Lo spirito di squadra dell'individualista Andy Murray

Coppa Davis

Lo spirito di squadra dell’individualista Andy Murray

Andy Murray nella finale di Gent sta trascinando i propri compagni alla vittoria della Coppa Davis come un vero leader. Ma il suo spirito di squadra ha radici molto lontane

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Il 5 agosto 2012 Andy Murray vince la medaglia d’oro olimpica ai giochi di Londra. Per celebrare questo successo Murray torna a Dunblane sua città natale, in mezzo alla sua gente. Quest’anno Andy ha giocato e vinto un paio di incontri di doppio in Coppa Davis insieme al fratello Jamie, nei quarti contro i francesi Jo Wilfried Tsonga e Nicolas Mahut e in semifinale contro gli australiani Lleyton Hewitt e Sam Groth. In entrambe le occasioni era coinvolto e carico come raramente lo si vede durante la stagione. Durante questa edizione del Roland Garros il campione scozzese, poco dopo essersi sbarazzato dell’argentino Facundo Arguello, si è precipitato a sostenere il giovane compagno di squadra Kyle Edmund, impegnato in un difficile quinto set contro il transalpino Stephane Robert. Con l’incoraggiamento del suo leader, Edmund conquista parziale e incontro.

Tutte queste sono prove del fatto che se si scava sotto la superficie di uno sport individuale, c’è nel cuore di Andy Murray un entusiasta team player che aspetta di venire fuori.

Sono i ragazzi che devono giudicare se sono un buon compagno o meno. Ma faccio del mio meglio per esserlo. Penso che come persona, non solo quest’anno ma in tutte queste stagioni di Davis, abbia imparato a svolgere il mio ruolo un po’ meglio. Come persona ti aiuta. Per il resto della stagione devi essere abbastanza egoista ma quando si è parte di un team, il tuo lavoro è molto di più che preparare te stesso. Si cerca di aiutare i propri compagni più che si può, a prescindere dal fatto che si sia a bordocampo a seguire una partita o accertandoti che quando ti alleni non ti stai concentrando solo sul tuo gioco”. Se non fossero sufficienti i fatti menzionati in precedenza, queste parole dovrebbero fugare ogni dubbio riguardo allo spirito di squadra del più giovane dei fratelli Murray.

Uno spirito di squadra che ha radici molto profonde. Andy in realtà ha iniziato a giocare a tennis in una squadra. Una piccola e bizzarra squadra – come gli piace chiamarla – composta dal fratello Jamie, dalla mamma Judy e dal padre William. Insieme loro dovevano viaggiare per ore per raggiungere tornei sempre troppo lontani. “Non c’erano giocatori scozzesi e nemmeno tornei scozzesi. Eravamo sempre degli outsiders. Quindi siamo diventati una sorta di team.”, ricorda lo stesso Andy.

Questa sua attitudine è stata poi soffocata nel tempo. Murray guardava con invidia ad inizio carriera i gruppi sempre nutriti di spagnoli e francesi che facevano comunella durante i tornei. Lui spesso si sedeva per conto suo in quanto unico tennista britannico. E in fondo questo sport spinge a focalizzarsi sempre su sé stessi, su come migliorare il proprio gioco, su come gestire mentalmente i propri incontri, su come programmare la propria stagione, eccetera. Deve essere fastidioso alla lunga sentire sempre domande del tipo: “come sta Andy Murray?”, “cosa pensa Andy Murray?”, “come si sente Andy Murray?”, “dove arriverà Andy Murray?”. Tu parli sempre e solo di te la gente ti chiede sempre e solo di te. Non c’è mai un “noi” o un “voi”.

Ma in questa edizione 2015 di Coppa Davis la tendenza naturale di Andy ad essere un uomo squadra è tornata fuori prepotentemente. Murray è riuscito a brillare come parte di un team e ha aiutato la squadra britannica ad essere qualcosa di più della somma delle sue parti. Per di più lo ha fatto con persone che gli stanno molto vicino. Oltre ovviamente al fratello Jamie, c’è infatti Leon Smith, scozzese anche lui, che lo conosce da quando aveva 5 anni e lo allena da quando ne aveva 11. È difficile sottovalutare l’importanza di questo “triumvirato caledone” nel forgiare lo spirito del team britannico e lo sarebbe ancora di più con l’insalatiera nella bacheca. Insomma vincere la Davis con loro e con mamma Judy in tribuna sarebbe un po’ come riunire quel “piccolo e bizzarro” team che viaggiava insieme per il Regno Unito una ventina di anni fa.

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