Mercoledì da leoni: Darren Cahill agli US Open 1988

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Mercoledì da leoni: Darren Cahill agli US Open 1988

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Questa volta siamo andati a vedere cosa successe agli US Open del 1988

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Dimenticatevi tutto quello che avete visto nelle scorse due settimane. In quel 1988, il cuore del cuore del tennis statunitense batteva al ritmo sincopato e con la voce suadente di Satchmo, al secolo Louis Armstrong, cittadino onorario del mondo e di quella parte di New York. Dimenticate dunque l’attuale anonimo cantiere che diventerà il nuovo Louis Armstrong e immaginatevi un’epoca in cui gli svedesi, sì proprio gli svedesi dominavano il circuito maschile e completavano nientemeno che il Grande Slam.

Certo, forse ai più giovani stiamo chiedendo troppo perché in fondo loro uno svedese non l’hanno mai visto giocare nemmeno per sbaglio e sarà difficile convincerli che ci fu un lungo periodo in cui, con la racchetta in luogo delle navi rostrate, conquistarono tornei e alzarono insalatiere come solo i loro antenati vichinghi avevano saputo fare. L’ultimo di un certo spessore è stato il “cavernicolo” Robin Soderling, che un giorno di fine maggio del 2009 riuscì con la sua clava a fare ciò che nessuno riteneva umanamente possibile, ovvero battere Nadal al Roland Garros. Ma, come al solito, rischiamo che l’attenzione venga catturata da un rivolo bizzarro di quel ruscello che è la nostra storia e quindi di abbandonare il corso principale per raccontarne un’altra. E allora dimenticate la festa per i vent’anni di quella specie di mostro-mercato che è l’Arthur Ashe Stadium, oggi ancora più cacofonico quando piove o minaccia di farlo e viene chiuso il tetto, e immaginate – perché a questo punto sì che serve fantasia e non poca – di vedere un tennista che serve e si proietta sistematicamente a rete, prima o seconda che sia, con il solo scopo di non far rimbalzare più la palla nel suo campo e colpirla al volo.

Se state pensando a Stefan Edberg, siete più che perdonati. In fondo, proprio in quell’anno e in quel torneo, l’uomo dal rovescio d’oro ci arrivò da campione di Wimbledon e il suo modo di intendere il tennis, assai poco scandinavo, abbracciava in pieno la filosofia offensiva e talvolta spregiudicata propria di un altro popolo tennistico ormai in via di estinzione: quello australiano. Ed infatti, è di un australiano che oggi parleremo, all’epoca uno dei tanti, certo non il più famoso. Darren Cahill era arrivato agli US Open con le vele gonfie. Nativo di Adelaide, capitale della South Australia, il 22enne Darren aveva iniziato la stagione con il pettorale n°82 (quello del suo ranking ATP) ed era stato un esordio quanto mai infausto, battuto nella sua città dal tedesco Patrick Baur. Eppure, nella nazionalità del rivale di quella sfida c’era il presagio di ciò che sarebbe stata, nel bene e nel male, la stagione del leone che abbiamo scelto di celebrare questo mese. Tedeschi sarebbero stati, non a caso, i carneadi Andreas Lesch e Hans Schwaier, che gli avrebbero inflitto due cocenti sconfitte a Nizza e Monaco; e tedesco l’uomo che ne avrebbe accresciuto più che esponenzialmente la gloria futura e di cui vi racconteremo tra poco.

 

Ma citavamo il vento che aveva sospinto Darren verso New York. Un vento che soffia anche gelido nell’Oberland bernese, agli oltre mille metri di altitudine di Gstaad, paradiso invernale degli sciatori e dedito al tennis una settimana l’anno, in estate, quando dal 1915 si svolge un torneo che ha avuto e avrà ospiti e vincitori illustri. Certo, canguri che alzavano il trofeo lì se ne erano visti ancora e tutte celebrità: da Lew Hoad, il primo nel 1954, al quarantenne Ken Rosewall del 1975 e passando per Ashley Cooper, Rod Laver, Tony Roche e John Newcombe. Ma, come detto, la vena aurifera australiana si era andata via via esaurendo e gli ‘80, non fosse per quella sagoma di Pat Cash, campione a Wimbledon e due volte finalista a Melbourne, sarebbero stati anni di vacche magre. Magrissime. Ecco allora che anche un trofeo di seconda o terza fascia, qual era in fondo quello di Gstaad, poteva risollevare il morale a un’intera nazione. O quasi.

New York era, per Cahill, la 19esima tappa del suo tour stagionale e le ultime fermate erano state a Washington, Stratton Mountain e Cincinnati; nella capitale aveva perso nei quarti, nel Vermont in semifinale e in Ohio era stato sbattuto subito fuori dal connazionale Wally Masur. Un cammino tutto sommato in linea con il giocatore, anche in parte fortunato a trovarsi di fronte avversari per la metà posizionati ben oltre i primi 100 del mondo. Nei major, tuttavia, c’era sempre qualcuno che ti portava il conto e, per quelli come Darren, il più delle volte era assai salato. Come questa volta. Un primo turno alla portata e un secondo improponibile. Nella metà bassa del tabellone erano finiti sia Mats Wilander, che aveva vinto i primi due slam stagionali, che i finalisti di Wimbledon, ovvero Edberg e Becker. Ed era proprio “Bum bum” ad attenderlo al secondo turno, sempre se fosse riuscito ad imporsi allo statunitense Lawson Duncan.

Il debutto di Darren era stata una puntura di crotalo per il suo avversario, fulminea e quasi indolore, anche se il 6-0, 6-0, 6-2 palesava fin troppo le inusuali attitudini terricole di Duncan, che non giocava un match sul duro dallo scorso febbraio. Dal canto suo, Becker si era sbarazzato di un altro americano, tal Todd Nelson, soffrendo troppo nel terzo set, incamerato solo al tie-break. Non c’erano avvisaglie, il giovedì, di quello che sarebbe accaduto. Nel loro unico precedente, risalente a qualche settimana prima al Queen’s di Londra, il tedesco aveva vinto la semifinale in due set comodi e senza strappi (6-2, 6-4), almeno fino alla conferenza stampa. Lì, dopo che Cahill in precedenza aveva indicato in Cash il suo favorito per l’imminente Wimbledon, Becker – che evidentemente non l’aveva presa bene – aveva sminuito le qualità dell’avversario definendolo “non un gran giocatore” e “facile come un primo turno” la sfida appena terminata.

Acqua passata? Macché! Dopo aver perso la finale di Wimbledon giocata in due giorni con Edberg, Boris aveva incamerato otto vittorie consecutive tra Davis Cup, Indianapolis e il sopramenzionato primo turno con Nelson, che però gli aveva lasciato in eredità qualche fastidio ai piedi. Pur rassicurando la stampa il mercoledì sera sulla sua condizione (“Non puoi sempre dire la verità” fu il commento di Becker l’indomani), il tedesco era sceso in campo con una forte infiammazione al piede sinistro e Cahill ne aveva approfittato. “Quando ho capito che non stava bene”, dirà Darren alla stampa, “ho cercato di non pensarci troppo per non farmi condizionare dal pensiero. Volevo a tutti costi dimostrargli che sono un tennista migliore di quanto lui pensa e credo di esserci riuscito”. La netta vittoria su Becker aveva spalancato a Darren un’autostrada, proiettandolo direttamente nella seconda settimana grazie al forfait dell’argentino Marcelo Ingaramo, che ne aveva avuto abbastanza dei nove set disputati tra il connazionale De la Peña e il qualificato sudafricano Burrow. Come se non bastasse, negli ottavi Cahill non avrebbe trovato l’undicesima testa di serie Gilbert e nemmeno il suo giustiziere Jaime Yzaga, bensì un qualificato canadese n°151 del ranking.

Era dal 1974 che l’Australia non aveva tre suoi rappresentanti tra gli ultimi sedici degli US Open, la metà di quelli partiti. Insieme a Cahill, erano rimasti in vita John Frawley e Mark Woodforde; questi ultimi avevano segnato il loro torneo con successi prestigiosi nei confronti di mancini tanto geniali quanto non sempre affidabili (Henri Leconte e John McEnroe) ma le prospettive non erano buone in quanto Emilio Sanchez e Mats Wilander non sembravano alla loro portata. E infatti non avevano raccolto nemmeno un set.  Invece Darren aveva proseguito il suo cammino immacolato asfissiando Martin Laurendeau con le continue discese a rete e battendolo 6-4, 6-4, 6-3. Nei quarti di finale, Cahill attendeva l’uomo di cui indossava la maglietta e replicava lo stile di gioco. L’arabesco nero composto dall’unione di una “s” e di una “e” riprodotto sul torace e sul dorso della sua Adidas non era altro infatti che il logo dedicato dalla ditta di abbigliamento bavarese a Stefan Edberg. Ma, in una fresca e ventosa serata newyorchese e al cospetto di 17.000 persone surriscaldate da ciò che stavano vedendo, il campione di Wimbledon era finito nella ragnatela di Aaron Krickstein, un ex bambino prodigio del tennis americano falcidiato dagli infortuni. Lo svedese e lo statunitense si erano rincorsi e superati per cinque estenuanti parziali e alla fine Aronne aveva ribadito la sua legge: sei vittorie e zero sconfitte sulla lunga distanza agli US Open (5-7, 7-6, 7-6, 4-6, 7-5).

Il pubblico del Louis Armstrong era pronto a trascinare il proprio beniamino in semifinale e Darren Cahill, un Edberg con meno talento, soprattutto dalla parte del rovescio, e non più certezze da quella del dritto, non poteva che rappresentare la ghiotta occasione per conquistare la prima semifinale slam in carriera. Ma l’australiano aveva sofferto meno dello svedese i frequenti lob di Krickstein e con lo smash si era tenuto in gara, nonostante una giornata non particolarmente felice al servizio. A rete si era decisa la partita e l’aveva vinta Darren, diventando così il primo semifinalista non testa di serie dal 1980. Per niente intimidito dal roboante e monumentale centrale, Cahill era rimasto nella sua bolla offensiva e aveva sempre comandato la contesa, impassibile anche quando Krickstein l’aveva trascinato sul suo terreno preferito, ovvero il quinto parziale. A quel punto le quotazioni di Darren erano crollate ma non la sua fiducia e alla fine la tristezza era stata tutta per il suo avversario. “Sono davvero amareggiato ma in fondo è giusto così” avrebbe detto Aaron ai cronisti.

Mats Wilander stava vivendo la sua stagione migliore e puntava a diventare il nuovo numero 1 a spese di Ivan Lendl. Ci sarebbe riuscito certamente qualora avesse vinto il torneo, che sarebbe stato il terzo slam nella stagione dopo Melbourne e Parigi. Nei major, solo a Wimbledon aveva dovuto arrendersi ed era successo nei quarti contro un grosso felino domestico che quando vedeva uno svedese diventava particolarmente vorace: “Gattone” Mecir. La sfida si sarebbe dovuta ripetere anche a Flushing Meadows non fosse altro che il cecoslovacco, talvolta assai pigro, si era fatto sorprendere dallo spagnolo Emilio Sanchez. Ben sapendo che da fondo campo non avrebbe potuto reggere il confronto con la certosina attitudine al palleggio – con conseguente sfinimento fisico e mentale dell’avversario – dello stratega scandinavo, Cahill aveva provato a prendere la rete seguendo ogni volta che poteva il rovescio in back ma il tutto gli aveva portato in dote una onesta difesa dell’onore e appena dieci giochi spalmati in tre set. Finiva dunque così, con un 6-4, 6-4, 6-2 che per Wilander sarebbe stato l’anticamera del paradiso, l’avventura di Darren agli US Open del 1988, ovvero il picco di una carriera in quel momento ancora acerba e che l’avrebbe portato a sfiorare i primi 20 del mondo nell’aprile dell’anno seguente e a vincere un solo altro titolo in singolare, a San Francisco, nel 1991.

Andò meglio in doppio, specialità in cui arrivò a giocare 20 finali nel circuito, perdendo quella degli Australian Open 1989 ma vincendone comunque ben 13. Appesa la racchetta al fatidico chiodo, Darren avrebbe intrapreso la carriera di coach e dispensato buoni consigli a due campioni che, con lui al fianco, sono diventati rispettivamente il più giovane e il più anziano n°1 del mondo: Lleyton Hewitt e Andre Agassi. Adesso ci sta provando anche con Simona Halep ma, ogni volta che è stata vicina al grande traguardo, la rumena si è bloccata. Ventinove anni dopo la sua piccola grande impresa, Darren avrebbe voluta ripeterla in panchina con Simona ma un sorteggio beffardo l’ha fatta finire tra le fauci della tigre siberiana e l’obiettivo è stato spostato più avanti. Ma solo spostato, sia chiaro.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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