David Spearing, l'honorary steward di Wimbledon che siede tra i grandi

Interviste

David Spearing, l’honorary steward di Wimbledon che siede tra i grandi

Intervista a David Spearing, il più anziano e celebre honorary steward di Wimbledon. David è ora celebre in tutto il mondo. Presente da diciotto anni nel box dei giocatori, conosce bene i top players e le loro famiglie

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Lo riconoscete? Se ci fate caso, quando la telecamera indugia sul volto imperturbabile di Mirka Federer, o quello di Ivan Lendl, su una trepidante Kim Murray o sul glaciale Patrick Mouratoglou, dietro di loro, nel players box del Centre Court di Wimbledon, siede sempre allo stesso posto un signore che ricorda il Generale Custer, con quel suo ampio cappello nero e in giacca e cravatta scura. No, non è un cowboy. Si tratta di David Spearing, 81 anni, il più anziano e celebre Honorary Steward di Wimbledon. Lo abbiamo incontrato all’All England Club e, con un’amabilità tutta british, ci ha raccontato un po’ la sua storia.

David svolge il ruolo di steward a Church Road da ben 43 anni. È britannico, si è laureato a Cambridge ma vive da 48 anni ad Abu Dhabi dove ha fondato una società di consulenze. Tuttavia, nel periodo dello slam londinese, lascia gli Emirati e ritorna nella sua Inghilterra per svolgere il lavoro forse più invidiato dagli appassionati della racchetta: sedere accanto ai grandi campioni del tennis e al loro team. Ma essere honorary steward a Wimbledon è davvero solo questo?

La gente crede che io abbia il lavoro più bello del mondo” ci racconta David, accomodato su una delle panchine di legno sulla terrazza della sala stampa. “Molti credono che io arrivi qui e che semplicemente mi sieda nel players box. In realtà mi alzo alle sei meno un quarto del mattino; alle sei e mezza parto da casa, da Epsom, per venire a Wimbledon. Il mio primo compito è quello di controllare la ‘queue’ quando comincia a scorrere. Devo annunciare quanti biglietti sono disponibili e spiegare al pubblico come funziona il sistema delle code e della vendita dei biglietti. Dopodiché vado nel club house. Mi occupa di varie cose, mangio rapidamente e, alle 13, quando hanno inizio le partite sul Centrale, accolgo le famiglie dei giocatori. Ed è la prima volta che mi siedo nella giornata” (ride).

 

David è lo steward con il maggior numero di anni di attività in seno al torneo e così, nel 1998, l’All England Club gli ha conferito il “titolo” di Wimbledon’s senior honorary steward, attribuendogli inoltre il ruolo più prestigioso tra gli steward: gestire il players box. “Più i giocatori sono famosi, più giocano sul Centre Court” continua David “inoltre, tennisti come Djokovic, Federer o Serena, essendo i più forti, rimangono a lungo nel torneo, giocano ogni due giorni, raggiungono spesso le finali, quindi i loro familiari sono quelli che conosco di più. Di Roger Federer, per esempio, conosco bene i genitori, la moglie e i figli, così come conosco bene la moglie di Andy Murray“.

Se potesse scegliere, quale sarebbe il suo match preferito a cui ha assistito in tutti questi anni? “È molto difficile, ce ne sono stati tanti bellissimi. Forse, prima che costruissero il tetto, sceglierei la finale disputata il lunedì tra Ivanisevic e Rafter, vinto da Goran 9-7 al quinto. Ma anche i match tra John McEnroe e Bjorn Borg o tra Federer e Nadal. Mi piace vedere partite in cui in campo ci sono giocatori dallo stile opposto. Per esempio, quando giocano Federer e Nadal, Rafa corre tantissimo e prende tutto, mentre Roger gioca come se danzasse, lui ‘veleggia’ sul campo“.

Ma David è diventato celebre anche per il suo cappello nero. “Sì, è vero. Tempo fa ho detto agli organizzatori del torneo che avevo bisogno di un panama perché, dove siedo io, a una cert’ora, al tramonto, il sole batte forte. Ma non riuscivo a trovare il modello giusto. Poi un giorno, un amico del Club mi diede questo cappello nero. ‘Non lo voglio così’ dissi, ‘ne vorrei uno normale’. Ma lui mi rispose che se lo avessi portato me lo avrebbe dato gratuitamente. E così quel cappello è diventato famoso. Ora si trova al Lawn Tennis Museum. Quello che indosso in questo momento è un ‘Greg Norman’ anche se è ‘made in China’ (ride)”.

David è ormai diventato una celebrità in Gran Bretagna ma è conosciuto anche nel resto del mondo. E, infatti, mentre parliamo con lui, altri esponenti della stampa britannica sono accanto a lui per fargli delle domande. “È divertente perché, pur avendo il compito di occuparmi del pubblico nel corso della mattina e di far accomodare gli spettatori nel players box, le radio e le televisioni si interessano a me e le persone, quando mi incontrano, vogliono fotografarmi o fare un selfie con me. In realtà sono conosciuto un po’ in tutti i paesi del mondo in cui si segue il tennis, ho rilasciato interviste ai media del Brasile, Canada, Serbia, Australia e America”. Spearing evoca ancora i giocatori che conosce meglio: “Rispetto agli altri giocatori conosco di più Serena e Venus perchè spesso l’una è anche spettatrice dell’altra e quindi sono spesso sedute nel box dei tennisti. Ricordo Nadal e i problemi di coaching con lo zio Toni. Suo zio gli aveva detto qualcosa durante un match e si credeva che stesse facendo coaching, quando in realtà lo stava informando che si sarebbe allontanato qualche minuto per andare a prendere una Coca-Cola! (ride). E la mamma di Steffi Graf, che applaudiva allo stesso modo i bei punti di Steffi così come quelli della sua avversaria“.

Ma David fa il tifo per un giocatore in particolare? “Sì, ho i miei preferiti ma tifo in silenzio. Non sarebbe appropriato se esternassi il mio tifo. Ma quando viene giocato un bel punto, applaudo pur mantenendo un certo contegno“. David Spearing, celebre ormai in tv, radio e web ma sempre “in the old fashioned way“. Chapeau (è proprio il caso di dirlo…) David!

David Spearing con Laura Guidobaldi - Wimbledon 2016 (foto di Roberto Dell'Olivo)

David Spearing con Laura Guidobaldi – Wimbledon 2016 (foto di Roberto Dell’Olivo)

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ATP

Alex Corretja su Carlos Alcaraz: “Non credo dovrebbe essere ossessionato dal numero 1 ATP”

L’ex numero 2 al mondo ed apprezzato talent di Eurosport parla del ritorno alle competizioni di Carlitos Alcaraz: “Concentrarsi soltanto sull’obbiettivo di riconquistare il primato in classifica, sarebbe un peso sulle spalle in più di cui non ha bisogno alla sua età”

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Alex Corretja

Sono indubbiamente mesi particolari quelli che sta attraversando e che – soprattutto – ha attraversato Carlos Alcaraz. Dopo il trionfo Slam a New York, il primo della sua carriera, che gli è valso il primato del Ranking ATP ad appena 19 anni, – il più giovane di sempre, superando il precedente record appartenuto al leone d’Australia Lleyton Hewitt – la giovane stella di Murcia si è incanalata in un vortice funesto per il suo fisico che l’ha tormentato senza dargli un attimo di tregua costringendolo a rimanere fermo ai box in modo perenne.

Prima l’infortunio occorso agli addominali durante il match di quarti di finale al Masters 1000 di Parigi Bercy, nel blockbuster del nuovo che avanza contro il diavoletto Holger Rune, che gli ha fatto rinunciare alle sue prime Finals in quel di Torino e nuovamente alla Coppa Davis: nel 2021 non aveva potuto difendere la maglia della Roja, nella fase finale di Madrid, a causa della positività al Covid-19. Dopodiché come se non bastasse, in seguito alla riabilitazione per recuperare dallo strappo obliquo all’addome e alla preparazione con vista 2023 nell’esigua off-season, altro stop fisico alla vigilia dell’Australian Open: lesione alla coscia destra, precisamente al muscolo semimembranoso – il quale con il muscolo semitendinoso e il bicipite femorale dà vita agli ischiocrurali ovvero i muscoli posteriori dell’arto.

Ora finalmente sembra essersi definitivamente messo alle spalle questo periodo nero, con il fisico rimesso a nuovo. Ed è difatti prontissimo per rientrare nel circuito all’ATP 250 di Buenos Aires, al via tra due settimane a partire dal 13 febbraio. Evento propedeutico a scaldare i motori e riprendere la forma migliore per poi gettarsi a capofitto della difesa del titolo ottenuto lo scorso anno nel ‘500’ di Rio De Janeiro. Dopo questa parziale tappa nella cosiddetta “Gira Sudamericana” tra Argentina e Brasile, il n. 2 ATP rimarrà sempre in America Latina ma spostandosi più verso il centro: volerà infatti in Messico per prendere parte ad un altro evento cinquecento come l’ATP di Acapulco. A questo punto sarà la volta di dirigersi in California ed in Florida, dove prenderà forma il secondo grande blocco della stagione dopo l’estate australiana: il Sunshine Double.

 

Del fenomeno iberico, ne ha parlato apertamente ai microfoni di Express Sport un altro grande della storia del tennis maschile spagnolo: l’ex numero due al mondo e due volte finalista – nel 1998 e nel 2001 – al Roland Garros Alex Corretja. Il 48enne di Barcellona, ormai da diversi anni apprezzato volto di Eurosport nelle settimane dei Majors, ha analizzato nel dettaglio il contesto nel quale Carlitos ritorna in pista.

L’ASSENZA DI ALCARAZ IN AUSTRALIA

È stato un vero peccato perché Carlos stava lavorando molto duramente per poter giocare bene ed esprimersi al meglio in Australia. Penso che il grande sforzo che ha dovuto fare per vincere lo US Open e quindi di conseguenza per diventare il numero uno al mondo, lo ha pagato sul piano fisico come è normale che sia. Ottenere quello che lui ha raggiunto a New York e farlo nel modo in cui lo ha fatto, richiede inevitabilmente molte energie ma anche un periodo successivo di assestamento per comprendere il nuovo contesto nel quale ci si trova e prendere le misure con le sue nuove aspettative che vengono richieste dall’opinione pubblica. Ma sono certo che molto presto sarà di nuovo pronto per competere ad alti livelli al cospetto dei migliori giocatori del Tour”.

L’OSSESSIONE DELLA PRIMA POSIZIONE ATP

Non credo che dovrebbe essere ossessionato dal discorso relativo al trono di numero uno al mondo. Non penso che il suo obiettivo in questo momento debba essere quello di riconquistare a tutti i costi la posizione privilegiata di più forte tennista del Pianeta, perché altrimenti sarebbe soltanto contro-producente per la sua carriera. Se ritornerà ad essere n. 1 ATP, lo deve fare mediante un percorso naturale che passi prima da prestazioni degne del suo tennis e poi di conseguenza dai risultati ottenuti. Deve infatti, dal mio punto di vista, concentrarsi primariamente su come affronta ogni singolo match per ciò che concerne la prospettiva, tattica, tecnica e mentale; e inoltre vedere se riuscirà a scovare all’interno di un processo volto a ricercare costanza di rendimento eventuali miglioramenti da poter effettuare oppure semplicemente stabilizzarsi sul livello espresso nel 2022. Se non dovesse avere questo tipo di atteggiamento, ma avere in testa solo di riprendersi il primato il classifica, questo gli causerebbe soltanto ulteriore pressione ed un peso in più sulle spalle di cui non ha assolutamente bisogno a quest’età“.

Dalle parole rilasciate dal torello di Murcia, i timori di Corretja sembrano fugati prima ancora di rivederlo in azione, e per la prima volta, nel 2023.

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Flash

Fabio Fognini punta a tornare a Buenos Aires: “Vorrei vincere un altro titolo prima di salutare il circuito”

Fognini al Corriere dello Sport: “Una questione di testa? No, in carriera avrei dovuto gestire meglio i miei infortuni. Nole il più forte ma il meno amato dei Fab Three”

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Fabio Fognini - Montecarlo 2022 (Foto Roberto Dell'Olivo)

In un’intervista rilasciata a Luca Fiorino per il Corriere dello Sport, Fabio Fognini parla dei suoi prossimi obiettivi, con uno sguardo proiettato a quelle che saranno le sue attività quando arriverà il momento di dire addio al circuito. Ma non ora, perché il giocatore ligure ha voglia di dimostrare a se stesso e ai suoi tifosi di essere ancora capace di competere ad alti livelli. Dopo un avvio di stagione complicato a causa di un infortunio al piede sinistro – una “frattura intra-articolare della falange” – avvenuto durante l’Australian Open (in cui ha perso al primo turno contro Thanasi Kokkinakis), l’azzurro – che si è ritirato dal torneo di Cordoba – si sente pronto a scendere nuovamente in campo: “Adesso l’idea è quella di rientrare per Buenos Aires, un appuntamento a cui tengo molto. In Argentina mi sono sempre sentito amato. Tuttavia non voglio rischiare, giocherò soltanto se i medici mi daranno il via libera“. A proposito di Australian Open, Fabio riconosce la superiorità di Novak Djokovic rispetto a tutti gli altri… “Nole è il più forte e i numeri lo dimostrano, ma è anche il meno amato dei Big Three”.

Fognini, classe 1987, ha raggiunto il suo best ranking nel 2019 diventando n. 9 del mondo. Vanta finora nove titoli (Stoccarda e Amburgo, 2013; Viña del Mar, 2014; Umago, 2016; Gstaad, 2017; San Paolo, Bastad, Los Cabos, 2018; Montecarlo, 2019), si issa in altre 10 finali e vorrebbe aggiungere un decimo trofeo al suo già invidiabile palmares: “Prima di salutare desidererei vincere un altro torneo per arrivare in doppia cifra. Non mi interessa tanto la città né il tipo di torneo, se un 250 o un 500, ma dimostrare a me stesso di essere ancora un giocatore competitivo ad alto livello“.

E poi il desiderio di dare il proprio contributo accompagnando la nuova generazione di tennisti ad affrontare la carriera nel tour, in particolare grazie alla sua agenzia di management: “Siamo operativi da un anno e mezzo. La Back To Next Management è nata con l’obiettivo di aiutare i ragazzi nel passaggio dai tornei juniores al professionismo. Al momento fanno parte del nostro team Flavio Cobolli, Matteo Gigante, Mattia Arnaldi e Andrea Pellegrino. Nel corso della mia carriera mi sono spesso messo il bastone tra le ruote e per questo motivo vorrei dar loro una mano affinché non commettano i miei stessi errori». Quali esattamente?Non essere riuscito a sfruttare appieno il mio potenziale fisico. Me ne sono reso conto un po’ troppo tardi, soprattutto adesso che gioco con ragazzi che hanno quasi la metà dei miei anni. Col senno di poi penso di non aver gestito al meglio i tanti infortuni con cui ho avuto a che fare. Qualcuno al mio posto avrebbe detto la “capoccia”, ma io ho una visione opposta a riguardo. Magari se non fossi stato così probabilmente non avrei raggiunto questi risultati. Ognuno di noi è diverso con i suoi pregi e i suoi difetti. Non puoi chiedere a Fognini di esser Seppi e viceversa. Come si dice? Con i se e con i ma la storia non si fa…».

 

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ATP

Cressy mira in alto: “Punto al numero 1 e a dominare il Tour”

Non ci sono mezze misure per lo statunitense di Parigi Maxime Cressy, serve&volleyer convinto: “Se lo fai sempre, smette di sembrarti rischioso”

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Maxime Cressy - Australian Open 2022 (via twitter @USTA)

Numero 54 ATP con un best di 31 lo scorso agosto, Maxime Cressy si distingue nel circuito per il suo gioco a base di servizio e volée. Parlando con atptour.com, lo statunitense nativo di Parigi ha rivelato che non solo il suo tennis, bensì anche la parte mentale è unica. Uno spirito competitivo merito della mamma, campionessa NCAA con la squadra di pallavolo della Southern California, e dei fratelli maggiori, Jonathan e Mathieu. “Do grande importanza a ciò che posso controllare, al servizio, all’essere il giocatore serve&volley più efficiente. Essere concentrato su me stesso e non su di loro è quello che spaventa di più i miei avversari” spiega Lacress (un nickname che richiama Lamonf).

Anche il 201 cm classe 1997 ha giocato a livello universitario, elevandosi da “panchinaro” a uno dei migliori del campionato. Se è stato capace di tanto ai tempi della UCLA, Cressy non vede motivo per cui non possa replicare il salto di qualità nel circuito: “Il mio obiettivo principale è essere n. 1 e dominare il Tour” dichiara. “Non mi pongo limiti e non l’ho fatto finora. È così che ho raggiunto questo livello e credo che questo atteggiamento mentale mi porterà ulteriore successo”.

La stagione 2023 non è partita nel migliore dei modi, con una vittoria e due sconfitte per mano di Kokkinakis e Ruud – lo scorso anno, dopo l’Australian Open, era 9-3. Non che ciò abbia minimamente scalfito la sua fiducia. “Riesco semplicemente a visualizzare chi voglio essere e dove. Ho una fede enorme negli obiettivi che mi prefiggo. Lo faccio da quattro o cinque anni e la maggior parte si sono realizzati”.

 

Un altro tennista che ricordiamo aver detto di puntare al numero 1 (tra quelli che non ti aspetti) è Filip Krajinovic, giocatore ordinato che non ha lacune evidenti, ma non ruba l’occhio né per il suo gioco né per un particolare colpo del suo repertorio. Se il serbo va in campo e comincia a palleggiare tranquillo e “vediamo che succede”, Maxime non accetta mezze misure: “Il fattore principale dal punto di vista mentale è abituarsi tanto a un gioco rischioso da non percepirlo più come tale” spiega. “La chiave per raggiungere il livello successivo è restare fedele al mio serve&volley. Ormai è una parte naturale di me”.

Settimo nella classifica ATP 2022 dei migliori battitori, con un quinto posto per percentuale di game vinti al servizio (88,8%) e un primo per… doppi falli, Cressy era 75° nel ranking dei ribattitori. Meglio di Isner e Opelka, però, come si dice, il ragazzo ha grossi margini di miglioramento. Una criticità che non gli è sfuggita e che pensa di risolvere con un approccio diametralmente opposto rispetto ai game in cui è al servizio: “Mi serve una mentalità diversa in risposta, far giocare di più l’avversario. Come i top player, devo rispondere molto di più, so che posso farcela”.

Lacress raccoglie in un diario frasi a cui ricorre per gestire lo stress. La sua preferita è “instilla il dubbio, continuo a ripetermiela in modo da non distrarmi durante i match”.

Come tantissimi tennisti, Cressy aveva in mente di vincere un titolo sull’erba, ma non quella di Wimbledon: di Newport! Perché una cosa sono i sogni, un’altra gli obiettivi e su quello ha messo la spunta lo scorso luglio alzando il trofeo dell’Infosys Hall of Fame Open. “Ci pensavo da due o tre anni perché a Newport avevo giocato il mio primo evento ATP”. Era il 2019 e perse al primo turno delle qualificazioni da Ramanathan. Certo che, se al primo torneo del circuito maggiore a cui partecipi giochi sull’erba contro un indiano, il destino vintage si scrive da sé.

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