (per Shvedova) più un quinto poi, convertito.

Come Martina abbia potuto sbagliare quei due punti… beh, lo sa solo lei. Io mi sarei tirato un mattone sui piedi. Se riusciste a rivederli… è impressionante. Sull’ultimo punto in particolare, una smorzata riuscita male alla Shvedova e diventata un pallonetto a un metro dalla rete; Martina è arrivata con grande agio, il campo era aperto, bastava spingerla da qualsiasi parte e sarebbe stato punto. L’ha messa incredibilmente fuori! Poteva andare a due punti dalla vittoria. Di che cosa sono capaci i nervi nel tennis. Pazzesco. Mi sa che Martina si sognerà questa partita per tutte le notti fino alla prossima gara.

Chiudo, dopo la citazione infernale e dantesca, con una nota leopardiana sulla caducità delle umane (e tennistiche) cose. Essa è ben esemplificata dal primo turno del torneo femminile che ha visto di fronte al primo turno Madison Keys e Sloane Stephens, con quest’ultima che era entrata in tabellone addirittura soltanto come lucky loser per il forfait di Muchova. Soltanto quattro anni fa questa era stata la finale dello US Open 2017 e in quell’occasione era stata Stephens a prevalere, 6-3 6-0. Era la prima finale tutta americana dai tempi dello US Open 2002 quando si affrontarono le due sorelle, Serena e Venus, in quello che papà Richard battezzò lo “Williams show”.

Allora Stephens era n.83 e Keys n.17. Oggi Stephens è 65 e Keys è 23. Keys stavolta ha vinto. Giocarono nel 2017 davanti a 20.000 spettatori nell’Ashe Stadium e a centinaia di milioni di telespettatori nel mondo. Ieri hanno giocato, tristemente, davanti a nessuno.

Il tabellone maschile di Roma con tutti i risultati aggiornati

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