Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

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Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Oggi ci siamo trasferiti al Queen’s, nel 1998, quando un italiano con doppio passaporto centrò una clamorosa finale

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Erano altri tempi.

Erano tempi in cui l’erba del vicino (Wimbledon) non era più verde e nemmeno più lenta. Era uguale.

Siamo al Queen’s Club e sono trascorsi quasi 111 anni da quando, il 19 maggio del 1887, è stato inaugurato il primo campo da tennis in erba nel complesso sportivo collocato in Palliser Road, a due passi da Earls Court e dalla stazione della metro di West Kensington, che però a quel tempo ancora non esisteva. Denominato così in onore della regina Vittoria, il Queen’s avrà una rapida espansione e in diciotto mesi appena verrà edificata la palazzina sede del club, disegnata dall’architetto William Marshall, che un decennio addietro aveva perso contro Spencer Gore la finale dell’edizione inaugurale dei Championships.

 

In principio il tennis non è certo la più importante tra le discipline sportive praticate dentro i recinti di Palliser Road. Qui, nei tardi Anni Venti, atleti, rugbisti e calciatori dei due college più famosi d’Inghilterra si sfideranno nell’Oxbridge, ovvero Oxford contro Cambridge. Tuttavia, nel 1890 i London Championships trovano dimora al Queen’s e da lì non si sposteranno più. Il primo non inglese a vincere il torneo sarà lo statunitense Holcombe Ward nel 1905 e ben presto l’albo d’oro si arricchirà di nomi prestigiosi che a loro volta contribuiranno a rendere la manifestazione sempre più importante. Wilding, Tilden, Budge, il barone Von Cramm prima della Seconda Guerra, poi tutti i grandi d’Australia fino al 1968 e anche oltre.

Nell’era open – e fino a quel fatidico ’98 – al Queen’s ci sarà spazio assai ridotto per gli “underdog”. Vincerlo da perfetti sconosciuti neanche parlarne (i nomi meno illustri sono Raul Ramirez, Wayne Ferreira e Todd Martin, tanto per immaginare gli altri), magari qualche finalista: l’inglese Paish nel ’72, lo statunitense Leif Shiras che strappa un set al McEnroe dell’orwelliano 1984, in cui il mancino di Wiesbaden tutto il mondo del tennis controllò tranne tre maledetti (per lui) set in quel del Roland Garros, Christo Van Rensburg nel 1989 (ma il sudafricano era un ottimo doppista) e infine Shuzo Matsuoka nel ’92, due mesi dopo essere diventato il primo giapponese nella storia capace di aggiudicarsi un titolo ATP (a Seoul).

Il campione in carica della 98esima edizione del Queen’s è Mark Philippoussis, la testa di serie numero 1 Pete Sampras. I primi otto entrano in gara al secondo turno ma tra loro c’è un intruso, ovvero il lucky-looser Brian MacPhie che ha rimpiazzato l’indisponibile Pioline. Tanto per tener fede al primo aggettivo, il californiano trova uno dopo l’altro nel main-draw due qualificati (il bielorusso Mirnyi e lo svizzero Heuberger) ma con questi cambia il verbo al participio presente e diventa vincente, approdando ai quarti senza perdere un set.

Che si tratta di un anno balordo, lo si capisce quasi subito. “Scud” Philippoussis, nono favorito, si fa sbattere fuori al debutto da uno dei pochi spagnoli che non disdegnano l’erba, Jordi Burillo, ma l’australiano non è l’unica testa di serie di seconda fascia a lasciarci le penne. Lo imitano infatti Todd Martin (11) e quello Stoltenberg (16) a cui lo scriba Gianni Clerici ha italianizzato il nome in Giasone, l’eroe greco che riuscì a rubare il vello d’oro. L’australiano sui prati ha più di una certezza ma viene fermato da un 25enne di doppio passaporto reduce dalle qualificazioni.

Ed è qui che nella nostra storia fa la sua prima apparizione il protagonista principale.

Laurence Tieleman ha il padre olandese e la mamma italiana ma è nato a Bruxelles, dove entrambi i genitori lavorano negli uffici del Mercato Comune Europeo. Ben presto il ragazzo scopre la vocazione per il tennis e non si accontenta di giocarlo nei club della sua città; vuole impararlo altrove, negli Stati Uniti, da Bollettieri. Mamma Mirella e papà Henri barattano la promessa che il figlio concluderà gli studi finanziandone il sogno alla prestigiosa accademia di Bradenton e dal 1990 il non ancora diciottenne Laurence diviene cittadino del mondo.

Tieleman dimostra ben presto di sapersi adattare a qualsiasi situazione e si fa le ossa nel circuito satellite: dall’India alle Filippine, dai Caraibi al Canada, dalla Malaysia al Messico. Bella vita, eh? Beh, non proprio. Occorrono spirito di sacrificio e tanta passione (oltre ai soldi di chi lo sostiene, non dimentichiamolo mai) per scendere in campo nelle condizioni più disparate e digerire i risultati negativi, inizialmente assai maggiori delle soddisfazioni.

Dopo oltre un anno di bocconi amari, nel dicembre del 1991 arrivano finalmente i primi piccoli trofei, in Bangladesh. Così, da n°334 del ranking ATP, qualche settimana più tardi tenta le qualificazioni agli Australian Open, dove però viene bocciato subito dal keniota Paul Wekesa. Ancora privo di una precisa identità tennistica, Laurence fa collezione di titoli in doppio insieme a Minhea Nastase, il nipote di Ilie, ma in singolare non arriva mai il decollo.

È solo questione di pazienza e perseveranza. La semifinale al Challenger di Punta del Este (ottenuta a spese di Alberto Berasategui) gli vale l’ingresso nei primi 200 del mondo; è l’8 febbraio 1993 e il futuro sembra sorridere a Laurence. Meno di cinque mesi dopo, al Queen’s (guarda un po’…), gioca e vince il suo primo incontro ufficiale nel circuito maggiore imponendosi a Sandon Stolle e di lì a una settimana – affidandosi al suo gioco “tutto tagli e attacchi alla baionetta come ebbe a dire sempre lo scriba nel ritrarre l’italo-belga sulle colonne di Repubblica – entra nel tabellone principale di Wimbledon passando per le forche caudine di Roheampton, supera due turni e strappa un set pure al suo mezzo connazionale Richard Krajicek.

I dodici mesi che riportano Tieleman a Wimbledon sono un mezzo calvario durante il quale perde oltre 200 posizioni nel ranking e ripiomba ben oltre la trecentesima. Eppure, essere stato ad un passo (match-point) dall’eliminare Kafelnikov a Church Road – 7-5, 6-7, 7-5, 6-7, 11-9 per il russo lo score – ha il potere di rinfrancare lo spirito del nostro uomo che si rituffa con rinnovata convinzione nei challenger, ne vince un paio sul duro e riprende la sua risalita da salmone contro corrente verso posizioni di classifica che gli consentano di giocare i tornei ATP.

Ma la corrente è forte, a volte così forte da indurre ad abbandonarti tra le sue spire. Così torni a scendere, oltre il purgatorio e vicino all’inferno, tanto da chiederti chi e cosa te lo fa fare di penare in quel modo. Sono queste le condizioni in cui Laurence Tieleman affronta i preliminari alla novantottesima edizione del Queen’s: 254esima posizione nel ranking e la recente mancata qualificazione al challenger di Surbiton, battuto dal mancino Wayne Arthurs. I buoni risultati in doppio non valgono, anzi possono addirittura peggiorare il morale perché si sa che nel cimitero del doppio spesso vanno a finire i falliti del singolare. Che, noi lo sappiamo, non è proprio così ma tant’è, di questo magari parliamo un’altra volta.

Laurence supera le qualificazioni non senza affanni; dopo aver sconfitto il nipponico Suzuki in due partite, è costretto a rimontare un set sia al messicano Osorio che al sudafricano Nainkin. Il tutto per andare a sfidare, come detto, Jason Stoltenberg, sedicesima scelta del draw londinese e amante del verde anche quando è nella terra, se è vero che tre dei suoi quattro titoli in bacheca li ha vinti a Birmingham e Coral Springs (2), cioè sull’Har-Tru. Ma più di questi, vale la semifinale conquistata a Wimbledon nel 1996, fermato da Krajicek.

Al momento di scendere in campo, il record di Tieleman nei confronti dei Top-50 è di 1-4. L’unico che ha battuto è Stephane Simian, al secondo turno di Wimbledon ’93. Il vantaggio per Laurence è quello comune a tutti i qualificati, ovvero essere lì da qualche giorno ed aver saggiato le condizioni di palline e terreno. Ahimè, tutto questo spesso non basta e se poi ci si mette la pioggia, mai alleata dei più deboli su un campo di tennis (perché questi tutto desiderano tranne che essere interrotti mentre sono avanti nello score e stanno sorprendendo il favorito in giornata no), ecco diventare tutto più complicato. Invece Laurence fa l’esatto opposto: parte male, perde il primo set 6-3, soffre (e fa soffrire Jason) per tutto il secondo ma quando finalmente chiude il tie-break sette punti a cinque, dietro la curva trova una discesa inattesa che lo spedisce al secondo turno in un baleno (6-2).

Hai appena fatto qualcosa di insolito – ovvero eliminare il 38esimo giocatore della classifica mondiale – e subito ti tocca la prova del nove. L’avversario dei sedicesimi è infatti Sebastien Lareau, un doppista canadese di chiara fama che ha sfiorato il primo slam assoluto per la sua nazione perdendo la finale degli Australian Open ’96 insieme al fido compagno Alex O’Brien contro Edberg e Korda. Sempre con lo statunitense ha giocato la finale del Masters di Hartford lo stesso anno ma in singolare ci si ricorda di lui soprattutto per una vittoria su Stich (n°6 del mondo) nel tappeto sintetico di Anversa (1994) e per la recente vittoria al primo turno di Melbourne contro Magnus Norman (6-4, 6-7, 7-6, 6-7, 7-5).

Lareau è reduce da una vittoria analoga, in termini di punteggio, a quella di Tieleman. Il suo avversario è Lleyton Hewitt, un ragazzino australiano diventato famoso ad inizio stagione per essere diventato il vincitore di una prova del circuito maggiore (nella sua città, Adelaide, dove gli è stata concessa una wild-card) con la classifica più bassa di sempre: 550! Lleyton lo ha ripetutamente infilato in risposta e tenuto sulle spine ma alla fine Sebastien ha prevalso 3-6, 7-6, 6-4. Per un set, Tieleman non ci capisce nulla e Lareau lo liquida 6-0. Naturalmente, è una gara costante a chi prende per primo la rete; l’europeo cambia marcia dal secondo e prevale 6-1, 6-4.

Bene, cinque incontri consecutivi il buon Laurence non li vinceva dai tempi pioneristici dei satellite e la sua corsa è destinata a fermarsi negli ottavi, al cospetto di un altro canadese con passaporto britannico: Greg Rusedski. Il n°4 del mondo (e testa di serie n°2) ha debuttato lasciando un set al francese Golmard e l’inattesa sconfitta di Sampras contro Woodforde lo ha promosso a favorito del torneo. Il suo match però dura appena quattro giochi, fino a quando una brutta caduta gli procura una distorsione alla caviglia lo costringe al ritiro sul 2-2.

Tieleman ringrazia, approda ai quarti e si prepara ad affrontare un altro britannico – stavolta inglese doc – l’ultimo dei sei presenti ai nastri di partenza. “GentlemanTim Henman ha il tennis fluido e leggero per volare sull’erba e l’intera Albione freme per trovare finalmente l’erede di Fred Perry. Così questo 23enne di Oxford dall’aspetto imperturbabile si prende sulle strette spalle il peso di un popolo e cerca di colmare la lunga lacuna. In attesa di Wimbledon, già mettere in bacheca la coppa del Queen’s sarebbe un discreto affare, ancora di più adesso che i favoriti sono usciti tutti o quasi.

Henman vince il primo set 6-2 ma Laurence ha fatto della risalita una virtù e nel secondo resta in scia fino al tie-break non prima di aver salvato una palla-match sul 4-5. Il problema si ripropone anche nel gioco decisivo, in cui Henman ha una seconda opportunità sul 7-6; non la sfrutta e Tieleman infila tre punti consecutivi rinviando ogni decisione al terzo parziale. La nuvola su cui veleggia l’italo-belga non è passeggera, l’inglese perde intensità a fiducia e nel terzo Laurence chiude 6-4.

A questo punto tutto è possibile, anche che nessuna delle due teste di serie sopravvissute riescano a staccare il biglietto per la finale. Non ce la fa Woodforde, che rimedia cinque giochi nel derby australiano con Draper, e non ce la fa il più singolarista dei fratelli Black, Byron, a cui Diesel-Tieleman lascia il solito set di rodaggio per poi uscire alla distanza (3-6, 6-3, 6-2). Il caso vuole che sarà proprio lo Zimbabwe di Byron e Wayne Black l’avversario dell’Italia nei quarti di finale di Coppa Davis subito dopo Wimbledon ma nell’occasione si giocherà sulla terra rossa di Prato e i fratelli africani sul lento non hanno armi da contrapporre ai nostri Gaudenzi e Sanguinetti. Sui prati però Byron Black è un altro giocatore e, se nei quarti ha dovuto penare solo un set per regolare il lucky-looser MacPhie, al terzo turno aveva estromesso il n°4 del seeding Jonas Bjorkman.

Ormai, anche se stanco, Tieleman è in fiducia e vede l’opportunità di completare l’opera aggiudicandosi il titolo. Del resto, in una finale tra due giocatori posizionati oltre la centesima posizione mondiale, tutto può succedere. L’avversario è il mancino Scott Draper (n°108), un tipo a cui manca la necessaria potenza per occupare posizioni più interessanti nel ranking e che la vita ha sottoposto ad alcune terribili battaglie. Incapace di sopportare lo stress, qualche anno prima ha reagito malamente alla prematura notorietà successiva al titolo juniores di Wimbledon (in doppio) entrando nel vicolo cieco del disturbo ossessivo compulsivo che lo portava, ad esempio, a sentire la necessità di toccare taluni oggetti tre volte prima di sentirsi tranquillo.

Dopo quasi un anno, con l’aiuto di psicologi, Scott capisce che l’unico modo per non farsi sopraffare dalle sue manie è quello di tenerle sotto controllo. Ci riesce e, al contempo, riesce pure a riequilibrare il suo tennis. Risalita la china del circuito partendo dal nulla, Draper ha però avuto una stagione per niente positiva (4-9 il suo record prima del Queen’s) e ha perso cinquanta posizioni in sei mesi. In questo strano torneo il sorteggio e le vicende successive gli hanno propinato ben quattro derby su cinque match e lui li ha vinti tutti: Tebbutt, Rafter, Steven e Woodforde. L’altra vittima è lo statunitense Doug Flach, fratello del più celebre Ken.

La finale rispetta i canoni della superficie e si gioca praticamente su tre palle: quella con cui, rispondendo di dritto vincente, Draper mette a segno il mini-break decisivo nel tredicesimo gioco del primo set (lo vince 7-5 dopo che Tieleman gli ha annullato due set-point dal 3-6) e le due consecutive che mortificano Tieleman nel doppio fallo che gli costa il break in apertura di secondo parziale. Scott Draper non concede nemmeno una palla-break in tutto il match e alla fine solleva con pieno merito la coppa degli Stella Artois Championships. Sarà il suo unico titolo in carriera e l’anno dopo dovrà affrontare una nuova tragedia, ovvero la scomparsa della moglie Kelly che è già malata quando lui vince al Queen’s.

Tieleman invece si consola con la finale, anche se questa è un punto di arrivo più che di partenza. Costretto a saltare Wimbledon, Laurence riceve una wild-card per Newport dove raggiunge la semifinale ma l’erba è finita e il cemento americano porta in dote solo sconfitte. Tieleman arriverà al suo best-ranking il 26 aprile 1999 (n°76) e complessivamente spalmerà in tre differenti periodi le sue 48 settimane di permanenza nei primi 100 del mondo. Sia pur senza grande continuità, di tanto in tanto meriterà gli onori della cronaca. Sempre nel ’99 debutterà in nazionale al Patinoires du Littoral di Neuchatel perdendo – insieme a Pescosolido – il doppio contro Manta e Rosset, impegnerà Becker in due tie-break nei quarti a Hong Kong, tornerà in semifinale a Newport e sfiorerà la seconda settimana agli US Open, battuto 7-6 al quinto al terzo turno da Vince Spadea. Nel 2000 sfiorerà l’impresa a Melbourne contro Ferrero (altri cinque set), batterà Courier e Roddick ma ben presto scivolerà in classifica e non si riprenderà più.

Con il senno di poi, la sua vittoria più importante al momento in cui avvenne non fece notizia. Sul sintetico del Challenger di Heilbronn, siamo a fine gennaio 1999, Tieleman batte 7-5 6-1 un qualificato, n°298 Atp: Roger Federer. Non è il primo italiano a riuscirci e non sarà l’ultimo, ma in quell’occasione il futuro re del mondo iniziò a mostrarsi per quello che sarebbe diventato e veniva da sei vittorie consecutive.

Erano altri tempi, dicevamo. Anche se per qualcuno il tempo sembra essersi fermato.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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