Roma: le mie prime impressioni sulla sala stampa e il flop azzurro

Editoriali del Direttore

Roma: le mie prime impressioni sulla sala stampa e il flop azzurro

Ubaldo ha aggiornato nella notte l’editoriale scritto ieri sera. Abbiamo ritenuto opportuno, vista anche la lunghezza, farne un articolo a parte per chi avendo già letto la prima parte non fosse tornato per leggere la seconda. Qui… non si butta via nulla!

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Cosa piace e cosa non piace degli Internazionali (parte 1)
Cosa piace e cosa non piace degli Internazionali (parte 2)

La prima impressione, un anno dopo al Foro Italico, è che siano stati compiuti ancora progressi sotto il profilo dell’impatto scenico ambientale. Per ora – perché non ho avuto il tempo di girare abbastanza e di accorgermi di troppe cose – i difetti che ho avuto modo di riscontrare riguardano ancora le situazioni che ho maggiormente sotto controllo, e cioè quelle dei giornalisti e della sala stampa che rispetto a gran parte dei tornei importanti che ho il privilegio di frequentare sono purtroppo deficitarie, anche se l’essere stati finalmente trasferiti, un anno fa e dopo 10 anni di lamentele ed invettive, all’interno del campo centrale è stato certamente un progresso notevole rispetto al vecchio confino al bunker. Ma questi sono aspetti di cui Sergio Palmieri, il direttore del torneo che non ha mai capito le esigenze della stampa, si è sempre disinteressato.

Chissenefrega se i giornalisti non hanno l’acqua da bere come in tutte le sale stampa del mondo, se hanno un paio di gabinetti promiscui senza contrassegni sulle porte delle toilette, se non esistono i telecomandi per cambiare i canali dei campi nelle paleontolitiche tv della sala stampa che hanno i comandi piazzati in modo inaccessibile sul retro dei teleschermi, se non c’è una zona “rifocillazione” riservata a diverse decine di giornalisti per sfuggire al panino dello sponsor Autogrill in una saletta posti in piedi 5 metri per 5 e ci tocca sentire dire che “si mangia meglio in Germania” quando non si ha il tempo di andare a far le code per mangiare nei posti pubblici insieme a centinaia di spettatori che hanno meno fretta. Chissenefrega se il microfono per la sala interviste è uno solo e così chi ha il compito di porgerlo a chi si segnala per fare una domanda è costretto a strisciare per terra (gli manca solo la tuta mimetica) per non passare davanti alle telecamere, se in sala interviste dove a volte si resta bloccati per delle mezzore in attesa della star ritardataria di turno (ieri la mia promessa sposa Sharapova si è concessa 35 minuti…) non c’è lo straccio di uno schermo che consenta ai giornalisti di vedere almeno i risultati in progress, o magari quel che accade quantomeno sul centrale… non fosse mai che troppa informazione dia fastidio, idem lungo le scale dove si fa la coda per entrare prima del cambio campo e magari ci si perde il warning a Tizio, i crampi a Caio. Che ci vorrebbe a mettere un piccolo schermo? Perché, insomma, si dovrebbe lavorare e sapere quel che accade anche in quei dieci, quindici, venti minuti che possono intercorrere fra un punteggio di 6-5 15-0 e poi tutto un game più tutto il tiebreak. Momenti di solito importanti per chi fa questo mestieraccio così sgradito a Palmieri e soci. E evitiamo di lamentarsi ancora per gli armadietti che non ci sono… beh, sì, ci sono dei minuscoli portascarpe che non si chiudono. Roba che a lasciarci un computer… ne ritrovi due o tre. Vabbè, ma so bene che tutte queste cose a voi lettori – pur sensibilizzati dalle campagne di Ubitennis – fanno lo stesso effetto che fa a Palmieri: chissenefrega.

Dovrebbe interessare a tutti invece – e perfino al presidente Binaghi – che se l’atmosfera e la cornice del Foro Italico è sempre più bella purtroppo non il tennis italiano ne sembra sempre meno all’altezza. Per carità, fa piacere vedere dei giovani cominciare a farsi un nome (Berrettini, Napolitano, Mager, Chiesa), e a farsi largo fra i veterani, Seppi, Errani, Vinci, però finora il bilancio è stato tragico.

L’unico a passare il primo turno, accennavo sopra, è stato fin qui Fabio Fognini, ma a spese di un altro italiano, Berrettini, travolto dall’emozione oltre ogni dire. Poi degli altri tre italiani, Seppi con Almagro, Napolitano con Troicki e Mager con Bedene, il solo Mager è stato capace di conquistare un set… E conduceva pure 4-3 40-30 quando un improvvido fallo di piede, chiamato pure in ritardo, gli ha fatto saltare i nervi e di lì a poco, venire i crampi fino a costringerlo al ritiro.

Fra le ragazze, in attesa dell’esordio dell’ormai unica superstite Roberta Vinci, 33 anni di ancor belle speranze (“Non ho ancor deciso se e quando smetterò”), hanno perso in due set sia Chiesa con Tsurenko, sia Errani con Cornet. Una sconfitta che ci può stare, però sembra passato un secolo da quando Sara centrò qui la finale (che le è valsa la wild card… che non si è più potuta dare alla Schiavone). Inciso: divertente il balletto delle responsabilità inscenato da Binaghi che ha dato la colpa della scelta wild card a Sharapova a Palmieri… perché lui sarebbe stato d’altro avviso (uomo d’una certa etica non voleva smentirsi) spiegando “discussioni che sono tipiche di tutte le famiglie”. Ripensando ai 400.000 dollari inutili e demagogicamente mal spesi quando Binaghi li fece avere a Schiavone nei giorni epici del trionfo al Roland Garros 2010, con un consiglio federale organizzato a Parigi e viaggio premio per i partecipanti, beh direi che Schiavone che ha definito la scelta “Sharapova” come “Incommentabile!” dovrebbe capire che… non tutte le ciambelle riescono con il buco. A volte le cose ti girano fin troppo bene, a volte meno. Ma chi le fa girare, nel tennis italiano, è sempre la stessa persona. Che durerà a lungo su quella poltrona. Accettiamolo con civile rassegnazione. Anche perché sbaglia molto ma non tutto. Al Foro Italico sta facendo bene e gli va riconosciuto. Che poi attribuisca tutto o quasi tutto a Supertennis è sospetto: perché ha così tanto bisogno di ripeterlo a destra e manca? Non lo farà mica solo per convincere me, il promesso sposo di Maria Sharapova?

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