Roland Garros uomini: finalmente Djokovic! Primo trionfo a Parigi e ora detiene tutti gli Slam

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Roland Garros uomini: finalmente Djokovic! Primo trionfo a Parigi e ora detiene tutti gli Slam

Al quarto tentativo, il numero uno del mondo Novak Djokovic conquista il suo primo Roland Garros. Completato il Career Grand Slam, è l’ottavo tennista a riuscirci. Andy Murray perde la sua prima finale a Parigi: non basta un ottimo primo set per evitare la disfatta. Era dai tempi di Rod Laver (’69) che un tennista non deteneva tutti e quattro i titoli dello Slam

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[1] N. Djokovic b. [2] A. Murray 3-6 6-1 6-2 6-4 (da Parigi, il nostro inviato)

Djokovic-Murray RG2016

Novak Djokovic ce l’ha fatta. Al dodicesimo tentativo fa centro al Roland Garros, vince il dodicesimo Slam della carriera e sfata quella che stava per diventare una maledizione. Nole diventa il terzo giocatore della storia a detenere contemporaneamente i quattro titoli dello slam dopo Rod Laver e Don Budge e mai come quest’anno avrà l’occasione di chiudere il Calendar Grand Slam. Intanto si iscrive anche alla ristretta cerchia dei fenomeni della storia del tennis che hanno vinto tutti i Major (il secondo più “anziano” con 29 anni e 38 giorni dopo Andre Agassi che completò il quadro a 29 anni e 14 giorni. Roy Emerson, Roger Federer, Rafa Nadal e Fred Perry gli altri oltre ai già citati Budge e Laver ).

 

Niente da fare per Murray che non riesce a far risuonare le note del “God save the Queen” a Parigi ottantuno anni dopo Fred Perry, ultimo britannico a vincere nel 1935. Dopo un primo set in cui ha approfittato della partenza diesel di Novak Djokovic (come la sua Peugeot) lo scozzese è andato via via spegnendosi dinanzi ai colpi del serbo sempre più convincente e deciso. Nole è stato probabilmente vittima ad inizio partita della troppa voglia di vincere l’unico grande torneo che ancora lo respingeva, ma alla lunga la sua superiorità in ogni aspetto del gioco è stata fin troppo netta e a tratti imbarazzante. Non è stata una partita esaltante (come tutto il torneo del resto) ma ciò che conta alla fine è che abbia consegnato definitivamente il serbo alla storia di questo sport.

Lo Chatrier è gremito in ogni ordine di posti per quello che ormai è diventato un grande classico delle racchette contemporanee: è la settima volta che Djokovic e Murray si ritrovano assieme in una finale di uno Slam con il serbo quattro volte vincitore in Australia e lo scozzese campione di Wimbledon e US Open. È la nona volta che le prime due teste di serie si affrontano nella finale del Roland Garros nell’era Open e la numero 2 ha vinto per ben quattro volte. Tuttavia Nole ha vinto dodici delle ultime quattordici sfide contro Murray, che l’ha spuntata solo a Montreal lo scorso anno e a Roma pochi giorni fa.

Un boato accoglie l’ingresso in campo di Novak Djokovic e subito partono i cori “Nole! Nole!”: lo Chatrier almeno inizialmente è al suo fianco e vuole che oggi si scriva la storia. L’avvio di partita è da shock per il britannico che cede a zero il game alla battuta di apertura ma riesce subito a recuperare al cambio di campo pressando da fondo e completando l’opera con uno splendido lob che scavalca Djokovic chiamato a rete da un dropshot ben giocato. Il copione della partita è per entrambi subito chiaro: lunghi scambi soprattutto sulla diagonale sinistra e palle corte a spezzare il ritmo. È però Djokovic a tradire maggiormente la tensione della altissima posta in palio, il quinto errore gratuito (quarto con il diritto) gli costa il secondo break di fila e lo scozzese si porta in vantaggio, tenendo anche comodamente il suo game di servizio concluso con un ace (4-1). 

Il body language dei due giocatori è molto chiaro, Murray è determinatissimo e si incita ad ogni punto, Nole è contratto e nervoso e si sommerge sotto una valanga di errori. Lo scozzese porta a casa anche il primo game che va ai vantaggi del set, spingendo con il servizio e riuscendo ad impattare con decisione anche quando il serbo prova ad alzare la traiettoria dei colpi (5-2). Dalle tribune uno spettatore invita Nole a svegliarsi – “Wake up Djoko, Wake up!” – ma la reazione del serbo si concentra sull’arbitro reo di aver giudicato buono e vincente un servizio di Murray. Lo Chatrier ulula di sdegno, in maniera francamente insopportabile,  impedendo la ripresa del gioco addirittura per due minuti, ma Murray non si distrae ed al terzo set point chiude il parziale. Bravo Murray ma davvero incredibile lo score di Djokovic che colleziona tredici errori in un solo set, otto con il diritto e cinque con il rovescio.

E l’inizio di secondo set non sembra promettere niente di buono per il numero uno del mondo che in vantaggio 40-15 nel primo game si incarta con un doppio fallo ed offre una palla break a Murray, bravissimo ad infilarlo con un passante in cross di diritto dopo una difesa pazzesca. Qui è bravo Djokovic a serrare le fila aggrappandosi al servizio. Al cambio di campo però un paio di errori del britannico offrono due palle break (le prime dopo il primo gioco della partita) al serbo che approfitta di un doppio fallo di Murray per portarsi in vantaggio (2-0) nel tripudio dello stadio, neanche ci fosse in campo un francese.

Djokovic avrebbe anche due palle break per ammazzare il set, ma con un errore di diritto ed una scellerata palla corta consente al numero due del mondo di restare in vita (3-1). Sugli spalti si fa politica tra un “Allez Hollande” un “Allez Sarkò” e intanto Djokovic comincia a mulinare il suo gioco spingendo Murray sempre più lontano dalla riga di fondo. Il ko è solo rinviato perché nel sesto gioco un millimetrico rovescio lungolinea consegna al serbo un altro break e di fatto il set, con Murray che all’improvviso comincia ad apparire dimesso ed inizia i suoi monologhi che tanto hanno infastidito Amelie Mauresmo. Insomma, dopo un’ora e ventuno minuti di gioco si sono conclusi già due set e questa è una notizia: siamo in parità ma con la partita che sembra aver preso la sua strada più tradizionale (23-10 per Nole gli h2h).

Nel terzo gioco del terzo set Andy è subito nei guai con due palle break da fronteggiare, mentre in tribuna stampa ci si lamenta per la scarsa qualità del gioco – “Speriamo facciano in fretta”: lo scozzese salva la prima in spinta e si incita con il consueto “Let’s go!” ma affossa in rete una comoda volée di diritto e cede il servizio (1-2). È una rottura prolungata quella del britannico che concede un altro break allo scatenato Djokovic (adesso sì) che incendia il pubblico con una strepitosa contro smorzata che certifica un parziale impietoso, dopo il primo set, di dieci giochi a due. Che diventano undici, non bastano neppure quattro palle break nel sesto gioco per abbozzare un tentativo di rimonta, prima che Murray argini l’emorragia (5-2) senza però evitare la fine già scritta del parziale. Dopo due ore e otto minuti la montagna da scalare per lo scozzese è davvero altissima anche perché ora in campo c’è la migliore versione del torneo di Djokovic. 

Quando ad inizio quarto set Murray scivola subito sul proprio servizio incaponendosi a servire sul rovescio di Djokovic e inabissandosi sotto una serie di errori, il film della partita sembra irrimediabilmente ai titoli di coda. L’orgoglio scozzese tiene a galla Murray che salva un mini-match point annullando la palla del 1-4 con un gran diritto su una smorzata del serbo e si riporta in scia (2-3). La resa è però solo rinviata di qualche minuto, Nole viene a prendersi un altro break (a zero) mandando Murray da una parta all’altra del campo e finendolo con un diritto lungolinea che lo porta a servire per il suo primo titolo a Porte d’Auteuil tra l’entusiasmo dello Chatrier, mai così serbo.

Ma la storia ha il suo peso e Nole al momento di chiudere trema. Murray gioca finalmente un paio di game da numero due del mondo, recupera un break, si riporta sotto sul 4-5 e sembra dire a Djokovic: “Vieni a prendertela tu”. All’improvviso il pubblico sostiene Murray, vuole ancora un po’ di partita, ma è solo un brivido che dura il tempo di uno 0-15 e di un doppio fallo sul primo match point e un rovescio largo sul secondo. Quando l’ultimo rovescio di Murray affonda in rete, Nole può sdraiarsi sul sacro suolo di Parigi e disegnare un cuore rosso come fece Guga Kuerten che applaude e sorride in tribuna.

Adriano Panatta torna a calcare quaranta anni dopo il campo che lo ha reso immortale e nel momento esatto in cui consegna la Coppa dei Moschettieri a Novak, spunta insolente e poetico il primo raggio di sole che Parigi ricordi da dieci giorni a questa parte. Per i serbi è un segno divino, per noi forse una terribile beffa.

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Focus

Rivoluzione francese: il Roland Garros si giocherà con i tifosi. Stadi pieni al 50-60%

La vendita dei biglietti partirà tra qualche giorno, il 9 luglio. Obbligo di mascherina e nuove linee guida per il distanziamento sociale, ma gli stadi saranno pieni a metà

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Rafa Nadal - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La federtennis francese, capeggiata dal presidente Bernard Giudicelli, fa sul serio. Il Roland Garros 2020 in programma dal 21 settembre all’11 ottobre si giocherà a porte aperte e l’intenzione è riempire gli spalti per più di metà della capienza, tra il 50 e il 60%. Chiaramente questa strategia dovrà superare la prova del tempo, e lo Slam parigino sta scommettendo sul fatto che la pandemia non vivrà alcuna fase di recrudescenza e dunque i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti.

La vendita dei nuovi biglietti – ricordiamo che circa due mesi fa il Roland Garros ha avviato le pratiche per il rimborso completo dei ticket venduti per le date primaverili – partirà dal 9 luglio, con priorità per membri e soci dei circoli ‘affiliati’ alla FFT (federazione tennis francese). La vendita libera comincerà invece il 16 luglio.

Il comunicato diffuso dall’organizzazione del Roland Garros specifica che la situazione può ancora mutare, ma delinea il best case scenario sulla base delle informazioni attualmente disponibili. I biglietti venduti per i tre campi principali (Philippe-Chatrier, Suzanne-Lenglen e Simonne-Mathieu) saranno rigidamente suddivisi per giorno, campo e settore – e l’esatto seggiolino di ogni spettatore verrà comunicato a metà settembre. Questo perché gli organizzatori intendono mettere in vendita un’altra tranche di biglietti a inizio settembre, se le cose continueranno a migliorare.

Applicando agli stadi di Port d’Auteuil gli stessi criteri che hanno consentito la riapertura al pubblico di cinema e teatri, i tifosi all’interno di ogni impianto non dovranno mai superare il 50-60% della capienza totale. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Se per qualche motivo la situazione sanitaria dovesse peggiorare e nuove linee guida più severe dovessero essere imposte, impedendo l’accesso ad alcune delle persone che hanno acquistato il biglietto, il Roland Garros si impegna a rimborsare tutti i tagliandi che non potranno essere utilizzati.

Tra le raccomandazioni del torneo – in realtà sembra proprio che si tratterà di un obbligo – c’è quella di indossare sempre la mascherina nei pressi degli stadi. Gli spazi tra un campo e l’altro, e le possibilità di spostarsi, verranno ad ogni modo ridefiniti sulla base delle linee guida delle autorità sanitarie.

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Focus

In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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Personaggi

I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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