La Piccola Biblioteca. Hitchcock e il tennis

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La Piccola Biblioteca. Hitchcock e il tennis

Venerdì letterari. Recensiamo un capolavoro di Hitchcock che spoglia il tennis dagli orpelli sportivi e ce lo presenta nella sua dimensione più cruda: uno sfida, uno muore

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Hitchcock A., Delitto per delitto (L’altro uomo). Titolo originale: “Strangers on a Train”. Produzione Warner Brothers, USA, 1951, h. 101’

Al tempo dei filosofi sofisti, nella Grecia di 2500 anni fa, le discussioni erano una vera e propria battaglia “all’ultimo sangue”. In palio c’era la vita stessa. Chi vinceva la disputa aveva dimostrato la supremazia e la forza del proprio argomentare, la capacità di confutare qualsiasi tesi, vera o falsa che fosse, grazie all’acutezza, alla potenza dell’eloquio, della retorica, della ragione. Lo sconfitto veniva letteralmente distrutto, distrutta la sua credibilità. Una lotta per la vita o la morte e poco importa se la morte non fosse fisica, per i sofisti perdere una sfida intellettuale era come la morte fisica. “Agonistico”, d’altronde, deriva da “agone”, termine di origine greca che indica la gara, la disputa che, nella Grecia antica, non si riferiva solo alle competizioni sportive ma anche a quelle culturali (al teatro e alla musica, ad esempio). Chiaro, ho generalizzato, la situazione era molto più complessa, ma questa semplificazione mi serve per dire che il tennis è una sfida in cui in palio c’è la vita e la morte. Sto esagerando? Sì, forse. Anzi, senz’altro. Ma fino a un certo punto.

Vi invito a riflettere su questo: in pochi sport, come nel tennis, il risultato (che può essere vittoria o sconfitta, il pareggio non è contemplato) significa “o dentro o fuori”. Se vinci vai avanti, se perdi sei eliminato. Non c’è possibilità di rimediare a una sconfitta come nel calcio, nel basket, nella pallavolo, non c’è nemmeno la possibilità di essere “ripescati”, come nel judo. O sei dentro o sei fuori. O sei vivo o sei morto. Per fortuna, il tennista può, come l’araba fenice, risorgere dalle proprie ceneri e affrontare il torneo successivo. Fatto sta che la carriera di un tennista è una sequenza di morti e rinascite e se questa condizione è comune anche ad altri sport, nel tennis è messa in evidenza con tutta la sua crudezza e ineluttabilità, incarnate dal tabellone degli incontri, appuntamento che tutti, tennisti e appassionati, attendono sempre con una segreta, spesso mal dissimulata, apprensione.

 

Domanda: poteva Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, esimersi dall’utilizzare il tennis per mettere in moto un congegno narrativo dove suspense e tensione, lotta disperata fra vita e distruzione della vita sono gli ingredienti per seguire le vicende di un uomo, campione di tennis, stretto nella morsa di un ricatto mortale? Risposta: no, non poteva. Per illustrare meglio l’argomento, scomoderò, ancora una volta, Carlo Magnani e la sua “Filosofia del Tennis”. La citazione sarà un po’ lunga, ma vale la pena seguire il ragionamento fino in fondo, ci introdurrà nel migliore dei modi nel mondo ritratto da Hitchcock nel suo film. Ci sono due soli modi di colpire, o di diritto o di rovescio: e questo è il risultato di una presa di posizione. La libertà, la necessità o il caso, dispongono di questa determinazione della volontà. Come notava il grande biologo Monod, spesso le alternative si riducono e la libertà si esercita entro i margini imposti da leggi naturali, entro l’oggettiva necessità appunto; oppure la scelta scaturisce dalla combinazione del mero arbitrio aleatorio, ossia dal caso” (Pag. 11).

Questa la premessa. Vediamo, ora, nel dettaglio le tre opzioni che si possono presentare. “Di fronte al proietto che giunge possiamo essere costretti a giocare il colpo a cui ci ha obbligati l’avversario, in questo caso l’angolo scelto e la traiettoria della palla sono un dato oggettivo che non possiamo fare altro che subire, armando il colpo, diritto o rovescio, chiamato in gioco dalla necessità. Altre volte la sorte è assai più liberale nei nostri confronti, tanto che ci sentiamo in grado di aggirare la sfera o di affrontarla con il tiro da noi preferito in quell’istante: qui non c’è il colpo necessitato ma quello scelto dal libero arbitrio (…) Altre volte, ancora, succede invece l’imprevisto e l’imprevedibile, consentito dalle regole del gioco e perciò legittimo (…) la palla tocca il nastro della rete e perde velocità e peso, per cadere in un luogo in cui nessuno l’ha inviata e in cui nessuno osava pensare che fosse diretta. Le strategie sono scombinate e bisogna preparare una risposta per la bisogna” (Pag. 12).

Quindi:

1) libertà;
2) necessità;
3) caso.

Woody Allen, nel film “Match Point” (2005), si concentra sulla terza opzione, il caso: il successo nella vita è determinato dal caso e conseguentemente dalla fortuna, e se si capisce questo si capisce l’essenza della vita stessa. Lo sperimenterà l’ex tennista Chris che, dopo aver compiuto un duplice omicidio, riuscirà a sfuggire alle maglie della giustizia (ma non a quelle del suo tribunale interiore). Hitchcok, diversamente da Allen, dipana la sua ragnatela toccando tutte le possibilità. All’inizio del film la libertà, a metà la necessità, alla fine il caso.

A questo punto è necessario riassumere brevemente la trama del film (senza svelare il finale, ovviamente). Mi servirò della sintesi proposta da Francois Truffaut nel suo bellissimo libro-intervista al Maestro: “Il cinema secondo Hitchcock”, edizioni Il Saggiatore, collana NET Nuove Edizioni tascabili, 2002. “In un treno, un giovane campione di tennis, Guy (Farley Granger), viene avvicinato da un ammiratore, Bruno (Robert Walker). Bruno sa tutto di Guy e gli propone, per amicizia, di commettere uno scambio di omicidi. Lui, Bruno, sopprimerà la moglie di Guy (che non vuole accordargli il divorzio); in cambio di questo Guy ucciderà il padre di Bruno, che è un guastafeste. Guy rifiuta energicamente, si separa da Bruno. Tuttavia quest’ultimo compie la prima parte del suo piano: strangola l’odiosa moglie di Guy in un luna-park. Guy è interrogato dalla polizia e, dal momento che non può fornire un alibi verificabile, viene sorvegliato, ma con certi riguardi per la sua notorietà e per la sua relazione con la figlia di un senatore. Bruno non tarda a far sapere a Guy che conta su di lui per vedersi ricambiato il favore. Guy si tira indietro, ma il suo turbamento lo compromette sempre di più. Infine Bruno, scontento della non esecuzione del tacito contratto, decide di rovinare Guy, mettendo sul luogo del delitto un accendino che appartiene al giovane tennista. Questo deve vincere in cinque set una partita, poi fugge dallo stadio per raggiungere Bruno …”(Pagg. 161-162).

1) La libertà

Il film inizia con due persone, i nostri protagonisti, che si avviano in stazione per prendere lo stesso treno. Vengono inquadrati dalle gambe in giù, a sottolineare il fatto che la vicenda a cui assisteremo potrebbe capitare a chiunque, anche a noi, oggi, domani, dopodomani. Come dire: l’assurdo che irrompe nella normalità del nostro vivere quotidiano. I due, che ancora non si conoscono, si siedono nella carrozza uno di fronte all’altro. L’episodio che fa scattare la conoscenza reciproca è del tutto banale. Guy, sedendosi, urta il piede di Bruno. Da lì nasce la conversazione, all’inizio piacevole, leggera, come può esserla quella di due viaggiatori che devono condividere un lungo viaggio in treno. Capita a tutti, no? Potrebbe succedere anche a noi, oggi, domani, dopodomani. La conversazione, da amabile, diventa però subito insidiosa. Bruno dimostra di conoscere tutto di Guy (segue il gossip sulle riviste mondane), veniamo anche a sapere che è il figlio viziato e nullafacente di una ricca famiglia, con una mamma iperprotettiva, incapace di vedere la pazzia latente annidata nella mente del figlio. Ed è qui che inizia la partita a tennis tra Guy e Bruno. Solo che, a differenza dei soliti incontri, la posta in palio sarà molto più importante. Bruno sa che Guy è sposato con una donna che non ama più e che ha una relazione con la bella e sofisticata figlia di un senatore. Gli propone, come fosse uno scherzo innocente, un sistema per “risolvere il problema”, visto che anche lui, Bruno, ne ha uno e bello grande: il padre, che lo umilia continuamente. Ma siamo ancora in fase di palleggio da fondocampo. Guy conduce gli scambi con tranquillità, con nonchalance, con la forza del suo innegabile talento, sicuro della sua superiorità fisica, tecnica, tattica. È come una partita fra un top ten e il tesserato di un oscuro circolo di periferia. Non è neanche un allenamento, è un’esibizione, addirittura imbarazzante per la netta superiorità di Guy. In dirittura d’arrivo, Bruno scopre le carte: gli propone il duplice omicidio. Piazza il colpo della vita, quel vincente che sta aspettando da tanto, troppo tempo. La sua mente, malata e contorta ma tutt’altro che stupida e sprovveduta, vede il modo di incartare il gioco del campione. Quante volte lo abbiamo visto sui campi da tennis, anche recentemente? E il campione cosa fa? Sorpreso da quel diritto sul suo rovescio (il suo punto debole), un colpo di tale arditezza che non si aspettava potesse essere così potente, vacilla, prende tempo, riflette. Si fa serio. La partita sta assumendo un aspetto inedito, l’ombra dell’inquietudine si dipinge sul volto del campione. Ma il campione ha le armi per contrastare il principiante fortunato. Il colpo arriva, è diretto sul suo rovescio, cerca di mandarlo fuori dal campo. Guy lo aggira, si pone nella posizione più comoda e con un diritto magistrale annulla il pericolo. Libero arbitrio.

Al momento del congedo, Guy ringrazia lo sfidante, gli dice che la sua teoria è ottima, potrebbe addirittura funzionare, convinto com’è di parlare, se non a un matto, a un eccentrico di scarso valore di cui subito dimenticarsi. Come il maestro che dice all’alunno: “Hai fatto proprio un bel disegno”, quando il foglio è pieno di sgorbi indecifrabili, e lo corregge con due o tre rapidi tratti di matita. Ecco, che bravo sono, pensa il maestro, ho corretto questa corbelleria senza far capire al bambino che il suo lavoro era una schifezza. Ma l’alunno è meno sprovveduto di quello che pensa il maestro e riflette, inizia a nutrire rancore, desiderio di vendetta… Ma siamo ancora nella fase di libertà: il campione domina il gioco. Per ora.

2) La necessità

Bruno sorprende Guy: uccide la sua conturbante e odiosa moglie. Ecco il cambiamento di tattica, quello che Guy non si aspettava. La partita, dopo un set più che tranquillo e sempre in controllo, sta virando verso inaspettati, pericolosi lidi. Il tennista di scarso valore, il 400 in classifica ATP gioca la partita della vita in una sorta di trance agonistica che spiazza il consumato campione. Incredibile. Bisogna ricorrere ai ripari, ma è dura. Ogni colpo che Bruno assesta costringe Guy alla difensiva. Le sue risposte non sono più frutto del libero arbitrio, ma un adattamento a una situazione di emergenza, di necessità. Bruno non ha nulla da perdere, gioca a tutto braccio, sventaglia da tutte le posizioni in tutte le direzioni. Guy subisce un break dopo l’altro, tutto ciò che escogita pare non funzioni. Bruno è furbo, gli sta facendo terra bruciata attorno. Il campione è convocato dalla polizia, ovviamente è il primo sospettato. Cerca di scagionarsi, ma nemmeno la persona che potrebbe discolparlo, quello che lo ha visto in treno mentre si compiva il delitto, è credibile, malgrado sia un professore universitario. Era ubriaco e non ricorda di aver visto Guy, nemmeno di avergli parlato. Il cerchio si stringe attorno al tennista e le varianti possibili, sotto il bombardamento di Bruno, si fanno sempre più ridotte. Guy ricorre alla risorsa estrema: finge di accettare il contratto maledetto impostogli e si reca nella villa di Bruno con l’intento apparente di ucciderne il padre, in realtà per avvertirlo della pazzia del figlio ma, sorpresa, nel letto del padre trova lo stesso Bruno che, capite le vere intenzioni di Guy, manda all’aria il piano del campione.

E poi c’è quel dannato accendino con le iniziali di Guy e dell’amante, la figlia del senatore, un regalo d’amore che il nostro eroe mai ha tanto odiato come ora. Bruno se l’è preso, ha intenzione di portarlo sul luogo del delitto, così la colpevolezza di Guy sarà provata in modo inconfutabile. Come se non bastasse, Bruno, con l’astuzia, ha conosciuto la bella figlia del senatore, si è intrufolato nella vita e nel mondo di Guy, lo tallona da vicino, lo controlla. La tattica del cattivo sta mettendo alle corde il bel gioco del campione e il campione non sa più cosa fare. Come si dice in questi casi? “Oggi non era la mia giornata, il mio avversario ha fatto un grande match”. Set perso. Tutto da rifare. A questo punto bisogna solo affidarsi alla fortuna, al caso, sperare che il Cielo la mandi buona.

3) Il caso

E arriviamo al dunque: la resa dei conti. Arriviamo anche alla partita di tennis vera, quella che Guy deve giocare in un importante torneo. La fidanzata lo dissuade, ma lui dice che la deve giocare, perché se si rifiutasse i sospetti graverebbero ancor più su di lui. Deve giocare, a tutti i costi. Questione di vita o di morte. Hitchcock, con una serie di sequenze in montaggio parallelo, sviluppa l’ultima parte della storia come una partita a tennis dall’esito imprevedibile. Una finale da Slam. Da una parte Guy, intento a giocare la partita vera e a vincerla per poi raggiungere Bruno sul luogo del delitto per cercare di sottrargli l’accendino, dall’altra Bruno, che si reca al luna-park per portare a termine il suo piano mortale. La scena si snoda con le sequenze della partita a tennis reale e il viaggio in treno di Bruno alla cittadina di Metcalf (dove ha compiuto l’omicidio). Il caso, l’imperscrutabile destino, la fa da padrona. È interessante come la partita metaforica (ma più reale di una partita vera) tra Guy e Bruno viva il suo set decisivo attraverso un match autentico, quello giocato da Guy sul court (in cui si può godere un po’ di tennis d’altri tempi, vestiti bianchi, racchette di legno, gesti eleganti, superficie in erba, tutto esaltato dal bellissimo bianco e nero di Robert Burks, direttore della fotografia).

Il caso, dunque, coronerà la fine della vicenda. Anzi, un susseguirsi di casi fortuiti. Bruno che, arrivato a Metcalf, lascia inavvertitamente cadere l’accendino che finisce in un tombino. Riesce a fatica a recuperarlo. Guy che, dopo aver vinto in scioltezza due set e avviato a una facile vittoria, incappa in una serie di errori imprevisti e imprevedibili che permettono all’avversario di recuperare… Hitchcock, in queste sequenze, comprime e dilata il tempo in modo magistrale, ci fa vivere il trascorrere dei secondi con una lunghezza diversa a seconda delle scene. Durante la partita a tennis il tempo è “spremuto come un limone” (definizione di Truffaut). A partita finita, mentre Guy si precipita a Metcalf per fermare Bruno, il tempo si dilata, rallenta in modo esasperante: Bruno deve attendere il calare della sera, il buio, per mettere l’accendino sul luogo del delitto e il tempo non passa mai. La situazione è tale che nessuno dei due sa veramente come andrà a finire. La pallina, ora, ha colpito la rete e sta girando sopra il nastro, indecisa se andare di là o rimanere di qua. Se andrà di là, per Guy ci sarà una possibilità di salvezza, se ricadrà di qua sarà la fine. Il caso… la fortuna… Riuscirà il nostro eroe, Guy, a dimostrare la propria innocenza? A voi il piacere di scoprirlo. Buona visione.

Carlo Cocconi

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il prisma di Roger Federer

Ritorna la piccola biblioteca di Ubitennis recensendo un nuovo episodio di quello che ormai è diventato un nuovo genere letterario: scrivere su Roger Federer

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

A distanza di diversi mesi dall’ultima recensione pubblicata, in off-season torna la Piccola Biblioteca di Ubitennis. Si riparte da un libro che parla del tennista che più di ogni altro ha caratterizzato la letteratura tennistica degli ultimi quindici anni: il solito Roger Federer.

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Graf S., Roger Federer. Il campione e l’uomo, tr. it. Peri F., Casagrande, 2019

 

Tra gli infiniti record di Federer ne andrebbero menzionati almeno altri due: ha reso molto più tollerabile l’omosessualità e ha generato un vero sottogenere letterario. Sul primo c’è poco da dire, siamo tutti un po’ più omosessuali (e ormai a limite della gerontofilia) quando gioca lo svizzero, il secondo invece testimonia quanto Roger sia ormai fuoriuscito dall’orbita del semplice sport per entrare in un orizzonte più ampio, del quale non si vedono ancora i confini.

Il sottogenere è stato inaugurato da David Foster Wallace e sembra aumentare ogni anno in maniera esponenziale. Uno degli ultimi capitoli è il lavoro di Graf. Lontano dalle inarrivabili tensioni letterarie di Wallace, da quelle estetiche di Baricco, dalle implicazioni filosofiche di Scala, o da quelle lisergiche\antropologiche di Zampieri, il libro di Graf ci presenta lo svizzero come un prisma. Ogni capitolo è una faccia: l’uomo, il marito, il campione, il manager, il ragazzo, la moglie, il figlio, ecc. Facce raccontate da un uomo che destinato probabilmente a una vita (professionalmente) anonima, come può essere anonima la vita di un giornalista svizzero, viene catapultato dall’avvento dell’alieno ai quattro angoli del mondo per seguire le gesta del nuovo Guglielmo Tell.

La cronaca è condita di aneddoti accessibili solo a chi si è potuto permettere il lusso di una lunga frequentazione. Se volete sapere come Roger pianifica la programmazione annuale e quella giornaliera, perché fino a 21 anni veniva eliminato ai primi turni degli Slam, quali sono i valori che la sua figura mediatica incorpora (la neutralità svizzera), il suo lavoro dentro la fondazione, la storia, il carattere (e la statura) dei suoi genitori, la personalità di Mirka, la relazione con Paganini o vedere da vicino la metamorfosi del giovane Mc Roger in Bjorn Federer è il vostro libro.

Un paio di esempi: Milano, il primo torneo vinto da Federer, i genitori fanno un viaggio di 300 kilometri per assistere alla finale. Il padre è così nervoso che dimentica le chiavi dentro la macchina e l’unica maniera per entrarci è rompere il finestrino ed è così, diciamo senza bisogno dell’aria condizionata che l’allegra famiglia ritorna con la coppa in svizzera. Oppure l’incredibile precocità a livello coordinativo di Roger, che già a 11 mesi “sapeva correre”, capacità motorie che lo spingeranno a eccellere anche nel calcio, fino al doloroso abbandono per il tennis. Insomma un libro agile e agiografico che non aggiunge nulla al mistero della drammaturgia sportiva dello svizzero ma che illumina lati poco esplorati del suo mondo e del suo intorno. Tanto Roger, poco tennis.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: le memorie di Adriano

Recensiamo per La Piccola Biblioteca l’ultimo libro di Panatta. Una fotografia cinetica degli ultimi cinquanta anni di tennis, dei suoi campioni e inevitabilmente del mondo, o della musica, che gira intorno

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Panatta A. (con Azzolini D.), Il tennis è musica, Sperling & Kupfer, 2018

Dopo averci già regalato la sua visione del tennis, condita da un’aneddotica gioiosa e senza malinconia di quegli anni 70 che hanno rappresentato la Golden Age del tennis professionistico [1], Panatta torna alle stampe con un libro prezioso, quantomeno dal punto di vista metodologico. Partendo dal 1968, il vagito ufficiale del Tennis Open, Panatta (e Azzolini) ripercorre la storia recente di uno sport che in qualche maniera coincide con la sua. Il 1968 è l’anno zero in cui il tennis entra nella contemporaneità e l’anno in cui Adriano diventa maggiorenne. Ma è soprattutto l’anno in cui il mondo esplode di un’irripetibile rivoluzione culturale che vede nella musica dei Beatles l’epifanica sintesi. Perché come recita il sottotitolo il tennis è musica.

Sarà questo strano cocktail, unito al carattere sornione di Panatta, campione ma non campionissimo, consapevole e infinitamente grato di aver attraversato un’era irripetibile, a generare un libro anomalo da leggere tutto di un fiato. Ogni anno un capitolo. Ogni anno un focus. Ogni anno un personaggio. Dal 1968 al 2018. Da Laver a Federer. La storia circolare di una magia. La bellezza del libro sta nel posizionamento – non replicabile – dell’autore che evita di mettere al centro la sua vicenda (come farebbe un McEnroe o un qualsiasi big) e regala al lettore l’eccezionalità del suo punto di vista privilegiato. Lo scheletro cronologico dell’inesorabile sequenza degli anni unita all’assoluta libertà di scegliere il cosa dentro quello spazio bianco aiuta, e non di poco, l’operazione.

Con questi presupposti il libro diventa un romanzo visivo in grado di mettere in scena, e in sequenza, mezzo secolo di tennis con innesti mnemonici\relazionali che faranno la gioia di ogni appassionato. Accanto alla cronaca sportiva emergono i personaggi di uno sport ancora non alfabetizzato al professionismo. Tiriac che arriva senza soldi e per intrattenere e scroccare cene stupiva tutti mangiando vetro; Nastase che in campo chiama Ashe “Negroni” per poi mandargli un mazzo di rose per scusarsi, e presentarsi, non invitato, al suo matrimonio; Borg portato a spalle in albergo in piena notte dopo una sbornia colossale per poi ritrovarlo alle otto di mattina in campo come niente fosse successo; Vilas che chiede a Panatta “uno stipendiuccio” per rimanere in Europa durante la stagione sul rosso e lui che convince il suo circolo a stipendiare un mancino per “allenare gli italiani”.

In ogni capitolo c’è un aneddoto che da solo vale il libro, ma paradossalmente l’anima del libro non è lì. C’è il primo grande Slam, l’avvento del tie-break, il dominio di Connors, l’era Evert-Navratilova, e via via fino all’epoca Federer-Nadal ma l’anima è da ricercare dentro la personalità dei campioni che vengono restituiti con un chirurgico approfondimento tecnico-psicologico e soprattutto umano. Il grande vuoto rappresentato dall’omissione della carriera di Adriano viene sublimato dalla passione per le personalità che Panatta sente simili. La straordinaria vicenda di Vitas “Broadway” Gerulaitis, una vita spesa tra volée, party, Ferrari e generosità. La straripante personalità di Bum-Bum “spaccatutto” Becker, la lucida follia di Safin e di Yannick Noah, l’empatica ammirazione per Mc “il miglior attaccante di sempre” e per “mattocalmo” Borg la sua nemesi, l’altra pietra focaia che ha traghettato il tennis verso un’altra dimensione.

Una dimensione più professionale incarnata da Lendl il “robot visionario” che a posteriori costituisce il punto di non ritorno di un gioco che diventerà inesorabilmente sport, quasi solo sport. Ma come in una canzone di De Gregori non c’è mai malinconia nel racconto. È tutto risolto. Il rimpianto è semmai nel lettore, o nell’attuale appassionato di tennis, a cui suonano inimmaginabili episodi come quello di Nelson Mandela che, attaccato ad una radiolina mentre Ashe vince il primo Wimbledon nero della storia (maschile), immagina un futuro diverso per la sua gente, mimando volée perfette dentro una cella di quattro metri.

Per restare in musica il recente avvento dei “Fab Four” con la racchetta ha si ripristinato l’essenza del tennis, proiettandola a vette tecnicamente inimmaginabili ma ha blindato la sua anima dentro l’involucro impermeabile di un professionismo estremo. Se volete un paragone è la stessa differenza che corre tra Messi e Maradona. La differenza non è nel come si colpisce la palla ma nell’uomo che la colpisce. Da una parte c’è solo calcio dall’altra c’è anche il più bel coro mai sentito in uno stadio. Adriano ci parla di tutte e due le cose. Del tennis e della sua anima incarnata nei campioni. Lo ringraziamo per esserci stato quando il futuro era ancora da scrivere e per avercelo raccontato così bene.

[1] https://www.ubitennis.com/blog/2015/03/27/piu-dritti-che-rovesci-la-storia-di-adriano-panatta/ e più ancora https://www.ubitennis.com/blog/2015/10/16/i-meravigliosi-anni-settanta-lei-non-sa-chi-eravamo-noi/

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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