La Piccola Biblioteca. Hitchcock e il tennis

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La Piccola Biblioteca. Hitchcock e il tennis

Venerdì letterari. Recensiamo un capolavoro di Hitchcock che spoglia il tennis dagli orpelli sportivi e ce lo presenta nella sua dimensione più cruda: uno sfida, uno muore

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Hitchcock A., Delitto per delitto (L’altro uomo). Titolo originale: “Strangers on a Train”. Produzione Warner Brothers, USA, 1951, h. 101’

Al tempo dei filosofi sofisti, nella Grecia di 2500 anni fa, le discussioni erano una vera e propria battaglia “all’ultimo sangue”. In palio c’era la vita stessa. Chi vinceva la disputa aveva dimostrato la supremazia e la forza del proprio argomentare, la capacità di confutare qualsiasi tesi, vera o falsa che fosse, grazie all’acutezza, alla potenza dell’eloquio, della retorica, della ragione. Lo sconfitto veniva letteralmente distrutto, distrutta la sua credibilità. Una lotta per la vita o la morte e poco importa se la morte non fosse fisica, per i sofisti perdere una sfida intellettuale era come la morte fisica. “Agonistico”, d’altronde, deriva da “agone”, termine di origine greca che indica la gara, la disputa che, nella Grecia antica, non si riferiva solo alle competizioni sportive ma anche a quelle culturali (al teatro e alla musica, ad esempio). Chiaro, ho generalizzato, la situazione era molto più complessa, ma questa semplificazione mi serve per dire che il tennis è una sfida in cui in palio c’è la vita e la morte. Sto esagerando? Sì, forse. Anzi, senz’altro. Ma fino a un certo punto.

Vi invito a riflettere su questo: in pochi sport, come nel tennis, il risultato (che può essere vittoria o sconfitta, il pareggio non è contemplato) significa “o dentro o fuori”. Se vinci vai avanti, se perdi sei eliminato. Non c’è possibilità di rimediare a una sconfitta come nel calcio, nel basket, nella pallavolo, non c’è nemmeno la possibilità di essere “ripescati”, come nel judo. O sei dentro o sei fuori. O sei vivo o sei morto. Per fortuna, il tennista può, come l’araba fenice, risorgere dalle proprie ceneri e affrontare il torneo successivo. Fatto sta che la carriera di un tennista è una sequenza di morti e rinascite e se questa condizione è comune anche ad altri sport, nel tennis è messa in evidenza con tutta la sua crudezza e ineluttabilità, incarnate dal tabellone degli incontri, appuntamento che tutti, tennisti e appassionati, attendono sempre con una segreta, spesso mal dissimulata, apprensione.

 

Domanda: poteva Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, esimersi dall’utilizzare il tennis per mettere in moto un congegno narrativo dove suspense e tensione, lotta disperata fra vita e distruzione della vita sono gli ingredienti per seguire le vicende di un uomo, campione di tennis, stretto nella morsa di un ricatto mortale? Risposta: no, non poteva. Per illustrare meglio l’argomento, scomoderò, ancora una volta, Carlo Magnani e la sua “Filosofia del Tennis”. La citazione sarà un po’ lunga, ma vale la pena seguire il ragionamento fino in fondo, ci introdurrà nel migliore dei modi nel mondo ritratto da Hitchcock nel suo film. Ci sono due soli modi di colpire, o di diritto o di rovescio: e questo è il risultato di una presa di posizione. La libertà, la necessità o il caso, dispongono di questa determinazione della volontà. Come notava il grande biologo Monod, spesso le alternative si riducono e la libertà si esercita entro i margini imposti da leggi naturali, entro l’oggettiva necessità appunto; oppure la scelta scaturisce dalla combinazione del mero arbitrio aleatorio, ossia dal caso” (Pag. 11).

Questa la premessa. Vediamo, ora, nel dettaglio le tre opzioni che si possono presentare. “Di fronte al proietto che giunge possiamo essere costretti a giocare il colpo a cui ci ha obbligati l’avversario, in questo caso l’angolo scelto e la traiettoria della palla sono un dato oggettivo che non possiamo fare altro che subire, armando il colpo, diritto o rovescio, chiamato in gioco dalla necessità. Altre volte la sorte è assai più liberale nei nostri confronti, tanto che ci sentiamo in grado di aggirare la sfera o di affrontarla con il tiro da noi preferito in quell’istante: qui non c’è il colpo necessitato ma quello scelto dal libero arbitrio (…) Altre volte, ancora, succede invece l’imprevisto e l’imprevedibile, consentito dalle regole del gioco e perciò legittimo (…) la palla tocca il nastro della rete e perde velocità e peso, per cadere in un luogo in cui nessuno l’ha inviata e in cui nessuno osava pensare che fosse diretta. Le strategie sono scombinate e bisogna preparare una risposta per la bisogna” (Pag. 12).

Quindi:

1) libertà;
2) necessità;
3) caso.

Woody Allen, nel film “Match Point” (2005), si concentra sulla terza opzione, il caso: il successo nella vita è determinato dal caso e conseguentemente dalla fortuna, e se si capisce questo si capisce l’essenza della vita stessa. Lo sperimenterà l’ex tennista Chris che, dopo aver compiuto un duplice omicidio, riuscirà a sfuggire alle maglie della giustizia (ma non a quelle del suo tribunale interiore). Hitchcok, diversamente da Allen, dipana la sua ragnatela toccando tutte le possibilità. All’inizio del film la libertà, a metà la necessità, alla fine il caso.

A questo punto è necessario riassumere brevemente la trama del film (senza svelare il finale, ovviamente). Mi servirò della sintesi proposta da Francois Truffaut nel suo bellissimo libro-intervista al Maestro: “Il cinema secondo Hitchcock”, edizioni Il Saggiatore, collana NET Nuove Edizioni tascabili, 2002. “In un treno, un giovane campione di tennis, Guy (Farley Granger), viene avvicinato da un ammiratore, Bruno (Robert Walker). Bruno sa tutto di Guy e gli propone, per amicizia, di commettere uno scambio di omicidi. Lui, Bruno, sopprimerà la moglie di Guy (che non vuole accordargli il divorzio); in cambio di questo Guy ucciderà il padre di Bruno, che è un guastafeste. Guy rifiuta energicamente, si separa da Bruno. Tuttavia quest’ultimo compie la prima parte del suo piano: strangola l’odiosa moglie di Guy in un luna-park. Guy è interrogato dalla polizia e, dal momento che non può fornire un alibi verificabile, viene sorvegliato, ma con certi riguardi per la sua notorietà e per la sua relazione con la figlia di un senatore. Bruno non tarda a far sapere a Guy che conta su di lui per vedersi ricambiato il favore. Guy si tira indietro, ma il suo turbamento lo compromette sempre di più. Infine Bruno, scontento della non esecuzione del tacito contratto, decide di rovinare Guy, mettendo sul luogo del delitto un accendino che appartiene al giovane tennista. Questo deve vincere in cinque set una partita, poi fugge dallo stadio per raggiungere Bruno …”(Pagg. 161-162).

1) La libertà

Il film inizia con due persone, i nostri protagonisti, che si avviano in stazione per prendere lo stesso treno. Vengono inquadrati dalle gambe in giù, a sottolineare il fatto che la vicenda a cui assisteremo potrebbe capitare a chiunque, anche a noi, oggi, domani, dopodomani. Come dire: l’assurdo che irrompe nella normalità del nostro vivere quotidiano. I due, che ancora non si conoscono, si siedono nella carrozza uno di fronte all’altro. L’episodio che fa scattare la conoscenza reciproca è del tutto banale. Guy, sedendosi, urta il piede di Bruno. Da lì nasce la conversazione, all’inizio piacevole, leggera, come può esserla quella di due viaggiatori che devono condividere un lungo viaggio in treno. Capita a tutti, no? Potrebbe succedere anche a noi, oggi, domani, dopodomani. La conversazione, da amabile, diventa però subito insidiosa. Bruno dimostra di conoscere tutto di Guy (segue il gossip sulle riviste mondane), veniamo anche a sapere che è il figlio viziato e nullafacente di una ricca famiglia, con una mamma iperprotettiva, incapace di vedere la pazzia latente annidata nella mente del figlio. Ed è qui che inizia la partita a tennis tra Guy e Bruno. Solo che, a differenza dei soliti incontri, la posta in palio sarà molto più importante. Bruno sa che Guy è sposato con una donna che non ama più e che ha una relazione con la bella e sofisticata figlia di un senatore. Gli propone, come fosse uno scherzo innocente, un sistema per “risolvere il problema”, visto che anche lui, Bruno, ne ha uno e bello grande: il padre, che lo umilia continuamente. Ma siamo ancora in fase di palleggio da fondocampo. Guy conduce gli scambi con tranquillità, con nonchalance, con la forza del suo innegabile talento, sicuro della sua superiorità fisica, tecnica, tattica. È come una partita fra un top ten e il tesserato di un oscuro circolo di periferia. Non è neanche un allenamento, è un’esibizione, addirittura imbarazzante per la netta superiorità di Guy. In dirittura d’arrivo, Bruno scopre le carte: gli propone il duplice omicidio. Piazza il colpo della vita, quel vincente che sta aspettando da tanto, troppo tempo. La sua mente, malata e contorta ma tutt’altro che stupida e sprovveduta, vede il modo di incartare il gioco del campione. Quante volte lo abbiamo visto sui campi da tennis, anche recentemente? E il campione cosa fa? Sorpreso da quel diritto sul suo rovescio (il suo punto debole), un colpo di tale arditezza che non si aspettava potesse essere così potente, vacilla, prende tempo, riflette. Si fa serio. La partita sta assumendo un aspetto inedito, l’ombra dell’inquietudine si dipinge sul volto del campione. Ma il campione ha le armi per contrastare il principiante fortunato. Il colpo arriva, è diretto sul suo rovescio, cerca di mandarlo fuori dal campo. Guy lo aggira, si pone nella posizione più comoda e con un diritto magistrale annulla il pericolo. Libero arbitrio.

Al momento del congedo, Guy ringrazia lo sfidante, gli dice che la sua teoria è ottima, potrebbe addirittura funzionare, convinto com’è di parlare, se non a un matto, a un eccentrico di scarso valore di cui subito dimenticarsi. Come il maestro che dice all’alunno: “Hai fatto proprio un bel disegno”, quando il foglio è pieno di sgorbi indecifrabili, e lo corregge con due o tre rapidi tratti di matita. Ecco, che bravo sono, pensa il maestro, ho corretto questa corbelleria senza far capire al bambino che il suo lavoro era una schifezza. Ma l’alunno è meno sprovveduto di quello che pensa il maestro e riflette, inizia a nutrire rancore, desiderio di vendetta… Ma siamo ancora nella fase di libertà: il campione domina il gioco. Per ora.

2) La necessità

Bruno sorprende Guy: uccide la sua conturbante e odiosa moglie. Ecco il cambiamento di tattica, quello che Guy non si aspettava. La partita, dopo un set più che tranquillo e sempre in controllo, sta virando verso inaspettati, pericolosi lidi. Il tennista di scarso valore, il 400 in classifica ATP gioca la partita della vita in una sorta di trance agonistica che spiazza il consumato campione. Incredibile. Bisogna ricorrere ai ripari, ma è dura. Ogni colpo che Bruno assesta costringe Guy alla difensiva. Le sue risposte non sono più frutto del libero arbitrio, ma un adattamento a una situazione di emergenza, di necessità. Bruno non ha nulla da perdere, gioca a tutto braccio, sventaglia da tutte le posizioni in tutte le direzioni. Guy subisce un break dopo l’altro, tutto ciò che escogita pare non funzioni. Bruno è furbo, gli sta facendo terra bruciata attorno. Il campione è convocato dalla polizia, ovviamente è il primo sospettato. Cerca di scagionarsi, ma nemmeno la persona che potrebbe discolparlo, quello che lo ha visto in treno mentre si compiva il delitto, è credibile, malgrado sia un professore universitario. Era ubriaco e non ricorda di aver visto Guy, nemmeno di avergli parlato. Il cerchio si stringe attorno al tennista e le varianti possibili, sotto il bombardamento di Bruno, si fanno sempre più ridotte. Guy ricorre alla risorsa estrema: finge di accettare il contratto maledetto impostogli e si reca nella villa di Bruno con l’intento apparente di ucciderne il padre, in realtà per avvertirlo della pazzia del figlio ma, sorpresa, nel letto del padre trova lo stesso Bruno che, capite le vere intenzioni di Guy, manda all’aria il piano del campione.

E poi c’è quel dannato accendino con le iniziali di Guy e dell’amante, la figlia del senatore, un regalo d’amore che il nostro eroe mai ha tanto odiato come ora. Bruno se l’è preso, ha intenzione di portarlo sul luogo del delitto, così la colpevolezza di Guy sarà provata in modo inconfutabile. Come se non bastasse, Bruno, con l’astuzia, ha conosciuto la bella figlia del senatore, si è intrufolato nella vita e nel mondo di Guy, lo tallona da vicino, lo controlla. La tattica del cattivo sta mettendo alle corde il bel gioco del campione e il campione non sa più cosa fare. Come si dice in questi casi? “Oggi non era la mia giornata, il mio avversario ha fatto un grande match”. Set perso. Tutto da rifare. A questo punto bisogna solo affidarsi alla fortuna, al caso, sperare che il Cielo la mandi buona.

3) Il caso

E arriviamo al dunque: la resa dei conti. Arriviamo anche alla partita di tennis vera, quella che Guy deve giocare in un importante torneo. La fidanzata lo dissuade, ma lui dice che la deve giocare, perché se si rifiutasse i sospetti graverebbero ancor più su di lui. Deve giocare, a tutti i costi. Questione di vita o di morte. Hitchcock, con una serie di sequenze in montaggio parallelo, sviluppa l’ultima parte della storia come una partita a tennis dall’esito imprevedibile. Una finale da Slam. Da una parte Guy, intento a giocare la partita vera e a vincerla per poi raggiungere Bruno sul luogo del delitto per cercare di sottrargli l’accendino, dall’altra Bruno, che si reca al luna-park per portare a termine il suo piano mortale. La scena si snoda con le sequenze della partita a tennis reale e il viaggio in treno di Bruno alla cittadina di Metcalf (dove ha compiuto l’omicidio). Il caso, l’imperscrutabile destino, la fa da padrona. È interessante come la partita metaforica (ma più reale di una partita vera) tra Guy e Bruno viva il suo set decisivo attraverso un match autentico, quello giocato da Guy sul court (in cui si può godere un po’ di tennis d’altri tempi, vestiti bianchi, racchette di legno, gesti eleganti, superficie in erba, tutto esaltato dal bellissimo bianco e nero di Robert Burks, direttore della fotografia).

Il caso, dunque, coronerà la fine della vicenda. Anzi, un susseguirsi di casi fortuiti. Bruno che, arrivato a Metcalf, lascia inavvertitamente cadere l’accendino che finisce in un tombino. Riesce a fatica a recuperarlo. Guy che, dopo aver vinto in scioltezza due set e avviato a una facile vittoria, incappa in una serie di errori imprevisti e imprevedibili che permettono all’avversario di recuperare… Hitchcock, in queste sequenze, comprime e dilata il tempo in modo magistrale, ci fa vivere il trascorrere dei secondi con una lunghezza diversa a seconda delle scene. Durante la partita a tennis il tempo è “spremuto come un limone” (definizione di Truffaut). A partita finita, mentre Guy si precipita a Metcalf per fermare Bruno, il tempo si dilata, rallenta in modo esasperante: Bruno deve attendere il calare della sera, il buio, per mettere l’accendino sul luogo del delitto e il tempo non passa mai. La situazione è tale che nessuno dei due sa veramente come andrà a finire. La pallina, ora, ha colpito la rete e sta girando sopra il nastro, indecisa se andare di là o rimanere di qua. Se andrà di là, per Guy ci sarà una possibilità di salvezza, se ricadrà di qua sarà la fine. Il caso… la fortuna… Riuscirà il nostro eroe, Guy, a dimostrare la propria innocenza? A voi il piacere di scoprirlo. Buona visione.

Carlo Cocconi

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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