Paralleli: Nadal/Froome, due fenomeni della fisica

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Paralleli: Nadal/Froome, due fenomeni della fisica

Per la rubrica paralleli vi proponiamo oggi il confronto fra Rafael Nadal e Christopher Froome. Non saranno i più eleganti ma hanno dimostrato di saper essere i più forti. Il perché? Tutta una questione di fisica…

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“[…] ancora più solo di prima, c’è già il Cannibale in cima ed io che devo volare a prenderlo”. Così cantava Enrico Ruggeri quando, ormai una quindicina d’anni fa, decise di prestare il proprio inconfondibile timbro alla causa del Giro d’Italia. Oltre a costituire in senso lato una metafora per la vita quotidiana di molti, il verso esemplifica con straordinaria efficacia quella che è l’essenza di uno sport solitario, il ciclismo, fatto di uomini in perenne fuga, indomite rincorse pancia a terra e nastri d’asfalto che si inerpicano sotto le pedivelle.

La genialità di uno scritto sta nel fatto che ciascun fruitore ci si possa tranquillamente immedesimare, al punto da sentirselo cucito addosso. È il caso di una proposizione solo in apparenza rigidamente contestualizzata alle due ruote che il cantore milanese ha sì dedicato alla grandeur di Felice Gimondi ma che al prezzo di una aggiustatina poco sostanziale troverebbe nuova vita anche sbarcando sul pianeta tennis. Se provassimo infatti a sostituire l’appellativo universalmente tributato a Eddie Merckx con il più familiare Djoker, già che è di tennis che si va parlando, il risultato non sarebbe proprio quello di aver descritto con sufficiente rigore i dolori stagionali del vecchio Roger? La solitudine di un playground, un avversario irraggiungibile, la determinazione feroce nel non darsi per vinto: ecco servito il leitmotiv dell’ultima annata di Federer, sulle note un po’ malinconiche della celebre canzone.

Esiste un denominatore comune tra due discipline sulla carta dissimili come possono essere, per esempio, tennis e ciclismo? E ancora. C’è nel panorama internazionale un ciclista cui talune specificità atletiche, tecniche, emozionali o comportamentali lo rendano immediatamente riconducibile ad un collega con la racchetta? Nel caso, quale il possibile collegamento?

 

A metà tra il brainstorming e la libera associazione fai-da-te, a molti sarà capitato di cimentarsi almeno una volta nella vita al giochino della verbalizzazione dei pensieri nel quale, senza pensarci troppo, ad una parola se ne risponde di getto con un’altra. Se si pensa alla corpulenta figura di Rafa Nadal il profilo di un asso dello sport, l’associazione più naturale pare essere quella con Christopher Froome, l’africano volante del ciclismo contemporaneo.

Chris è un personaggio di respiro planetario che, al pari del mancino di Manacor, appartiene all’elitaria cerchia dei fuoriclasse senza tempo, annoverabili, se solo l’Unesco si occupasse anche di sport, nella lista del patrimonio dell’umanità. Come la Sierra de Tramontana, già che di Baleari si è fatto menzione, o le isole del lago Turkana. Di quel remoto Kenya che trent’anni or sono ha dato i natali, tra nugoli di mezzofondisti filiformi, anche al bianco Froome.

Se gli aficionados di un sito che tratta in maniera diffusa di tennis saprebbero enunciare a mo’ di Vangelo il curriculum vitae di Rafa, credo che qualche parolina in più nei riguardi del background di Froome sia doveroso spenderla. Nato il 20 maggio del 1985 a Nairobi da genitori britannici, e lì cresciuto fino all’età di quindici anni quando a causa del girovagare paterno – un diplomatico di Sua maestà – si è trasferito a Johannesburg, a far sul serio in sella ad una bici ha cominciato ventiduenne prestando cuore, testa e gambe ad una minuscola formazione professionistica sudafricana, tale Konica Minolta. Ad intuirne le enormi potenzialità fu Claudio Corti, all’epoca direttore tecnico del Team Barloworld. Una formazione di bandiera inglese ma dalla chiara impronta africana con la quale Froome si lega per le stagioni 2008 e 2009. Dopo l’inevitabile gavetta ai margini del ciclismo che conta, Chris sbarca finalmente in Europa. L’universo del pedale comincia ad accorgersi di un ragazzo che, se di stare in sella in maniera composta proprio non ne vuole sapere, in compenso in salita fila come un treno. Un paio di partecipazioni interlocutorie nei grandi giri a farsi le ossa ed è già tempo del grande salto con l’approdo nel Team Sky. Neonata corazzata, ben presto invincibile, che in quanto a conto in banca sta al ciclismo come i Citizens degli sceicchi stanno al football dei maestri inglesi. Con la non trascurabile differenza che gli uomini in completo attillato e frequenzimetro al petto fanno da subito incetta di allori. Senza aver la pretesa di far le veci di Wikipedia, mi limito a ricordare che in un sol lustro al soldo di Rupert Murdoch, Froome ha centrato per due volte il gradino più alto del Tour de France – tra i primi tre eventi sportivi tout court in quanto a seguito di pubblico – giungendo secondo, più per ordini di scuderia che per manifesta superiorità altrui, in una terza circostanza. E sempre nel magico quinquennio targato Sky, per lui anche un bronzo olimpico, uno mondiale e due piazze d’onore alla Vuelta di Spagna.

Froome, bene dirlo, non è nato Froome alla stregua di quei predestinati baciati dal talento. Un po’ come Rafa, in fin dei conti. Più costruito dalla scienza esatta che non pilotato dall’istinto, la sua è stata una crescita sportiva graduale. Con uno spartiacque poco simpatico dall’impronunciabile nome di schistosomiasi ed un lieto fine come in ogni bella storia che si rispetti. Trattasi di una malattia tropicale africana difficilmente diagnosticabile che si contrae bevendo acqua infetta. Nei casi più gravi dicono possa portare anche alla morte mentre più comunemente è causa di una devastante spossatezza. Correva l’anno 2013 quando, con la definitiva guarigione, il vento è cambiato e Froome si è fatto irruento come quel Maestrale che valicati i Pirenei sferza la valle del Rodano nei giorni in cui la Francia del pedale si tinge di giallo. Tanto da incominciare a riscrivere la storia dello sport eroico che fu di Coppi e Bartali. Quanto Nadal, dal 2005 in poi, con quello di Tilden.

L’ovvietà di un collegamento potenzialmente bizzarro è appunto che di due mostri sacri trattasi. La cui stanza dei trofei deborda oggi di una tale numerosità di riconoscimenti che potrebbe far la felicità delle generazioni future di atleti da qui al quarto millennio. Ad essere meno scontato c’è che entrambi abbiano scelto come terreno di conquista preferenziale proprio la Francia. Terra di poeti, chansonniers, campi di girasole e, appunto, campioni in transito a caccia della gloria eterna. Nello specifico è quindi identificabile un fil rouge che dal raffinato XVI arrondissement parigino, teatro primaverile del Roland Garros, arriva fino all’Avenue des Champs Élysées, la tradizionale passerella finale per gli esausti protagonisti del Tour de France. Per una suola che nel suo incedere dissoda il mattone tritato, c’è dunque un tubolare che poco lontano incide le strade d’oltralpe arroventate dal sole; per un diritto uncinato che lambisce la riga nel silenzio del Philippe Chatrier, una progressione forsennata screma il plotone dei battistrada all’imbocco di una salita. Stesso sudore, stessa indomita abnegazione, stessa grinta, stesso risultato. Se uno abitualmente solleva la Coppa dei Moschettieri, l’altro esibisce con invidiabile frequenza il trofeo di cristallo che spetta al dominatore della Grand Boucle. Due destini vincenti accomunati anche dalla disaffezione (un eufemismo nel caso di Froome) di un pubblico transalpino notoriamente un po’ snob, che troppe volte ha avuto occhi di riguardo solo per le rispettive nemesi. Quei due là tutti perfettini che infiammano gli animi a suon di frustate liquide e colpi di pistola, con la fatica che sembra non essere affar loro.

Vittorie in serie e carattere da vendere, quindi. C’è però qualcos’altro che avvicina Rafa a Chris. Un concetto ottenuto miscelando tre ingredienti: evoluzione, esasperazione e fisica classica.

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Pete Sampras spegne 51 candeline. I nati ad agosto e il tennis nel destino

Nato nello stesse mese di Federer e Laver, pochi giorni dopo entrambi, Pistol Pete aggiunge un altro anno, quasi vent’anni dopo l’ultimo trionfo

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Pete Sampras - US Open 2002 (foto @Gianni Ciaccia)

Di recente abbiamo festeggiato il compleanno di Roger Federer con l’emozionante video del piccolo Zizou, l’8 agosto; il giorno dopo quello del leggendario Rod Laver, con l’annuncio di Tsitsipas e Ruud presenti all’esibizione che porta il suo nome. E oggi, che è il compleanno di “Pistol” Pete Sampras, cosa accadrà di speciale per farcelo ricordare? Qualche altra sorpresa in campo nell’Open del Canada, o qualche annuncio speciale, o nulla di tutto questo? Chissà, l’unica certezza è che l’ex n.1 al mondo raggiunge il traguardo dei 51 anni, poco meno di 20 anni dopo quell’ultimo, romantico trionfo, contro l’amico rivale Agassi allo US Open del 2002 (tra l’altro giusto due settimane dopo aver compiuto 31 anni, il 26 agosto).

Pete dominò la sua era, dimostrandosi di un altro livello, soprattutto nei mesi estivi, nel periodo che va da Wimbledon fino ad arrivare allo US Open, tornei vinti rispettivamente 7 e 5 volte, per un totale di 14 Slam con i due Australian Open conquistati. Numeri apparentemente irraggiungibili al tempo, e pensare che ora Sampras non è neanche nella top 3 dei più vincenti…eppure non basta questo a scalfire il mito di colui che ha segnato un’epoca insieme ad Agassi, lui con i suoi servizi che erano proiettili (veniva soprannominato Pistol Pete non a caso) e le dolci volée, Andre con le schermaglie da fondo, in duelli che hanno tracciato un’era per chi l’ha vissuta.

Introdotto nella Hall of Fame nel 2007, si parla poco di Pete Sampras, lo si vede poco, ha “limitato” la sua carriera tennistica ai trofei e alle vittorie sul campo, senza lanciarsi in esperienze da allenatore o commentatore, che mal si sarebbero accoppiate con la persona taciturna e riservata che l’americano di origini greche è sempre stata. Ma resta una leggenda, l’ideale predecessore di Roger Federer, il giusto successore di Bjorn Borg e John McEnroe, insieme ad Agassi, per scrivere l’ennesimo capitolo di quel libro infinito che è la storia delle rivalità nel tennis, e oggi compie 51 anni, giusto a ricordare che il tempo, in fondo, passa per tutti.

 

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evidenza

41 candeline per Federer! Ma è lui a regalare a Zizou il giorno più bello della sua vita. Un video commovente

Nel video “The Promise” Roger Federer realizza il sogno del giovane talento giocando con lui a Zurigo

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(Ha collaborato alla scrittura dell’articolo Andrea Mastronuzzi)

Chi da bambino, al momento di spegnere le candeline nel giorno del proprio compleanno, non ha mai espresso un desiderio ingenuo, apparentemente irrealizzabile e lontano dalla seriosità della vita quotidiana degli adulti? Chissà quanti aspiranti tennisti pensano al sogno di incontrare il loro idolo mentre chiudono gli occhi e soffiano sulla torta. Roger Federer è stato ed è il protagonista di tanti di quei desideri che prendono forma nell’immaginazione fanciullesca. Oggi è il suo di compleanno, il 41esimo. Anche lui soffierà sulle candeline e magari nei suoi pensieri ci sarà spazio anche per qualche sogno ingenuo e apparentemente irrealizzabile (vincere un altro torneo, magari uno Slam?), espressione del fanciullino che, secondo Pascoli, rimane sempre in noi.

Nel frattempo, lo svizzero ha esaudito un desiderio di questo genere di un bambino che si avvia a diventare grande. Si chiama Izyan Ahmad, ma per tutti è Zizou. È il numero 1 negli Stati Uniti tra gli under 12. Cinque anni fa Zizou decise di non tenere più per sé il suo piccolo grande sogno perché aveva di fronte proprio la persona in grado di realizzarlo. In una conferenza stampa allo US Open tra i giornalisti c’era anche lui grazie a un’iniziativa della USTA. Il piccolo Zizou, calmo e sicuro di sé, rivolse al suo idolo Federer questa domanda: “Potresti giocare altri 8 o 9 anni così posso sfidarti quando sarò un professionista?”. Più imbarazzato del giovane intervistatore, Roger rispose che sarebbe tornato a giocare appositamente per incontrarlo su un campo da tennis e, incalzato da Zizou, assicurò che quella era una promessa.

 

Grazie a Barilla e alla simpatia – nel senso etimologico di ‘condividere emozioni’ – dello svizzero, Izyan ha realizzato il suo sogno sfidando Re Roger a Zurigo. L’accoglienza riservata al ragazzo in Svizzera, la sua sorpresa per le attenzioni ricevute, l’incredulità nel veder arrivare Federer– e infine gli scambi tra l’ex numero uno del mondo e il giovane talento sono alcuni dei passaggi del nuovo cortometraggio per Barilla. Quelli che più spingono ad immedesimarsi in Zizou. “The Promise” è il titolo del film che, secondo il Chief Marketing Officer di Barilla, Gianluca Di Tondo, rappresenta “un altro bellissimo esempio di cosa significhi per Barilla ‘Un Gesto d’Amore’”. Il fulcro attorno a cui ruota l’opera dell’azienda italiana sta infatti proprio nel tentativo di arricchire la quotidianità unendo le persone attraverso atti gratuiti, di affetto sincero e disinteressato.

Qualsiasi cosa Roger Federer faccia quando si relaziona con gli altri sembra venirgli naturale, senza sforzo, ed è questo che continua a stupire tutte le persone che incontra” – ha sottolineato ancora Di Tondo. Non è la prima volta, infatti, che il campione svizzero si rende protagonista di azioni semplici ma così potenti da rendere la giornata dei fortunati di turno la migliore della loro vita. Sempre in collaborazione con Barilla (un piatto di pasta è sempre facilitatore di incontri e parole), in passato Re Roger ha esaudito il sogno di due ragazze liguri diventate famose per aver provato a giocare a tennis sul tetto di un palazzo durante il lockdown e di una signora sarda che aveva “invitato” a cena lo svizzero attraverso un cartello messo in mostra durante una partita del 20 volte campione Slam a Madrid nel 2019. Gesti che rappresentano segni visibili di quei valori tanto cari a Italo Calvino e applicati da Federer anche con la racchetta in mano: leggerezza (nel senso di semplicità armoniosa), esattezza, rapidità, molteplicità, coerenza e, per l’appunto, visibilità (mai ostentata).

Così umano, Roger. Eppure, allo stesso tempo, divino. Tanto che Gianni Clerici qualche anno fa disse di aver visto in lui la reincarnazione della Divinità tennistica che segretamente sovrintende al gioco. Quello di oggi è il primo compleanno di Roger, arrivato a 41 anni, in cui lo Scriba non potrà dedicargli un pensiero da questo pianeta. Chissà, però, che non possa fare gli auguri direttamente a quella “Divinità tennistica” da cui lo svizzero è sempre sembrato aver tratto origine. Per proseguire sul filo della nostalgia, è anche la prima volta dopo 24 anni in cui Federer festeggerà senza avere una classifica ATP.

D’altra parte, c’è spazio anche per sentimenti che non guardano indietro, ma anzi si proiettano nel futuro, come i desideri che si esprimono quando si soffia sulle candeline. È infatti il compleanno che precede il ritorno in campo dello svizzero, dopo un anno e spiccioli in cui è mancato al suo sport e agli appassionati di questa forma di divertissement probabilmente anche più di quanto a lui sia mancato giocare un match ufficiale. Tornerà a farlo prima nella ‘sua’ Laver Cup e poi nella ‘sua’ Basilea. Se sarà un rientro solo per salutare o se invece Federer alimenterà ancora una volta le speranze di chiunque ami l’eleganza declinata nello sport (o l’eleganza e basta), sarà in ogni caso una festa. Tra nostalgia e gioia, tra sogni realizzati e desideri ingenui e apparentemente irrealizzabili. Proprio come in ogni compleanno.

Auguri Roger!!

Ubitennis ha fatto gli auguri a Federer nel…

2012Federer, un destino nel nome (Mastroluca)

2013Oggi non è solo il compleanno di Federer ma… (Scanagatta)

2014Roger Federer: When I was young… (De Gasperi)

2015Roger Federer, 34 anni e numeri senza fine (Guidobaldi)

2016 Nato l’8 agosto. Tu chiedi chi era Roger Federer (Salerno)

2017Roger Federer compie 36 anni, ma adesso viene il bello (Serrapede)

2018Roger Federer segna 37 ma la febbre non vuole scendere (Guidobaldi)

2019Roger Federer compie 38 anni, ma non è ancora finita (Ortu)

2020 39 anni in cinque rovesci: buon compleanno, Roger Federer (Verda)

2021I 40 anni da paradosso di Roger Federer (Stella)

41 SOSTANTIVI PER FEDERER – Eleganza, vittoria, sportività, disinvoltura, serenità, spigliatezza, talento, regalità, stile, fluidità, varietà, raffinatezza, umanità, empatia, simpatia, umiltà, paternità, fraternità, fragilità, costanza, misura, agilità, originalità, freschezza, pacatezza, ambizione, naturalezza, correttezza, disponibilità, gentilezza, amore, emotività, sorpresa, carisma, entusiasmo, leggerezza, coerenza, molteplicità, visibilità, rapidità, esattezza.

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Flash

Emma Raducanu, il coach russo e le preoccupazioni della politica

Forti perplessità di due membri del parlamento britannico sulla scelta di Emma di assumere Tursunov: “Un colpo propagandistico per il Cremlino”. E le suggeriscono di ripensarci

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Emma Raducanu - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Non c’è pace nel Regno. Il Regno è quello Unito e la pace manca a Emma Raducanu (vittoriosa ieri su Osorio dopo una lotta insensata). Oppure ella ce l’ha, la pace (glielo auguriamo), se riesce a farsi scivolare di dosso molte delle cose che scrivono su di lei. Perché la campionessa in carica dello US Open è costantemente sotto i riflettori – leggasi esposta a critiche continue – ormai da quasi un anno. Anzi, qualcosa di più, visto che era stata oggetto del duro commento di John McEnroe per essere stata colta dai crampi nel suo match di ottavi a Wimbledon 2021, raggiunti da n. 338 della classifica.

Lungi dal mettere a tacere la parte deteriore della stampa britannica e degli appestatori dei social media, l’incredibile cavalcata newyorchese ha invece elevato Emma su un piedistallo con un bel bersaglio dipinto addosso, ponendola in bella vista senza possibilità di riparo alcuno – della serie, “ora tutti sanno chi sei, goditi questo momento perché alla prima sconfitta…”.

I mesi successivi al vittorioso Slam non le hanno giovato da questo punto di vista, quando, conti alla mano, Emma vantava più accordi con nuovi sponsor (e che sponsor) che incontri vinti. Due fatti per i quali è fin troppo facile suggerire una relazione diretta, esistente o meno, di cui ci dovesse importare o meno. Parallelamente, c’è poi la questione dei continui cambi di coach, a cominciare da quell’Andrew Richardson nel suo angolo a Flushing Meadows (in realtà si partiva da prima, da Nigel-suocero-di-Andy-Murray, ma lì abbiamo avuto le prime perplessità e non solo per il luogo comune “squadra che vince non si cambia”).

 

A questo proposito, proprio in questi giorni Raducanu sarà seguita da un nuovo allenatore, Dmitry Tursunov, attualmente in prova con vista sul prosieguo della campagna nordamericana. E qui la notizia prende due strade diverse. La prima travalica l’ormai stantia storia della ragazza sciupa-coach per assumere un qualche connotato “politico”, nel senso che questa volta il commento sulla sua carriera arriva da un politico – il parlamentare laburista Chris Bryant, presidente dell’All-Party Parliamentary Group on Russia, un gruppo informale della Camera dei Comuni aperto a tutti i partiti che si propone di “promuovere buone relazioni tra i parlamenti e i popoli di UK e Russia”.

“Il Cremlino lo rappresenterebbe come un colpo propagandistico e un’indicazione che al Regno Unito non interessa veramente la guerra in Ucraina” ha detto Bryant al quotidiano The Telegraph. “Sarebbe un vero peccato [real shame, in inglese] se Emma continuasse”. E ha aggiunto: La incoraggio a ripensarci e come minimo a condannare la barbarica guerra di Putin”.

Non ci sono stati commenti da parte dei portavoce di Emma e della LTA, la federtennis britannica che continua a fornire supporto a Raducanu, così come da parte di Tursunov. Si è invece espresso un altro membro del parlamento, il tory Julian Knight, presidente della commissione Digital, Culture, Media & Sport: “Fa impressione vedere un russo allenare la stella nascente numero uno della Gran Bretagna”. Knight vorrebbe capire dove stia Tursunov rispetto all’invasione (e qui si ricade nel discorso già fatto quando si parlava delle dichiarazioni per poter partecipare a Wimbledon) e aggiunge di sperare che “la LTA sia capace di consigliare Emma per il meglio”.

Tornando al presunto “colpo propagandistico”, spostiamoci su Shamil Tarpischev, il presidente della federtennis russa che si era fatto (ri)conoscere già diversi anni addietro quando, riferendosi a Serena e Venus, le aveva chiamate i fratelli Williams. Dopo la finale di Wimbledon, Tarpischev ha rivendicato Elena Rybakina come un “prodotto” russo, in quella che pareva un’uscita da bambino delle elementari che butta via un giocattolo che non gli piace, salvo poi cambiare idea quando vede un compagno giocarci felice. Anche Yevgeny Kafelnikov usava lo stesso termine: “Comprare un prodotto pronto all’uso da una fabbrica di alto livello è qualcosa che sanno fare tutti...”.

Persone come oggetti, forse questo permette loro di sopportare meglio le barbarie del proprio Paese sulla popolazione ucraina. Dichiarazioni, in ogni caso, che da un lato quasi giustificano ex post (o almeno fanno riconsiderare) la controversa decisione di Wimbledon di escludere gli atleti che rappresentano la Russia (e non i “russi”), mentre dall’altro, trattandosi di una giocatrice che hanno palesemente e colpevolmente snobbato, non possono essere prese sul serio. Oppure possono? Perché, solo per fare un esempio dell’assurdo, anche giornalisti di nome (e cognome) hanno rilanciato il video dei “falsi morti ucraini che invece si muovevano”. Per dire che c’è gente sempre pronta ad abdicare al minimo sinaptico per credere alle stupidaggini che preferisce a dispetto dell’evidenza.

Allora, se non possiamo non essere d’accordo con Tumaini Carayol quando sul quotidiano The Guardian scrive che si tratta semplicemente di “un privato cittadino che si avvale dei servizi di un professionista indipendente, che è russo, con la semplice speranza di migliorare la propria carriera”, quello che segue, vale a dire che ciò “non dovrebbe costituire motivo per tale indignazione o polemica”, è altrettanto giusto, tranne però per il fatto che, lo abbiamo appena visto, non funziona davvero così. Perché, per quanto goffi, i tentativi di una narrazione russa totalmente avulsa dalla realtà fanno comunque proseliti. In questo senso, dunque, vanno intese le esternazioni dei due politici e inserite in un contesto di interferenze russe nella politica britannica.

La seconda strada verso cui ci porta la notizia del nuovo coach è per fortuna ben più leggera – sebbene anche questa lastricata di apprensioni – e origina da un’intervista di Tursunov dello scorso novembre in cui aveva avuto modo di citare Emma parlando delle perplessità sulla conclusione del rapporto con Sabalenka. “Emma Raducanu, che ha vinto gli US Open, sta licenziando le persone con cui ha lavorato” diceva Dmitry. “Naturalmente, tutti sono scioccati. Se qualcuno della sua squadra mi chiamasse ora e mi chiedesse se voglio allenarla, tremerei di paura, perché non sai quando verrai licenziato”. Una paura che speriamo abbia vinto, perché sarebbe dura trasmettere sicurezza dall’angolo quando sembra che il tuo seggiolino sia l’epicentro di un terremoto…

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