La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Borg, Wilander, Edberg e la Swedish revolution

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Borg, Wilander, Edberg e la Swedish revolution

Venerdì letterari. Per la sempre meno Piccola Biblioteca di Ubitennis (40 volumi recensiti e consultabili nell’archivio) presentiamo un libro tutto svedese che ripercorre attraverso la storia di Borg, Wilander e Edberg quella Swedish revolution in grado di trasformare una piccola nazione nella capitale mondiale del tennis per un ventennio

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Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino 2016

Più o meno è finita così: un Borg disintossicato dalla vita gioca ancora due volte a settimana in uno vecchio stadio senza telecamere, Wilander gira l’America su un furgone ascoltando Bob Dylan e insegnando tennis a sconosciuti ed Edberg, dopo la cura Federer, ha imparato a tirare dei gran dritti. Intanto nel 2016 il migliore giocatore svedese semplicemente non esiste. Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che proprio grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis.

Il libro che recensiamo per la nostra Piccola Bibioteca di Ubitennis racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One, Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Non so voi ma pochi sportivi mi hanno affascinato come Borg. C’era in quella impermeabilità qualcosa di magnetico, enigmatico e irresistibile. Una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

 

E in quello sguardo viene individuata l’ape regina del tennis svedese, quel Re Gustavo V che giocò fino 92 anni, prese l’eretico Barone Von Cramm sotto la sua ala protettrice e di fatto impose, sfiorando il ridicolo, quello sport aristocratico in una realtà socialdemocratica. A raccogliere i frutti di quest’ossessione fu proprio il buon Bjorn Rune Borg che viene raccontato dai suoi anni di formazione. L’ostinata dedizione, l’eresia dei gesti, il miracolo di concentrazione e intensità atletica, il bum di vittorie e infine quello mediatico che lo trasformarono in un idolo per migliaia di ragazze post rivoluzione sessuale e in un uomo magico per un mercato che annusa subito l’affare. Molti dei silenzi di Borg vanno imputati al dibattito tutto svedese se fosse giusto che l’uguaglianza economica raggiunta faticosamente dalla nazione, grazie a una pesante tassazione e relativa ridistribuzione dei servizi sociali, potesse essere messa in discussione da un atleta appena diciottenne che per sfuggire al fisco si rifugiò nel paradiso fiscale di Montecarlo. Oggi il dibattito suona ridicolo ma il professionismo era una creatura giovane anche per il tennis, uscito da poco dagli anni bui del dilettantismo ipocrita. Se Wilander, solo qualche anno dopo, ha potuto percorrere in maniera indolore la stessa strada è grazie al prezzo pagato dalla grande chioccia bimane.

Non è facile guardare i campioni dentro la loro epoca. Uno dei motivi apparentemente misteriosi su perché Borg fu per così poco tempo numero uno è da ricercare in questa direzione. Borg giocava pochissimi tornei, vincendoli quasi tutti, e partecipava a un numero enorme di esibizioni. Il fulmine McEnroe sparigliò le carte in tavola proiettandolo in una fase complessa fatta di feste, amicizie e immortalità sportiva.

Con lo stesso tono viene raccontata la storia apparentemente minore di Wilander, svelando tratti inediti della sua personalità. Dietro quella maschera di compostezza batteva il cuore di un uomo curioso innamorato della musica e della vita vagabonda. Educatamente rassegnato a essere un numero due, il prezzo che pagò per salire sul tetto del mondo, ed eguagliare almeno per un giorno Borg, fu altissimo. La sua vita personale entrò in conflitto con quella sportiva aprendola però a un’altra dimensione “la mia più grande fortuna? Non aver guadagnato abbastanza per potermi permettere di vivere senza lavorare”. In contemporanea viene descritto il clima di cameratismo di una nidiata di campioni cresciuta assieme: Nystrom, Penfors, Carlsson, Jarrid, Gunnarsonn e infine la parabola di Edberg, il figlio più anomalo. Rovescio a una mano e volée celestiali. Il capolinea di una scuola irripetibile che, assieme al ricordo luminoso, ha lasciato in eredità al tennis una grande educazione di cui Roger Federer è probabilmente l’erede più devoto e riconoscente.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco l’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Gianni Clerici, bacheca delle balette (2014)

1.Fisher M. J. (2009), Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi, tr. it Cognetti P. e Bonfanti F., 66th and 2nd, 2013

La Più Bella Partita di Sempre, dentro il libro più bello mai scritto intorno al tennis. Se credete che Federer vs Nadal abbiano rappresentato la vetta emotiva di questo sport, dopo questo libro guarderete il tennis da un’altra prospettiva. Verrete proiettati in un tempo che non c’è più e assisterete dal centrale di Wimbledon alla semifinale di coppa Davis tra Germania e Stati Uniti. Da una parte quello che sarà il primo uomo a completare il Grande Slam e dall’altra un aristocratico barone il cui aspetto e lignaggio rappresentava la sintesi perfetta della propaganda ariana. Da una parte Donald Budge, dall’altra il barone von Cramm. Un figlio della classe media cresciuto a jazz e campetti di periferia contro uno che andava a cavallo quando gli altri non sapevano ancora leggere o scrivere. Annus domini: 1937. Luogo: Centrale di Wimbledon. Posta in gioco: la libertà (quella vera).

Se da soli questi presupposti dovrebbero invogliare alla lettura, in realtà il libro è molto di più. Marshall Jon Fisher usa quella partita come il prisma della celebre copertina dei Pink Floyd. La Partita Più Bella di Sempre entra come un fascio luminoso e si riverbera in mille luci. Ogni luce una storia. Quella del Grande Bill Tilden da sola vale l’intero libro. È un libro dentro il libro. Seguire la sua vicenda è attraversare l’alba del tennis e farsi un giro su un palcoscenico di qualche teatro d’inizio secolo. C’è tutto. La sua infanzia, gli anni del suo dominio, la sua omosessualità, il suo crepuscolo, gli atteggiamenti da divo, l’ipocrisia di un secolo e la sua morte solitaria su di un letto con accanto quelle racchette che non abbandonò mai. Insomma “Terribile splendore” è una specie di capolavoro che tutti gli appassionati di tennis dovrebbero leggere per decreto legge.

2. Clerici G. QUALSIASI COSA ABBIA SCRITTO. Valgono anche i pezzi di cronaca[1], le cartoline agli amici o la lista per la spesa

Siccome però da qualche parte bisognerà pure iniziare, per non sbagliare direi 500 anni di Tennis, Divina, Gesti Bianchi e il Tennis nell’arte, un quadrilatero perfetto che mescola storia (del tennis), un grande inchino alla più grande tennista di sempre (Susanne Lenglen), letteratura a cinque stelle e arte. Con le dovute proporzioni Omero sta alla guerra di Troia come Clerici sta al tennis.

3. Wallace D. F. VALE QUELLO DETTO PER CLERICI

Siccome però Federer come esperienza religiosa l’ha letto anche mia nonna e Infinite Jest è sì un capolavoro, “il monolite nero della letteratura contemporanea” ma è (quasi) illeggibile, consiglierei Wallace D. F. (1999) L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza del genere umano, un saggio di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa perché lo ha scelto anche Andrea Petkovic, contenuto in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum fax, Roma, 1999, trad. Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Marina Testa (1997).

Un Wallace a pieni giri davanti alla cosa che ama di più: il Tennis. Non saprei dirla meglio, quelle 50 pagine sono semplicemente inmigliorabili. Mandato a seguire da vicino la giovane promessa americana Michael Joyce attraverso il Vietnam delle qualificazioni degli Open Canadesi “che somigliano alle raffinate finali che si vedono in TV più o meno quanto un macello assomiglia a un pezzo di filetto presentato elegantemente in un ristorante”, il tennis viene fotografato ai raggi x, e ci è restituito dentro la miglior grana letteraria immaginabile. Descrizioni al fulmicotone diluite dentro un reportage quasi esistenzialista (ma allegro) che chiama in causa il concetto di “scelta” e quello di “libertà” più o meno all’interno della trappola dorata del successo e del tennis professionistico. Un esempio: “Michael Chang, 23 anni e n. 5 del mondo, sembra composto di due persone cucite insieme grossolanamente: un tronco normale appollaiato su delle enormi gambe muscolose e completamente prive di peli. Ha la testa a fungo, capelli neri come l’inchiostro e un’espressione di profonda e ostinata infelicità, la faccia più infelice che io abbia mai visto al di fuori di un corso post-laurea di scrittura creativa”.

 
David Foster Wallace

4. Drucker J. (2004), Jimmy Connors mi ha salvato la vita, tr. it Di Falco D., Effepi Libri, 2006

Se nella teoria evoluzionista di Darwin il grande problema è sempre stato trovare il famoso anello di congiunzione, nel tennis il problema non si pone. Il maschio alfa, che ha mandato in soffitta i gesti bianchi e ha catapultato il tennis nell’era contemporanea, ha un nome e un cognome preciso: Jimmy Connors. Se prima di lui il tennis era uno sport snob, elitario, da gentiluomini, in ultima analisi anglosassone, dopo di lui si è trasformato in uno sport di massa, competitivo, spettacolare e spietato. In due parole americano. Con Jimbo il tennis da hobby agonistico è diventato un misto ad alta tensione tra pugilato e rock and roll. Sport, più show. Business, più rissa da saloon. Lo stupendo libro di Drucker ci racconta questo enigma a stelle e strisce in maniera sorprendente. Non una biografia ma due. La storia di Connors viene intrecciata con quella dell’autore, consapevole di quanto la sua vita sarebbe stata diversa senza quella del campione americano, perché, se non lo sapevate, il tennis e la scrittura possono salvare la vita.

5. Picasso Petzschner

Non saprei come dirla meglio. Tolto il totem (Clerici) Picasso Petzschner è di gran lunga il miglior scrittore di tennis in Italia. Poco importa se lo conosciamo in quindici, se non ha mai pubblicato un libro e se non sappiamo nemmeno il suo vero nome. Dovete “accontentarvi” di andare sul suo blog dal titolo azzeccatissimo: Tennis e Psiche. Decine e decine di pagine sul tennis tra satira sociale, spleen esistenziale e pennellate d’autore. Avete presente Bukowski dopo una notte di whisky che va a scommettere sulle corse di cavalli? Dove gli altri vedono dollari e adrenalina lui vede una cruda radiografia della vita che cola bellezza andata a male da tutti i pori. Fatte le dovute proporzioni Picasso Petzschner, gioca la stessa partita. Sostituite il whisky con birra Peroni spuntata, Los Angeles con Tor Pignattara ma è sempre vita cruda quella che viene fuori dalla sua penna. Quasi che su quelle tele immaginarie, che ci ostiniamo a chiamare campi di tennis, si possano davvero divinare i destini e le miserie degli esseri umani.

Dimenticatevi la cronaca, i numeri, l’obiettività e il politicamente corretto. Nella poetica di Picasso la bellezza di un gesto, meglio ancora se perdente, è in grado di riscattare una vita anonima fatta di pomeriggi afosi trascorsi su divani comprati su Postal Market. Credo che se gli chiedessero chi è il più grande giocatore di tutti i tempi lui risponderebbe serissimo “McEnroe”. “E tra quelli in attività?” “McEnroe”, e non sarebbe una battuta.

[1] Clerici G. (2010), Gianni Clerici agli internazionali d’Italia, Mondadori e Clerici G. (2013), Wimbledon. Sessant’anni di storia dal più importante torneo del mondo, Mondadori

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La Piccola Biblioteca. Tennis, la nuova scienza della preparazione fisica

Un vero e proprio manuale della preparazione fisica, in cui Salvatore Buzzelli e Marco Mazzilli illustrano l’innovativo Metodo COordinabolico, metodologia di allenamento che considera gli aspetti percettivo-cognitivi in virtù dell’importanza dell’attenzione nella prestazione degli sport di situazione come il tennis

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Buzzelli S., Mazzilli M., Tennis. La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®, Giacomo Catalani Editore

La rubrica si occupa stavolta di un libro destinato principalmente ad addetti ai lavori, in primis preparatori fisici, allenatori ed atleti. Si tratta del volume “Tennis – La Nuova Scienza della Preparazione Fisica con il rivoluzionario Metodo Coordinabolico®”, scritto a quattro mani da Salvatore Buzzelli ed il suo allievo Marco Mazzilli, e pubblicato il 24 ottobre scorso Giacomo Catalani editore, per il quale la definizione più appropriata è sicuramente quella di manuale, per il modo ampio ed esauriente con il quale viene trattato l’argomento della preparazione fisica nel tennis (e non solo nel tennis, come vedremo nel seguito).

Innanzitutto qualche informazione sui due autori. Salvatore Buzzelli è uno dei massimi esperti nella metodologia dell’allenamento, ricercatore e preparatore fisico. Nel corso del suo lungo percorso professionale ha collaborato con scienziati di fama mondiale come Kenneth Cooper (il pioniere dell’aerobica e inventore del famoso test sulla resistenza aerobica che prende il suo nome) e il compianto Carmelo Bosco (uno dei più grandi ricercatori italiani nella scienza dello sport, ideatore dell’omonimo test per identificare i parametri che influenzano la forza degli arti inferiori, anche attraverso l’utilizzo della pedana a conduttanza da lui introdotta). Ha anche allenato diversi tennisti professionisti, tra i quali spiccano Omar Camporese (ex n. 18 ATP), Massimiliano Narducci (ex n. 77 ATP) e l’attuale capitano di Fed Cup Tathiana Garbin (ex n. 22 WTA).

Marco Mazzilli, allenatore e preparatore fisico professionista di tennis, dopo la Laurea in Scienze Motorie presso l’Università di Foggia (con una tesi proprio sul Metodo COordinabolico) si iscrisse al Corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell’Attività Sportiva dell’Università di Bologna proprio poter seguire da vicino il lavoro di Buzzelli. Con il quale, dopo la laurea con una tesi sperimentale sugli effetti del Metodo COordinabolico sul Costo Energetico dell’Attenzione, ha continuato a collaborare per diversi progetti e ricerche, tra cui quella sperimentale longitudinale sugli effetti del Metodo COordinabolico (neologismo creato dall’integrazione di alcune sillabe dei termini con cui si definiscono le abilità e le capacità coinvolte nelle esercitazioni: cognitive, condizionali, coordinative e metaboliche).

Da sinistra, Salvatore Buzzelli, Tathiana Garbin e il coach Francesco Palpacelli dopo la vittoria della tennista mestrina al torneo ITF di Cuneo nel 2008

Il libro inizia con un capitolo dedicato alle basi scientifiche su cui poggia il Metodo COordinabolico e quindi all’analisi dei concetti che hanno portato alla definizione del metodo stesso. Partendo infatti dall’osservazione che i processi che l’atleta deve affrontare in ogni momento della partita, in cui ogni azione è sempre frutto di scelte collegate alla situazione e bisogna muoversi in base a quello che si percepisce, risultava fondamentale avvalersi di un metodo di allenamento che considerasse gli aspetti percettivo-cognitivi, rispecchiando lo stesso schema di processo che avviene durante la prestazione, così da allenare l’atleta dello sport di situazione in modo più funzionale, abituandolo all’utilizzo di cervello e corpo insieme in ogni esercitazione.

Credo, e i risultati me lo confermano, che potrebbe essere la chiave di volta dell’allenamento del tennis in particolare. Si tratta di un metodo esaustivo per tutto quello che serve ad un tennista. L’idea di porre lo sviluppo di tutte le qualità motorie sotto egida attentiva ne costituiscono la particolarità mai evidenziata prima” ci ha detto al riguardo Buzzelli, rispondendo ad alcune domande che gli abbiamo fatto ad integrazione della recensione. Si prosegue con un capitolo dedicato allo strumento cardine del Metodo COordinabolico, il SensoBuzz. Realizzato dallo stesso Salvatore Buzzelli (ed argomento del suo primo libro), si tratta di uno strumento elettronico esaustivo per l’allenamento e la valutazione funzionale da campo che supporta la scelta metodologica dell’allenatore, che a sua discrezione imposta l’allenamento sulla base delle necessità (del singolo atleta o del gruppo di atleti) e degli obiettivi (rapidità, velocità, resistenza, ecc.). Da segnalare al riguardo, come riportato nel libro, che di recente è stata sviluppata la app “SensoBuzz Metodo COordinabolico”, per semplificare l’utilizzo strumentale ed ampliare il numero di utilizzatori del metodo.

 

Si arriva poi, nel terzo capitolo, alla descrizione vera e propria del metodo, il cui sviluppo è partito da una riflessione sull’affermazione, condivisa dalla maggioranza degli addetti ai lavori, di come il risultato agonistico nel tennis sia determinato dal 50% dalla “testa” (intesa come qualità mentali), il 40% dal “fisico” (inteso come preparazione atletica), il 10% dalla “tecnica”. E dall’osservazione che invece nell’allenamento tali proporzioni non venivano del tutto rispettate, con sessioni incentrate per ore su tecnica e palleggi. E che quindi era necessario definire un metodo di allenamento funzionale che fosse strutturato mirando al miglioramento delle varie qualità fisiche, ma sotto l’aspetto attentivo.
In questo contesto risulta interessante, e chi scrive lo evidenzia anche in qualità di mental coach (“Sicuramente il metodo può essere di aiuto ai mental coach, per mettere in atto allenamenti mentali tra i più disparati, che tengano anche conto di aspetti emozionali o comportamentali”), il concetto del “Costo Energetico dell’Attenzione” di cui Buzzelli aveva già parlato in un suo articolo su Ubitennis.

Le ricerche condotte dai due autori in questi anni hanno infatti evidenziato come l’acuità attentiva sottragga energia metabolica per la prestazione, dimostrando appunto come esista un “Costo Energetico dell’Attenzione”, ovvero un costo energetico legato alla difficoltà imposta di dover prestare la massima attenzione nelle esercitazioni. E che attraverso le esercitazioni svolte con questo metodo di allenamento viene progressivamente ridotto, via via che gli automatismi nervosi prendono il sopravvento, diminuendo di conseguenza il differenziale energetico tra il potenziale soggettivo e l’effettiva resa agonistica in campo.

Questi due capitoli sono inoltre interessanti perché raccontano – anche con il contributo di diversi aneddoti – la storia del Metodo Coordinabolico ed il percorso che ha portato alla realizzazione di questo libro. Un percorso iniziato da Buzzelli più di trent’anni fa, fatto di successi e riconoscimenti ma anche di delusioni: Sembrava che l’ambiente cui l’ho proposto fosse o troppo arretrato o troppo empirico. Marco ha stimolato in me – deluso dalle molte credenze metodologiche obsolete ed inefficaci che continuavano a venir utilizzate nel tennis – la voglia di riprovare a ripresentare cose che già propongo da molti anni. Forse perché attualmente i tempi sono maturi. Tieni presente che da quando ho cominciato a mostrare le mie cose su Internet nel 2007, poco a poco in tanti hanno preso spunti e proposto secondo il loro punto di vista. Peccato che non esista qualcuno che si sia preso la briga di esporre come usare metodologicamente quel sistema. Il mio primo libro è del 2012. Prima il nulla!”.

Da sinistra, Marco Mazzilli e Salvatore Buzzelli, i due autori

Nei capitoli successivi si illustrano in modo dettagliato le basi teoriche generali della preparazione atletica ottimale e della programmazione dell’allenamento, per entrare poi nello specifico nella programmazione dell’allenamento per il tennis. Negli ultimi due capitoli, 6 e 7, gli autori propongono una serie di test motori per supportare la valutazione funzionale del tennista e numerose esercitazioni pratiche per la preparazione atletica ottimale del tennista con l’applicazione del Metodo Coordinabolico. Si tratta di proposte che hanno come finalità la presentazione del funzionamento del metodo nell’allenamento delle varie capacità e di delineare le componenti importanti della preparazione atletica di un tennista, per poi lasciare completa libertà al preparatore di sviluppare i propri esercizi sulla base delle proprie competenze (e della propria creatività).

Ma il libro, e soprattutto il metodo, non sono destinati solo agli addetti ai lavori del tennis, come ci ha spiegato lo stesso Buzzelli: “Il libro, essendo anche abbastanza tecnico, è rivolto a tutti gli operatori che si occupano di sport di situazione. Operando, Mazzilli ed io, soprattutto nel tennis, l’abbiamo proposto nel tennis ma il Metodo COordinabolico è adattabile a tutti quegli sport in cui è richiesta una risposta motoria a sollecitazioni sensoriali diverse. Viene utilizzato infatti anche nella scherma, nel pugilato, nel taekwondo, nel karate, nell’allenamento dei portieri di calcio, ecc… Questi tipo di conoscenze sono utili anche nella psicologia cognitiva e nella ginnastica mentale degli anziani. E anche nella riabilitazione”.

Una lettura impegnativa – 372 pagine, corredate da fotografie, tabelle ed immagini – quella dell’opera, chiara e completa, di Buzzelli e Mazzilli. Nel quale l’argomento dell’allenamento “COordinabolico”, come evidenzia nella sua prefazione Giorgio D’Urbano (lo storico preparatore fisico di Alberto Tomba, ex C.T. della nazionale di sci), viene trattato in modo esaustivo ed affascinante. Una lettura quindi assolutamente da consigliare a tutti gli addetti ai lavori ai quali è destinata, ovvero “a tutti i preparatori fisici, agli allenatori e agli atleti che desiderano massimizzare le performance sul campo e vincere”.

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La Piccola Biblioteca. Gianni Clerici: dall’arte del tennis al tennis nell’arte

Sei anni fa abbiamo inaugurato questa rubrica recensendo “500 anni di tennis”, la bibbia laica del tennis. Il libro che ogni appassionato dovrebbe avere, o almeno fare finta di avere letto. Oggi chiudiamo virtualmente il lungo cerchio con “Il tennis nell’arte”, l’ultimo lavoro di Gianni Clerici, il nostro piccolo Omero del tennis

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Gianni Clerici, bacheca delle balette (2014)

Clerici G. (con Naldi M.), Il tennis nell’arte, Mondadori, 2018

Se mi telefonasse il presidente della svizzera e mi proponesse uno scambio alla pari “vi diamo Federer e ci prendiamo Clerici” rifiuterei secco. Se sul fronte del tennis giocato la questione GOAT è ancora (forse) aperta, su quello raccontato no. Clerici ha avuto l’incredibile privilegio di spalancare le porte del passato remoto a uno sport irreversibilmente proiettato nel futuro e dalla memoria paradossalmente ogni giorno più corta. E poi, direi al presidente, il cantore è sempre superiore al guerriero e alla battaglia. Senza Omero non sapremmo nulla di Achille ed Ettore.

Senza Clerici poco sapremmo della Divina Lenglen e nulla ma proprio nulla sulla questione che nello splendido dipinto “Re Davide consegna la lettera a Uria” (Lucas Gassel, tra il 1500 e il 1530), accanto alla rappresentazione evocata dal titolo, viene raffigurato l’antenato di un campo e di una partita di tennis. Stesso scenario presente nel capolavoro di Giambattista Tiepolo (“La Morte di Giacinto”, 1752-53) dove accanto al corpo morente di Giacinto compare in bella vista una racchetta con “le corde perfettamente tese, il manico di legno fasciato da un telo azzurro e bianco”.

Per il mondo del tennis una specie di elettrochoc retroattivo che riscrive la vulgata contemporanea sulla datazione centenaria e anglosassone delle origini del tennis. Per Clerici il big bang della lunga ricerca che ha portato il nostro scriba alla realizzazione di “500 anni di Tennis”, il suo libro più famoso e temo la sua prigione dal punto di vista squisitamente letterario. Perché Clerici non andrebbe schiacciato solo sul cosa scrive ma bisognerebbe aprire una riflessione sul come lo scrive. Oltre ad aver alzato su Repubblica la cronaca tennistica a piccolo genere letterario, i suoi libri sono caratterizzati da una prosa delicata e sorprendentemente sintetica in grado di catturare in poche righe i luoghi e le persone incontrate sempre strette tra destino e fatalismo.

Una prosa che definirei acquarellistica dove italiano e dialetto non vanno mai in conflitto ma si nutrono a vicenda. Leggendo Clerici ho sempre la sensazione che pensi in dialetto (credo che la sintesi e il ritmo vengano da là), scriva in italiano e si rivolga a un orizzonte che per semplificazione direi anglosassone. Insomma un curiosissimo e non replicabile caso di provincialismo cosmopolita d’alta classe nutrito di gratitudine, grazia e spaesamento. Libri facilissimi da leggere e impossibili da collocare.

Non fa eccezione l’ultimo libro di Clerici “Il Tennis nell’arte”, un viaggio, credo mai tentato da nessuno, che riunisce in un unico volume i più importanti quadri (e sculture) a tema tennistico. Ogni capitolo un quadro. Ogni quadro un aneddoto. Ogni aneddoto una storia. Ogni storia un acquarello in prosa che racconta l’incontro tra il quadro e lo scriba. Se “500 anni di tennis” è una bibbia laica, “Il Tennis nell’arte” è il suo bignami visivo, la sua bussola segreta. Un museo cartaceo cucito insieme da passione e una grande intuizione che fa di Clerici il curatore virtuale di una mostra mai vista e che non si vedrà mai se non nel libro in questione.

Ne “Il tennis nell’arte” ci si può confrontare, anche grazie ad un’edizione curatissima con l’aggiunta delle preziose schede critiche di Milena Nardi, con l’incredibile potenza dell’arte in grado di incorporare dentro una cornice una miniera di informazioni e implicazioni in cui chi guarda, come ci ha spiegato Umberto Eco, non è certo la sua componente passiva. E così accanto alle prove di quanto il tennis, ma direi il gioco come componente fondamentale dell’essere umano per dirla alla Caillois, abbia attraversato sottotraccia la Storia europea – Caravaggio fu coinvolto in un omicidio a causa di screzi per un “giuoco di racchetta”, Carlo IX (Re di Francia) fu immortalato da bimbo con una racchetta in mano e addirittura la rivoluzione francese nacque dentro lo stadio della pallacorda – troviamo il contrappunto microstorico e aneddotico costituito dagli incontri tra lo scriba e quelle opere, alcune confluite in un acquisto e tutte restituite al lettore attraverso uno sguardo estremamente colto ma mai e poi mai accademico.

Credo che sia questo il valore aggiunto del libro e forse la sintesi dell’asimmetrico successo di Clerici. In un paese mai veramente uscito dai recinti del medioevo è quasi intollerabile accettare un dottor divago, amateur nell’animo, che entra come un bisturi in campi pensati e difesi da specialisti. Chiudere la carriera bibliografica di Clerici (24 libri) dentro la categoria “quello del tennis” è decisamente riduttivo. “Gesti Bianchi” (prossimamente) è un romanzo tout court che per atmosfere e passo dovrebbe stare accanto al grande Gatsby, “500 anni di Tennis” e “Divina” sono veri saggi di storia impreziositi dal posizionamento dell’autore, “Erba rossa” è un diario di viaggio trasformatosi in un acutissimo documento narrativo sulla transazione postcomunista dell’Est Europa e per restare a “Il tennis nell’arte” ci troviamo davanti a un bellissimo libro d’arte spogliato da quella tombale autoreferenzialità accademica che trasforma una cosa meravigliosa in un dialogo tra iniziati.

Insomma “Il tennis nell’arte” è un formidabile saggio d’arte che invece di spiegartela ti porta a spasso nel suo incanto e, va da sé, in quello del tennis, “il Re dei giochi e il gioco dei Re”.

 

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