Intervista esclusiva ad Alexandr Dolgopolov: "Senza infortuni avreste visto il meglio di me"

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Intervista esclusiva ad Alexandr Dolgopolov: “Senza infortuni avreste visto il meglio di me”

Alexandr Dolgopolov era tra i più attesi dal pubblico del Queen’s ma lo strascico di un infortunio, l’ennesimo, gli ha impedito di prendere parte al torneo. Il ventisettenne ucraino si è ugualmente concesso a Ubitennis per una chiacchierata, comparendo in sala conferenze con indosso una maglietta raffigurante… se stesso

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Dal nostro inviato a Londra

Grazie per la disponibilità, Alex. Sei rimasto qui nonostante l’infortunio?
Sì, sono ancora un po’ acciaccato, quindi ho preso la decisione di non tornare in campo troppo presto. Sono rimasto qui per allenarmi.

Pensi di rimanere a Londra fino a Wimbledon?
No, ho ancora in programma di giocare a Nottingham. Partirò venerdì, fino a quel giorno sarò qui.

 

Te la senti di giocare quel torneo, quindi.
Vedremo. Oggi è stato il primo giorno in cui sono sceso in campo nelle ultime quattro settimane e non ho ancora iniziato a servire, perché ho avuto un problema alla schiena. Spero di riuscire a giocare qualche match almeno lì. Penso che l’erba sia la miglior superficie su cui posso tornare da un infortunio, perché i punti sono brevi: fisicamente non sono al massimo della forma, ultimamente non potevo neppure correre.

La tua carriera è costellata di questi infortuni. Pensi che siano connessi tra di loro, in qualche modo?
Non credo. Ho fatto un movimento sbagliato servendo, e quando sono atterrato ho sentito uno schiocco nella schiena. Non vedo connessioni, di solito me ne capita uno ogni anno e mi impedisce di giocare per due-tre settimane. Però sono tutti completamente diversi tra di loro.

Adesso la smettiamo di parlare di infortuni, promesso.
(Sorride.) Di certo senza di loro avreste visto un Alexander Dolgopolov diverso, migliore. L’anno scorso ho giocato le semifinali di Cincinnati e mi sono fatto male la settimana successiva, la stagione precedente ero intorno al numero 10 nella race al momento di Wimbledon e mi sono dovuto operare al ginocchio… un mese fuori, un mese per riprendere a giocare al tuo livello… però il mio corpo è fatto così. Lo prendo per quello che è.

A questo proposito: è difficile identificare il tuo gioco, fare paragoni, ma ora che sei a una certa fase della tua carriera noti una evoluzione? Un percorso?
Se guardi con attenzione puoi trovare degli indizi: dei posti mi piacciono più di altri, ho colpi migliori e meno buoni… il punto è che non ho molti colpi meno buoni, in realtà. È questo che mi ha reso imprevedibile. Non uso un solo colpo per coprire tutto il campo, ma adesso ho imparato quali colpi preferisco giocare e quali mi piacciono di meno. Col passare degli anni ogni giocatore riesce a capire come gli viene più naturale giocare, cosa fa nei momenti importanti, dove serve in quei momenti e così via.

E nel singolo incontro? Hai una strategia precisa?
Ho un piano generale, basato sul mio gioco. Se funziona, se sono aggressivo e gioco bene, non fa la minima differenza chi io abbia di fronte. Se a un certo punto non funziona e mi accorgo che non sono a mio agio, cerco di capire cosa mette a disagio l’avversario.

Quei colpi sorprendenti, che soltanto tu e pochissimi altri tennisti contemporanei giocate, quelli che fanno fare “wow” al pubblico? Nascono perché dici a te stesso: “Adesso non gioco un colpo in sicurezza, adesso lascio tutti di sasso”?
Mmh… molti di questi colpi arrivano quando sono in una posizione difficile, quindi non sto lì a pensare, ad esempio che potrei giocare un colpo più sicuro. Quando ho una palla facile per chiudere, o una palla importante, di solito cerco la soluzione più semplice. I colpi meravigliosi vengono fuori quando sono lontano dalle righe e colpisco a tutto braccio, improvvisando. (Sospira.) Non saprei dire, ma credo che in un’era tennistica differente sarebbe stato più facile per me. Le superfici erano più veloci, la palla viaggiava di più… adesso tutto gira attorno alla solidità. Per me che amo colpire vincenti non è facile.

Temo che il tempo a nostra disposizione sia agli sgoccioli, dovrò sacrificare qualcuna delle tre pagine di domande: Olimpiadi? Sì o no?
Uh, mi dispiace. No, comunque, andrò ad Atlanta e a Los Cabos. Ho sentito che c’è un qualche virus pericoloso in Brasile, preferisco non rischiare. Non vorrei aggiungere un’altra strana malattia alla lista, hai visto come è lunga. (Ride.)

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Puerta e il doping, il manager: “Era un grande giocatore, ma ha pagato per la sua arroganza”

Seconda parte del reportage de “La Naciòn” sul caso di Mariano Puerta. Dopo aver riportato le parole del diretto interessato, che ha ammesso di aver mentito sulle cause della sua positività, proseguiamo oggi con le versioni discordanti dei collaboratori del finalista del Roland Garros 2005

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. Dopo le ammissioni di Mariano Puerta a Sebastian Torok, ecco le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager di Puerta


L’INTERVISTA AL PREPARATORE ATLETICO LECMAN

“Parlo con un tono sommesso perché ho avuto un ictus”, dice Lecman non appena risponde alla chiamata. L’ex sollevatore di pesi, campione panamericano, ha subito un duro colpo otto anni fa e ha trascorso 20 giorni in coma, ma ha superato il peggio. Non poter camminare ed essere costretto a indossare i pannolini è un ricordo del passato. Si sta progressivamente riprendendo dall’afasia, il disturbo del linguaggio che deriva da una lesione cerebrale. Dice che adesso è felice, che ha un figlio di “un anno e tre mesi”, ha “tanto lavoro” e che insegna perfino per mezzo di Instagram. Inoltre, continua ad allenarsi quattro volte a settimana in modo da non “indurire il corpo”.

 

Durante la sua carriera nel sollevamento pesi e dopo vari inconvenienti nei suoi tentativi olimpici, il fantasma del doping ha aleggiato su Lecman. In un’intervista a La Naciòn del giugno 1999, quando gli venne stato chiesto perché gli atleti di questo sport fossero sempre stato sospettati, rispose così: Guarda, i casi di doping sono frequenti. C’è il doping, non te lo nego. Ora, dipende da ciascuno. Penso che quando raggiungi un certo livello devi assumerti delle responsabilità e devi comportarti da adulto”.

Il lavoro di Lecman con Puerta iniziò nel 2003. “Ti dico la verità: non lo sento da anni”, dice. E ascolta la nuova versione dell’ex tennista. Che un mio amico fabbricò le pillole in un laboratorio? No no no. Io non c’entro niente, risponde l’uomo che ha iniziato a sollevare pesi all’età di 14 anni, al Maccabi.

Questa spiegazione non è reale?
No no no. Io non c’entro niente. Non gli diedi niente.

Qualcuno dei tuoi amici ha fatto le pillole che Puerta ha consumato in quei sei mesi?
È una menzogna, scrivilo.

E cosa è successo?
Non lo so. Ti sto raccontando cosa è successo. Che strano, Mariano è un mio amico. Che strano. Non la vedo così. Appena finito gli manderò un messaggio WhatsApp. Lo chiamerò. Se lo ha fatto, è un peccato. Ma io non c’entro niente.

Prima della finale del Roland Garros eri andato a Parigi. Gli hai fornito nuove vitamine che avrebbero potuto risultare positive al test antidoping?
Non sono a conoscenza di questo. Lo allenavo. Era il migliore, era il migliore. Fece due anni senza potersi allenare. E nel 2007, quando è tornato, siamo andati insieme ai tornei. Quindi non sono a conoscenza di questo fatto.

Cosa pensi sia successo per essere risultato positivo al doping?
Non lo so. Io ero solo il preparatore atletico.

Non gli fornivi tu gli integratori vitaminici?
No no no. Vediamo… non era il mio lavoro.

Chi gli forniva allora gli integratori?
Non lo so.

Come hai reagito quando hai scoperto il doping?
Non ho capito niente e non ho capito cosa stesse succedendo. Dicevo: ‘È una pazzia. Cosa sta succedendo?’. Ero sorpreso. Sì sì. Inoltre, ero molto arrabbiato perché [Puerta] era una brava persona, a quel tempo.

Non hai mai chiesto in confidenza a Puerta cosa è successo?
No, è molto riservato.


LE PAROLE DELL’ALLENATORE SCHNEITER

Il legame giocatore-allenatore tra Puerta e Schneiter non è iniziato, secondo la testimonianza dell’attuale tecnico del cileno Cristian Garin [numero 18 ATP], con tutte le carte in tavola. Schneiter, N.62 ATP in doppio nel marzo 2003, era N.133 al termine di quella stagione, e valutò il ritiro da giocatore per allenare Puerta e Franco Squillari. “A dicembre iniziammo la pre-season e un giorno Puerta mi chiamò dicendomi che era risultato positivo in un controllo antidoping e che sarebbe stato fuori per nove mesi perché sospeso [da ottobre 2003 a luglio 2004]. Avrei dovuto saperlo prima di prendere una decisione così importante. Quello che ho fatto è stato restare con Squillari e continuare a giocare, fino al ritorno di Mariano”.

Quando Mariano tornò, nel luglio 2004, al Challenger italiano di San Benedetto, era N.384. Il rendimento di Puerta fu un crescendo. In quella stagione, dopo aver vinto quattro Challenger e un Futures, finì 133 in classifica. Nel 2005 arrivò l’esplosione, con la finale a Buenos Aires, le semifinali ad Acapulco, il titolo a Casablanca, l’ottavo a MonteCarlo e la finale al Roland Garros. Il lavoro di Gringo Schneiter proseguì per poche settimane dopo Parigi, fino a Cincinnati. E poi lo stesso Puerta [salito al nono posto] lo informò che voleva rompere la collaborazione.

Dopo aver appreso che Puerta aveva dichiarato che la teoria del bicchiere era falsa, Schneiter ha commentato: “Quando in un’intervista [del dicembre 2005, ndr] dissi che la teoria del bicchiere sembrava un film di fantascienza, Quique Estevanez mi chiamò per dirmi che mi avrebbe denunciato e portato in tribunale. Sapevo che stava mentendo. È un bene che lo dica. All’epoca era convinto che fosse accaduto un fatto del tipo, ‘sono andato un attimo negli spogliatoi, mia moglie ha avuto un problema mestruale, sono tornato, ho bevuto nel bicchiere, c’erano residui nell’acqua’. Wow. Era una roba da film”.

Qual è la tua versione dei fatti?
Io ero cosciente di quello che stava accadendo e lui era molto rilassato al riguardo. Sono successe due cose strane che sfuggirono di mano. Lecman non era con noi ai tornei e Darío ha una storia sportiva accidentata. Mariano, quando ha vinto la semifinale [contro Davydenko, ndr], ha invitato Darío a venire. Da quando Darío è arrivato a Parigi, ci sono state delle piccole cose che mi sono sfuggite, perché sono stati soli per molto tempo e di più non posso dire. In quel lasso di tempo non l’avevo sott’occhio. Nella partita con Davydenko, Mariano soffrì uno strappo di due millimetri alla gamba, e non so se gli sia stato dato qualcosa per questo. Mariano ha preso una pillola, tutto l’anno, di caffeina con ginseng che abbiamo usato per attivarci, mezz’ora prima di iniziare le partite. È vero che la faceva un laboratorio. Non che l’abbia comprato da un GNC, no. Ma l’ha presa tutto l’anno. Infatti, quando giocò con Nadal ad Acapulco, era notte, erano le quattro del mattino e Mariano era ancora sveglio; non riusciva a dormire. Se era un po’ giù, la prendeva. Io allenavo anche Squillari e prendeva la stessa pillola. Era consentita a livello di protocollo. Mariano era stato controllato cinque volte prima del Roland Garros. Perché è risultato positivo nella finale? Questa è la parte che non riesco a spiegare. Non lo so.

Puerta cosa ti ha detto?
Glielo chiesi. E mi disse che non lo sapeva. Ho rotto con lui dopo Cincinnati. Quando ritornammo in Argentina, mi lasciò un sabato mattina e la domenica sera successiva mi chiamò per andare a casa sua, dato che era risultato positivo al doping. Era una settimana prima dello US Open.

Quando ti ha detto che non lo sapeva, gli hai creduto?
No. Sapevo che mi aveva mentito. Dopo non so cosa dire, perché niente mi è sfuggito. L’unica cosa che mi è sfuggita è che Lecman arrivò a Parigi un giorno prima della finale e li ho persi di vista un po’ quel giorno. Non metto nemmeno un’unghia nel fuoco per nessuno dei due. Da parte mia, posso dirti che non prendeva nulla di strano. Controllavo tutto quello che potevo e non ci fu mai un problema. Infatti, l’anno precedente viaggiai due mesi con una bilancia, affinché potesse dimagrire. Ho fatto di tutto per dargli fiducia, per tirarlo su di morale. Era fuori peso forma, senza convinzione nei suoi mezzi. Poi ottenne questo, dal nulla mi lasciò, dal nulla risultò positivo al doping, dal nulla sono successe un sacco di cose, e non mi pagò. Oggi non ho rapporti con lui. Due cose mi hanno ferito: mi era vicino. Anche Guillermo Pérez Roldán era un mio amico e ho visto da dietro le quinte tutto quello che ha fatto per stare con Mariano. Ero molto arrabbiato con lui e con Pérez Roldán, con il quale anche non parlo più perché era mio amico e ho visto le e-mail che mandava a Mariano, chiedendogli di allenarlo di nuovo, dato che me le ha mostrate. Tutto scoppiò dopo il Roland Garros. È così: quando li prendi in una brutta situazione, nessuno vuole lavorare con loro; dopo quando sono bravi, sì.

Hai parlato con Lecman in quel momento?
Sì, ho parlato con Lecman. È un altro con cui non parlo più. Ebbi la sensazione che non fossero onesti in molte cose. Non gli ho creduto. Si sono detti di tutto, si sono incolpati a vicenda e due anni dopo, quando Puerta è ritornato a giocare, erano di nuovo insieme. Allora, lei cosa ne pensa? Sembrava un accordo tacito tra loro su qualcosa che non ho mai capito. Posso assicurarti che mi hanno lasciato fuori da questo ‘casino’. E posso assicurarti sui miei figli che non ho dato niente a Puerta.

Trasse vantaggio Puerta in finale con Nadal?
No, al contrario. Se fosse stato bene in finale, non avrebbe perso quella partita. Puerta giocò con una gamba. Ci furono mille palle dove lui non corse.

Quando Lecman arrivò a Parigi avesti dei timori?
No. Quando Mariano ruppe con me mi chiamò un giorno per dirmi che era risultato positivo, e fu una sorpresa. Non riuscivo a capire. In quel Roland Garros prese le massime precauzioni. Prima di iniziare il torneo Mariano accusò un mal di denti e il medico del torneo ci consigliò di andare da un dentista che però era lontano. Puerta non volle andare, ne trovammo un altro, andammo, gli prescrisse tre farmaci da prendere e io gli dissi: ‘Resisti fino a domani con qualunque cosa, fatti un sorso di alcol, o qualcosa di simile. Domani andrò molto presto a parlare con il medico del torneo’. E così fu. Il giorno successivo, il dottore tirò fuori un libro, si mise a controllare i farmaci, disse che era consentito e che poteva acquistare il farmaco prescritto. Puerta lo prese alle 10 del mattino del giorno successivo. Quando saltò fuori la faccenda del doping, Mariano mi chiese se mi ricordassi cos’aveva preso. Non ne avevo idea, ma il medico del Roland Garros controllò e si ricordò. Comunque, non aveva niente a che fare con la sostanza dopante.

È passato molto tempo dall’ultima volta che hai parlato con Puerta?
Quanto tempo fa è successo il fatto della positività al doping?

Quindici anni.
Dunque, sono quindici anni che non parlo con lui.

Se mai lo incontrassi, cosa gli chiederesti?
Che mi dica cosa ha preso e perché prese qualcosa. Penso che abbia preso qualcosa senza saperlo e che ci sia stata negligenza. Non era qualcosa che ha preso apposta e ha detto: ‘Prendo questo e se funziona, funziona’. Era tipico di lui: pensava di essere immortale e io ero agitato, perché vedevo che era rilassato. Gli dicevo: ‘Idiota, non possiamo risultare positivi al doping’. E lui non sembrava conscio del rischio. Ed era un recidivo! Stavo impazzendo ed ero stressato.

Quindi, il tuo più grande sospetto si concentra sull’arrivo di Lecman prima della finale.
Darío lo puoi incastrare facilmente da quel lato, dato che aveva già avuto problemi in passato. È capace di avergli detto: ‘Prendi questo, sarai tirato come un violino, non sentirai niente nella gamba, non succederà niente’. E quel ‘non succederà niente’ erano quei milligrammi di etilefrina che furono trovati facendolo risultare positivo. O forse fu lui a dire a Lecman, a cui non fregava nulla: ‘Darío, dammelo, giocherò come mi viene’. Non so cosa sia successo di preciso, ma sembra che ci fosse qualcosa di simile, perché dopo hanno continuato a lavorare insieme.

Lecman non era solito accompagnare Puerta ai tornei?
Mai. Quella fu la prima volta. E poi ci accompagnò a Montreal e Cincinnati. Quella domenica sera Mariano mi chiamò per dirmi che era risultato positivo all’antidoping, andai nel suo appartamento, in realtà quello di Estevanez, che stava nello stesso palazzo, là a Sucre e Figueroa Alcorta. Entrai, e stavano tutti riuniti e lui mi disse: ‘Sono risultato positivo all’antidoping al Roland Garros’. E mi venne spontaneo di chiedere: ‘Cosa?! Cos’hai preso?’. E lui mi disse: ‘Non lo so’. So che quella risposta era una bugia. So che mi mentì.

Lo sai o lo sospetti?
Abbiamo condiviso cose come marito e moglie. Tutti i giorni, per un anno e mezzo. Ci conoscevamo, sapevamo quando uno mentiva o diceva la verità. Gli dicevo: ‘Hai mangiato quella cosa?’. Mi diceva di no, ma sapevo che mi stava mentendo. Abbiamo fatto questo giochetto 4000 volte insieme e sapevo quando mi mentiva o no. Percepisco che non si sia comportato onestamente con quella risposta.

Segue a pagina 2: la versione del manager

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Flash

Oliviero Palma: “A Palermo orgogliosi di aver mostrato a 160 paesi che si può giocare a tennis”

PALERMO – Il direttore dal Ladies Open di Palermo traccia un bilancio del torneo: “Un grosso successo sanitario, prima che tecnico”. Su Vekic: “Non si possono obbligare le giocatrici a non andare in giro”

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Siamo orgogliosi: l’idea che possiamo mostrare a 160 paesi che ci seguono in TV che un torneo di tennis si può giocare rispettando le regole, ha convinto tutti a rispettarle“. Il consuntivo del direttore del Ladies Open di Palermo, sul finire del torneo, è questo. Con l’obiettivo, tra gli altri, di fare due chiacchiere con Oliviero Palma, ho raggiunto la Sicilia per le fasi finali del torneo. Potete ascoltare qui quello che ci ha detto.

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

I protocolli sono stati ottimi ma sono suscettibili di modifiche. Ad esempio era previsto che si facessero tamponi fino a domenica, ma una tennista non potrebbe muoversi fino alla conferma della negatività” spiega Palma, che fa riferimento al fatto che domani comincia il torneo di Praga e le eventuali giocatrici testate di domenica non avrebbero potuto lasciare Palermo in tempo utile per andare a giocare. “Quindi, dopo aver fatto tamponi ogni cinque giorni, abbiamo fatto gli ultimi tamponi venerdì. Testare questi protocolli era importante per noi, per la WTA e per chi dovrà lavorarci in futuro”. Anche l’obbligo di fare la doccia lontano dal Country Club, vista la canicola palermitana, è stato rivisto per evitare alle giocatrici il fastidio di andare via dai campi zuppe di sudore nelle auto che le riaccompagnavano all’hotel Astoria Palace.

 

Questo perché, occorre specificarlo, i protocolli della WTA sono ‘consigli’ e non hanno valore di legge: chiaramente va rispettata quella del paese in cui si gioca. “La WTA non può obbligare Vekic a non andare in giro: sta alla sua sensibilità. Va ‘rimproverata’ perché ha messo la foto sui social e ha dato un messaggio sbagliato. Però non ha messo a rischio la salute di nessuno. La legge dice che all’aperto non è obbligatorio indossare la mascherina, anche se noi qui la facciamo indossare a tutti per dare un messaggio positivo“. Tanto per mettere le cose in prospettiva, Palma dedica una battuta simpatica anche a Gasquet, che aveva criticato duramente l’organizzazione palermitana per non aver creato, di fatto, una vera ‘bolla’ a protezione delle giocatrici che hanno alloggiato in un hotel assieme ad altri ospiti: “Sarà un ottimo tennista, ma non è un infettivologo...”.

Palma ha fatto anche un breve accenno all’assenza di delegati FIT a Palermo – c’era soltanto Tathiana Garbin, in Sicilia a titolo personale – e alla sfortuna di non essere riusciti a confermare la presenza di Halep, nonostante il contingente rumeno, alla fine, sia stato composto da ben nove giocatrici.

Il grosso successo di questo evento non è stato l’aspetto tecnico, che non ho neanche seguito attentamente, ma l’aspetto sanitario. Abbiamo fatto circa 500 test” riassume Palma. Che prima di esprimere un giudizio definitivo sul torneo, ci confessa che avrà la premura di attendere martedì o mercoledì, quando tutte le giocatrici che sono iscritte al torneo di Praga avranno svolto e ricevuto i risultati del tampone. Sarebbe un’importante conferma della buona riuscita del primo torneo in assoluto dopo la lunga pausa.

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Focus

Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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