Le statistiche inutili, edizione Roland Garros: i falsi problemi delle teste di serie

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Le statistiche inutili, edizione Roland Garros: i falsi problemi delle teste di serie

Torna, in una versione da slam, la rubrica che mette alla prova tutte le vostra competenze, di qualsiasi genere esse siano. Ma è vero che ci si annoia per una testa di serie in più? Già la domanda dovrebbe farvi intuire qualcosa…

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Che barba, che noia; che barba, che noia. Le prime 5 giornate di Parigi non passeranno alla storia di questo sport per l’alto tasso di spettacolarità o per il vorticoso tourbillon di emozioni che hanno coinvolto i poveri spettatori del complesso situato in pieno Bois du Bologne. Anzi, ad ascoltare commentatori e a leggere cronache sembrerebbe che a memoria d’uomo non si ricordino tornei così terribili, in cui vincono sempre gli stessi e che se qualche favorito perde due set è solo per vedere l’effetto che fa, pronto a recuperarli e in ogni caso a strappare il set decisivo senza neanche soffrire troppo. La colpa sarebbe delle 32 teste di serie, innovazione relativamente recente (a Parigi dal 2002) che tenderebbe a salvaguardare i primi della classe, impedendo loro di affrontare un giocatore dei primi 20 magari al primo turno, quando ancora non hanno preso troppa confidenza con i campi, lo stadio, le racchette, le palline. Travolti dalla noia, i commentatori bivaccanti in sala stampa – le partite non meritavano neanche l’onore di uno sguardo – si sono messi a chiacchierare tra loro, e non pare sia venuto in mente una cosa tutto sommato balorda e banale: ma come era andata gli altri anni?

Cominciamo col vedere, a secondo turno completato, com’è andata quest’anno, limitandoci al torneo maschile perché nel femminile, si sa, gli upset sono all’ordine del giorno. Sono state giocate 96 partite. Le teste di serie ancora in gara sono 22 su 32, in 10 hanno perso. Tra le prime 16 manca soltanto Marin Cilic, testa di serie numero 10, subito sconfitto addirittura da Trungelliti. L’anno scorso era andata persino peggio, visto che a mancare all’appello dei primi 16 fu soltanto John Isner. O forse meglio visto che erano già saltate 13 teste di serie. Ma basta andare al 2014 per notare una decisa variazione. 5 dei primi 16 a casa anche se solo 9 dei primi 32. Non facciamola tanto lunga, i seguaci della nostra rubrica lo sanno benissimo che i numeri servono a quello che servono: i primi 16 a volte si fermano e vanno via in pochissimi (0 nel 2013) altre volte non ce la fanno e sono falcidiati entro venerdì (7 nel 2008).

Al bravo statistico a questo punto non resta che chiedersi: quando erano in 16 come andava a Parigi? E compie mirabolanti scoperte. Sembrerebbe che negli anni ’90 le prime teste di serie proprio non ce la facevano. O uscivano in 5 (2001) o in 4 (2000) o addirittura 8 delle prime 9 (1998). Ma allora è vero! Avevano proprio ragione quei giornalisti spaparanzati in tribuna stampa, quei commentatori che preferiscono il curling!

 

Un momento. Perché il bravo statistico è sospettoso, ha sentito parlare addirittura di correlazioni spurie. Poi se ha pure un’infarinatura di tennis è la fine, perché si ricorda che gli anni ’90 erano gli anni di un numero 1 che sulla terra proprio faceva fatica. E allora pensa e ripensa e cerca un numero uno bravo sulla terra. E finisce nel 1981 quando le teste di serie erano, ovviamente, 16. Al terzo turno ci arrivarono tutte, tranne Harold Solomon che venne sconfitto da Adriano Panatta. Nel 1982 saltarono in due. E prima? Nel 1975 due e nel 1976 uno solo. Insomma, sembra siano annate.

A quel punto uno che ha tempo da perdere perché non è inviato e non ha il duro compito di scrivere e raccontare quanto si annoia,  pensa che sia persino arrivato il momento di un’altra domandina. Ma quando perdevano, negli anni ’90 abbiamo visto, queste teste di serie davvero perdevano con qualcuno dei primi 20? Se in quegli anni ci fossero state 32 teste di serie, sarebbero arrivati in carrozza al terzo turno come quest’anno?

E ritorna a quella meravigliosa edizione del 1998 in cui 0tto teste di serie delle prime nove non arrivarono a terzo turno. E scopre che Sampras (1) perse contro Delgado (97); Korda (2) contro un qualificato (Zabaleta); Rafter (4) contro il  numero 62, Stoltenberg; Rusedski (5) contro tal Van Herck (96); Kuerten (8) e Kucera (9)  rispettivamente con  Safin (calma, aveva forse 15 anni ed era uscito dalle qualificazioni) e Woodbridge (35). Kafelnikov (6) contro Enqvist (19) e Bjorkman (7) contro Muster (23) sembrano pochini per azzardare che il problema possa essere legato in qualche modo all’assegnazione delle teste di serie.

Ma guarda. Vabbè, si dice lo statistico, magari e Parigi. Chissà gli altri Slam. Wimbledon ad esempio, che succede a Wimbledon?

Succede che, nel 2002, primo anno a 32, uscirono dieci delle prime sedici teste di serie, nei primi due turni…. Nel 2013 solo 7. Eppure c’erano 32 teste di serie. Nel 1988, quando vinse Edberg, sedici teste di serie, ne uscirono solo 4.

Insomma, magari approfondiremo ancora (e gli US Open? e Melbourne?) e magari faremo anche le tabelline. Nel frattempo ci scuserete ma ci sono delle partite da vedere.

ps. Nella tradizione della rubrica un paio di numeri sono falsi. Forse.

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Rafa Nadal infinito, ma non sazio: dal sogno 24°Slam di Court a quello di campione più venerando, i record che definiscono le leggende

il 36enne maiorchino ci sta prendendo gusto. Fare quello che non hanno fatto né Federer né Djokovic e che è riuscito solo a Budge e Laver. Rosewall è avvisato

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Sport 6:6:22

Nello Sport professionistico, i principali traguardi che un atleta si pone di raggiungere sono essenzialmente due: le vittorie dei trofei e lo stabilire dei record. Chiaramente ogni sportivo diventato tale, nella stragrande maggioranza dei casi – almeno che non si siano passate le pene dell’inferno, vedere per credere la storia di un certo Andre da Las Vegas – ha un passato da ragazzo prima infatuato e poi perdutamente innamorato di quella attività fisica, combinata alla competizione, che successivamente quando quell’amore – oramai divenuto folle – si trasforma in ossessione compulsiva, di cui non poterne più fare a meno; ecco che quel giovincello e tutti i suoi sogni si evolvono in qualcosa di reale. Ebbene sì, i secoli di questa mirabile arte, che è lo Sport dacché l’umanità ha deciso d’inventarsela, ci hanno restituito il seguente assioma: “Il campione si differisce da tutti gli altri, per l’ossessione spasmodica nel voler migliorarsi, vincere, competere e superare i più grandi della sua generazione”. Questo assunto, per certi versi, trova una controprova nel Tennis che così veritiera, probabilmente non è possibile scovarla altrove. Essendo il nostro uno sport individuale, nel quale in una giornata negativa non si può fare affidamento ad un compagno di squadra particolarmente in vena; bensì l’unico sostegno a cui appigliarsi non è che se stessi. E se dietro, alle spalle, non si ha quella sana smania di voler dimostrare a tutti i costi di essere sempre il migliore, beh nel momento in cui verranno meno le proprie qualità – e sappiamo che nel tennis la giornata storta è sempre dietro l’angolo, quando meno ce lo si aspetti – si sarà letteralmente perduti. Poiché se comunque si potranno ottenere titoli e trofei, durante tutto il corso della propria attività agonistica, sicuramente i record saranno inarrivabili. Ed è proprio questa, la caratteristica dirimente che fa sì che solamente pochi eletti nella storia del tennis siano stati capaci di stabilire record, trapassando diverse epoche e generazioni di giocatori; al contrariò di altri che si sono fermati “soltanto” ad erigersi come i più grandi dei loro anni – tennisti, quest’ultimi altrettanto immensi e con carriere incredibili.

Dunque va da se che abbatterete alcuni primati o stabilire dei record mai fatti registrare prima – neanche con l’anticamera del cervello – è sinonimo e sintomo, di una cosa ed una soltanto: essere delle Leggende. Come ben sappiamo, ieri è andata in scena la finale maschile della 126esima edizione del Roland Garros; e questo ci fornisce un assist spettacolare. Infatti, chi meglio del Re indiscusso della terra battuta, capace di vincere per 14 volte lo Slam di Porte d’Auteuil e d’issarsi alla cifra astronomica – per l’appunto da record – di 22 titoli dello Slam; rispecchia alla perfezione l’identikit di assoluto fenomeno descritta in precedenza? Nessuno. Ma come già anticipato, ci interessa andare più in profondità e non limitarci alle cavalcate trionfali; che il signor Nadal ha compiuto così tante volte nei Major tanto da staccare di ben due piazze gli altri due mostri del ventunesimo secolo: Federer e Djokovic. Il Toro di Manacor oramai è arrivato al punto da travalicare qualsiasi confine, che se dovesse continuare a questo ritmo fra un po’ non potremo più elencare la sua interminabile striscia di primati, facendola precedere dalla classica e formale dicitura: “il più grande tennista per …”; ma saremmo costretti a sostituire il sostantivo che definisce l’atleta con la racchetta, con :”l’essere umano in grado di …” Il 14esimo alloro parigino, ha dato infatti l’occasione a Rafa d’insidiare anche le più grandi donne del tennis, poiché sono loro a detenere il record all-time di trionfi nei tornei del Grande Slam.

AGGANCIO GRAF, A WIMBLEDON PER APPAIARE SERENA – Lo spagnolo con il ventiduesimo Major ha agganciato Steffi Graff e ora punta ancora più in alto: l’obbiettivo è quello di agguantare la seconda posizione di tutti i tempi, appartenente a Serena Williams a quota 23. Fra tre settimane, piede sinistro permettendo, Rafael correrebbe in quel di Wimbledon per questo ulteriore record. Il quale sarebbe pur sempre parziale, visto che davanti a tutti c’è lei: Margaret Court, la straordinaria australiana capace di vincere 24 prove dello Slam. Perciò facendo due facili calcoli, per il primato assoluto a pari merito con la 11 volte campionessa dell’Australian Open, all’irriducibile maiorchino servirebbe – ma guada un po’ – compiere l’impresa che è riuscita a soli due uomini: da dilettante nel 1938 al californiano Don Budge e in due circostanze, nella pima pre Era Open e nella seconda da professionista, al sublime Rod Laver. Un percorso titanico, che come si desume possiede un accentuato profumo di storia, con radici inafferrabili e difficilmente sradicabili; una prova di forza che potrebbe benissimo essere rappresentata dal mito bretone della Spada nella roccia. Tutto questo è il Grande Slam, difronte al quale anche uno roccioso e apparentemente invalicabile mentalmente, come l’uomo di gomma serbo, si è sciolto ad un passo dall’eternità sportiva. Lo stesso epilogo che fu riservato anche al Re dell’eleganza svizzera, ad esempio nel 2009 quando tra Rafa a Melbourne Park – consegnando all’iberico il primo successo nell’Happy Slam, 6-2 al quinto – ed un ragazzone di Tandil (al momento l’ultimo più giovane vincitore Slam) in terra newyorkese si vide scippare il record dei record. Nadal si mostrerà, ancora una volta fisico permettendo, più forte dei suoi due più grandi rivali dinnanzi a questa ennesima prova di forza? Solo il tempo ce lo dirà.

 

RAFA E’ IL QUARTO TENNISTA PIU’ANZIANO A VINCERE UNO SLAM, AL SECONDO POSTO C’E’ FEDERER – Ma una cosa è certa, l’età per il n. 4 del mondo non è una discriminate, altroché. E’ quello stimolo ulteriore, che lo spinge a continuare insieme all’irrefrenabile desiderio amoroso che ha per il tennis. Il mancino di Maiorca si sta, difatti, avvicinando a velocità di ghepardo ad un altro invidiabile primato: Il tennista più anziano a conquistare uno Slam. Questo record, al momento appartiene, a Ken Rosewall. Il quattro volte finalista di Wimbledon vinse il suo quarto Slam Down Under nel 1972, alla veneranda età di 37 anni, 1 mese e 24 giorni. Con il freschissimo trionfo francese, The King of the Clay si è issato alla quarta posizione assoluta con i suoi 36 anni e due giorni, scalzando subito dietro al podio il suo acerrimo rivale in campo – ma grande amico nella vita – campione del Roland Garros 2009 e che nel 2017 lo aveva battuto al quinto in quella storica finale sulla Rod Laver Arena a 35 anni, 10 mesi e 26 giorni suonati. Davanti a lui ci sono al terzo posto, ancora Rosewall, sempre grazie ad un successo a Melbourne nel ’71 a 36 anni, 4 mesi e 5 giorni; e in seconda posizione nuovamente Roger Federer. L’otto volte campione dei Championship ha ottenuto questo riconoscimento di longevità, nella finale dell’Open d’Australia 2018 vinta dal 41enne di Basilea in cinque set contro il recente semifinalista dello Slam parigino Marin Cilic, quando aveva 36 anni, 5 mesi e 7 giorni – tra l’altro suo ultimo titolo Slam messo in bacheca. Dunque per Rafa la scalata ai vertici, in questa particolare classifica, dovrà per forza di cose continuare il prossimo anno; intanto almeno a Bois De Boulogne è lui il giocatore più in la con gli anni ad essersi laureato campione: battuto il precedente record del compianto Andres Gimeno (7° di tutti i tempi in questo parterre de roi), che nel 1972 s’impose a Parigi a 34 anni, 9 mesi e 19 giorni.

NADAL IL PIU’ LONGEVO, COME COSTANZA NEI MAJOR, GLI ALTRI DUE MOSTRI INSEGUONO – Ma se parliamo di longevità inerente alla continuità, perché un singolo grande exploit si può centrare anche a fine carriera seppur non sono questi i casi, Rafael XIV non ha eguali. Anche in questo ambito, sopravanza gli altri due extraterrestri; ma in generale in merito al dato che stiamo per evidenziare, ha l’opportunità di guardare tutti dall’alto: è colui che in carriera ha fatto registrare il filotto più lungo, in termini di stagioni passate, tra la prima e l’ultima finale raggiunte in un Major. 17 lunghi anni sono trascorsi fra il primo Roland Garros (2005) e l’ultimo (2022).  Subito dopo si trova Federer, all’interno di un ennesimo capitolo della saga Fedal, con 16 stagioni consumatesi fra il suo primo successo a Church Road nel 2003 e lo scontro conclusosi 13-12 al quinto con Nole sui prati londinesi del 2019. Infine a completare il podio c’è proprio il più giovane dei tre cannibali, a quota 14: gli anni che distanziano la sua prima finale Slam persa a Flushing Meadows nel 2007 da Federer, dall’ultima che sempre nell’ultimo Major della stagione vide frantumarsi il sogno del Grande Slam, tra le innumerevoli lacrime – non ovviamente quelle dell’orso Daniil.

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Gail Falkenberg a 75 anni per la storia, quando l’età è solo un’illusione

Gail Falkenberg ci riprova nel W25 di Orlando in cerca dell’accesso al suo primo main-draw Pro

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Gail Falkenberg (foto Twitter @jdd_tennis)

Mai dire mai, perché i limiti, come le paure sono spesso soltanto un’illusione”. Springfield, Massachusetts, Hall of Fame NBA 2009. Tra i premiati c’è lui, il più forte cestista di tutti i tempi, Michael Jordan. Il quale nel suo discorso alla platea afferma che se un giorno a cinquant’anni dovesse ritornare in campo non dovrebbero sorprendersi. A quel punto scatta una risata generale, ma la stella dei Bulls risponde con quella massima, ormai divenuta cult. Essa sembra proprio calzare a pennello, come il vestito delle grandi occasioni, alla protagonista di questo articolo, tale Gail Falkenberg impegnata in questa giornata di Pasquetta di fine aprile, nel primo turno di qualificazione per accedere al main-draw del torneo ITF W25 di Orlando. Detta così non sembrerebbe questa grande notizia, tutt’al più riferendosi al circuito minore. Ma dunque perché abbiamo scomodato il leggendario giocatore di basket e la sua celeberrima frase? L’arcano si risolve andando a sbirciare la carta d’identità della tennista statunitense, 75 anni. Ebbene sì, la nostra Gail scorrazza ancora per il circuito Pro, infischiandosene dell’età che avanza e rifiutandosi di abdicare alla sua voglia di competizione in favore del circuito senior – che lascia volentieri ai “vecchierelli” che decidono di arrendersi a differenza sua.

LA LONGEVITA’ FATTA PERSONA, CON UN ULTIMO GRANDE SOGNO – E’ pensare che ha raggiunto il suo best ranking ben 35 anni fa (quindi quando aveva 40 anni), issandosi al n. 360 del classifica WTA. Inoltre vinse la sua prima partita da professionista 10 anni dopo aver ottenuto il miglior posizionamento della carriera, nel 1997. Falkenberg ha anche un passato da coach alla University of Central Florida. Ci riprova a distanza di sei anni, dopo che nel 2016 subì un doppio bagel dall’ormai ex promessa del tennis a stelle strisce Taylor Townsend nel tabellone cadetto di un Future in Alabama. La sua avversaria, odierna, sarà la 34enne bulgara Dia Evtimova, attuale numero 701 delle classifiche con un career-high in termini di posizionamento nel ranking fatto registrare il 31 ottobre 2011, al numero 145. Vedremo se i 41 anni che dividono le due giocatrici saranno determinanti nell’esito della sfida, oppure se ha prevalere sarà l’esperienza. Quest’ultimo finale dello scontro, garantirebbe a Gail Falkenberg la possibilità di giocarsi la qualificazione al primo tabellone principale della sua carriera da agonista, il suo ultimo grande sogno. Per concludere non possiamo esimerci dall’augurare le migliori fortune alla nostra Gail, invitandola a non mollare e a continuare così poiché rappresenta un eccezionale esempio per tutti, dimostrando come l’età sia solo un’illusione.

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I segreti di un campione: Stan Wawrinka

Quello che i numeri raccontano del gioco dell’eterno numero due svizzero

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Stan Wawrinka - Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

Dal 2004 al 2020, cinquantaquattro dei sessantaquattro tornei Slam disputati sono stati vinti da Federer, Nadal o Djokovic. Solo altri sei giocatori riescono a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di uno dei quattro tornei più prestigiosi. Per tre volte Murray, forse il meno fab dei Fab Four, ma pur sempre un giocatore capace, nel 2016, di diventare numero uno del mondo. Per tre volte, trionfa anche Stanislas Wawrinka, e in tre tornei diversi: nel 2014 in Australia, nel 2015 a Parigi, nel 2016 a Flushing Meadows. Manca soltanto Wimbledon, e Wawrinka potrebbe addirittura fregiarsi del Career Grand Slam, risultato eccezionale in genere, e che avrebbe addirittura dell’incredibile nell’epoca dei Big Three.

Comprensibile comunque, che sia proprio Wimbledon a mancare all’appello: il rovescio a una mano di Stan, di rara potenza, necessita di una preparazione difficilmente compatibile con una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Detto questo: non soltanto tre Slam, ma anche una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, sedici titoli ATP, e la vittoria della Coppa Davis (va detto, in coppia con Federer, ma Stan fu decisivo) nel 2014.

Quali sono dunque le armi che hanno permesso a Wawrinka di essere all’altezza di avversari straordinari, lungo tutta la propria carriera? Ce lo chiederemo analizzando i dati relativi ai suoi match di Grande Slam, nel periodo 2011-2021. Prima di procedere però, diamo uno sguardo più da vicino alla carriera dello svizzero.

 

Palmarès

Già a livello junior, Stan Wawrinka si fa notare, aggiudicandosi l’Open di Francia e conquistando la settima posizione nel ranking. Nel 2004 diventa professionista e esordisce in Coppa Davis, perdendo il suo primo match, sconfitto da Victor Hănescu. Nel 2006, vince il suo primo titolo, sconfiggendo in finale a Umag un giovane serbo che farà molto parlare di sé: un certo Novak Djokovic. Nel 2008, per la prima volta, a Roma, Stan raggiunge la finale di un torneo Master 1000. Ancora una volta è Djokovic il suo avversario: in questa occasione però, Wawrinka si aggiudica il primo set, ma viene poi rimontato e sconfitto.

A fine stagione 2008, entrerà per la prima volta in top 10. Alle Olimpiadi di Pechino, vince (insieme a Federer) la medaglia d’oro nel doppio. Dal 2009 al 2012, Stan sviluppa una carriera solida, ma senza particolari acuti. Nel 2013 invece, cambia qualcosa. Probabilmente c’è un match che lo dimostra più di ogni altro, proprio a inizio stagione. Ancora una volta, in un momento decisivo della propria carriera, Wawrinka affronta Djokovic, negli ottavi di finale dell’Australian Open. Il pronostico sembra scontato, ma Stan gioca un match straordinario, mettendo a segno vincenti spettacolari, soprattutto col rovescio.

Non è abbastanza per vincere: la partita è di Djokovic, che se la aggiudica al quinto set. È abbastanza però per convincere definitivamente Stan che può giocarsela davvero con tutti. Rientra in top 10 e, a Flushing Meadows, raggiunge la sua prima semifinale Slam, sconfitto (ancora una volta) da Djokovic.

L’anno successivo, il 2014, è quello della definitiva consacrazione. In Australia, Stan conquista il suo primo Slam, sconfiggendo Nadal in finale. A Monte-Carlo, sconfigge Federer in finale e si aggiudica il suo primo Master 1000. A fine anno, è protagonista insieme a Federer della vittoria della Coppa Davis da parte della Svizzera. Chiude il 2014 come numero 3 del mondo, che resterà il suo best ranking. Nel 2015, Wawrinka si prende una rivincita con Djokovic, battendolo, un po’ a sorpresa, nella finale del Roland Garros, negando (temporaneamente) a Nole il Career Grand Slam. Supera il round robin del Masters di Londra di fine anno, ma viene sconfitto da Federer in semifinale.

L’anno successivo, un altro acuto: ancora una volta, Stan sconfigge Djokovic in una finale Slam, stavolta a Flushing Meadows. Si tratta dell’unico match di tutto il 2016 in cui Nole perde la partita dopo essersi aggiudicato il primo set: testimonianza della grinta e del carattere di Wawrinka. Nel 2017 arriva ancora una volta alla finale del Roland Garros, ma viene sconfitto da Nadal (prima sconfitta per Wawrinka in una finale Slam). Poi, purtroppo arriva l’infortunio al ginocchio. Per il resto del 2017 e sostanzialmente tutto il 2018, il campione svizzero non riesce a trovare continuità.

Nel 2019, raggiunge i quarti di finale degli US Open, e viene sconfitto da Medvedev. La condizione fisica sembra essere migliorata ma, raggiunti i trentaquattro anni, Stan sembra avviarsi alla conclusione di una grande carriera. Dopo la stagione funestata dal COVID nel 2020 e un infortunio al piede nel 2021, Stan decide comunque di rientrare in campo nel 2022, alla ricerca di un difficile ma, considerato il talento e la determinazione, non impossibile riscatto.

Uno sguardo d’insieme

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Wawrinka degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Non sorprende la grande capacità di Wawrinka di mettere a segno vincenti (oltre quaranta in media, su tutte le superfici) mentre, forse, desta qualche stupore in più il fatto che il saldo tra vincenti ed errori non forzati raggiunga il suo miglior valore sull’erba, l’unica superficie su cui Stan non ha mai vinto uno Slam. Riflettendo meglio però, possiamo provare a dedurre che non sia tanto il rapporto tra vincenti ed errori non forzati a fare la differenza per Wawrinka rispetto alle altre superfici quanto, più in generale, la dinamica di gioco.

Stan non commette cioè molti errori gratuiti e mette comunque a segno molti vincenti, anche su erba, ma spesso, su tale superficie commette errori forzati. In particolare, ciò può accadere dal lato del rovescio, se l’avversario pressa Wawrinka, riducendo il tempo a disposizione per la preparazione del colpo.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo grafico, emerge sì una buona completezza (70% di rendimento a rete, ad esempio, su tutte le superfici), ma fa capolino anche quello che potremmo definire un piccolo tallone d’Achille di Wawrinka: il dislivello tra prima e seconda palla di servizio.

Se con la prima infatti Stan porta a casa un notevole numero di punti, non solo e non tanto diretti (ace), ma con lo schema servizio-dritto o anche servizio-rovescio, la seconda palla è non soltanto più lenta, ma, rispetto a giocatori di tale livello, anche meno imprevedibile. In particolare nelle sfide con Federer, forse è stato proprio questo uno degli elementi che, spesso, hanno fatto pendere la bilancia a favore di Roger, che è invece dotato di una seconda palla ricca di variazioni, e molto difficile da attaccare.

Cercando conferme di tale osservazione, possiamo notare anche che, sul veloce, la capacità di Wawrinka di annullare palle break cala nettamente rispetto alla terra (pur attestandosi su un ottimo 70%), a testimonianza del fatto che, specialmente quando la superficie lo consente, gli avversari hanno qualche occasione di strappare la battuta a Stan aggredendolo fin dalla risposta.

I pattern più significativi, gli elementi-chiave del gioco di Wawrinka

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Wawrinka alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. Se Wawrinka ha un rendimento sulla prima palla di servizio migliore di quello del proprio avversario e l’avversario non si presenta più di 33 volte a rete, allora lo svizzero vince la partita”. Il pattern si è verificato in sessantatré occasioni e, in sessantadue di esse, Wawrinka ha vinto il match.
  2. Se Wawrinka mette a segno almeno 1.6 ace più dell’avversario in media per set e trasforma le palle break con una percentuale di almeno il 4.5% superiore, si aggiudica la partita”. Il pattern è meno generale, ma estremamente preciso: si è verificato trentadue volte, e in tutti questi match Wawrinka si è aggiudicato la vittoria.
  3. Se Wawrinka non si procura almeno dieci palle break in una partita composta da più di 39 game e, ha un rendimento sulla prima di non oltre il 5.1% migliore rispetto all’avversario, viene sconfitto”. Il pattern si è verificato quindici volte, e si tratta di quindici sconfitte per Stan.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione svizzero. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si sono rivelati decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Wawrinka, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Non stupisce come, in prima e quarta posizione, si trovino due elementi legati alla prima palla di servizio, e in particolare la differenza di rendimento rispetto all’avversario (feature più significativa) e la differenza in termini di ace (quarta feature più significativa).

A prima vista, colpisce di più la natura della seconda e della terza feature, legate al gioco a rete: si tratta, rispettivamente, della differenza nella percentuale di discese a rete trasformate in punti e del numero assoluto di discese a rete trasformate in punto dall’avversario. Possiamo però forse interpretare il dato in questi termini: se Stan, che non è un giocatore di rete (pur avendo una discreta mano) riesce a superare o a contenere l’avversario anche da questo punto di vista, significa che sta controllando il match, e probabilmente riuscirà ad aggiudicarselo.

In conclusione, la quinta feature più significativa è la differenza media in termini di errori non forzati per set, che ci ricorda come anche un giocatore del talento di Wawrinka non possa permettersi di forzare troppo il gioco, e di commettere un numero eccessivo di errori non forzati. Dopo essersi tolto la soddisfazione di veder uscire il suo primo film come produttore, e dopo otto mesi dall’ultima operazione al piede, Stan torna al tennis e dichiara di aver ancora voglia di vincere. Un’ottima notizia per tutti gli appassionati, che avranno ancora occasione di vederlo all’opera anche se l’esordio nel challenger di Marbella non è stato dei migliori.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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