Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

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Mercoledì da leoni: Laurence Tieleman al Queen’s 1998

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Oggi ci siamo trasferiti al Queen’s, nel 1998, quando un italiano con doppio passaporto centrò una clamorosa finale

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Erano altri tempi.

Erano tempi in cui l’erba del vicino (Wimbledon) non era più verde e nemmeno più lenta. Era uguale.

Siamo al Queen’s Club e sono trascorsi quasi 111 anni da quando, il 19 maggio del 1887, è stato inaugurato il primo campo da tennis in erba nel complesso sportivo collocato in Palliser Road, a due passi da Earls Court e dalla stazione della metro di West Kensington, che però a quel tempo ancora non esisteva. Denominato così in onore della regina Vittoria, il Queen’s avrà una rapida espansione e in diciotto mesi appena verrà edificata la palazzina sede del club, disegnata dall’architetto William Marshall, che un decennio addietro aveva perso contro Spencer Gore la finale dell’edizione inaugurale dei Championships.

 

In principio il tennis non è certo la più importante tra le discipline sportive praticate dentro i recinti di Palliser Road. Qui, nei tardi Anni Venti, atleti, rugbisti e calciatori dei due college più famosi d’Inghilterra si sfideranno nell’Oxbridge, ovvero Oxford contro Cambridge. Tuttavia, nel 1890 i London Championships trovano dimora al Queen’s e da lì non si sposteranno più. Il primo non inglese a vincere il torneo sarà lo statunitense Holcombe Ward nel 1905 e ben presto l’albo d’oro si arricchirà di nomi prestigiosi che a loro volta contribuiranno a rendere la manifestazione sempre più importante. Wilding, Tilden, Budge, il barone Von Cramm prima della Seconda Guerra, poi tutti i grandi d’Australia fino al 1968 e anche oltre.

Nell’era open – e fino a quel fatidico ’98 – al Queen’s ci sarà spazio assai ridotto per gli “underdog”. Vincerlo da perfetti sconosciuti neanche parlarne (i nomi meno illustri sono Raul Ramirez, Wayne Ferreira e Todd Martin, tanto per immaginare gli altri), magari qualche finalista: l’inglese Paish nel ’72, lo statunitense Leif Shiras che strappa un set al McEnroe dell’orwelliano 1984, in cui il mancino di Wiesbaden tutto il mondo del tennis controllò tranne tre maledetti (per lui) set in quel del Roland Garros, Christo Van Rensburg nel 1989 (ma il sudafricano era un ottimo doppista) e infine Shuzo Matsuoka nel ’92, due mesi dopo essere diventato il primo giapponese nella storia capace di aggiudicarsi un titolo ATP (a Seoul).

Il campione in carica della 98esima edizione del Queen’s è Mark Philippoussis, la testa di serie numero 1 Pete Sampras. I primi otto entrano in gara al secondo turno ma tra loro c’è un intruso, ovvero il lucky-looser Brian MacPhie che ha rimpiazzato l’indisponibile Pioline. Tanto per tener fede al primo aggettivo, il californiano trova uno dopo l’altro nel main-draw due qualificati (il bielorusso Mirnyi e lo svizzero Heuberger) ma con questi cambia il verbo al participio presente e diventa vincente, approdando ai quarti senza perdere un set.

Che si tratta di un anno balordo, lo si capisce quasi subito. “Scud” Philippoussis, nono favorito, si fa sbattere fuori al debutto da uno dei pochi spagnoli che non disdegnano l’erba, Jordi Burillo, ma l’australiano non è l’unica testa di serie di seconda fascia a lasciarci le penne. Lo imitano infatti Todd Martin (11) e quello Stoltenberg (16) a cui lo scriba Gianni Clerici ha italianizzato il nome in Giasone, l’eroe greco che riuscì a rubare il vello d’oro. L’australiano sui prati ha più di una certezza ma viene fermato da un 25enne di doppio passaporto reduce dalle qualificazioni.

Ed è qui che nella nostra storia fa la sua prima apparizione il protagonista principale.

Laurence Tieleman ha il padre olandese e la mamma italiana ma è nato a Bruxelles, dove entrambi i genitori lavorano negli uffici del Mercato Comune Europeo. Ben presto il ragazzo scopre la vocazione per il tennis e non si accontenta di giocarlo nei club della sua città; vuole impararlo altrove, negli Stati Uniti, da Bollettieri. Mamma Mirella e papà Henri barattano la promessa che il figlio concluderà gli studi finanziandone il sogno alla prestigiosa accademia di Bradenton e dal 1990 il non ancora diciottenne Laurence diviene cittadino del mondo.

Tieleman dimostra ben presto di sapersi adattare a qualsiasi situazione e si fa le ossa nel circuito satellite: dall’India alle Filippine, dai Caraibi al Canada, dalla Malaysia al Messico. Bella vita, eh? Beh, non proprio. Occorrono spirito di sacrificio e tanta passione (oltre ai soldi di chi lo sostiene, non dimentichiamolo mai) per scendere in campo nelle condizioni più disparate e digerire i risultati negativi, inizialmente assai maggiori delle soddisfazioni.

Dopo oltre un anno di bocconi amari, nel dicembre del 1991 arrivano finalmente i primi piccoli trofei, in Bangladesh. Così, da n°334 del ranking ATP, qualche settimana più tardi tenta le qualificazioni agli Australian Open, dove però viene bocciato subito dal keniota Paul Wekesa. Ancora privo di una precisa identità tennistica, Laurence fa collezione di titoli in doppio insieme a Minhea Nastase, il nipote di Ilie, ma in singolare non arriva mai il decollo.

È solo questione di pazienza e perseveranza. La semifinale al Challenger di Punta del Este (ottenuta a spese di Alberto Berasategui) gli vale l’ingresso nei primi 200 del mondo; è l’8 febbraio 1993 e il futuro sembra sorridere a Laurence. Meno di cinque mesi dopo, al Queen’s (guarda un po’…), gioca e vince il suo primo incontro ufficiale nel circuito maggiore imponendosi a Sandon Stolle e di lì a una settimana – affidandosi al suo gioco “tutto tagli e attacchi alla baionetta come ebbe a dire sempre lo scriba nel ritrarre l’italo-belga sulle colonne di Repubblica – entra nel tabellone principale di Wimbledon passando per le forche caudine di Roheampton, supera due turni e strappa un set pure al suo mezzo connazionale Richard Krajicek.

I dodici mesi che riportano Tieleman a Wimbledon sono un mezzo calvario durante il quale perde oltre 200 posizioni nel ranking e ripiomba ben oltre la trecentesima. Eppure, essere stato ad un passo (match-point) dall’eliminare Kafelnikov a Church Road – 7-5, 6-7, 7-5, 6-7, 11-9 per il russo lo score – ha il potere di rinfrancare lo spirito del nostro uomo che si rituffa con rinnovata convinzione nei challenger, ne vince un paio sul duro e riprende la sua risalita da salmone contro corrente verso posizioni di classifica che gli consentano di giocare i tornei ATP.

Ma la corrente è forte, a volte così forte da indurre ad abbandonarti tra le sue spire. Così torni a scendere, oltre il purgatorio e vicino all’inferno, tanto da chiederti chi e cosa te lo fa fare di penare in quel modo. Sono queste le condizioni in cui Laurence Tieleman affronta i preliminari alla novantottesima edizione del Queen’s: 254esima posizione nel ranking e la recente mancata qualificazione al challenger di Surbiton, battuto dal mancino Wayne Arthurs. I buoni risultati in doppio non valgono, anzi possono addirittura peggiorare il morale perché si sa che nel cimitero del doppio spesso vanno a finire i falliti del singolare. Che, noi lo sappiamo, non è proprio così ma tant’è, di questo magari parliamo un’altra volta.

Laurence supera le qualificazioni non senza affanni; dopo aver sconfitto il nipponico Suzuki in due partite, è costretto a rimontare un set sia al messicano Osorio che al sudafricano Nainkin. Il tutto per andare a sfidare, come detto, Jason Stoltenberg, sedicesima scelta del draw londinese e amante del verde anche quando è nella terra, se è vero che tre dei suoi quattro titoli in bacheca li ha vinti a Birmingham e Coral Springs (2), cioè sull’Har-Tru. Ma più di questi, vale la semifinale conquistata a Wimbledon nel 1996, fermato da Krajicek.

Al momento di scendere in campo, il record di Tieleman nei confronti dei Top-50 è di 1-4. L’unico che ha battuto è Stephane Simian, al secondo turno di Wimbledon ’93. Il vantaggio per Laurence è quello comune a tutti i qualificati, ovvero essere lì da qualche giorno ed aver saggiato le condizioni di palline e terreno. Ahimè, tutto questo spesso non basta e se poi ci si mette la pioggia, mai alleata dei più deboli su un campo di tennis (perché questi tutto desiderano tranne che essere interrotti mentre sono avanti nello score e stanno sorprendendo il favorito in giornata no), ecco diventare tutto più complicato. Invece Laurence fa l’esatto opposto: parte male, perde il primo set 6-3, soffre (e fa soffrire Jason) per tutto il secondo ma quando finalmente chiude il tie-break sette punti a cinque, dietro la curva trova una discesa inattesa che lo spedisce al secondo turno in un baleno (6-2).

Hai appena fatto qualcosa di insolito – ovvero eliminare il 38esimo giocatore della classifica mondiale – e subito ti tocca la prova del nove. L’avversario dei sedicesimi è infatti Sebastien Lareau, un doppista canadese di chiara fama che ha sfiorato il primo slam assoluto per la sua nazione perdendo la finale degli Australian Open ’96 insieme al fido compagno Alex O’Brien contro Edberg e Korda. Sempre con lo statunitense ha giocato la finale del Masters di Hartford lo stesso anno ma in singolare ci si ricorda di lui soprattutto per una vittoria su Stich (n°6 del mondo) nel tappeto sintetico di Anversa (1994) e per la recente vittoria al primo turno di Melbourne contro Magnus Norman (6-4, 6-7, 7-6, 6-7, 7-5).

Lareau è reduce da una vittoria analoga, in termini di punteggio, a quella di Tieleman. Il suo avversario è Lleyton Hewitt, un ragazzino australiano diventato famoso ad inizio stagione per essere diventato il vincitore di una prova del circuito maggiore (nella sua città, Adelaide, dove gli è stata concessa una wild-card) con la classifica più bassa di sempre: 550! Lleyton lo ha ripetutamente infilato in risposta e tenuto sulle spine ma alla fine Sebastien ha prevalso 3-6, 7-6, 6-4. Per un set, Tieleman non ci capisce nulla e Lareau lo liquida 6-0. Naturalmente, è una gara costante a chi prende per primo la rete; l’europeo cambia marcia dal secondo e prevale 6-1, 6-4.

Bene, cinque incontri consecutivi il buon Laurence non li vinceva dai tempi pioneristici dei satellite e la sua corsa è destinata a fermarsi negli ottavi, al cospetto di un altro canadese con passaporto britannico: Greg Rusedski. Il n°4 del mondo (e testa di serie n°2) ha debuttato lasciando un set al francese Golmard e l’inattesa sconfitta di Sampras contro Woodforde lo ha promosso a favorito del torneo. Il suo match però dura appena quattro giochi, fino a quando una brutta caduta gli procura una distorsione alla caviglia lo costringe al ritiro sul 2-2.

Tieleman ringrazia, approda ai quarti e si prepara ad affrontare un altro britannico – stavolta inglese doc – l’ultimo dei sei presenti ai nastri di partenza. “GentlemanTim Henman ha il tennis fluido e leggero per volare sull’erba e l’intera Albione freme per trovare finalmente l’erede di Fred Perry. Così questo 23enne di Oxford dall’aspetto imperturbabile si prende sulle strette spalle il peso di un popolo e cerca di colmare la lunga lacuna. In attesa di Wimbledon, già mettere in bacheca la coppa del Queen’s sarebbe un discreto affare, ancora di più adesso che i favoriti sono usciti tutti o quasi.

Henman vince il primo set 6-2 ma Laurence ha fatto della risalita una virtù e nel secondo resta in scia fino al tie-break non prima di aver salvato una palla-match sul 4-5. Il problema si ripropone anche nel gioco decisivo, in cui Henman ha una seconda opportunità sul 7-6; non la sfrutta e Tieleman infila tre punti consecutivi rinviando ogni decisione al terzo parziale. La nuvola su cui veleggia l’italo-belga non è passeggera, l’inglese perde intensità a fiducia e nel terzo Laurence chiude 6-4.

A questo punto tutto è possibile, anche che nessuna delle due teste di serie sopravvissute riescano a staccare il biglietto per la finale. Non ce la fa Woodforde, che rimedia cinque giochi nel derby australiano con Draper, e non ce la fa il più singolarista dei fratelli Black, Byron, a cui Diesel-Tieleman lascia il solito set di rodaggio per poi uscire alla distanza (3-6, 6-3, 6-2). Il caso vuole che sarà proprio lo Zimbabwe di Byron e Wayne Black l’avversario dell’Italia nei quarti di finale di Coppa Davis subito dopo Wimbledon ma nell’occasione si giocherà sulla terra rossa di Prato e i fratelli africani sul lento non hanno armi da contrapporre ai nostri Gaudenzi e Sanguinetti. Sui prati però Byron Black è un altro giocatore e, se nei quarti ha dovuto penare solo un set per regolare il lucky-looser MacPhie, al terzo turno aveva estromesso il n°4 del seeding Jonas Bjorkman.

Ormai, anche se stanco, Tieleman è in fiducia e vede l’opportunità di completare l’opera aggiudicandosi il titolo. Del resto, in una finale tra due giocatori posizionati oltre la centesima posizione mondiale, tutto può succedere. L’avversario è il mancino Scott Draper (n°108), un tipo a cui manca la necessaria potenza per occupare posizioni più interessanti nel ranking e che la vita ha sottoposto ad alcune terribili battaglie. Incapace di sopportare lo stress, qualche anno prima ha reagito malamente alla prematura notorietà successiva al titolo juniores di Wimbledon (in doppio) entrando nel vicolo cieco del disturbo ossessivo compulsivo che lo portava, ad esempio, a sentire la necessità di toccare taluni oggetti tre volte prima di sentirsi tranquillo.

Dopo quasi un anno, con l’aiuto di psicologi, Scott capisce che l’unico modo per non farsi sopraffare dalle sue manie è quello di tenerle sotto controllo. Ci riesce e, al contempo, riesce pure a riequilibrare il suo tennis. Risalita la china del circuito partendo dal nulla, Draper ha però avuto una stagione per niente positiva (4-9 il suo record prima del Queen’s) e ha perso cinquanta posizioni in sei mesi. In questo strano torneo il sorteggio e le vicende successive gli hanno propinato ben quattro derby su cinque match e lui li ha vinti tutti: Tebbutt, Rafter, Steven e Woodforde. L’altra vittima è lo statunitense Doug Flach, fratello del più celebre Ken.

La finale rispetta i canoni della superficie e si gioca praticamente su tre palle: quella con cui, rispondendo di dritto vincente, Draper mette a segno il mini-break decisivo nel tredicesimo gioco del primo set (lo vince 7-5 dopo che Tieleman gli ha annullato due set-point dal 3-6) e le due consecutive che mortificano Tieleman nel doppio fallo che gli costa il break in apertura di secondo parziale. Scott Draper non concede nemmeno una palla-break in tutto il match e alla fine solleva con pieno merito la coppa degli Stella Artois Championships. Sarà il suo unico titolo in carriera e l’anno dopo dovrà affrontare una nuova tragedia, ovvero la scomparsa della moglie Kelly che è già malata quando lui vince al Queen’s.

Tieleman invece si consola con la finale, anche se questa è un punto di arrivo più che di partenza. Costretto a saltare Wimbledon, Laurence riceve una wild-card per Newport dove raggiunge la semifinale ma l’erba è finita e il cemento americano porta in dote solo sconfitte. Tieleman arriverà al suo best-ranking il 26 aprile 1999 (n°76) e complessivamente spalmerà in tre differenti periodi le sue 48 settimane di permanenza nei primi 100 del mondo. Sia pur senza grande continuità, di tanto in tanto meriterà gli onori della cronaca. Sempre nel ’99 debutterà in nazionale al Patinoires du Littoral di Neuchatel perdendo – insieme a Pescosolido – il doppio contro Manta e Rosset, impegnerà Becker in due tie-break nei quarti a Hong Kong, tornerà in semifinale a Newport e sfiorerà la seconda settimana agli US Open, battuto 7-6 al quinto al terzo turno da Vince Spadea. Nel 2000 sfiorerà l’impresa a Melbourne contro Ferrero (altri cinque set), batterà Courier e Roddick ma ben presto scivolerà in classifica e non si riprenderà più.

Con il senno di poi, la sua vittoria più importante al momento in cui avvenne non fece notizia. Sul sintetico del Challenger di Heilbronn, siamo a fine gennaio 1999, Tieleman batte 7-5 6-1 un qualificato, n°298 Atp: Roger Federer. Non è il primo italiano a riuscirci e non sarà l’ultimo, ma in quell’occasione il futuro re del mondo iniziò a mostrarsi per quello che sarebbe diventato e veniva da sei vittorie consecutive.

Erano altri tempi, dicevamo. Anche se per qualcuno il tempo sembra essersi fermato.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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