Mercoledì da leoni: Darren Cahill agli US Open 1988

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Mercoledì da leoni: Darren Cahill agli US Open 1988

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Questa volta siamo andati a vedere cosa successe agli US Open del 1988

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Dimenticatevi tutto quello che avete visto nelle scorse due settimane. In quel 1988, il cuore del cuore del tennis statunitense batteva al ritmo sincopato e con la voce suadente di Satchmo, al secolo Louis Armstrong, cittadino onorario del mondo e di quella parte di New York. Dimenticate dunque l’attuale anonimo cantiere che diventerà il nuovo Louis Armstrong e immaginatevi un’epoca in cui gli svedesi, sì proprio gli svedesi dominavano il circuito maschile e completavano nientemeno che il Grande Slam.

Certo, forse ai più giovani stiamo chiedendo troppo perché in fondo loro uno svedese non l’hanno mai visto giocare nemmeno per sbaglio e sarà difficile convincerli che ci fu un lungo periodo in cui, con la racchetta in luogo delle navi rostrate, conquistarono tornei e alzarono insalatiere come solo i loro antenati vichinghi avevano saputo fare. L’ultimo di un certo spessore è stato il “cavernicolo” Robin Soderling, che un giorno di fine maggio del 2009 riuscì con la sua clava a fare ciò che nessuno riteneva umanamente possibile, ovvero battere Nadal al Roland Garros. Ma, come al solito, rischiamo che l’attenzione venga catturata da un rivolo bizzarro di quel ruscello che è la nostra storia e quindi di abbandonare il corso principale per raccontarne un’altra. E allora dimenticate la festa per i vent’anni di quella specie di mostro-mercato che è l’Arthur Ashe Stadium, oggi ancora più cacofonico quando piove o minaccia di farlo e viene chiuso il tetto, e immaginate – perché a questo punto sì che serve fantasia e non poca – di vedere un tennista che serve e si proietta sistematicamente a rete, prima o seconda che sia, con il solo scopo di non far rimbalzare più la palla nel suo campo e colpirla al volo.

Se state pensando a Stefan Edberg, siete più che perdonati. In fondo, proprio in quell’anno e in quel torneo, l’uomo dal rovescio d’oro ci arrivò da campione di Wimbledon e il suo modo di intendere il tennis, assai poco scandinavo, abbracciava in pieno la filosofia offensiva e talvolta spregiudicata propria di un altro popolo tennistico ormai in via di estinzione: quello australiano. Ed infatti, è di un australiano che oggi parleremo, all’epoca uno dei tanti, certo non il più famoso. Darren Cahill era arrivato agli US Open con le vele gonfie. Nativo di Adelaide, capitale della South Australia, il 22enne Darren aveva iniziato la stagione con il pettorale n°82 (quello del suo ranking ATP) ed era stato un esordio quanto mai infausto, battuto nella sua città dal tedesco Patrick Baur. Eppure, nella nazionalità del rivale di quella sfida c’era il presagio di ciò che sarebbe stata, nel bene e nel male, la stagione del leone che abbiamo scelto di celebrare questo mese. Tedeschi sarebbero stati, non a caso, i carneadi Andreas Lesch e Hans Schwaier, che gli avrebbero inflitto due cocenti sconfitte a Nizza e Monaco; e tedesco l’uomo che ne avrebbe accresciuto più che esponenzialmente la gloria futura e di cui vi racconteremo tra poco.

 

Ma citavamo il vento che aveva sospinto Darren verso New York. Un vento che soffia anche gelido nell’Oberland bernese, agli oltre mille metri di altitudine di Gstaad, paradiso invernale degli sciatori e dedito al tennis una settimana l’anno, in estate, quando dal 1915 si svolge un torneo che ha avuto e avrà ospiti e vincitori illustri. Certo, canguri che alzavano il trofeo lì se ne erano visti ancora e tutte celebrità: da Lew Hoad, il primo nel 1954, al quarantenne Ken Rosewall del 1975 e passando per Ashley Cooper, Rod Laver, Tony Roche e John Newcombe. Ma, come detto, la vena aurifera australiana si era andata via via esaurendo e gli ‘80, non fosse per quella sagoma di Pat Cash, campione a Wimbledon e due volte finalista a Melbourne, sarebbero stati anni di vacche magre. Magrissime. Ecco allora che anche un trofeo di seconda o terza fascia, qual era in fondo quello di Gstaad, poteva risollevare il morale a un’intera nazione. O quasi.

New York era, per Cahill, la 19esima tappa del suo tour stagionale e le ultime fermate erano state a Washington, Stratton Mountain e Cincinnati; nella capitale aveva perso nei quarti, nel Vermont in semifinale e in Ohio era stato sbattuto subito fuori dal connazionale Wally Masur. Un cammino tutto sommato in linea con il giocatore, anche in parte fortunato a trovarsi di fronte avversari per la metà posizionati ben oltre i primi 100 del mondo. Nei major, tuttavia, c’era sempre qualcuno che ti portava il conto e, per quelli come Darren, il più delle volte era assai salato. Come questa volta. Un primo turno alla portata e un secondo improponibile. Nella metà bassa del tabellone erano finiti sia Mats Wilander, che aveva vinto i primi due slam stagionali, che i finalisti di Wimbledon, ovvero Edberg e Becker. Ed era proprio “Bum bum” ad attenderlo al secondo turno, sempre se fosse riuscito ad imporsi allo statunitense Lawson Duncan.

Il debutto di Darren era stata una puntura di crotalo per il suo avversario, fulminea e quasi indolore, anche se il 6-0, 6-0, 6-2 palesava fin troppo le inusuali attitudini terricole di Duncan, che non giocava un match sul duro dallo scorso febbraio. Dal canto suo, Becker si era sbarazzato di un altro americano, tal Todd Nelson, soffrendo troppo nel terzo set, incamerato solo al tie-break. Non c’erano avvisaglie, il giovedì, di quello che sarebbe accaduto. Nel loro unico precedente, risalente a qualche settimana prima al Queen’s di Londra, il tedesco aveva vinto la semifinale in due set comodi e senza strappi (6-2, 6-4), almeno fino alla conferenza stampa. Lì, dopo che Cahill in precedenza aveva indicato in Cash il suo favorito per l’imminente Wimbledon, Becker – che evidentemente non l’aveva presa bene – aveva sminuito le qualità dell’avversario definendolo “non un gran giocatore” e “facile come un primo turno” la sfida appena terminata.

Acqua passata? Macché! Dopo aver perso la finale di Wimbledon giocata in due giorni con Edberg, Boris aveva incamerato otto vittorie consecutive tra Davis Cup, Indianapolis e il sopramenzionato primo turno con Nelson, che però gli aveva lasciato in eredità qualche fastidio ai piedi. Pur rassicurando la stampa il mercoledì sera sulla sua condizione (“Non puoi sempre dire la verità” fu il commento di Becker l’indomani), il tedesco era sceso in campo con una forte infiammazione al piede sinistro e Cahill ne aveva approfittato. “Quando ho capito che non stava bene”, dirà Darren alla stampa, “ho cercato di non pensarci troppo per non farmi condizionare dal pensiero. Volevo a tutti costi dimostrargli che sono un tennista migliore di quanto lui pensa e credo di esserci riuscito”. La netta vittoria su Becker aveva spalancato a Darren un’autostrada, proiettandolo direttamente nella seconda settimana grazie al forfait dell’argentino Marcelo Ingaramo, che ne aveva avuto abbastanza dei nove set disputati tra il connazionale De la Peña e il qualificato sudafricano Burrow. Come se non bastasse, negli ottavi Cahill non avrebbe trovato l’undicesima testa di serie Gilbert e nemmeno il suo giustiziere Jaime Yzaga, bensì un qualificato canadese n°151 del ranking.

Era dal 1974 che l’Australia non aveva tre suoi rappresentanti tra gli ultimi sedici degli US Open, la metà di quelli partiti. Insieme a Cahill, erano rimasti in vita John Frawley e Mark Woodforde; questi ultimi avevano segnato il loro torneo con successi prestigiosi nei confronti di mancini tanto geniali quanto non sempre affidabili (Henri Leconte e John McEnroe) ma le prospettive non erano buone in quanto Emilio Sanchez e Mats Wilander non sembravano alla loro portata. E infatti non avevano raccolto nemmeno un set.  Invece Darren aveva proseguito il suo cammino immacolato asfissiando Martin Laurendeau con le continue discese a rete e battendolo 6-4, 6-4, 6-3. Nei quarti di finale, Cahill attendeva l’uomo di cui indossava la maglietta e replicava lo stile di gioco. L’arabesco nero composto dall’unione di una “s” e di una “e” riprodotto sul torace e sul dorso della sua Adidas non era altro infatti che il logo dedicato dalla ditta di abbigliamento bavarese a Stefan Edberg. Ma, in una fresca e ventosa serata newyorchese e al cospetto di 17.000 persone surriscaldate da ciò che stavano vedendo, il campione di Wimbledon era finito nella ragnatela di Aaron Krickstein, un ex bambino prodigio del tennis americano falcidiato dagli infortuni. Lo svedese e lo statunitense si erano rincorsi e superati per cinque estenuanti parziali e alla fine Aronne aveva ribadito la sua legge: sei vittorie e zero sconfitte sulla lunga distanza agli US Open (5-7, 7-6, 7-6, 4-6, 7-5).

Il pubblico del Louis Armstrong era pronto a trascinare il proprio beniamino in semifinale e Darren Cahill, un Edberg con meno talento, soprattutto dalla parte del rovescio, e non più certezze da quella del dritto, non poteva che rappresentare la ghiotta occasione per conquistare la prima semifinale slam in carriera. Ma l’australiano aveva sofferto meno dello svedese i frequenti lob di Krickstein e con lo smash si era tenuto in gara, nonostante una giornata non particolarmente felice al servizio. A rete si era decisa la partita e l’aveva vinta Darren, diventando così il primo semifinalista non testa di serie dal 1980. Per niente intimidito dal roboante e monumentale centrale, Cahill era rimasto nella sua bolla offensiva e aveva sempre comandato la contesa, impassibile anche quando Krickstein l’aveva trascinato sul suo terreno preferito, ovvero il quinto parziale. A quel punto le quotazioni di Darren erano crollate ma non la sua fiducia e alla fine la tristezza era stata tutta per il suo avversario. “Sono davvero amareggiato ma in fondo è giusto così” avrebbe detto Aaron ai cronisti.

Mats Wilander stava vivendo la sua stagione migliore e puntava a diventare il nuovo numero 1 a spese di Ivan Lendl. Ci sarebbe riuscito certamente qualora avesse vinto il torneo, che sarebbe stato il terzo slam nella stagione dopo Melbourne e Parigi. Nei major, solo a Wimbledon aveva dovuto arrendersi ed era successo nei quarti contro un grosso felino domestico che quando vedeva uno svedese diventava particolarmente vorace: “Gattone” Mecir. La sfida si sarebbe dovuta ripetere anche a Flushing Meadows non fosse altro che il cecoslovacco, talvolta assai pigro, si era fatto sorprendere dallo spagnolo Emilio Sanchez. Ben sapendo che da fondo campo non avrebbe potuto reggere il confronto con la certosina attitudine al palleggio – con conseguente sfinimento fisico e mentale dell’avversario – dello stratega scandinavo, Cahill aveva provato a prendere la rete seguendo ogni volta che poteva il rovescio in back ma il tutto gli aveva portato in dote una onesta difesa dell’onore e appena dieci giochi spalmati in tre set. Finiva dunque così, con un 6-4, 6-4, 6-2 che per Wilander sarebbe stato l’anticamera del paradiso, l’avventura di Darren agli US Open del 1988, ovvero il picco di una carriera in quel momento ancora acerba e che l’avrebbe portato a sfiorare i primi 20 del mondo nell’aprile dell’anno seguente e a vincere un solo altro titolo in singolare, a San Francisco, nel 1991.

Andò meglio in doppio, specialità in cui arrivò a giocare 20 finali nel circuito, perdendo quella degli Australian Open 1989 ma vincendone comunque ben 13. Appesa la racchetta al fatidico chiodo, Darren avrebbe intrapreso la carriera di coach e dispensato buoni consigli a due campioni che, con lui al fianco, sono diventati rispettivamente il più giovane e il più anziano n°1 del mondo: Lleyton Hewitt e Andre Agassi. Adesso ci sta provando anche con Simona Halep ma, ogni volta che è stata vicina al grande traguardo, la rumena si è bloccata. Ventinove anni dopo la sua piccola grande impresa, Darren avrebbe voluta ripeterla in panchina con Simona ma un sorteggio beffardo l’ha fatta finire tra le fauci della tigre siberiana e l’obiettivo è stato spostato più avanti. Ma solo spostato, sia chiaro.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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