Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

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Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Oggi ci siamo trasferiti al Queen’s, nel 1998, quando un italiano con doppio passaporto centrò una clamorosa finale

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Erano altri tempi.

Erano tempi in cui l’erba del vicino (Wimbledon) non era più verde e nemmeno più lenta. Era uguale.

Siamo al Queen’s Club e sono trascorsi quasi 111 anni da quando, il 19 maggio del 1887, è stato inaugurato il primo campo da tennis in erba nel complesso sportivo collocato in Palliser Road, a due passi da Earls Court e dalla stazione della metro di West Kensington, che però a quel tempo ancora non esisteva. Denominato così in onore della regina Vittoria, il Queen’s avrà una rapida espansione e in diciotto mesi appena verrà edificata la palazzina sede del club, disegnata dall’architetto William Marshall, che un decennio addietro aveva perso contro Spencer Gore la finale dell’edizione inaugurale dei Championships.

 

In principio il tennis non è certo la più importante tra le discipline sportive praticate dentro i recinti di Palliser Road. Qui, nei tardi Anni Venti, atleti, rugbisti e calciatori dei due college più famosi d’Inghilterra si sfideranno nell’Oxbridge, ovvero Oxford contro Cambridge. Tuttavia, nel 1890 i London Championships trovano dimora al Queen’s e da lì non si sposteranno più. Il primo non inglese a vincere il torneo sarà lo statunitense Holcombe Ward nel 1905 e ben presto l’albo d’oro si arricchirà di nomi prestigiosi che a loro volta contribuiranno a rendere la manifestazione sempre più importante. Wilding, Tilden, Budge, il barone Von Cramm prima della Seconda Guerra, poi tutti i grandi d’Australia fino al 1968 e anche oltre.

Nell’era open – e fino a quel fatidico ’98 – al Queen’s ci sarà spazio assai ridotto per gli “underdog”. Vincerlo da perfetti sconosciuti neanche parlarne (i nomi meno illustri sono Raul Ramirez, Wayne Ferreira e Todd Martin, tanto per immaginare gli altri), magari qualche finalista: l’inglese Paish nel ’72, lo statunitense Leif Shiras che strappa un set al McEnroe dell’orwelliano 1984, in cui il mancino di Wiesbaden tutto il mondo del tennis controllò tranne tre maledetti (per lui) set in quel del Roland Garros, Christo Van Rensburg nel 1989 (ma il sudafricano era un ottimo doppista) e infine Shuzo Matsuoka nel ’92, due mesi dopo essere diventato il primo giapponese nella storia capace di aggiudicarsi un titolo ATP (a Seoul).

Il campione in carica della 98esima edizione del Queen’s è Mark Philippoussis, la testa di serie numero 1 Pete Sampras. I primi otto entrano in gara al secondo turno ma tra loro c’è un intruso, ovvero il lucky-looser Brian MacPhie che ha rimpiazzato l’indisponibile Pioline. Tanto per tener fede al primo aggettivo, il californiano trova uno dopo l’altro nel main-draw due qualificati (il bielorusso Mirnyi e lo svizzero Heuberger) ma con questi cambia il verbo al participio presente e diventa vincente, approdando ai quarti senza perdere un set.

Che si tratta di un anno balordo, lo si capisce quasi subito. “Scud” Philippoussis, nono favorito, si fa sbattere fuori al debutto da uno dei pochi spagnoli che non disdegnano l’erba, Jordi Burillo, ma l’australiano non è l’unica testa di serie di seconda fascia a lasciarci le penne. Lo imitano infatti Todd Martin (11) e quello Stoltenberg (16) a cui lo scriba Gianni Clerici ha italianizzato il nome in Giasone, l’eroe greco che riuscì a rubare il vello d’oro. L’australiano sui prati ha più di una certezza ma viene fermato da un 25enne di doppio passaporto reduce dalle qualificazioni.

Ed è qui che nella nostra storia fa la sua prima apparizione il protagonista principale.

Laurence Tieleman ha il padre olandese e la mamma italiana ma è nato a Bruxelles, dove entrambi i genitori lavorano negli uffici del Mercato Comune Europeo. Ben presto il ragazzo scopre la vocazione per il tennis e non si accontenta di giocarlo nei club della sua città; vuole impararlo altrove, negli Stati Uniti, da Bollettieri. Mamma Mirella e papà Henri barattano la promessa che il figlio concluderà gli studi finanziandone il sogno alla prestigiosa accademia di Bradenton e dal 1990 il non ancora diciottenne Laurence diviene cittadino del mondo.

Tieleman dimostra ben presto di sapersi adattare a qualsiasi situazione e si fa le ossa nel circuito satellite: dall’India alle Filippine, dai Caraibi al Canada, dalla Malaysia al Messico. Bella vita, eh? Beh, non proprio. Occorrono spirito di sacrificio e tanta passione (oltre ai soldi di chi lo sostiene, non dimentichiamolo mai) per scendere in campo nelle condizioni più disparate e digerire i risultati negativi, inizialmente assai maggiori delle soddisfazioni.

Dopo oltre un anno di bocconi amari, nel dicembre del 1991 arrivano finalmente i primi piccoli trofei, in Bangladesh. Così, da n°334 del ranking ATP, qualche settimana più tardi tenta le qualificazioni agli Australian Open, dove però viene bocciato subito dal keniota Paul Wekesa. Ancora privo di una precisa identità tennistica, Laurence fa collezione di titoli in doppio insieme a Minhea Nastase, il nipote di Ilie, ma in singolare non arriva mai il decollo.

È solo questione di pazienza e perseveranza. La semifinale al Challenger di Punta del Este (ottenuta a spese di Alberto Berasategui) gli vale l’ingresso nei primi 200 del mondo; è l’8 febbraio 1993 e il futuro sembra sorridere a Laurence. Meno di cinque mesi dopo, al Queen’s (guarda un po’…), gioca e vince il suo primo incontro ufficiale nel circuito maggiore imponendosi a Sandon Stolle e di lì a una settimana – affidandosi al suo gioco “tutto tagli e attacchi alla baionetta come ebbe a dire sempre lo scriba nel ritrarre l’italo-belga sulle colonne di Repubblica – entra nel tabellone principale di Wimbledon passando per le forche caudine di Roheampton, supera due turni e strappa un set pure al suo mezzo connazionale Richard Krajicek.

I dodici mesi che riportano Tieleman a Wimbledon sono un mezzo calvario durante il quale perde oltre 200 posizioni nel ranking e ripiomba ben oltre la trecentesima. Eppure, essere stato ad un passo (match-point) dall’eliminare Kafelnikov a Church Road – 7-5, 6-7, 7-5, 6-7, 11-9 per il russo lo score – ha il potere di rinfrancare lo spirito del nostro uomo che si rituffa con rinnovata convinzione nei challenger, ne vince un paio sul duro e riprende la sua risalita da salmone contro corrente verso posizioni di classifica che gli consentano di giocare i tornei ATP.

Ma la corrente è forte, a volte così forte da indurre ad abbandonarti tra le sue spire. Così torni a scendere, oltre il purgatorio e vicino all’inferno, tanto da chiederti chi e cosa te lo fa fare di penare in quel modo. Sono queste le condizioni in cui Laurence Tieleman affronta i preliminari alla novantottesima edizione del Queen’s: 254esima posizione nel ranking e la recente mancata qualificazione al challenger di Surbiton, battuto dal mancino Wayne Arthurs. I buoni risultati in doppio non valgono, anzi possono addirittura peggiorare il morale perché si sa che nel cimitero del doppio spesso vanno a finire i falliti del singolare. Che, noi lo sappiamo, non è proprio così ma tant’è, di questo magari parliamo un’altra volta.

Laurence supera le qualificazioni non senza affanni; dopo aver sconfitto il nipponico Suzuki in due partite, è costretto a rimontare un set sia al messicano Osorio che al sudafricano Nainkin. Il tutto per andare a sfidare, come detto, Jason Stoltenberg, sedicesima scelta del draw londinese e amante del verde anche quando è nella terra, se è vero che tre dei suoi quattro titoli in bacheca li ha vinti a Birmingham e Coral Springs (2), cioè sull’Har-Tru. Ma più di questi, vale la semifinale conquistata a Wimbledon nel 1996, fermato da Krajicek.

Al momento di scendere in campo, il record di Tieleman nei confronti dei Top-50 è di 1-4. L’unico che ha battuto è Stephane Simian, al secondo turno di Wimbledon ’93. Il vantaggio per Laurence è quello comune a tutti i qualificati, ovvero essere lì da qualche giorno ed aver saggiato le condizioni di palline e terreno. Ahimè, tutto questo spesso non basta e se poi ci si mette la pioggia, mai alleata dei più deboli su un campo di tennis (perché questi tutto desiderano tranne che essere interrotti mentre sono avanti nello score e stanno sorprendendo il favorito in giornata no), ecco diventare tutto più complicato. Invece Laurence fa l’esatto opposto: parte male, perde il primo set 6-3, soffre (e fa soffrire Jason) per tutto il secondo ma quando finalmente chiude il tie-break sette punti a cinque, dietro la curva trova una discesa inattesa che lo spedisce al secondo turno in un baleno (6-2).

Hai appena fatto qualcosa di insolito – ovvero eliminare il 38esimo giocatore della classifica mondiale – e subito ti tocca la prova del nove. L’avversario dei sedicesimi è infatti Sebastien Lareau, un doppista canadese di chiara fama che ha sfiorato il primo slam assoluto per la sua nazione perdendo la finale degli Australian Open ’96 insieme al fido compagno Alex O’Brien contro Edberg e Korda. Sempre con lo statunitense ha giocato la finale del Masters di Hartford lo stesso anno ma in singolare ci si ricorda di lui soprattutto per una vittoria su Stich (n°6 del mondo) nel tappeto sintetico di Anversa (1994) e per la recente vittoria al primo turno di Melbourne contro Magnus Norman (6-4, 6-7, 7-6, 6-7, 7-5).

Lareau è reduce da una vittoria analoga, in termini di punteggio, a quella di Tieleman. Il suo avversario è Lleyton Hewitt, un ragazzino australiano diventato famoso ad inizio stagione per essere diventato il vincitore di una prova del circuito maggiore (nella sua città, Adelaide, dove gli è stata concessa una wild-card) con la classifica più bassa di sempre: 550! Lleyton lo ha ripetutamente infilato in risposta e tenuto sulle spine ma alla fine Sebastien ha prevalso 3-6, 7-6, 6-4. Per un set, Tieleman non ci capisce nulla e Lareau lo liquida 6-0. Naturalmente, è una gara costante a chi prende per primo la rete; l’europeo cambia marcia dal secondo e prevale 6-1, 6-4.

Bene, cinque incontri consecutivi il buon Laurence non li vinceva dai tempi pioneristici dei satellite e la sua corsa è destinata a fermarsi negli ottavi, al cospetto di un altro canadese con passaporto britannico: Greg Rusedski. Il n°4 del mondo (e testa di serie n°2) ha debuttato lasciando un set al francese Golmard e l’inattesa sconfitta di Sampras contro Woodforde lo ha promosso a favorito del torneo. Il suo match però dura appena quattro giochi, fino a quando una brutta caduta gli procura una distorsione alla caviglia lo costringe al ritiro sul 2-2.

Tieleman ringrazia, approda ai quarti e si prepara ad affrontare un altro britannico – stavolta inglese doc – l’ultimo dei sei presenti ai nastri di partenza. “GentlemanTim Henman ha il tennis fluido e leggero per volare sull’erba e l’intera Albione freme per trovare finalmente l’erede di Fred Perry. Così questo 23enne di Oxford dall’aspetto imperturbabile si prende sulle strette spalle il peso di un popolo e cerca di colmare la lunga lacuna. In attesa di Wimbledon, già mettere in bacheca la coppa del Queen’s sarebbe un discreto affare, ancora di più adesso che i favoriti sono usciti tutti o quasi.

Henman vince il primo set 6-2 ma Laurence ha fatto della risalita una virtù e nel secondo resta in scia fino al tie-break non prima di aver salvato una palla-match sul 4-5. Il problema si ripropone anche nel gioco decisivo, in cui Henman ha una seconda opportunità sul 7-6; non la sfrutta e Tieleman infila tre punti consecutivi rinviando ogni decisione al terzo parziale. La nuvola su cui veleggia l’italo-belga non è passeggera, l’inglese perde intensità a fiducia e nel terzo Laurence chiude 6-4.

A questo punto tutto è possibile, anche che nessuna delle due teste di serie sopravvissute riescano a staccare il biglietto per la finale. Non ce la fa Woodforde, che rimedia cinque giochi nel derby australiano con Draper, e non ce la fa il più singolarista dei fratelli Black, Byron, a cui Diesel-Tieleman lascia il solito set di rodaggio per poi uscire alla distanza (3-6, 6-3, 6-2). Il caso vuole che sarà proprio lo Zimbabwe di Byron e Wayne Black l’avversario dell’Italia nei quarti di finale di Coppa Davis subito dopo Wimbledon ma nell’occasione si giocherà sulla terra rossa di Prato e i fratelli africani sul lento non hanno armi da contrapporre ai nostri Gaudenzi e Sanguinetti. Sui prati però Byron Black è un altro giocatore e, se nei quarti ha dovuto penare solo un set per regolare il lucky-looser MacPhie, al terzo turno aveva estromesso il n°4 del seeding Jonas Bjorkman.

Ormai, anche se stanco, Tieleman è in fiducia e vede l’opportunità di completare l’opera aggiudicandosi il titolo. Del resto, in una finale tra due giocatori posizionati oltre la centesima posizione mondiale, tutto può succedere. L’avversario è il mancino Scott Draper (n°108), un tipo a cui manca la necessaria potenza per occupare posizioni più interessanti nel ranking e che la vita ha sottoposto ad alcune terribili battaglie. Incapace di sopportare lo stress, qualche anno prima ha reagito malamente alla prematura notorietà successiva al titolo juniores di Wimbledon (in doppio) entrando nel vicolo cieco del disturbo ossessivo compulsivo che lo portava, ad esempio, a sentire la necessità di toccare taluni oggetti tre volte prima di sentirsi tranquillo.

Dopo quasi un anno, con l’aiuto di psicologi, Scott capisce che l’unico modo per non farsi sopraffare dalle sue manie è quello di tenerle sotto controllo. Ci riesce e, al contempo, riesce pure a riequilibrare il suo tennis. Risalita la china del circuito partendo dal nulla, Draper ha però avuto una stagione per niente positiva (4-9 il suo record prima del Queen’s) e ha perso cinquanta posizioni in sei mesi. In questo strano torneo il sorteggio e le vicende successive gli hanno propinato ben quattro derby su cinque match e lui li ha vinti tutti: Tebbutt, Rafter, Steven e Woodforde. L’altra vittima è lo statunitense Doug Flach, fratello del più celebre Ken.

La finale rispetta i canoni della superficie e si gioca praticamente su tre palle: quella con cui, rispondendo di dritto vincente, Draper mette a segno il mini-break decisivo nel tredicesimo gioco del primo set (lo vince 7-5 dopo che Tieleman gli ha annullato due set-point dal 3-6) e le due consecutive che mortificano Tieleman nel doppio fallo che gli costa il break in apertura di secondo parziale. Scott Draper non concede nemmeno una palla-break in tutto il match e alla fine solleva con pieno merito la coppa degli Stella Artois Championships. Sarà il suo unico titolo in carriera e l’anno dopo dovrà affrontare una nuova tragedia, ovvero la scomparsa della moglie Kelly che è già malata quando lui vince al Queen’s.

Tieleman invece si consola con la finale, anche se questa è un punto di arrivo più che di partenza. Costretto a saltare Wimbledon, Laurence riceve una wild-card per Newport dove raggiunge la semifinale ma l’erba è finita e il cemento americano porta in dote solo sconfitte. Tieleman arriverà al suo best-ranking il 26 aprile 1999 (n°76) e complessivamente spalmerà in tre differenti periodi le sue 48 settimane di permanenza nei primi 100 del mondo. Sia pur senza grande continuità, di tanto in tanto meriterà gli onori della cronaca. Sempre nel ’99 debutterà in nazionale al Patinoires du Littoral di Neuchatel perdendo – insieme a Pescosolido – il doppio contro Manta e Rosset, impegnerà Becker in due tie-break nei quarti a Hong Kong, tornerà in semifinale a Newport e sfiorerà la seconda settimana agli US Open, battuto 7-6 al quinto al terzo turno da Vince Spadea. Nel 2000 sfiorerà l’impresa a Melbourne contro Ferrero (altri cinque set), batterà Courier e Roddick ma ben presto scivolerà in classifica e non si riprenderà più.

Con il senno di poi, la sua vittoria più importante al momento in cui avvenne non fece notizia. Sul sintetico del Challenger di Heilbronn, siamo a fine gennaio 1999, Tieleman batte 7-5 6-1 un qualificato, n°298 Atp: Roger Federer. Non è il primo italiano a riuscirci e non sarà l’ultimo, ma in quell’occasione il futuro re del mondo iniziò a mostrarsi per quello che sarebbe diventato e veniva da sei vittorie consecutive.

Erano altri tempi, dicevamo. Anche se per qualcuno il tempo sembra essersi fermato.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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