Il caso Tennys Sandgren: da sorpresa a 'diavolo' in poche ore

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Il caso Tennys Sandgren: da sorpresa a ‘diavolo’ in poche ore

Tennys Sandgren è stato accusato di essere omofobo, razzista e vicino alle posizioni del suprematismo bianco. Ha provato a difendersi con un monologo in conferenza stampa, che ha sbigottito il pubblico

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Non conta nulla, neanche un po’, chi segui su Twitter. Non sono informazioni che indicano cosa pensi o quello in cui credi, ed è assurdo pensare che sia così“. Tennys Sandgren aveva commentato così lunedì sera, a poche ora dalla sorprendente vittoria contro Dominic Thiem, le prime e ancora fievoli polemiche su alcune sue attività social ritenute indicative di un credo politico vicino all’ala alt-right. Da frequentatore piuttosto assiduo del social cinguettante, Tennys ha sentito odore di tempesta e il mattino successivo ha cancellato ogni sua attività su Twitter, salvando dall’epurazione soltanto il retweet di un articolo celebrativo risalente al 2013. Per quanto sia stato proprio quell’account – @BadToss – a rinfocolare maggiormente le accuse rivendicando il ‘dovere’ di considerare Tennys Sandgren un razzista, sulla base di quello che aveva scritto o pubblicamente apprezzato.

Ai microfoni di ESPN, il tennista statunitense ha poi motivato la sua scelta spiegando di averlo fatto non perché tra quei tweet ci fosse qualcosa ‘per cui essere in imbarazzo’, ma perché ‘non è una cattiva idea dare l’immagine di un nuovo inizio‘. Tennys ha usato l’espressione ‘cleaner start‘, come se effettivamente sentisse di dover passare una mano di detergente su quanto affermato in passato. “La gente può fare screenshot, salvare e divulgare quello che vuole, so che è così e lo accetto. Solo pensavo che non sarebbe stata una cattiva trovata per il futuro. La cancellazione dei tweet non solo ha aumentato il carico di ambiguità sulla sua posizione, ma non ha del tutto raggiunto lo scopo poiché gli utenti più solerti si erano già premurati di correre nell’edificio in fiamme e salvare qualche testimonianza dell’attività di Sandgren. Non che se ne sentisse il bisogno, visti i contenuti di cui potete trovare un esempio qui, quiqui e anche qui. L’identikit sarebbe quello di una persona omofoba, razzista e vicina alle posizioni del ‘suprematismo bianco’. La ciliegina di una torta non particolarmente appetitosa è costituita da una manciata di like ‘galeotti’ di Tennys che lasciano trapelare (oltre alle sue simpatie repubblicane) un sostegno, più o meno velato, alla teoria del Pizzagate. Tra gli endorsement più ricorrenti quelli allo psicologo canadese Jordan Peterson, già accusato di aver veicolato messaggi incitanti l’odio di genere.

 

Nella polemica che ne è scaturita è intervenuto persino John Isner, altro tennista – insieme a Sam Querrey – le cui posizioni politiche sono ritenute vicine a quelle del presidente Trump. John è entrato in una discussione anche piuttosto accesa con l’utente che si era fatto promotore delle accuse più dure ai danni del suo connazionale. Secondo Isner si tratta di una sorta di guerra scatenata dai ‘guerrieri del perbenismo’, che professano la tolleranza salvo avere pregiudizi nei riguardi di chi sostiene posizioni diverse dalle proprie.

Quando da un utente gli viene chiesto se condanna le uscite di Sandgren, Isner risponde: “Condanno questo blog atroce (il blog dell’utente BadToss, ndr) o in qualsiasi modo vogliate chiamarlo. Penso che anche Tennys vorrebbe non aver mai twittato certe cose. Ma è un bravo ragazzo, ve lo posso giurare“. Di tutta la discussione –  a dire il vero piuttosto stucchevole – tra Isner e la variabile fauna di Twitter, questo scambio è probabilmente quello su cui vale la pena soffermarsi con più attenzione. Quanto (e cosa) effettivamente dice di una persona un like su Twitter? È corretto che l’attività social – per di più un tennista, neanche di vertice, la cui opinione su temi politici può essere considerata trascurabile – sia sufficiente per certificarne la natura ‘umana’ e scatenare le reazioni conseguenti, siano esse condanne o elogi?

Appare evidente che da Tennys Sandgren non ci si debba attendere nuove teorie illuministe, e se chi scrive fosse un editore costretto a valutare dei manoscritti per la pubblicazione nella categoria ‘Saggi sociologici’, difficilmente prenderebbe in considerazione il memoir di Sandgren. Appare però altrettanto evidente, in direzione contraria, l’esigenza quasi morbosa di totalizzare le informazioni  – a volte anche parziali e frammentarie – al fine (unico?) di decidere se un profilo pubblico vada incasellato tra i personaggi del ‘bene’ o quelli del ‘male’. Spesso anche con sorprendente rapidità, considerando il semi-anonimato nel quale giaceva il tennista statunitense appena 10 giorni fa. Sembra un po’ una disperata corsa alla rettitudine, forse più chiacchierata (e prettamente virtuale) che perseguita con i fatti.

L’esempio di questa frenesia è dato da questo screenshot. Nella prima ondata di diffusione era stato tagliato il titolo dell’articolo retwittato da Sandgren, così che la sua uscita sembrasse inequivocabilmente pregna di razzismo nei confronti di Serena. Preso nel suo contesto, il contenuto torna ad assumere una forma meno condannabile.

Non è bastato per evitare che la stessa Serena, raggiunta dagli echi della querelle, comunicasse con un tweet di aver cambiato canale poco prima dell’inizio del match tra Chung e Sandgren (povero coreano, viene da pensare: sta giocando un torneo straordinario!), dimostrando come ormai la condanna sia quasi unanime. Certo Sandgren ha fatto poco – diciamo anche nulla – per non apparire ambiguo nelle sue esternazioni e nei suoi endorsement, come confermato dalla carrellata di ‘mi piace’ che ancora giacciono in una lunga lista (9810) sul suo profilo Twitter. Quelli sì impossibile da eliminare, poiché Tennys avrebbe da passare delle ore di fronte a un laptot o da assumere un amanuense del web perché gli ‘scuoricinasse‘ ogni contenuto apprezzato dal 2012 ad oggi. Nella sua nuova ‘bio’ di Twitter si legge questo: “Scrivo tutti i miei tweet prima su un tovagliolo, per ordinare i pensieri… like e retweet non sono apprezzamenti“.

L’ultimo capitolo di questa saga un po’ surreale è andato in scena in apertura dell’ultima conferenza stampa di Tennys Sandgren da Melbourne. Il tennista – con piglio abbastanza aggressivo – ha letto un comunicato, praticamente un monologo, esaurendo la questione e dichiarandosi disponibile, da quel momento, a parlare soltanto dell’incontro di tennis appena perso.

Voi cercate di mettere le persone in queste piccole scatole in modo da poter ordinare il mondo secondo i vostri preconcetti. Strappate via ogni individualità per demonizzare, collettivamente. Con una manciata di ‘follow’ e di ‘mi piace’ su Twitter il mio destino è segnato, secondo le vostre opinioni. Per scrivere una storia incisiva, sensazionale, ignorate alcuni dettagli pur di considerarmi l’uomo che disperatamente volete che io sia. Preferite perpetuare la macchina della propaganda piuttosto che cercare informazioni da prospettive differenti, per essere disposti a imparare, cambiare e crescere. Disumanizzate con carta e penna e mettete zizzania tra persone vicine. In questo modo potreste scoprire che vi state approssimando all’inferno che vorreste evitare, che tutti vogliamo evitare. È mia ferma convinzione che il valore più alto debba essere attribuito alla virtù di ogni individuo a prescindere da genere, razza, religione e orientamento sessuale. Il mio compito è continuare su questa strada per diventare la persona migliore possibile e incarnare l’amore che Cristo ha per me, perché io rispondo solo e soltanto a Lui. Adesso accetterò domande che riguardano la partita, se non vi dispiace”

Il monologo ha lasciato i presenti in sala un po’ sbigottiti, tanto per i contenuti quanto per il tono con cui è stato letto. La sensazione è che la morsa stretta attorno a Sandgren fosse evitabile (ed eccessiva) almeno quanto traballante (ed eccessiva) appare questa ultima difesa.

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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

 

Risultati, quarti di finale:

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

Quarti a Indian Wells da lucky loser e wild card per Miami appena annunciata. “Una settimana fa volevo mollare tutto”

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(via Twitter, @ATP_Tour)

Si fa presto a passare da uno stato di scura depressione a uno di euforia totalizzante, specie sul campo da tennis, un ambientino dove spesso le emozioni cambiano radicalmente con lo scorrere dei punti, e non solo di quelli. Miomir Kecmanovic, diciannovenne serbo ex numero uno junior e attualmente occupante la centotrentesima posizione del ranking ATP, una settimana fa perdeva contro Marcos Giron l’ultimo turno delle qualificazioni a Indian Wells, dopo aver inutilmente servito per il match nel terzo set. “Ero davvero depresso, e non sto scherzando. Volevo mollare tutto, è stata una botta tremenda. Poi mi sono detto che il tennis è tutto ciò che conosco nella vita, mi sarebbe convenuto continuare a praticarlo”.

Assimilato il fatto che il suo carnefice non è proprio l’ultimo scappato di casa – Giron ha raggiunto il terzo turno dando peraltro feroce battaglia a Milos Raonic – Kecmanovic si è un po’ rasserenato e, sedutosi in poltrona contemplando il proprio nome scritto al secondo posto nella lista degli alternates, si è messo ad attendere paziente. “Non volevo andare a giocare il challenger di Phoenix e comunque, essendo così in alto nella lista dei possibili lucky loser, non mi sarei potuto muovere”. Non una brutta decisione, verrebbe da dire. Quando si è ritirato Kevin Anderson, che ringrazio davvero di cuore, ho raccolto i pensieri e ho giurato a me stesso che mi sarei giocato ogni possibilità fino all’ultimo. È andata bene”.

 

Entrato dalla porta di servizio nel tabellone principale, il vincitore dell’Orange Bowl 2015 ha tracciato un percorso netto, evitando di cedere set a Max Marterer, al connazionale Djere e a Yoshihito Nishioka, ritiratosi in nottata nel corso del secondo set per un problema alla schiena: neanche male per un teenager che fino all’inizio del torneo aveva vinto un solo incontro di tabellone principale in un evento del tour maggiore (lo scorso gennaio a Brisbane, contro Leonardo Mayer), e le prospettive a questo punto sono aperte. “Può succedere di tutto, adesso sono davvero in fiducia”. E la fiducia nel tennis se non è tutto, è molto.

L’abbraccio tra Kecmanovic e Nishioka, appena dopo il ritiro (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Miomir sta mettendo insieme un bottino di gran pregio, arrivato quasi alla metà del cosiddetto Sunshine Double: raggiungendo i quarti a Indian Wells egli intasca un assegnino di dollari centottantaduemila e scala trentasei posizioni nel ranking, utili a entrare per la prima volta tra i primi cento giocatori del mondo (rimanesse la situazione cristallizzata, il computer lo segnalerebbe lunedì prossimo alla novantaquattro ATP), e le buone notizie non sono finite qui. Nella conferenza stampa post match il nostro inviato Vanni Gibertini lo ha informato del fatto che il torneo di Miami aveva in quei minuti deciso di concedergli una wild card. “È pazzesco come le cose cambino in una settimana. Giovedì scorso vedevo tutto nero, mentre adesso ogni cosa gira per il verso giusto. Quarti a Indian Wells e wild card a Miami, è incredibile. Dovrei approfittare della buona sorte e giocare alla lotteria? Lo farò, nel weekend comprerò un biglietto, bisogna battere il ferro finché è caldo”.

Il quarto contro Milos Raonic non lo vede favorito, com’è ovvio, ma in circostanze come queste è opportuno sfoderare la locuzione regina delle banalità: mai dire mai. Se andrà male, dietro l’angolo c’è la Florida, sua seconda casa, anche se sarebbe più giusto dire prima, assecondando i fatti concludenti, almeno nell’ultimo lustro. “Quelli dell’IMG – la celeberrima Academy fondata da Nick Bollettieri – mi hanno notato a un torneo under 14 a Mosca e mi hanno chiesto se fossi stato interessato a unirmi al loro team. Sono andato lì l’anno dopo. Mi hanno accolto alla grande, ho avuto ottimi coach e conservo un ricordo particolarmente affettuoso di Max Mirnyi, il primo professionista con cui mi sia mai allenato. È stato importantissimo nell’indirizzarmi, nel consigliarmi. E lo è ancora”.

Anche se l’idolo vero, manco a dirlo, è il vicino di casa, un tizio chiamato Novak che da qualche tempo raccoglie discreti risultati in giro per il mondo. “Ogni volta è un privilegio, è una persona eccezionale, ma lo dico sul serio. Non solo dal punto di vista sportivo, ma per quello che si propone costantemente di fare per aiutare gli altri e migliorare la vita delle persone che gli stanno attorno. Ogni tanto ci alleniamo insieme, e quando gli confesso che certe mattine me ne starei a dormire mi sprona dicendomi che è proprio in quelle mattine che devo accelerare“.

Comunque pare che l’ultimo serbo rimasto in tabellone non sia il mito di Belgrado. La situazione inizia a sfuggirmi di mano, è surreale. Kecmanovic comprerà il biglietto della lotteria, con buone possibilità di sbancarla. Dovesse succedere, non mancheremo di darvene conto.

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Francesca Di Lorenzo fa parlare di sé: “Vorrei giocare da italiana”

Uno dei giovani volti nuovi del tennis statunitense, Francesca Di Lorenzo, racconta la sua storia di figlia di emigranti, il suo rapporto con l’Italia e la speranza di diventare una nostra connazionale

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Francesca Di Lorenzo - WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Come è noto, da un paio di anni appare abbastanza preoccupante la situazione del tennis femminile italiano. Camila Giorgi era rimasta la sola giocatrice in top 50, e a causa delle vicissitudini giudiziarie di Sara Errani (scivolata al 234esimo posto) si è ritrovata addirittura ad essere l’unica in top 100. Una situazione tanto preoccupante che l’imminente torneo di Indian Wells rischia di essere privo di tenniste italiane per il secondo anno consecutivo, a meno che Sara Errani riesca a emergere dal torneo di qualificazione.

Senza ricambi adeguati, il futuro della tennis azzurro in gonnella appare insomma a tinte più che fosche. La seconda giocatrice italiana, al momento, è la 25enne Martina Trevisan che occupa la 162esima posizione mondiale; non figurano under 23 italiane in top 200, poiché Jasmine Paolini (classe 1996, 23 anni già compiuti) è numero 208 e Deborah Chiesa (anche lei nata nel 1996, 23 anni da compiere) è addirittura numero 280. Uno scenario cupo, nel quale guardarsi attorno per ripopolare un settore giovanile in profonda crisi sembra indispensabile.

 

Deve averlo pensato anche la nostra federazione, che durante l’ultimo US Open ha avviato i contatti con una ragazza statunitense di origini italiane che si è ben comportata durante lo Slam newyorchese. Si tratta di Francesca Di Lorenzo, nata a Pittsburgh il 22 luglio del 1997 da due genitori campani.

Pochi giorni fa Francesca ha richiamato ancora l’attenzione su di sé raggiungendo i quarti di finale del WTA 125k di Indian Wells, evento di livello che mette anche in palio una wild card per il Premier Mandatory in partenza questo mercoledì. Per arrivare tra le prime otto, Di Lorenzo ha dovuto battere le asiatiche Hibino e Zhu e soprattutto Timea Bacsinszky (ex numero 9 del mondo) agli ottavi, dopo quasi tre ore di gioco e una gran battaglia nel terzo set. Nei quarti di finale si è arresa in due set (6-4 6-3) alla testa di serie numero 11 Zarina Diyas, ma si è comunque consolata: Di Lorenzo ha infatti ricevuto una wild card per il tabellone cadetto e stanotte – attorno alle 2 italiane – scenderà in campo nelle qualificazioni del Premier Mandatory di Indian Wells. Affronterà al primo turno la n.23 del seeding Misaki Doi (trovate QUI il tabellone completo).

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

LA SUA STORIA – Francesca ha frequentato per due anni i corsi di business della Ohio State Universityaccompagnando agli studi l’attività sportiva a livello di college: nel maggio 2017 ha vinto infatti i campionati di doppio NCAA in coppia con Miho Kowase. Solo nel dicembre successivo ha deciso di dedicarsi completamente al tentativo di diventare una tennista professionista, abbandonando così il percorso accademico con il proposito di ricominciare al termine della carriera tennistica.

Ha iniziato il 2018 fuori dalle prime trecento giocatrici del mondo, ma una costante ascesa le ha consentito prima l’esordio nel circuito maggiore a Charleston, dove si è qualificata, poi di entrare tra le prime 200 e quindi partecipare alle qualificazioni dello US Open dove ha sconfitto giocatrici esperte come Cepede Royg (73 WTA nel 2017) e Mona Barthel (23 WTA cinque anni fa) per accedere al tabellone principale. Un sorteggio non impossibile l’ha messa di fronte alla connazionale Christina McHale, contro la quale ha ottenuto la prima – e finora unica – vittoria nel circuito maggiore. Una grande iniezione di fiducia che le è valsa, un mese più tardi, anche il best ranking di numero 150 del mondo.

L’occupazione stabile della top 200 ha permesso alla giocatrice statunitense di rimodulare al rialzo la sua programmazione, partecipando a tornei di caratura maggiore. A Indian Wells è arrivata un’altra piccola conferma delle sue qualità, in grado di riaprire lo scenario un suo eventuale trasloco sotto la bandiera italiana.

A New York ne avevamo parlato direttamente con lei, potendo constatare il suo buon italiano a cui si accompagna un’inevitabile slang italo-americano (alle domande dei colleghi statunitensi ha spiegato che i genitori le parlano in italiano e lei risponde in inglese). Francesca, che ha la doppia cittadinanza ma deve ancora ottenere il passaporto italiano, ha dichiarato che la farebbe piacere rappresentare l’Italia in futuro.

Di seguito le dichiarazioni che Francesca Di Lorenzo ha rilasciato durante lo scorso US Open, dopo l’eliminazione del torneo subita per mano di Kiki Bertens.

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Francesca, ci racconti le tue origini?
I miei genitori sono entrambi nati a Salerno e tantissimi membri della mia famiglia vivono lì, ma ho parenti anche a Torino. Sono stata diverse volte in Italia, a Napoli la pizza è molto buona. Due mesi fa è stata l’ultina volta che sono tornata (ha giocato gli ITF di Grado e Brescia, dove ha perso in semi da Trevisan) ed è stata un’occasione anche per vedere tanti membri della mia famiglia.

Ci racconti qualcosa della tua vita negli USA?
Sono nata a Pittsburgh, poi all’età di sei anni siamo andati a Columbus, perché mio padre, che è medico, si era trasferito a lavorare lì. Sto bene negli USA, ma mi fa piacere sempre venire in Italia, sebbene il cibo sia buonissimo ma mi faccia ingrassare (ride ndr). Mi sento coccolata, negli Stati Uniti non abbiamo nessun parente.

Ti ha mai contattato la federazione italiana?

Sì, ho parlato con il capitano di Fed Cup, Tathiana Garbin: è qui in questi giorni, è stata molto simpatica con me, abbiamo parlato un po’ della mia situazione. Sto provando ad avere il passaporto italiano, ma non è facile. Vivo negli USA, ho l’allenatore qui. Inoltre, ho ricevuto una sponsorizzazione di 100.000 dollari in quanto giocatrice statunitense e non è facile risolvere tutti queste piccole difficoltà.

Ti farebbe piacere giocare per i colori azzurri?
Sì certo, lo vorrei. Amo l’Italia. È la nazione della mia famiglia e anche per la mia carriera tennistica magari ci sarebbero più opportunità giocando da italiana. Come ho detto, ci sono vari ostacoli, ma spero che nel futuro si risolvano, magari già l’anno prossimo o tra due.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Vorrei diventare una top 20, giocare una finale del Grande Slam. Mi piacerebbe anche fare bene a Roma: i miei parenti hanno promesso che mi verrebbero a vedere!

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