La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Rod Laver: God Save the Green

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Rod Laver: God Save the Green

La questione GOAT, il tennis dei gesti bianchi. La transizione del tennis Open o, semplicemente, con uno dei più grandi di sempre. Ecco recensite le memorie di Rod Laver, Mr. Grande Slam. Con prefazione di Roger Federer

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Laver R. (con Writer L), Le mie memorie – Trad. Montrasio E, prefazione Federer R., Edizioni Mare Verticale, 2015, pagg. 421

Rod Laver si ritirò dal tennis nell’aprile del 1979 (anche se continuò per parecchi anni a giocare nel circuito senior). Io, al tempo, avevo 14 anni e ho ricordi sbiaditi di Rocket, come lo chiamavano allora. Ricordo vagamente qualche apparizione in TV, ma lo spazio dedicato al tennis dai canali nazionali era, in quegli anni in bianco e nero, riservato ai giovani campioni emergenti, Connors, Borg e McEnroe su tutti. Laver aveva fatto il suo tempo. Molti anni dopo cercai su YouTube i filmati dei match più famosi dell’unico tennista della storia del tennis capace di aggiudicarsi per due volte, nel 1962 da dilettante e nel 1969 da professionista, tutti i 4 titoli del Grande Slam nello stesso anno. Guardando quei filmati capii in modo inequivocabile qualcosa che già sapevo ma su cui non avevo mai soffermato veramente l’attenzione, ovvero che il tennis ai tempi di Laver era sport infinitamente diverso da quello odierno e non solo per tipo di gioco, tecnica, materiali, metodi di allenamento, ma anche per l’ambiente (sociale, culturale, economico) in cui quel tennis era immerso. Di questo ci si può rendere conto anche leggendo l’autobiografia di questo immenso campione. Anzi, è proprio Rod a sottolineare in molte parti del libro l’enorme divario che separa il tennis dell’epoca dei ‘Fab Four’ con il tennis dell’epoca sua.

Laver organizza il racconto in modo cronologico ed equilibrato. La sua vita, agonistica e non, viene suddivisa in quattro parti ideali (infanzia e primi approcci al tennis; anni da dilettante; anni da professionista; dopo il ritiro) e a ognuna Laver dedica molto spazio, ritenendo, giustamente, che sia ciò che ha preceduto la sua attività agonistica, sia ciò che ha fatto dopo il ritiro abbiano avuto un’importanza centrale nella sua vita. Una vita, lo scoprirà il lettore fin dalle prime pagine, interamente ed esclusivamente consacrata al tennis. Giusto per fugare ogni dubbio in tal senso, a pagina 47 Rod scrive: “A quattordici anni la decisione fu molto semplice, dopo che il preside mi annunciò che avrei dovuto ripetere il secondo anno per tutte le lezioni che avevo perso a causa della malattia. Chiusi i libri una volta per tutte e mi misi in cerca di un lavoro, con la speranza di poterlo adattare alle esigenze del tennis. Ero certo che il tennis sarebbe stato la mia vita (…) Mamma e papà si dissero assolutamente d’accordo”.

 

Il piccolo Rod, nato a Rockhampton il 9 agosto 1938 nello stato di Queensland, nord-est dell’Australia, respirò e mangiò tennis fin dall’infanzia. Leggiamo infatti che: “Vivevamo a Langdale, un ranch di 9.300 ettari per l’allevamento dei bovini, a un’ora di macchina dalla cittadina di Marlborough, situata a 96 km a nord di Rockhampton. Mio padre, cresciuto a Gippsland nello stato di Victoria, era cresciuto in una famiglia di tredici figli, otto dei quali erano maschi, e pertanto i fratelli Laver erano sempre riusciti a comporre quasi un’intera squadra di football o di cricket e quattro coppie per le gare di doppio nei tornei di tennis locali” (pag. 22). Il tennis, dunque, faceva parte del DNA della famiglia Laver ed era inevitabile che in mezzo ai canguri, alle strade bianche, a quegli immensi spazi disabitati senza televisione, con la sola radio che permetteva di rimanere collegati al resto del mondo, Rod iniziasse a colpire le prime palline da tennis su un campo fatto in casa, ricavato niente meno che dalla terra dei formicai: “Fin da quando avevo cominciato a muovere i primi passi, lo sport preferito di papà era il tennis e lui aveva deciso che sarebbe diventato il nostro sport. A quello scopo i miei fratelli trasportavano grandi quantità di terra dei formicai (…) e di terreno argilloso, ne ricoprivano il cortile, recingevano il perimetro con un filo di ferro, innalzavano una rete, tracciavano delle linee… ed ecco il nostro campo da tennis” (pag. 24).

I capitoli più interessanti del libro sono, a mio giudizio, il sette (Voglio sognare), l’otto (Il mio primo Grande Slam), il nove (Anni da nomade), il dieci (Se è martedì… allora dev’essere Khartoum) e il dodici (La rivoluzione degli Open). Questi capitoli coprono la parte centrale del libro, da pag. 109 a pag. 249, e vanno dal 1962, anno del primo Grande Slam di Laver, al 1968, anno in cui inizia l’era Open nel tennis. All’interno di questo arco temporale assistiamo a numerosi cambiamenti sia nella parabola tennistica di Rod, sia nel mondo del tennis, che proprio in quel decennio visse un periodo particolarmente vivace e ricco di stimoli. Era un mondo in ebollizione. Vale la pena ripercorrere brevemente quel decennio così come ce lo propone Rocket. Scopriremo molto non solo sul tennista Laver, ma anche sull’uomo Laver.

Nel 1962 Rod è un giovane tennista di 24 anni già affermato nel circuito dilettantistico (quello, per capirci, che gestiva i tornei del Grande Slam, della Coppa Davis e tutti i principali tornei del mondo). Nel ‘60 aveva vinto l’Australian Open e nel ’61 Wimbledon. Rod non era più una promessa, era una realtà. All’interno del racconto di questo anno straordinario, accanto ai resoconti delle partite che lo portarono alla gloria perenne, le parti più interessanti sono quelle in cui Laver analizza il proprio gioco e parla del suo modo di interpretare il tennis in quegli anni. Sul proprio gioco: “Possedevo tutta una gamma di servizi, spesso a uscire, che avevo imparato a non far prevedere ai miei avversari. Nel servizio avevo deciso di non sacrificare la precisione, a vantaggio di velocità e potenza. Avevo capito che, se imprimevo un po’ di top spin o di slice alla palla, avrei sbagliato ben poche prime e non avrei dovuto contare su una debole seconda di servizio. Possedevo un tocco vellutato nelle mie volée smorzate e con il rovescio ero in grado di giocare sia con un aggressivo top spin, sia con un più controllato slice, a seconda della situazione. (…) Giocavo sia di diritto, sia di rovescio utilizzando molto il polso e imprimendo così alla palla un buon top spin che mi consentiva anche di realizzare dei buoni lob offensivi. La tecnica dei miei colpi si fondava su rapide rotazioni di spalla, un preciso swing e un timing accurato. (…) Sotto rete, giocavo delle volée molto potenti e soprattutto quella di rovescio era particolarmente efficace (…) affrontavo bene anche le palle basse dei miei avversari e adoravo schiacciare tutte quelle che mi arrivavano dall’alto” (pag. 111).

Sulla posizione in campo: Avevo anche migliorato la mia posizione in campo. Fino a quel momento, gli avversari con una buona risposta mi avevano creato grossi problemi e, pertanto, avevo lavorato molto per scendere a rete e giocare al volo, invece di farmi cogliere impreparato nella cosiddetta ‘terra di nessuno’. Essere più veloce e in miglior forma rispetto all’avversario mi era di grande aiuto” (pag. 112). Sull’atteggiamento mentale: In campo ero imperturbabile, proprio come lo ero mentalmente e nella mia gestualità. Se un colpo non era dei migliori, non ci rimuginavo sopra: faceva già parte del passato. Non puoi riprenderti un punto perso, anche se continui a pensarci con ossessione. (…) Di rado instauravo un contatto visivo prolungato con il mio avversario, né esternavo alcuna reazione ai suoi comportamenti. In campo rimanevo distaccato e privo di emozioni. (…) Ciò che intendevo fare con il mio rifiuto di stabilire un contatto con il mio rivale era evitare che mi coinvolgesse mentalmente, interrompendo, in tal modo, la mia concentrazione” (pagg. 113-114). Sul tennista a 360 gradi: L’immagine e lo stile di un giocatore che si presenta in campo dipendono esclusivamente da lui. Per quanto mi riguarda, l’educazione di mamma e papà e la successiva influenza di Charlie e Hop (Charlie Hollis e Harry Hopman i suoi primi allenatori. Hopman, tra l’altro, fu figura fondamentale per lo sviluppo del tennis in Australia, ndA) avevano fatto sì che cercassi sempre di apparire al meglio. (…) Durante un tour di solito mi portavo cinque magliette, due paia di pantaloncini, due di calzini e due di scarpe, che mantenevo di un bianco candido, stringhe comprese. Facevo il bucato di corsa, in qualunque lavanderia pubblica trovassi sul mio cammino ma, più spesso, nel lavandino del bagno della mia stanza d’albergo” (pagg. 114-115).

Alla fine di quello straordinario 1962 Laver passa al professionismo. Oggi non ci rendiamo conto di come fosse allora il tennis, diviso tra dilettanti e professionisti. La separazione era netta, impossibile qualsiasi contatto, o si stava di qua o si stava di là, non era permesso a un professionista partecipare a un torneo riservato ai dilettanti. L’ambiente dei dilettanti (e soprattutto i suoi dirigenti) si considerava, ed effettivamente era, il depositario della gloriosa storia del tennis nella sua matrice tradizionale. Controllava moltissimi tornei fra cui spiccavano, come si è detto, gli Slam e la Coppa Davis. Dalle parole di Laver scopriamo che i tennisti che passavano al professionismo erano considerati alla stregua di traditori, di coloro che avevano rinnegato i valori fondanti della nobile arte della racchetta. Il professionismo, comunque, era praticato da molto tempo prima del “salto” di Laver. Esisteva dalla fine degli anni Venti e grandi nomi come Suzanne Lenglen e Big Bill Tilden, al culmine delle loro carriere, diventarono professionisti. Con sincerità, Laver dice di essere passato al professionismo per guadagnare. Detto così non fa una gran bella impressione ma se leggiamo il racconto di Rod capiamo che aveva motivi più che validi. Il tennis dilettantistico non permetteva, nemmeno ad altissimi livelli, di potersi mantenere con il tennis in modo dignitoso. Malgrado molti dei più forti tennisti dilettanti ricevessero compensi sotto forma di rimborsi spese o espedienti analoghi, le cifre erano irrisorie, soprattutto se paragonate ai guadagni dei top player di oggi. Rod aveva deciso di fare del tennis la sua professione e per vivere agiatamente e mettere su famiglia era necessario passare al professionismo. E lo fece, senza rimpianti e con grande successo.

Il primo anno da professionista, però, fu molto duro. Laver si trovò catapultato in un mondo completamente diverso rispetto a quello che conosceva e dove aveva trovato i primi successi. Se nel circuito pro ritrovò degli amici, come Ken Rosewall e Lew Hoad, e grandi campioni passati al professionismo da tempo, come l’estroso e geniale Pancho Gonzales, i primi tempi della nuova vita ebbero su di lui un impatto traumatico. Ecco cosa racconta Rod in proposito: “ … nessuno mi aveva preparato all’abissale divario tra gli standard di gioco amatoriali e quelli professionistici, un divario che avrei dovuto colmare con un duro lavoro, per dimostrare a me stesso che il mio passaggio non era stato il frutto di una decisione disastrosa” (pag. 157). Nel circuito pro Laver non solo trovò un livello molto migliore di gioco, ma le condizioni in cui si svolgevano i tornei (che costringevano i tennisti a veri e propri tour de force attorno al mondo) erano a volte surreali: Non era facile abituarsi a viaggi che non finivano mai, a partite contro professionisti esperti che, più volte la settimana, disputavano per soldi incontri occasionali. Alcune volte giocavamo su campi famosi, al coperto o all’esterno, in erba, terra battuta e cemento, come al Madison Square Garden o al Longwood Cricket Club. Ma ci confrontavamo anche su superfici improvvisate, abbozzate e delimitate in tutta fretta, in sale di centri ricreativi, palestre scolastiche, teatri e sale da concerti, stadi su ghiaccio e fienili. In Sud America giocammo nelle arene per le corride” (pag. 154).

Oggi sembra incredibile, ma era proprio così, e Laver fu il numero uno dei professionisti per alcuni anni. Un’esistenza da nomadi, insomma, ma orgogliosa e consapevole del proprio valore e della necessità, per farsi apprezzare dal pubblico, di dare sempre il meglio di sé stessi, anche quando le condizioni in cui dovevano vivere erano particolarmente difficili: Generalmente smettevamo di giocare attorno a mezzanotte o all’una del mattino e andavamo a dormire verso le tre nella camera d’albergo da 15 dollari (…). Alle sette eravamo già in piedi, pronti a mandar giù un hot dog o un hamburger in qualche ristorante da quattro soldi, poi salivamo nelle due station wagon (…) e ci mettevamo in strada per raggiungere la destinazione successiva. Il nostro campo in tela, simile a un tendone da circo, veniva arrotolato e sistemato sul camion che lo trasportava nella sede prestabilita. Dopodiché, recuperavamo un po’ di sonno, accendevamo l’interesse del pubblico del luogo attraverso interviste radio e televisive (…), andavamo a farci un’idea del campo sul quale avremmo giocato, quindi ci mettevamo all’opera” (pag. 162).

Poi, nel 1968, iniziò l’era Open. I tennisti professionisti furono ammessi a giocare i tornei del circuito amatoriale, quindi anche gli Slam e la Coppa Davis. Si è trattato, come ci racconta Rod, di un processo graduale ma irreversibile che ha portato al tennis di oggi. E fu così che Laver, nel 1969, conquistò il secondo Grande Slam, questa volta battendo avversari anche più forti rispetto a sette anni prima, visto che grandi tennisti professionisti come Ken Rosewall, Lew Hoad e John Newcombe (che sarà numero uno del mondo tra giugno e luglio del 1974) parteciparono a tutti i tornei più importanti. Questo libro celebra, tra le altre cose, la grande epopea del tennis australiano dagli anni ’50 agli anni ’70, una scuola che ha dominato in lungo e in largo nel mondo fino all’arrivo dei grandi campioni dell’era Open: Connors, Ashe, Borg, Vilas, McEnroe per citarne alcuni. È anche un libro sull’amicizia che legava quei grandi tennisti d’altri tempi, atleti che, dopo una battaglia all’ultimo sangue sul campo si bevevano un paio di birre insieme, un po’ come il “terzo tempo” nel rugby. Uomini e atmosfere oggi impensabili. Fra i tanti ritratti che Laver ci offre dei campioni suoi contemporanei, meritano attenzione quelli dedicati a Ken Rosewall, Lew Hoad, Pancho Gonzales, John Newcombe, Roy Emerson, Tony Roche, nomi senz’altro familiari a quelli che, come me, sono nati negli anni ’60.

Gli anni ’70 videro l’inizio del declino di Laver, anche se continuò a esprimersi su grandi livelli almeno fino al 1973, anno in cui conquistò la sua ultima Coppa Davis. A fine carriera ebbe anche la ventura di scontrarsi con la nuova generazione, quella, appunto, dei Borg, Connors, Nastase, Ashe, di cui tutti ci regala un ritratto, a volte positivo a volte no, ma anche quando non è positivo (come nel caso di Connors e Nastase) è sempre espresso con rispetto e con la consapevolezza di stare parlando, comunque, di grandi campioni. Rod Laver, un uomo semplice, un campione.

Carlo Cocconi

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il prisma di Roger Federer

Ritorna la piccola biblioteca di Ubitennis recensendo un nuovo episodio di quello che ormai è diventato un nuovo genere letterario: scrivere su Roger Federer

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

A distanza di diversi mesi dall’ultima recensione pubblicata, in off-season torna la Piccola Biblioteca di Ubitennis. Si riparte da un libro che parla del tennista che più di ogni altro ha caratterizzato la letteratura tennistica degli ultimi quindici anni: il solito Roger Federer.

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Graf S., Roger Federer. Il campione e l’uomo, tr. it. Peri F., Casagrande, 2019

 

Tra gli infiniti record di Federer ne andrebbero menzionati almeno altri due: ha reso molto più tollerabile l’omosessualità e ha generato un vero sottogenere letterario. Sul primo c’è poco da dire, siamo tutti un po’ più omosessuali (e ormai a limite della gerontofilia) quando gioca lo svizzero, il secondo invece testimonia quanto Roger sia ormai fuoriuscito dall’orbita del semplice sport per entrare in un orizzonte più ampio, del quale non si vedono ancora i confini.

Il sottogenere è stato inaugurato da David Foster Wallace e sembra aumentare ogni anno in maniera esponenziale. Uno degli ultimi capitoli è il lavoro di Graf. Lontano dalle inarrivabili tensioni letterarie di Wallace, da quelle estetiche di Baricco, dalle implicazioni filosofiche di Scala, o da quelle lisergiche\antropologiche di Zampieri, il libro di Graf ci presenta lo svizzero come un prisma. Ogni capitolo è una faccia: l’uomo, il marito, il campione, il manager, il ragazzo, la moglie, il figlio, ecc. Facce raccontate da un uomo che destinato probabilmente a una vita (professionalmente) anonima, come può essere anonima la vita di un giornalista svizzero, viene catapultato dall’avvento dell’alieno ai quattro angoli del mondo per seguire le gesta del nuovo Guglielmo Tell.

La cronaca è condita di aneddoti accessibili solo a chi si è potuto permettere il lusso di una lunga frequentazione. Se volete sapere come Roger pianifica la programmazione annuale e quella giornaliera, perché fino a 21 anni veniva eliminato ai primi turni degli Slam, quali sono i valori che la sua figura mediatica incorpora (la neutralità svizzera), il suo lavoro dentro la fondazione, la storia, il carattere (e la statura) dei suoi genitori, la personalità di Mirka, la relazione con Paganini o vedere da vicino la metamorfosi del giovane Mc Roger in Bjorn Federer è il vostro libro.

Un paio di esempi: Milano, il primo torneo vinto da Federer, i genitori fanno un viaggio di 300 kilometri per assistere alla finale. Il padre è così nervoso che dimentica le chiavi dentro la macchina e l’unica maniera per entrarci è rompere il finestrino ed è così, diciamo senza bisogno dell’aria condizionata che l’allegra famiglia ritorna con la coppa in svizzera. Oppure l’incredibile precocità a livello coordinativo di Roger, che già a 11 mesi “sapeva correre”, capacità motorie che lo spingeranno a eccellere anche nel calcio, fino al doloroso abbandono per il tennis. Insomma un libro agile e agiografico che non aggiunge nulla al mistero della drammaturgia sportiva dello svizzero ma che illumina lati poco esplorati del suo mondo e del suo intorno. Tanto Roger, poco tennis.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: le memorie di Adriano

Recensiamo per La Piccola Biblioteca l’ultimo libro di Panatta. Una fotografia cinetica degli ultimi cinquanta anni di tennis, dei suoi campioni e inevitabilmente del mondo, o della musica, che gira intorno

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Panatta A. (con Azzolini D.), Il tennis è musica, Sperling & Kupfer, 2018

Dopo averci già regalato la sua visione del tennis, condita da un’aneddotica gioiosa e senza malinconia di quegli anni 70 che hanno rappresentato la Golden Age del tennis professionistico [1], Panatta torna alle stampe con un libro prezioso, quantomeno dal punto di vista metodologico. Partendo dal 1968, il vagito ufficiale del Tennis Open, Panatta (e Azzolini) ripercorre la storia recente di uno sport che in qualche maniera coincide con la sua. Il 1968 è l’anno zero in cui il tennis entra nella contemporaneità e l’anno in cui Adriano diventa maggiorenne. Ma è soprattutto l’anno in cui il mondo esplode di un’irripetibile rivoluzione culturale che vede nella musica dei Beatles l’epifanica sintesi. Perché come recita il sottotitolo il tennis è musica.

Sarà questo strano cocktail, unito al carattere sornione di Panatta, campione ma non campionissimo, consapevole e infinitamente grato di aver attraversato un’era irripetibile, a generare un libro anomalo da leggere tutto di un fiato. Ogni anno un capitolo. Ogni anno un focus. Ogni anno un personaggio. Dal 1968 al 2018. Da Laver a Federer. La storia circolare di una magia. La bellezza del libro sta nel posizionamento – non replicabile – dell’autore che evita di mettere al centro la sua vicenda (come farebbe un McEnroe o un qualsiasi big) e regala al lettore l’eccezionalità del suo punto di vista privilegiato. Lo scheletro cronologico dell’inesorabile sequenza degli anni unita all’assoluta libertà di scegliere il cosa dentro quello spazio bianco aiuta, e non di poco, l’operazione.

Con questi presupposti il libro diventa un romanzo visivo in grado di mettere in scena, e in sequenza, mezzo secolo di tennis con innesti mnemonici\relazionali che faranno la gioia di ogni appassionato. Accanto alla cronaca sportiva emergono i personaggi di uno sport ancora non alfabetizzato al professionismo. Tiriac che arriva senza soldi e per intrattenere e scroccare cene stupiva tutti mangiando vetro; Nastase che in campo chiama Ashe “Negroni” per poi mandargli un mazzo di rose per scusarsi, e presentarsi, non invitato, al suo matrimonio; Borg portato a spalle in albergo in piena notte dopo una sbornia colossale per poi ritrovarlo alle otto di mattina in campo come niente fosse successo; Vilas che chiede a Panatta “uno stipendiuccio” per rimanere in Europa durante la stagione sul rosso e lui che convince il suo circolo a stipendiare un mancino per “allenare gli italiani”.

In ogni capitolo c’è un aneddoto che da solo vale il libro, ma paradossalmente l’anima del libro non è lì. C’è il primo grande Slam, l’avvento del tie-break, il dominio di Connors, l’era Evert-Navratilova, e via via fino all’epoca Federer-Nadal ma l’anima è da ricercare dentro la personalità dei campioni che vengono restituiti con un chirurgico approfondimento tecnico-psicologico e soprattutto umano. Il grande vuoto rappresentato dall’omissione della carriera di Adriano viene sublimato dalla passione per le personalità che Panatta sente simili. La straordinaria vicenda di Vitas “Broadway” Gerulaitis, una vita spesa tra volée, party, Ferrari e generosità. La straripante personalità di Bum-Bum “spaccatutto” Becker, la lucida follia di Safin e di Yannick Noah, l’empatica ammirazione per Mc “il miglior attaccante di sempre” e per “mattocalmo” Borg la sua nemesi, l’altra pietra focaia che ha traghettato il tennis verso un’altra dimensione.

Una dimensione più professionale incarnata da Lendl il “robot visionario” che a posteriori costituisce il punto di non ritorno di un gioco che diventerà inesorabilmente sport, quasi solo sport. Ma come in una canzone di De Gregori non c’è mai malinconia nel racconto. È tutto risolto. Il rimpianto è semmai nel lettore, o nell’attuale appassionato di tennis, a cui suonano inimmaginabili episodi come quello di Nelson Mandela che, attaccato ad una radiolina mentre Ashe vince il primo Wimbledon nero della storia (maschile), immagina un futuro diverso per la sua gente, mimando volée perfette dentro una cella di quattro metri.

Per restare in musica il recente avvento dei “Fab Four” con la racchetta ha si ripristinato l’essenza del tennis, proiettandola a vette tecnicamente inimmaginabili ma ha blindato la sua anima dentro l’involucro impermeabile di un professionismo estremo. Se volete un paragone è la stessa differenza che corre tra Messi e Maradona. La differenza non è nel come si colpisce la palla ma nell’uomo che la colpisce. Da una parte c’è solo calcio dall’altra c’è anche il più bel coro mai sentito in uno stadio. Adriano ci parla di tutte e due le cose. Del tennis e della sua anima incarnata nei campioni. Lo ringraziamo per esserci stato quando il futuro era ancora da scrivere e per avercelo raccontato così bene.

[1] https://www.ubitennis.com/blog/2015/03/27/piu-dritti-che-rovesci-la-storia-di-adriano-panatta/ e più ancora https://www.ubitennis.com/blog/2015/10/16/i-meravigliosi-anni-settanta-lei-non-sa-chi-eravamo-noi/

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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