La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Rod Laver: God Save the Green

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Rod Laver: God Save the Green

La questione GOAT, il tennis dei gesti bianchi. La transizione del tennis Open o, semplicemente, con uno dei più grandi di sempre. Ecco recensite le memorie di Rod Laver, Mr. Grande Slam. Con prefazione di Roger Federer

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Laver R. (con Writer L), Le mie memorie – Trad. Montrasio E, prefazione Federer R., Edizioni Mare Verticale, 2015, pagg. 421

Rod Laver si ritirò dal tennis nell’aprile del 1979 (anche se continuò per parecchi anni a giocare nel circuito senior). Io, al tempo, avevo 14 anni e ho ricordi sbiaditi di Rocket, come lo chiamavano allora. Ricordo vagamente qualche apparizione in TV, ma lo spazio dedicato al tennis dai canali nazionali era, in quegli anni in bianco e nero, riservato ai giovani campioni emergenti, Connors, Borg e McEnroe su tutti. Laver aveva fatto il suo tempo. Molti anni dopo cercai su YouTube i filmati dei match più famosi dell’unico tennista della storia del tennis capace di aggiudicarsi per due volte, nel 1962 da dilettante e nel 1969 da professionista, tutti i 4 titoli del Grande Slam nello stesso anno. Guardando quei filmati capii in modo inequivocabile qualcosa che già sapevo ma su cui non avevo mai soffermato veramente l’attenzione, ovvero che il tennis ai tempi di Laver era sport infinitamente diverso da quello odierno e non solo per tipo di gioco, tecnica, materiali, metodi di allenamento, ma anche per l’ambiente (sociale, culturale, economico) in cui quel tennis era immerso. Di questo ci si può rendere conto anche leggendo l’autobiografia di questo immenso campione. Anzi, è proprio Rod a sottolineare in molte parti del libro l’enorme divario che separa il tennis dell’epoca dei ‘Fab Four’ con il tennis dell’epoca sua.

Laver organizza il racconto in modo cronologico ed equilibrato. La sua vita, agonistica e non, viene suddivisa in quattro parti ideali (infanzia e primi approcci al tennis; anni da dilettante; anni da professionista; dopo il ritiro) e a ognuna Laver dedica molto spazio, ritenendo, giustamente, che sia ciò che ha preceduto la sua attività agonistica, sia ciò che ha fatto dopo il ritiro abbiano avuto un’importanza centrale nella sua vita. Una vita, lo scoprirà il lettore fin dalle prime pagine, interamente ed esclusivamente consacrata al tennis. Giusto per fugare ogni dubbio in tal senso, a pagina 47 Rod scrive: “A quattordici anni la decisione fu molto semplice, dopo che il preside mi annunciò che avrei dovuto ripetere il secondo anno per tutte le lezioni che avevo perso a causa della malattia. Chiusi i libri una volta per tutte e mi misi in cerca di un lavoro, con la speranza di poterlo adattare alle esigenze del tennis. Ero certo che il tennis sarebbe stato la mia vita (…) Mamma e papà si dissero assolutamente d’accordo”.

 

Il piccolo Rod, nato a Rockhampton il 9 agosto 1938 nello stato di Queensland, nord-est dell’Australia, respirò e mangiò tennis fin dall’infanzia. Leggiamo infatti che: “Vivevamo a Langdale, un ranch di 9.300 ettari per l’allevamento dei bovini, a un’ora di macchina dalla cittadina di Marlborough, situata a 96 km a nord di Rockhampton. Mio padre, cresciuto a Gippsland nello stato di Victoria, era cresciuto in una famiglia di tredici figli, otto dei quali erano maschi, e pertanto i fratelli Laver erano sempre riusciti a comporre quasi un’intera squadra di football o di cricket e quattro coppie per le gare di doppio nei tornei di tennis locali” (pag. 22). Il tennis, dunque, faceva parte del DNA della famiglia Laver ed era inevitabile che in mezzo ai canguri, alle strade bianche, a quegli immensi spazi disabitati senza televisione, con la sola radio che permetteva di rimanere collegati al resto del mondo, Rod iniziasse a colpire le prime palline da tennis su un campo fatto in casa, ricavato niente meno che dalla terra dei formicai: “Fin da quando avevo cominciato a muovere i primi passi, lo sport preferito di papà era il tennis e lui aveva deciso che sarebbe diventato il nostro sport. A quello scopo i miei fratelli trasportavano grandi quantità di terra dei formicai (…) e di terreno argilloso, ne ricoprivano il cortile, recingevano il perimetro con un filo di ferro, innalzavano una rete, tracciavano delle linee… ed ecco il nostro campo da tennis” (pag. 24).

I capitoli più interessanti del libro sono, a mio giudizio, il sette (Voglio sognare), l’otto (Il mio primo Grande Slam), il nove (Anni da nomade), il dieci (Se è martedì… allora dev’essere Khartoum) e il dodici (La rivoluzione degli Open). Questi capitoli coprono la parte centrale del libro, da pag. 109 a pag. 249, e vanno dal 1962, anno del primo Grande Slam di Laver, al 1968, anno in cui inizia l’era Open nel tennis. All’interno di questo arco temporale assistiamo a numerosi cambiamenti sia nella parabola tennistica di Rod, sia nel mondo del tennis, che proprio in quel decennio visse un periodo particolarmente vivace e ricco di stimoli. Era un mondo in ebollizione. Vale la pena ripercorrere brevemente quel decennio così come ce lo propone Rocket. Scopriremo molto non solo sul tennista Laver, ma anche sull’uomo Laver.

Nel 1962 Rod è un giovane tennista di 24 anni già affermato nel circuito dilettantistico (quello, per capirci, che gestiva i tornei del Grande Slam, della Coppa Davis e tutti i principali tornei del mondo). Nel ‘60 aveva vinto l’Australian Open e nel ’61 Wimbledon. Rod non era più una promessa, era una realtà. All’interno del racconto di questo anno straordinario, accanto ai resoconti delle partite che lo portarono alla gloria perenne, le parti più interessanti sono quelle in cui Laver analizza il proprio gioco e parla del suo modo di interpretare il tennis in quegli anni. Sul proprio gioco: “Possedevo tutta una gamma di servizi, spesso a uscire, che avevo imparato a non far prevedere ai miei avversari. Nel servizio avevo deciso di non sacrificare la precisione, a vantaggio di velocità e potenza. Avevo capito che, se imprimevo un po’ di top spin o di slice alla palla, avrei sbagliato ben poche prime e non avrei dovuto contare su una debole seconda di servizio. Possedevo un tocco vellutato nelle mie volée smorzate e con il rovescio ero in grado di giocare sia con un aggressivo top spin, sia con un più controllato slice, a seconda della situazione. (…) Giocavo sia di diritto, sia di rovescio utilizzando molto il polso e imprimendo così alla palla un buon top spin che mi consentiva anche di realizzare dei buoni lob offensivi. La tecnica dei miei colpi si fondava su rapide rotazioni di spalla, un preciso swing e un timing accurato. (…) Sotto rete, giocavo delle volée molto potenti e soprattutto quella di rovescio era particolarmente efficace (…) affrontavo bene anche le palle basse dei miei avversari e adoravo schiacciare tutte quelle che mi arrivavano dall’alto” (pag. 111).

Sulla posizione in campo: Avevo anche migliorato la mia posizione in campo. Fino a quel momento, gli avversari con una buona risposta mi avevano creato grossi problemi e, pertanto, avevo lavorato molto per scendere a rete e giocare al volo, invece di farmi cogliere impreparato nella cosiddetta ‘terra di nessuno’. Essere più veloce e in miglior forma rispetto all’avversario mi era di grande aiuto” (pag. 112). Sull’atteggiamento mentale: In campo ero imperturbabile, proprio come lo ero mentalmente e nella mia gestualità. Se un colpo non era dei migliori, non ci rimuginavo sopra: faceva già parte del passato. Non puoi riprenderti un punto perso, anche se continui a pensarci con ossessione. (…) Di rado instauravo un contatto visivo prolungato con il mio avversario, né esternavo alcuna reazione ai suoi comportamenti. In campo rimanevo distaccato e privo di emozioni. (…) Ciò che intendevo fare con il mio rifiuto di stabilire un contatto con il mio rivale era evitare che mi coinvolgesse mentalmente, interrompendo, in tal modo, la mia concentrazione” (pagg. 113-114). Sul tennista a 360 gradi: L’immagine e lo stile di un giocatore che si presenta in campo dipendono esclusivamente da lui. Per quanto mi riguarda, l’educazione di mamma e papà e la successiva influenza di Charlie e Hop (Charlie Hollis e Harry Hopman i suoi primi allenatori. Hopman, tra l’altro, fu figura fondamentale per lo sviluppo del tennis in Australia, ndA) avevano fatto sì che cercassi sempre di apparire al meglio. (…) Durante un tour di solito mi portavo cinque magliette, due paia di pantaloncini, due di calzini e due di scarpe, che mantenevo di un bianco candido, stringhe comprese. Facevo il bucato di corsa, in qualunque lavanderia pubblica trovassi sul mio cammino ma, più spesso, nel lavandino del bagno della mia stanza d’albergo” (pagg. 114-115).

Alla fine di quello straordinario 1962 Laver passa al professionismo. Oggi non ci rendiamo conto di come fosse allora il tennis, diviso tra dilettanti e professionisti. La separazione era netta, impossibile qualsiasi contatto, o si stava di qua o si stava di là, non era permesso a un professionista partecipare a un torneo riservato ai dilettanti. L’ambiente dei dilettanti (e soprattutto i suoi dirigenti) si considerava, ed effettivamente era, il depositario della gloriosa storia del tennis nella sua matrice tradizionale. Controllava moltissimi tornei fra cui spiccavano, come si è detto, gli Slam e la Coppa Davis. Dalle parole di Laver scopriamo che i tennisti che passavano al professionismo erano considerati alla stregua di traditori, di coloro che avevano rinnegato i valori fondanti della nobile arte della racchetta. Il professionismo, comunque, era praticato da molto tempo prima del “salto” di Laver. Esisteva dalla fine degli anni Venti e grandi nomi come Suzanne Lenglen e Big Bill Tilden, al culmine delle loro carriere, diventarono professionisti. Con sincerità, Laver dice di essere passato al professionismo per guadagnare. Detto così non fa una gran bella impressione ma se leggiamo il racconto di Rod capiamo che aveva motivi più che validi. Il tennis dilettantistico non permetteva, nemmeno ad altissimi livelli, di potersi mantenere con il tennis in modo dignitoso. Malgrado molti dei più forti tennisti dilettanti ricevessero compensi sotto forma di rimborsi spese o espedienti analoghi, le cifre erano irrisorie, soprattutto se paragonate ai guadagni dei top player di oggi. Rod aveva deciso di fare del tennis la sua professione e per vivere agiatamente e mettere su famiglia era necessario passare al professionismo. E lo fece, senza rimpianti e con grande successo.

Il primo anno da professionista, però, fu molto duro. Laver si trovò catapultato in un mondo completamente diverso rispetto a quello che conosceva e dove aveva trovato i primi successi. Se nel circuito pro ritrovò degli amici, come Ken Rosewall e Lew Hoad, e grandi campioni passati al professionismo da tempo, come l’estroso e geniale Pancho Gonzales, i primi tempi della nuova vita ebbero su di lui un impatto traumatico. Ecco cosa racconta Rod in proposito: “ … nessuno mi aveva preparato all’abissale divario tra gli standard di gioco amatoriali e quelli professionistici, un divario che avrei dovuto colmare con un duro lavoro, per dimostrare a me stesso che il mio passaggio non era stato il frutto di una decisione disastrosa” (pag. 157). Nel circuito pro Laver non solo trovò un livello molto migliore di gioco, ma le condizioni in cui si svolgevano i tornei (che costringevano i tennisti a veri e propri tour de force attorno al mondo) erano a volte surreali: Non era facile abituarsi a viaggi che non finivano mai, a partite contro professionisti esperti che, più volte la settimana, disputavano per soldi incontri occasionali. Alcune volte giocavamo su campi famosi, al coperto o all’esterno, in erba, terra battuta e cemento, come al Madison Square Garden o al Longwood Cricket Club. Ma ci confrontavamo anche su superfici improvvisate, abbozzate e delimitate in tutta fretta, in sale di centri ricreativi, palestre scolastiche, teatri e sale da concerti, stadi su ghiaccio e fienili. In Sud America giocammo nelle arene per le corride” (pag. 154).

Oggi sembra incredibile, ma era proprio così, e Laver fu il numero uno dei professionisti per alcuni anni. Un’esistenza da nomadi, insomma, ma orgogliosa e consapevole del proprio valore e della necessità, per farsi apprezzare dal pubblico, di dare sempre il meglio di sé stessi, anche quando le condizioni in cui dovevano vivere erano particolarmente difficili: Generalmente smettevamo di giocare attorno a mezzanotte o all’una del mattino e andavamo a dormire verso le tre nella camera d’albergo da 15 dollari (…). Alle sette eravamo già in piedi, pronti a mandar giù un hot dog o un hamburger in qualche ristorante da quattro soldi, poi salivamo nelle due station wagon (…) e ci mettevamo in strada per raggiungere la destinazione successiva. Il nostro campo in tela, simile a un tendone da circo, veniva arrotolato e sistemato sul camion che lo trasportava nella sede prestabilita. Dopodiché, recuperavamo un po’ di sonno, accendevamo l’interesse del pubblico del luogo attraverso interviste radio e televisive (…), andavamo a farci un’idea del campo sul quale avremmo giocato, quindi ci mettevamo all’opera” (pag. 162).

Poi, nel 1968, iniziò l’era Open. I tennisti professionisti furono ammessi a giocare i tornei del circuito amatoriale, quindi anche gli Slam e la Coppa Davis. Si è trattato, come ci racconta Rod, di un processo graduale ma irreversibile che ha portato al tennis di oggi. E fu così che Laver, nel 1969, conquistò il secondo Grande Slam, questa volta battendo avversari anche più forti rispetto a sette anni prima, visto che grandi tennisti professionisti come Ken Rosewall, Lew Hoad e John Newcombe (che sarà numero uno del mondo tra giugno e luglio del 1974) parteciparono a tutti i tornei più importanti. Questo libro celebra, tra le altre cose, la grande epopea del tennis australiano dagli anni ’50 agli anni ’70, una scuola che ha dominato in lungo e in largo nel mondo fino all’arrivo dei grandi campioni dell’era Open: Connors, Ashe, Borg, Vilas, McEnroe per citarne alcuni. È anche un libro sull’amicizia che legava quei grandi tennisti d’altri tempi, atleti che, dopo una battaglia all’ultimo sangue sul campo si bevevano un paio di birre insieme, un po’ come il “terzo tempo” nel rugby. Uomini e atmosfere oggi impensabili. Fra i tanti ritratti che Laver ci offre dei campioni suoi contemporanei, meritano attenzione quelli dedicati a Ken Rosewall, Lew Hoad, Pancho Gonzales, John Newcombe, Roy Emerson, Tony Roche, nomi senz’altro familiari a quelli che, come me, sono nati negli anni ’60.

Gli anni ’70 videro l’inizio del declino di Laver, anche se continuò a esprimersi su grandi livelli almeno fino al 1973, anno in cui conquistò la sua ultima Coppa Davis. A fine carriera ebbe anche la ventura di scontrarsi con la nuova generazione, quella, appunto, dei Borg, Connors, Nastase, Ashe, di cui tutti ci regala un ritratto, a volte positivo a volte no, ma anche quando non è positivo (come nel caso di Connors e Nastase) è sempre espresso con rispetto e con la consapevolezza di stare parlando, comunque, di grandi campioni. Rod Laver, un uomo semplice, un campione.

Carlo Cocconi

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

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Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

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Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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