Rafa Nadal, “principe” 4 anni dopo a Montecarlo, “maestro” 2 anni dopo Madrid, insegue Djokovic

Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, “principe” 4 anni dopo a Montecarlo, “maestro” 2 anni dopo Madrid, insegue Djokovic

Gael Monfils gli ha reso la vita più dura di Andy Murray. Ma alla fine è stato demolito. Campo lento, palle pesanti. Chi ha favorito? Tour de force di Rafael Nadal. Perché anche Djokovic tiferà per lui

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MONTECARLO -Che dire quando un tennista vince la sua nona finale a Montecarlo con un 6-0 al terzo set, il “bagel” n.89 della sua straordinaria carriera?
Certamente restano impressi i primi due set, con Monfils che si è battuto allo stremo delle sue forze per 2 ore e 16 minuti, giocando un match che non tutti si attendevano fosse in grado di giocare contro Nadal. L’impressione è che Nadal avrebbe potuto giocare ancora su questi livelli per altre due ore, mentre Monfils nel terzo è scoppiato, di testa più che di fisico. Però, ribadisco, non è che abbia giocato alla pari con Nadal per una mezzoretta, o un’oretta e un quarto come Andy Murray sabato. 2 ore e 16 minuti, tanto sono durati i primi due set, a quei livelli è tanta roba. Grande Nadal, ma grande anche Monfils.
Rafa che contro i tennisti francesi sembrava aver un fatto personale per aver vinto 28 partite su 29, perdendone una sola con Olivier Mutis a Palermo nel lontano 2004, e cedendo soltanto due set in quei 28 duelli (a Mathieu e Simon), oggi ne ha perso un altro, in una partita giocata alla grande negli scambi intensissimi da fondocampo ma non altrettanto bene nei colpi d’inizio gioco.
In particolare il servizio, e ciò va detto a prescindere dal fatto che Monfils ha fatto soltanto 4 aces (e pochissime prime vincenti) e Nadal appena 1. Mal bilanciati, oltretutto, da 7 doppi falli del francese e 4 del maiorchino.
La pioggia del mattino e l’assenza del sole hanno certo allentato considerevolmente il campo (le palle sono diventate più pesanti) e – anche se tutti e due i finalisti hanno poi detto che avrebbero preferito un campo più veloce – ho l’impressione che la situazione climatico-ambientale abbia danneggiato più Monfils che Nadal, perché Gael aveva bisogno di qualche punto gratuito dalla battuta e non li ha quasi mai avuti.
È anche vero che, come mi ha risposto Nadal, con le palle più pesanti “il mio top-spin è meno efficace, il mio dritto meno incisivo”, però un match che finisce per durare più a lungo per tutte queste ragioni secondo me avvantaggia più Rafa che è mentalmente (ancor più che fisicamente) in grado di tenere maggiormente con la testa.
Questo, anche se Rafa ha sottolineato che se in passato Monfils era un giocatore dal grande potenziale, ma anche di una certa discontinuità (ho sintetizzato il suo pensiero), ora invece sembra essere diventato quasi improvvisamente anche molto solido: “Ha vinto facilmente tutti i suoi match per arrivare alla finale, e questo significa che non ha più gli alti e bassi di una volta”.

Tornando però alla ridotta efficacia dei servizi per i motivi su esposti, voglio ricordare che lo scorso anno Monfils aveva messo a segno 456 aces in 51match, ad una media quindi di circa 9 aces a game. Soltanto 18 giocatori avevano fatto meglio di lui. Oggi è stato sotto la metà.
Nessuno, credo, ha potuto fare il conto delle sue prime vincenti in tutto il 2015, ma si può star certi che saranno state molto più degli aces.
Ma oggi, come dicevo, anche di quelle non ce ne sono state molte. “Rafa stava indietro molti metri quando doveva rispondere ed ha risposto quasi sempre… – ha sottolineato un lucido Monfils – prima di aggiungere che “nel terzo set ha cambiato modo di giocare, è diventato più aggressivo”. Quella, alla fine, è stata la chiave che ha deciso il match.
Che il servizio abbia avuto peso quasi inesistente lo dicono – per chi non avesse visto la partita – i dati statistici del match. Addirittura Monfils ha fatto meno punti del 50% quando ha servito: il 48%. E non è che Nadal abbia brillato: è salito al 58% soltanto grazie al terzo set, ma era stato sul 51% per i primi due set.
E non ricordo che i due abbiano fatto punti diretti con la risposta. Quindi il punto veniva quasi sempre aggiudicato a conclusione di lunghi, lunghissimi scambi. Pregevoli, addirittura straordinari alcuni, con Rafa che ha subito a volte dritti-bomba di Monfils, ma che ha retto alla grande anche di rovescio, prima di “scatenare” il suo miglior dritto a cominciare dal terzo set.
Si resta perplessi a constatare che Nadal ha perso 5 volte il servizio e Monfils 8.
13 break in un match di tennis maschile sulla distanza di due set su tre e di 30 games complessivi sono tanti. E potevano essere molti di più visto che le pallebreak salvate sono state ben 21, 8 da Nadal che ne ha concesse 13 (quasi come contro Thiem) e 13 da Monfils che ne ha concesse 21. 34 (trentaquattro!) breakpoint sono davvero moltissimi. Anche se Nadal non potrebbe mai permettersi di servire così male su una superficie più veloce, e di concedere tutte quelle palle break, sarebbe sbagliato però insistere troppo su questo argomento della battuta cui ho dedicato fin troppo spazio.
Nadal ha infatti dimostrato di essere in grande, grandissima ripresa. Ieri, commentando il suo match vinto contro Murray, a chi gli chiedeva se ci fosse un colpo del quale in particolare fosse soddisfatto per il suo rendimento in questi giorni, aveva risposto: “Il rovescio!”
E oggi, in effetti, l’ho visto aggressivo con il rovescio come non capitava più da almeno un anno. Non solo rovesci incrociati, ma anche lungolinea, il colpo sul quale di solito Rafa non vuole prendere molti rischi se non è in fiducia.
Questo nono trionfo di Rafa, che gli consente di eguagliare i 28 Masters 1000 di Djokovic, è importantissimo per lui perché – con l’ultimo Masters 1000 vinto a Madrid 2014 – molti sembravano dubitare che lui riuscisse di nuovo a vincerne uno.
Le sconfitte sulla terra rossa con Thiem a Buenos Aires (seppur con il matchpoint) e con Cuevas a Rio de Janeiro ora possono andare in archivio senza particolari conseguenze. In quei match Rafa non era stato brillante e soprattutto non era riuscito ad innestare una marcia superiore come faceva nei suoi anni migliori.
Qui a Montecarlo, invece, una volta scampato il pericolo del primo set (16 pallebreak) con Thiem è venuto fuori alla grande nel secondo set. Se contro Wawrinka non era mai stato a rischio ecco che contro Andy Murray se l’era vista brutta dopo essere stato dominato (6-2) nel primo set. Ma ne è uscito fuori alla grande, dominando secondo e terzo set.
E oggi in finale idem. Nel terzo set Rafa ha spinto di più di dritto, ha saputo produrre accelerazioni pazzesche che hanno tolto il fiato perfino ad un grandissimo atleta come Monfils.
Il modo in cui Rafa ha chiuso il match, con quel passante di dritto lungolinea pazzesco, formidabile a gambe aperte, quasi in spaccata, prima di cadere in ginocchio e poi appoggiare la testa sulla terra rossa (quasi a baciarla come Francesca Schiavone al Roland Garros 2010), rappresenta il sigillo ideale impresso dal Nadal che siamo tornati finalmente ad ammirare qui al Country Club.
Un Nadal che di nuovo in fiducia ripropone la sua candidatura a favorito…almeno n.2 per tutti i tornei sulla terra rossa che vivremo da qui al Roland Garros. Almeno n.2 perchè Novak Djokovic questo torneo…è come se non lo avesse giocato. Per me resta il n.1.
Nessuno, nemmeno Nadal, può pensare che il vero Djokovic sia quello che abbiamo visto perdere malamente con Jiri Vesely.

Nadal adesso si sottoporrà al solito tour del force “terraiolo”: Barcellona, Madrid, Roma e Parigi. Esagera? Beh, forse, ma l’obiettivo è chiarissimo: riuscire a rientrare fra i top 4 prima del Roland Garros per evitare di poter capitare prima delle semifinali contro Djokovic a Parigi.
Credo che anche Djokovic, in questo caso, potrebbe fare il tifo per lui.
Francamente un quarto di finale che vedesse di fronte Novak Djokovic e Rafa Nadal sarebbe…uno spreco. Un peccato. Novak non ha mai vinto il Roland Garros e dopo l’inattesa sconfitta con Wawrinka nella finale di un anno fa, attende con impazienza e con inevitabile nervosismo di centrare il solo Slam che manca al suo palmares.
Rafa Nadal ha vinto 9 volte il torneo di Montecarlo, vincerà probabilmente per la nona volta il torneo di Barcellona, e potrebbe vincere per la decima quello del Roland Garros…se magari qualcun altro gli farà fuori Djokovic che a lui pare aver preso le misure. Secondo me quella sarebbe la finale più giusta fra i due giocatori più forti sull’argilla. Se lo scontro dovesse avvenire in semifinale, beh, pazienza, ma nei quarti mi auguro proprio di no.

 

È stato proprio un bel torneo questo di Montecarlo. Sono contento di averlo vissuto. Penso che Nadal sia più contento di me. Ma anche Monfils.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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