Mercoledì da leoni: George Bastl a Wimbledon 2002

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Mercoledì da leoni: George Bastl a Wimbledon 2002

Anche se la stagione sull’erba si è di fatto conclusa, abbiamo voluto tornare a Wimbledon per un’ultima volta

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L’elefante era andato a riposarsi per l’eternità nel cimitero di Wimbledon, ovvero il famigerato Court 2. Erano tutti d’accordo che non l’avrebbero rivisto più da quelle parti ed erano tutti d’accordo che avrebbero dimenticato in fretta il giorno del suo funerale perché le leggende non muoiono e Pete Sampras a Wimbledon (e non solo) era una leggenda. Non era nemmeno la prima volta, a dire il vero. L’anno precedente, ma sul Centre Court, si era fatto sorprendere sempre da uno svizzero ma quello era un predestinato, addirittura c’era chi – forse esagerando – mormorava che fosse il suo successore; il successore di uno che in otto stagioni consecutive su quei prati aveva perso solo un match, contro Richard Krajicek. Stavolta, invece. Il suo avversario di secondo turno aveva avuto una doppia fortuna sfacciata. La prima era stata quella di entrare in tabellone pur avendo perso all’ultimo turno delle qualificazioni, a Roehampton, dal tedesco Waske. Il tutto grazie al forfait dell’ultimo minuto di Felix Mantilla. La seconda quella, davvero insolita, di affrontare al debutto nel main-draw un altro lucky-loser, il russo Denis Golovanov. Meglio di così…

Anche la buona sorte, però, ha un limite e George Bastl forse quel limite l’aveva già superato. Perché altrimenti avrebbe continuato ad affrontare delle persone, non gli sarebbe toccato di giocare contro un totem. Il totem quindi era Pete Sampras, che non vinceva un torneo – un qualsiasi torneo – da due anni esatti. L’ultima volta era stato lì vicino, sempre sul Centrale, battendo Pat Rafter in quattro set per arraffare la settima coppa con l’ananas. Come William Renshaw e nessun altro. Per qualcuno, Pete era diventato come un fantasma che si aggirava negli spogliatoi dei tornei più importanti del mondo all’ostinata ricerca di un ultimo tesoro. Ci era andato vicino, inutile negarlo. I fatti parlavano chiaro: aveva perso due finali consecutive agli US Open (2000 e 2001), preso a schiaffi (Safin) e passanti (Hewitt) da quelli delle nuove generazioni che “non hanno più rispetto per niente, neanche per la gente”. Aveva perso anche altre finali, l’ultima sulla terra rossa diversa di Houston da un altro giovane irriverente, stavolta connazionale, un certo Andy Roddick dal Nebraska, tutto servizio e dritto, ma che servizio e che dritto! Sempre a Houston, qualche settimana prima, la leggenda aveva vissuto un altro duro colpo. Durissimo. Nel secondo incontro della sfida di Coppa Davis contro la Spagna, Pete si era fatto rimontare due set e aveva perso 6-4 al quinto con Corretja. Ci sta, direte voi, sulla terra… Invece no, per quell’occasione sul centrale del West Side Tennis Club texano era stata stesa l’erba.

Solo il grande, enorme rispetto per il re degli elefanti impediva ai mormorii di trasformarsi in grida. A che scopo continuare a farsi del male? Perché rovinare una carriera straordinaria con questa lenta agonia, in cui l’amarezza finiva per offuscare la gloria? Perché c’era un posto nel mondo in cui i valori cambiavano e lui poteva tornare se stesso. Non a caso in quel 115° Wimbledon era stato la sesta scelta per gli organizzatori, nonostante fosse solo il tredicesimo giocatore del mondo per il computer dell’ATP.  Del resto, l’anno prima non avevano forse concesso una wild-card a Goran Ivanisevic venendone ripagati dalla commovente impresa del croato in un insolito lunedì londinese? Il 26 giugno 2002 era un mercoledì ma non erano previsti leoni in quello spicchio dell’All England, arido e secco come la savana. L’uomo dall’altra parte della rete veniva da un comune del Cantone di Vaud, Svizzera, ed era n°145 del ranking, dopo essere stato al massimo n°71 un paio d’anni prima nonostante fosse appena stato battuto al secondo turno del challenger portoghese di Maia dal tedesco Phau (6-1, 6-2). Quella di George Bastl era stata una carriera senza acuti. Ispirato da Tashkent, il nostro ci aveva raggiunto lì l’unica finale nel circuito maggiore (battuto dal tedesco Kiefer nel 1999) e ottenuto la vittoria più prestigiosa se commisurata alla classifica dell’avversario (Cedric Pioline era n°14 quando lo sconfisse nel 2000). Per il resto, tanta, troppa vita in gruppo dal quale tentare inutilmente di emergere, di fuggire almeno una volta e piazzare la fuga solitaria che illumina per un giorno l’esistenza del gregario.

 

Le occasioni, però, bisogna attendere che il destino te le faccia recapitare e, per uno come George, il destino passa una sola volta. “Erano tre settimane che mi allenavo e giocavo sull’erba e sapevo di avere una possibilità” confesserà lo svizzero alla fine del match. All’interno dell’intimo e riservato Court 2, che ospita le lapidi immaginarie di altri elefanti eccellenti (McEnroe, Connors, Nastase e Agassi, solo per fare quattro nomi), meno di tremila persone sono lì per vedere il più grande dell’Era Open, il sette volte campione del torneo, che gli organizzatori hanno spedito in periferia. “Non ero contento di sapere che avrei giocato sul 2 perché qui erano tanti anni che giocavo sempre sui campi principali ma questo non cambia di una virgola il risultato di oggi” ammetterà un Sampras sorpreso da se stesso in conferenza stampa.

Per due set, i primi, non c’è partita. Bastl, sceso in campo con l’intento di tenere la scia dello statunitense, non crede ai suoi occhi. Sampras è falloso con il dritto e ha percentuali di servizio così basse da consentire all’elvetico di dominare e ritrovarsi 6-3, 6-2. Come in una favola. Ma il lieto fine è lontano. “Non ero al mio meglio oggi, ma anche quando sono stato sotto di due set ho continuato a pensare che ce l’avrei fatta” dichiarerà l’americano agli inviati della stampa. E infatti. Pete ottiene il primo break nel terzo gioco del terzo set (2-1) e il secondo gli consente di accorciare le distanze (6-4). Ogni tanto, ai cambi di campo, Sampras legge qualcosa da un foglio. “Sono parole di incoraggiamento che mi aveva scritto mia moglie Bridgette” confesserà Sampras. Utili alla causa, se è vero che nel quarto parziale il suo gioco si fa più fluido (“Il problema di Pete è mentale al 90%” dirà l’ex-coach Paul Annacone) e gli errori diminuiscono (6-3).

Molto spesso al cimitero ci si va a trovare gli amici, non per restarci. Così Sampras si porta avanti 4-3 e ha la palla-break (chiamatela pure palla-match, se volete…) del 5-3 ma Bastl ritrova il coraggio, va a rete a prendersi la salvezza, pareggia e nel gioco seguente è lui ad avere la possibilità di allungare. Una risposta di rovescio sulle stringhe di Sampras fa sedere l’elvetico in vantaggio al cambio di campo. L’ultimo cambio di campo di Sampras a Wimbledon. E, poco dopo, anche l’ultimo dritto che vola via come il pensiero. E fa volare Bastl, conscio di aver compiuto l’impresa che gli darà celebrità eterna. Le zanne dell’elefante più grosso sono sue e adesso può togliersi la fascia e lanciarla verso il pubblico, perché stavolta la fuga l’ha portato sotto il traguardo. Lo svizzero lascia il Court 2 per primo, radioso, ma la gente sugli spalti, ammutolita, ha occhi solo per Sampras che rimane seduto altri due minuti a reggere la racchetta dall’ovale fino a lasciarla rimbalzare sull’erba ai suoi piedi.

Due giorni dopo George rimedierà sei giochi, due per set, con l’argentino Nalbandian e rientrerà immediatamente nei ranghi. Negli anni a venire diventerà uno specialista delle qualificazioni (ne otterrà ben 32 ad ogni livello, dagli slam ai futures) finché il menisco lo costringerà a lasciare, nel 2013. E Sampras? C’è chi pensa che sia giunto il momento per ritirarmi ma non sarà certo con una sconfitta come questa che chiuderò con il tennis. Voglio farlo con una nota ben più alta e credo di avere ancora la possibilità di vincere un grande torneo”. Il delirio di un vecchio elefante incapace di accettare la realtà e all’ultimo respiro di una carriera gloriosa. Due mesi dopo, nel catino immenso dell’Arthur Ashe Stadium di New York, Pete Sampras solleva il trofeo al cielo e annuncia il ritiro. La nota alta.

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Cosa succede durante una pandemia a chi incorda le racchette di Federer

Il New York Times ha raccontato la storia di Ron Yu, l’incordatore delle racchette dei campioni, il cui fatturato è sceso a zero in queste settimane e ha dovuto trovare un altro lavoro part-time. “A mia mamma piace raccontare che sono amico di Federer e lavoro con lui”

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Ron Yu, l'incordatore di Roger Federer (ph. by Eve Edelheit for The New York Times)

Vi proponiamo la traduzione di un articolo del New York Times – trovate qui la versione originale. L’articolo racconta la storia di Ron Yu, che per l’azienda ‘Priority One’ incorda le racchette dei giocatori più forti del mondo. Più che incordarle, le personalizza al 100%: dai grip alle impugnature, sistemando anche dei pesi particolari laddove richiesti dal giocatore. E oggi, come tanti altri lavoratori del mondo dello sport, ha visto il suo fatturato scendere praticamente a zero ed è stato costretto a trovare un altro lavoro di ripiego, che si augura temporaneo fino a quando si riprenderà a giocare.


Ron Yu si è innamorato del tennis quando studiava al Georgia Institute of Technology – una passione così intensa che non si è mai laureato, abbandonando gli studi dopo meno di due anni. “Trascorrevo così tanto tempo giocando e bazzicando il negozio dove avrei iniziato a lavorare” dice Yu. “Dando un’occhiata ai miei voti, mi avrebbero cacciato comunque, quindi non è stata poi una decisione tanto difficile in quel momento”.

Cittadino statunitense nato in Corea del Sud ed emigrato negli USA da bambino con i suoi genitori coreani, Yu è diventato uno dei migliori tecnici per quanto riguarda le racchette. Le incorda e personalizza modificando manici e grip e aggiungendo peso ai telai. Ha avuto un ruolo dietro le quinte in 23 titoli Slam di singolare per giocatori come Andre Agassi, Lleyton Hewitt, Stan Wawrinka e Roger Federer. Yu, cinquantaduenne, lavora per l’azienda di servizi per racchette Priority One dal 2001. Fondata dal tecnico che si occupava degli attrezzi di Pete Sampras Nate Ferguson, la Priority One lavora esclusivamente per un piccolo gruppo di giocatori di élite, tra cui il numero 1 del mondo Novak Djokovic e Federer, cliente dal 2004.

 

L’azienda concentra la propria attività nei quattro Slam e negli eventi ATP di più alto livello. Però, come chiunque altro lavori nel circuito tennistico, l’attività internazionale di Yu è stata messa a terra dalla pandemia. I Tour sono fermi dall’inizio di marzo e la ripresa non avverrà prima di agosto, forse decisamente più avanti. Priority One ha licenziato uno dei suoi tre tecnici, Glynn Roberts, primo incordatore di Andy Murray e Djokovic. Yu è rimasto con l’azienda e ha detto che ancora personalizza racchette e ne incorda una o due al giorno per clienti non professionisti – una caduta verticale dalle 25-30 che potrebbe incordare quotidianamente durante un torneo.

“Secondo i contratti, i giocatori ci pagano per incordare e customizzare quando giocano e viaggiano e noi siamo ai tornei” spiega Yu. Così, al momento, il fatturato è praticamente zero. Yu dice di aver accettato una riduzione dello stipendio alla Priority One e trovato un lavoro part-time di inserimento dati vicino alla sua casa di Tampa, in Florida, per cercare di compensare la perdita di entrate.

D: Quante settimane all’anno sei in viaggio durante un anno normale?
Yu: Fino a un massimo di 33 settimane durante il momento migliore, ma poi sono scese a 26 e ne sono felice. Come ci si sente a dover restare fermi per l’immediato futuro? Mi piace essere a casa con mia moglie, poter cenare con lei ogni sera seduti in cortile. Ma mi manca viaggiare. Mi manca essere ai tornei e mi mancano gli amici conosciuti nel Tour, perché il Tour è un piccolo villaggio che si muove attorno al mondo. Anche se sei in una città nuova, vedi le stesse persone. Lavorare part time fuori dal tennis mi ha davvero fatto capire quanto ancora lo ami. Non che questo nuovo lavoro sia terribile, ma talvolta, dopo essere stato in viaggio per quattro o cinque settimane, mi dicevo qualcosa come “Ohi, mi sono proprio stancato del tennis“. Ma questo mi ha reso ancora più evidente la grandezza di questo sport.

Qual è l’impatto di questa sospensione del Tour sulla comunità degli incordatori?
Mi sono fatto tanti amici che incordano nei tornei dello Slam come parte del servizio on-site e la maggior parte di queste persone hanno un negozio o ci lavorano, e quei negozi sono chiusi o hanno probabilmente perso dall’80 al 90% delle loro entrate. Perfino in tempi normali, non diventi ricco con questo lavoro. Puoi condurre una vita comoda e piacevole da ceto medio, ma quello che sta succedendo è davvero devastante per la comunità del tennis, per gli incordatori e i proprietari dei negozi.

Avete cercato di darvi aiuto reciproco, sia economico o emotivo?
Siamo tutti sulla stessa barca. Non voglio dire che gli incordatori siano una sorta di eremiti, ma possono essere piuttosto introversi. Puoi trovarti in una stanza con dieci altri incordatori a un torneo e sì, scherzi un po’ e chiacchieri; però, quando stai lavorando sul serio e devi sbrigarti, potresti non dire una parola a nessuno per ore. Non sono sicuro che gli incordatori si confidino né chiedano aiuto come fanno invece molte altre persone. Forse dovrebbero.

Quando guardi un incontro, con la tua conoscenza della tecnologia di corde e racchette, lo guardi in modo differente dall’appassionato medio?
Probabilmente quando vedo un colpo e dico che non sarebbe stato possibile vent’anni fa. Ai vecchi tempi, quando la maggior parte dei tennisti giocava con corde in budello naturale, non potevi colpire ogni volta tanto forte quanto avresti voluto, perché dopo cinque o sei colpi avresti perso controllo. Il budello è ‘vivace’, perlopiù. Oggi ci devono mettere un po’ più topspin, ma tirano quasi a tutta velocità. Anche quando si giocano un punto importante e c’è molta pressione, li vedi rispondere e sono in grado di colpire forte quanto vogliono. Oppure, quando uno viene a rete e l’altro, in allungo, la mette incrociata per un passante vincente. E io, “questo non sarebbe successo venticinque anni fa”.

Hai detto che la tua famiglia non approvò la tua decisione di lasciare gli studi al Georgia Tech e lavorare come incordatore. Cosa ne pensano adesso?
A mia mamma piace raccontare alle sue amiche in Corea che “mio figlio è amico di Roger Federer e lavora con lui.” Ciò ha alleviato il dolore.

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A proposito dei Re di Roma: quando la pistola di Borg sconfisse il fucile di Lendl

Oppure quando il legno sconfisse (meglio, dominò!) metallo e fibra di vetro. Con tutto il corollario di volée perfette e passanti imprendibili

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La scorsa settimana abbiamo dedicato sette articoli ad altrettanti campioni che nel corso dell’era Open hanno vinto più di una volta gli internazionali d’Italia. Tra di essi ci sono Ivan Lendl e Bjorn Borg.

Nel corso della loro carriera l’ex cecoslovacco e lo svedese si sono affrontati sette volte nelle quali per cinque volte ha avuto la meglio Borg.

In questo articolo vogliamo parlarvi della partita che li vide protagonisti nella finale del Masters 1980, disputatasi il 18 gennaio del 1981. Una partita nella quale Borg dimostrò che non sempre “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto” (dal film ‘Per un pugno di dollari’).

 

Prima di addentrarci nella cronaca postuma di quel match crediamo utile premettere qualche informazione di contorno. Il Volvo Masters è l’equivalente delle attuali Finals. All’edizione del 1980 presero parte gli otto giocatori presenti nelle prime otto posizioni del ranking alla fine dell’anno precedente che, in ordine di classifica, erano:

1. Bjorn Borg
2. John McEnroe
3. Jimmy Connors
4. Guillermo Vilas
5. Gene Mayer
6. Ivan Lendl
7. Harold Solomon
8. Louis Clerc

Il ventenne cecoslovacco numero 6 del mondo in semifinale aveva superato in due comodi set lo statunitense Gene Mayer mentre Bjorn Borg aveva avuto la meglio su Jimmy Connors al termine di tre set molto combattuti. Prima delle semifinali non erano mancate le polemiche: Connors aveva infatti accusato Lendl di avere volontariamente perso contro di lui nell’ultima partita del round robin per evitare di incontrare Borg in semifinale e lo aveva definito un vigliacco (chicken in inglese).

La finale mise uno di fronte all’altro non solo il monarca regnante del tennis contro un possibile, futuro pretendente al trono, ma anche – se ci passate la metafora – una pistola contro il fucile: la Donnay in legno di Borg contro la Kneissl in fibra di vetro di Lendl. Fu René Lacoste a proporre per primo racchette fatte con materiale diverso dal legno intorno alla metà degli anni ’60, ma solo dalla metà degli anni ’70 questi materiali (metallo e fibra di vetro) iniziarono a prendere piede nel circuito maggiore. I vantaggi derivanti dall’uso di racchette costruite con i nuovi materiali erano evidenti: leggerezza e maneggevolezza le rendevano sensibilmente superiori a quelle tradizionali.

Lendl – nato nel 1960 e pertanto quattro anni più giovane di Borg – appena giunto al professionismo alla fine degli anni ’70 (ovvero quando le racchetta in fibra non rappresentavano più un’eccentrica eccezione) abbandonò la tradizionale Dunlop in legno utilizzata nel circuito junior per affidarsi ad uno strumento prodotto da una casa austriaca: la Kneissl World Star Cup in fibra di vetro. Fu la racchetta che lo accompagnò per tutta la carriera. L’Adidas “Ivan Lendl GTX Pro” con il quale lo ricordiamo era identica al precedente modello e appositamente costruita per lui dallo sponsor francese.

Con i suoi 400 grammi di peso e i 75 pollici quadrati di piatto corde questa racchetta impallidisce sotto il profilo delle prestazioni rispetto alle attuali, più leggere, aereodinamiche e con piatto corde raramente inferiore ai 95 pollici quadrati. Ma rispetto alla racchetta di Borg è un gioiello tecnologico; per averne un’idea leggiamo le caratteristiche tecniche della sua Donnay: una clava sormontata da un piatto corde di circa 70 pollici quadrati per un peso complessivo di 440 grammi, con corde di budello tirate ad un peso superiore di 33 chili (ma questa non era una scelta della Donnay bensì dell’orso svedese).

Con una racchetta simile era necessaria la forza di polso e di avambraccio di un saltatore con l’asta per tirare oltre la metà campo avversaria la pallina e la precisione di un amanuense per colpirla perfettamente al centro del piatto corde onde evitare di accecare qualche spettatore. Doti che evidentemente Borg possedeva in abbondanza se con quel misero strumento riuscì ad impartire una severa lezione a Lendl: 6-4 6-2 6-2 il risultato finale in suo favore.

Abbiamo molte testimonianze video di quella partita che ci permettono di ammirare le straordinarie qualità del vincitore e di fare qualche considerazione. Noi per farle abbiamo utilizzato una sintesi di circa 13’ presente su YouTube. Al termine della visione anche a un profano apparirà evidente che Borg non era soltanto un grande decatleta con la racchetta, bensì anche un tennista tecnicamente straordinario. E non solo quando tirava randellate da fondocampo.

Guardando le immagini si sorride pensando che il campione svedese nell’immaginario collettivo è posto nella categoria dei giocatori da fondocampo (pallettaro è un termine che per principio e per rispetto non osiamo neppure prendere in considerazione per definire il suo gioco). Forse lo era per gli standard dell’epoca quando – favoriti dalla rapidità delle superfici e dal fatto che le racchette non consentivano di tirare proiettili travestiti da palline come succede oggi – erano in maggioranza gli attaccanti. Ma non certo per quelli attuali.

Borg, pur prediligendo il gioco difensivo, era un ottimo giocatore di volo dotato di mano sensibile e di grande senso della posizione a rete. Se non avesse padroneggiato adeguatamente il gioco offensivo, non avrebbe potuto vincere per cinque volte consecutive Wimbledon in un’epoca in cui la pallina sull’erba rimbalzava pochissimo. Lendl, che il gioco a rete non lo padroneggiava altrettanto bene, Wimbledon non lo ha mai vinto. A fortiori sottolineiamo il fatto che a inizio carriera Borg ottenne ottimi risultati anche in doppio, culminati in due semifinali consecutive al Roland Garros nel ’74 e nel ’75.

Le immagini della finale del Masters confermano la nostra affermazione. Ammiriamo la volée di rovescio in allungo con il quale Borg si aggiudica il primo scambio della sintesi citata e chiediamoci: quanti dei migliori giocatori della Next Generation dotati di racchette bioniche saprebbero eseguirla con altrettanta efficacia ed eleganza? Forse Tsitsipas. E poi? Domanda che potremmo riproporre a proposito del rovescio d’attacco che la precede ed alla quale probabilmente dovremmo dare una risposta analoga. Una rondine non fa però primavera. Quindi, per raccogliere altre prove sulle capacità offensive di Borg soffermiamoci su due volée di diritto al minuto 3.18 e 5.43 della sintesi e, già che ci siamo, aggiungiamoci quella che pose fine alla partita: in tutti i casi un mix di tecnica e di riflessi spettacolare.

Non vogliamo spingerci sino a sostenere la tesi che Borg fu altrettanto forte a rete come da fondocampo, perché sarebbe un’evidente forzatura. La natura prevalentemente difensiva del gioco di Borg emerge in alcune circostanze del match in cui un attaccante sarebbe sceso a rete mentre lui non lo fa. Sosteniamo però con convinzione che quando decideva che era il momento di attaccare sapeva come farlo e raramente perdeva il punto. Vi ricorda forse qualche giocatore contemporaneo che – en passant – ha pure migliorato il suo record di vittorie a Parigi?

Veniamo ora al pezzo forte dell’orso svedese: la difesa. Quando non soffoca Lendl con incessanti martellamenti sul rovescio, lo annichilisce con passanti straordinari come quello di diritto al termine di uno scambio di 17 colpi che strappa l’ovazione al pubblico al minuto 9.20, oppure come quello forse ancora più difficile effettuato poco dopo con il rovescio. Non a torto il commentatore lo definisce “quasi fisicamente impossibile”. Dal filmato non emerge chiaramente, ma Borg aveva anche a sua disposizione una prima di servizio importante. A tale proposito possiamo portarvi la testimonianza diretta di Luca Bottazzi – numero 133 del mondo nel 1985 – che si allenò spesso con lo svedese quando questi tentò il rientro nel circuito a metà anni ’80: “Una mazzata tremenda e molto precisa. Finiva sempre sulle righe”.

Una macchina da tennis prodigiosa di fronte al quale l’eterna disputa su chi sia il più grande tennista di sempre ci pare davvero discorso da tifosi da bar sport più che da veri competenti. Diamo agli attuali top ten la Donnay di Borg e ne vedremo delle belle! Vale anche il discorso inverso: Borg tentò il rientro con la sua vecchia racchetta in legno perché non seppe adattarsi alle nuove racchette in fibra e i risultati – disastrosi – si videro.

Tornando alla finale del Masters, confessiamo che, insieme agli applausi, il filmato ci ha strappato anche qualche lacrima di commozione poiché da lì a pochi mesi Borg annuncerà al mondo attonito la sua decisione di ritirarsi a soli 25 anni. Ma quel 18 gennaio 1981 pistola batté fucile 3 set a 0.

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Quel Thiem dirompente che annichilì Nadal agli Internazionali 2017

Un affresco del quarto di finale di Roma 2017, quando persino una ‘nadaliana’ in tribuna Tevere dovette applaudire le bordate dell’austriaco. Per poi ripiegare su Djokovic… e Zverev

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Mi chiedessero di definirli in poche battute non avrei dubbi: dinamici come il cinema di Spielberg, vintage come un affresco alla Pupi Avati! Gli Internazionali d’Italia sono così: una macchina in continua evoluzione cullata nel fascino antico del Foro Italico. Aggiungerei passionali, per via di un pubblico senza mezze misure che ama pendere comunque per qualche cocco di mamma eletto a beniamino. Talora con qualche contraddizione, come avveniva nell’edizione del maggio 2017

C’ero anch’io, altroché se c’ero! Per l’esattezza me ne stavo appollaiato nell’anello più basso di quella tribuna Tevere che senza far torto a nessuno regala ombra fino all’ora di pranzo e sole negli occhi di lì all’imbrunire. Così, alle cinque di quel venerdi pomeriggio, avrei firmato in bianco per un bel panama a tese larghe che mi lasciasse osservare, seppure a chiazze, uno scoppiettante confronto tra Rafael Nadal e Dominic Thiem. Un quarto di finale che il Dio Elios lasciava appena intravedere affidando il resto a sonori schiocchi di palla replicati all’infinito tra le righe del centralone romano. 

Una prima mezz’ora luci e ombre che l’arbitro santifica con un 4-1 per l’austriaco e che la dice lunga sulla strana piega presa dal match. I due rantolano a qualche metro da me mentre alle mie spalle una ‘sfegatata nadaliana’ piuttosto in carne va facendo un gran chiasso per rivendicare la cattiva giornata del suo amato eroe. Non molla neanche quando il giovane Thiem sigilla il primo set con un 6-4 senza macchia. “ Gentile signora”, azzardo voltandomi il giusto per spizzarla con l’occhio, “non se ne abbia a male, ma quel ragazzo ha qualità da vendere”! “Per carità, caro lei, non lo dica neanche per scherzo”, replica piuttosto inviperita dondolando nervosamente un viso rotondo nascosto sotto un caschetto di capelli tinti di nero malamente tirati sulle orecchie e più arrabbiati di lei, “…ma non lo vede che non è in giornata?”. 

 

Come da copione, il secondo set accende nel maiorchino forti reazioni ma ogni tentativo ne esce frustrato di fronte a una macchina da guerra che dalla parte avversa spedisce diritti da codice penale e rovesci smazzolati con i quali muove la palla a piacimento tra diagonali lungolinea e sporadiche smorzate. “ Sei solo fortunato…”, torna a gracchiare l’indiavolata donnona all’indirizzo del bel Dominic . “Vuoi darti una calmata…?” esordisce d’acchito un signore accanto rivelandosi quale impacciato consorte, “ se non la pianti me ne vado”. “…uff che strazio”, replica lei paonazza in volto e senza tante storie.

In campo l’austriaco mostra qualche flessione, e io mi abbandono a taciti pensieri su quel match che anche a posteriori avrei giudicato il più bello del torneo e su quel ragazzo che per un’edizione orfana di Federer era per l’organizzazione una vera manna dal cielo. Avesse cercato di più la rete e alternato qualche anguilla scivolosa di rovescio sarebbe già stato un serio incomodo per i Fab Four . Divenendo un incubo se solo si fosse ritagliato una postura più avanzata mettendo il gioco sul piano del timing più che della forza. Pensieri in libertà di fronte a quel fior di giocatore che intanto dirigeva l’orchestra portandosi avanti 4-3 al secondo.

Dominic Thiem, Roma 2017 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Dai forzaaaa”, si danna a squarciagola la spaventapasseri lanciando messaggi al corrucciato spagnolo intento ad allinear bottiglie durante il cambio di campo. Rintronato faccio per voltarmi quando il maritozzo, giocando d’anticipo, prende iniziativa: “…basta mi hai rotto le palle”, ruggisce aggrottando la fronte, e senza aggiungere sillaba si alza di scatto e sgattaiola via appena in tempo per guadagnare la fuga prima che una graziosa hostess chiudesse il passaggio. Lasciata alla sua sorte, la rabbiosa consorte si dà un tono replicandogli alle spalle: “…fai un po’ come ti pare. Che ne sai tu di tennis”!

Con una serie vertiginosa di bombarde, l’austriaco chiude la questione con un secco 6-3 che rende pan per focaccia alle finali perse in successione a Barcellona e Madrid. È la seconda vittoria in carriera contro Nadal e il pubblico gli tributa la giusta standing ovation; lui ripaga tutti con sorrisi elargiti ai quattro venti. In forte minoranza, anche la paonazza tifosa, si aggiunge, con fare un po’ furtivo, al resto dei plaudenti e con i piedi in due staffe non rinuncia al suo canto d’amore: “Rafa sei sempre grande ma mi hai deluso”! È il giro di boa e sull’onda dell’osanna generale subito dopo si lascia andare: “Dominic, sei fantastico”! Il Giuda in gonnella aveva saltato il fosso facendo abiura e abbandonando il buon Nadal al suo destino. Di lì in avanti avrebbe tifato Thiem? Due giorni dopo dipanavo l’arcano sbirciandola, questa volta a debita distanza, mentre in esordio di finale se la prendeva a cuore per Novak Djokovic. Il serbo perdeva il primo e vista la malparata la fedigrafa finiva col gettarsi senza ritegno tra le braccia di un giovane Zverev, punta di diamante del nuovo che avanza e vincitore a sorpresa di quell’edizione 2017.

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